sabato 20 dicembre 2008

le aste al ribasso e il dilemma del viaggiatore

Ho scoperto l'esistenza delle aste al ribasso grazie a un post di Maximilian Hunt, che mette in guardia contro l'illusione di acquisti di beni preziosi a bassissimo costo. Una spiegazione abbastanza dettagliata delle regole di queste aste è esposta a questo indirizzo, ma qui ne fornisco anche un personale riassunto.

Nelle aste al ribasso vince chi fa l'offerta più bassa, purché sia unica, e tenendo presente che ogni offerta comporta una piccola spesa (intorno ai due euro). Poniamo il caso che l'oggetto messo all'asta sia una Tv al plasma da 1000 euro: io spendo due dollari per offrire un centesimo, mentre un mio concorrente spende quattro dollari per fare due offerte distinte, ovvero un centesimo e due centesimi. Se non ci sono altre offerte, vince il mio concorrente, perché sebbene la mia offerta sia la più bassa, non è unica. Il mio concorrente avrà totalizzato così un guadagno totale di 1000 - 4,2 = 995,8 euro, mentre a me resterà solo la perdita di due euro.

Il meccanismo è complicato anche dal fatto che il concorrente, pur non conoscendo le offerte degli altri, è in grado di sapere se la sua offerta risulta al momento l'unica più bassa, oppure unica ma non più bassa, oppure non unica, e può quindi rilanciare con un'altra offerta. Inoltre, nel caso in cui non esista offerta unica, il vincitore diventa quello che ha effettuato per primo l'offerta più bassa fra quelle che sono state fatte dal minor numero di concorrenti.

Dal punto di visto teoretico, si tratta di un meccanismo molto interessante, e verrebbe voglia di consultarsi con un esperto di teoria dei giochi per capire quale possa essere la strategia migliore da effettuare. Empiricamente, sembra che la maggior parte degli acquisti venga effettuato da un ristretto numero di "professionisti" in grado di coprire un'ampia fascia di offerte (quindi investendo un cifra non irrisoria) e con una tempistica adeguata. Praticamente, il mio consiglio all'investitore occasionale è quello di tenersi alla larga da queste macchine succhia-soldi (associandomi così a Maximilian Hunt).

Nonostante il nome ingannevole di "asta al ribasso" infatti è chiaro che il meccanismo è studiato al contrario per stimolare all'aumento delle offerte e investire somme sempre più ingenti. In questo senso mi ricorda un curioso paradosso della teoria dei giochi elaborato nel 1994 dall'economista indiano Kaushik Basu: il "dilemma del viaggiatore", una sorta di generalizzazione del più famoso "dilemma del prigioniero" (per capire come mai si chiama così, e leggere la formulazione del paradosso dello stesso Basu, cliccate qui).

Immaginiamo di avere due giocatori, Alfa e Beta, in due stanze diverse. A ciascuno di loro viene detto che possono scegliere una qualsiasi cifra compresa fra 2 e 100. Al termine del gioco, se le cifre scelte dai due concorrenti sono uguali, sarà a loro assegnato il valore in euro corrispondente alla cifra indicata da entrambi. Se sono diverse, verrà assegnato ad entrambi i giocatori il valore corrispondente alla cifra più bassa indicata, con in più un premio di due euro per chi ha scelto la cifra più bassa, e una corrispondente penalizzazione di due euro per chi ha scelto la cifra più alta. Esempio pratico: se Alfa e Beta dicono entrambi 50, ad entrambi vengono regalati 50 euro, ma se Alfa dice 50 e Beta dice 60 (o una qualsiasi cifra superiore a 50) allora Alfa vince 52 e Beta 48. Ora pensateci bene: se vi venisse proposto di giocare a questo gioco, quale cifra indichereste?

Dal punto di vista della teoria dei giochi, due persone "razionali", ovvero degli agenti che tendono a massimizzare i loro profitti (e che sono a conoscenza del loro status di agenti razionali), dovrebbero rispondere 2. Se quindi entrambi i giocatori si sono comportati in "maniera razionale" otterranno la misera cifra di due dollari a testa. Il risultato è davvero sorprendente, ma ineccepibile dal punto di vista logico-matematico. Se infatti analizziamo la situazione tramite lo strumento offerto dal concetto di "equilibrio di Nash", vediamo subito che la risposta "2" è l'unica dalla quale nessuno dei due giocatori ha un interesse unilaterale a discostarsi.

Più intuitivamente, è ovvio che il primo istinto è quello di rispondere 100, confidando nel fatto che anche l'altro giocatore indicherà la stessa cifra, ma proprio questa considerazione farà scattare in noi la voglia di rispondere invece 99. In tal modo infatti noi vinceremmo 101 euro (più che se avessimo risposto 100) e l'altro rimarrà "fregato" e vincerà appena 97 euro. D'altra parte dobbiamo ritenere che se noi siamo giunti a queste conclusioni anche l'altro giocatore (ugualmente razionale) ci arriverà, e questa considerazione ci spingerà ad abbassare ulteriormente la cifra indicata, ragionamento che si ripete identico per ogni cifra fermandosi solo sulla soglia dei due euro. Un altro modo ancora di esporre la cosa consiste nel mostrare che la strategia di rispondere 100 non può essere valida in quanto è "dominata" dalla strategia di rispondere 99, ma una volta esclusa 100 risulta dominata anche 99, poi 98, e così via fino a 2.

Il paradosso consiste nel fatto che, a quanto sembra, due agenti "irrazionali" in questo caso guadagnerebbero più di due giocatori che ponderano razionalmente le loro scelte: addirittura rispondere a caso sembrerebbe una strategia più fruttuosa di quella "razionale". Empiricamente, si è osservato che persone concrete, messe di fronte a questa scelta, non si conformano ai dettami della teoria dei giochi (e, a quanto pare, fanno bene). Cosa ancora più curiosa, nemmeno gli esperti di teoria dei giochi si comportano nel modo "razionale" da loro teorizzato (per una dimostrazione online del dilemma del viaggiatore, cliccare qui).

Kaushik Basu non indica la via d'uscita dal paradosso, ma secondo lui questo indica un limite fondamentale della teoria dei giochi standard (sulla quale si basano anche le teorie economiche neo-classiche) e del suo concetto di "razionalità" che andrebbe quindi rivisto. Il problema è che non sapremmo davvero cosa sostituirgli.

Per tornare alle aste al ribasso, il meccanismo è abbastanza simile, benché sia un po più complicato e benché non sembri essere individuabile in questo caso un "equilibrio di Nash", il che rende tutto ancora più aleatorio. Infatti se a prima vista sembra conveniente offrire un misero centesimo per effettuare acquisti anche di svariate migliaia di euro, una più accurata riflessione ci farà capire che in tal modo avremo solo speso due euro inutilmente, poiché tutti avranno raggiunto la stessa conclusione. Quindi per avere qualche possibilità dovremo fare due offerte: una da un centesimo e una da due centesimi, per una spesa di quattro euro. Ma, ancora, questa sarà la stessa conclusione raggiunta da tutti gli altri giocatori, quindi dovremo fare tre offerte, poi quattro, e così via, l'unico limite essendo quello in cui la spesa per le offerte supera il valore dell'oggetto da acquistare.

Anche quando avremo raggiunto questo limite, però, non avremo nessuna garanzia di aver vinto l'asta. Se infatti tutti avessero ragionato come noi, rientreremmo nel caso in cui non esiste nessuna offerta unica. Il vincitore in questo caso sarà quello che per primo avrà offerto un centesimo. Saremmo perciò tentati di azzerare tutto il ragionamento precedente e di puntare semplicemente un centesimo, salvo il fatto che ancora una volta questo non servirà a niente.

È comunque interessante il fatto che, anche nelle aste al ribasso, nessuno sembra davvero ragionare in maniera così "logica", e che pure i "professionisti" di cui si dice che monopolizzino le aste a discapito dei giocatori occasionali, sembrino affidarsi ad euristiche meno precise. Si può però notare come il comportamento dei "professionisti" si avvicini comunque di più a quello "razionale" teorizzato dalla teoria dei giochi, e che in questo caso, al contrario di quanto avviene nel dilemma del viaggiatore, risulti anche "vincente", e questo forse rende il paradosso di Basu un po' meno paradossale.

Il comportamento del professionista risulta vincente, benché dispendioso, perché può contare su un gran numero di persone che si illudono di fare acquisti a prezzo stracciatissimo spendendo appena pochi euro. È l'esistenza del giocatore occasionale, e ingenuo, che rende a lungo andare conveniente il comportamento del professionista. Ma se tutti si comportassero come il professionista queste aste non avrebbero motivo di essere (tranne che per chi le organizza, al pari di una lotteria).

Per quanto riguarda il dilemma del viaggiatore possiamo notare che il comportamento del giocatore razionale, che risponde 2, appare perdente se visto in una prospettiva a breve termine. In fondo se avesse risposto 100, come l'altro giocatore "non razionale", avrebbe guadagnato di più. Ma dovremmo chiederci forse se non è stato piuttosto l'altro giocatore a perdere l'occasione di guadagnare due euro "sicuri". A lungo andare possiamo vedere infatti che il "razionale" in questo modo si assicura delle vincite piccole ma costanti e sicure, mentre chi risponde in maniera irrazionale si espone al rischio di non guadagnare niente. Rischio che diviene anzi certezza in presenza di giocatori "razionali" che guadagnano qualcosa in più del minimo consentito proprio a scapito degli altri (naturalmente se i due giocatori potessero comunicare e accordarsi fra loro sulla base di una reciproca fiducia, tutto cambierebbe).

Ma il comportamento davvero più razionale, almeno nel caso delle aste al ribasso, a parer mio è quello di non giocare affatto.

venerdì 12 dicembre 2008

parole, parole, parole

Desidero inaugurare con questo post una nuova rubrica, con cadenza rigorosamente irregolare, dal titolo "braccia rubate all'agricoltura". Lo spunto mi è fornito da un articolo apparso oggi sul Venerdì di Repubblica, Tormentoni, firmato da Marco Cicala.

Si parla di quei motivetti ossessivi che ti entrano in testa e che spesso decretano il successo di una canzone: Pop Porno del Genio ne è l'esempio più attuale, ma nell'articolo vengono citate anche Parole, parole di Mina e Alberto Lupo, Seven Nation Army degli White Stripes, Me gustas tu di Manu Chao, e Can't get you out of my head di Kylie Minogue. Nella loro eterogeneità, sono tutte canzoni orecchiabili e che si imprimono facilmente nella memoria grazie al cosiddetto "tormentone", il malefico ritornello che non possiamo fare a meno di cantare e di cui non riusciamo più a liberarci.

Non sembra un soggetto adatto a un trattato filosofico, ma il signore che viene citato nell'articolo non la pensa così: trattasi di Peter Szendy, professore di Estetica all'Università di Nanterre, e autore di Tubes, la philosophie dans le juke-box, libro che esplora il fenomeno dei tormentoni canori con l'ausilio di autorità quali Kierkegaard, Kant, Marx, Freud e Benjamin.

La parola chiave per comprendere il fenomeno è "autoreferenzialità". Già, perché

il saggio ruota intorno a un'idea avvincente che, semplificando, potrebbe essere riassunta così: benché all'apparenza sembrino raccontare qualcosa – quasi sempre l'amore – in fondo le hit non parlano di nient'altro che di se stesse: "Pure merci dotate di un'unica qualità: quella di non averne". Che ci intrigano, così, in una banalità irresistibile: "Dove siamo davvero noi stessi, unici, solo essendo come tutti gli altri, chiunque. L'unicità in Kierkegaard si sviluppa nella ripetizione".

I tormentoni, tramite la loro autoreferenzialità (persino dichiarata nel titolo di canzoni come Can't get you out of my head) costituiscono insomma un inno capitalista alla logica del puro scambio, dove tutto è merce, e le merci che vengono scambiate non hanno altro altro valore al di fuori di quello di scambio, con tutta l'alienazione che tale sistema produce.

Come avevamo fatto a non pensarci prima?

Questa idea dell'autoreferenzialità poi è interessante, e in effetti merita di essere approfondita. Non può essere certo un caso che Peter Szendy (42 anni) sia stato, stando a quel che ci dice Cicala, un allievo di Jacques Derrida, famoso per il motto "Il n'y a pas de hors-text". "Non c'è nulla al di fuori del testo", ovvero non c'è niente di cui i testi in generale possano parlare al di fuori del testo medesimo, secondo la scuola derridiana.

Ma allora i tormentoni di cui parla Szendy non avrebbero poi nulla di veramente speciale, da questo punto di vista. Perché occuparsene? A meno che il testo di Szendy non parli veramente di canzonette: sarebbe anzi impossibilitato a farlo, secondo i dettami del maestro. Di cosa parla, quindi, quando parla di autoreferenzialità? Che cos'è che all'apparenza sembra parlare di qualcosa, ma in fondo non parla di nient'altro che di se stesso? Io un'idea ce l'ho...

Peter Szendy ricorda anche che quello della musica che "addolcisce gli animi e ingentilisce" è un cliché che ormai ci fa sorridere: "Oggi sappiamo che, in Iraq, il rock o il rap sono stati utilizzati dagli americani come strumento di sevizie sui prigionieri". Se la mia idea è giusta, qui vi è forse un velato e sadico suggerimento alle forze militari: si pensi infatti a quale tortura ben più atroce sarebbe l'ascolto forzato dei libri di Szendy.

Ah, i filosofi francesi... e poi ci si meraviglia che Carla Bruni abbia finito per sposare un tamarro.

sabato 6 dicembre 2008

l'ultimo dogma

-Mamma, babbo, vi devo parlare-
-Dopo, tesoro, non vedi che siamo occupati a scrivere le cartoline di auguri?-
-È importante-
-Uh, che c'è, tesoro? qualche guaio a scuola?-
-No, non è questo-
-Allora cos'è che ti cruccia, luce dei nostri occhi?-
-Io ho sempre avuto fiducia in voi...-
-E certo che devi fidarti di noi, ci mancherebbe, siamo i tuoi genitori-
-Ogni volta che volevo sapere qualcosa di importante, ho sempre chiesto a voi, aspettandomi che mi diceste la verità-
-Bravo-
-Ad esempio, babbo, quando l'anno scorso avevo paura dell'uomo nero nascosto dentro l'armadio, tu mi hai assicurato che l'uomo nero non esiste e che solo i bambini sciocchi hanno paura, e allora non ho avuto più paura di dormire con la luce spenta-
-...ssì, ricordo-
-E quando ti ho chiesto perché pioveva tu mi hai risposto che era a causa delle nuvole che col freddo ridiventano acqua che cade giù per terra-
-...ssì-
-E quando ti ho chiesto cosa sono le stelle tu mi hai detto che sono tanti Soli che stanno in cielo lontanissimi da noi-
-...ssì-
-E poi mi hai fatto vedere dei libri, con un sacco di figure che mostravano le stelle e i pianeti , e mi hai anche spiegato che non è il Sole a girare intorno alla Terra, ma la Terra che gira intorno al Sole-
-...ssì-
-E io ero orgoglioso di avere un babbo che sapeva tante cose, e che mi spiegava tante cose difficili-
-eh eh...sì, tesoro-
-E anche se in realtà non capivo proprio tutto, ero contento lo stesso, perché sapevo che potevo fare affidamento su di te e chiederti tutto quello che non capivo-
-Infatti è così-
-E tu mamma, quando la nonna mi ha detto che i bambini sono portati dalla cicogna, ti sei arrabbiata molto, e mi hai fatto un lungo discorso che non ho capito bene, ma che cominciava con le api e i fiori e finiva con te e il babbo abbracciati nel lettone-
-...ssì-
-E io ho preferito credere a te piuttosto che alla nonna, perché tu sei la mia mamma, e la nonna è una gran bigotta, come mi dicesti allora-
-...ssì, infatti-
-E quando il maestro di religione ci ha spiegato che Dio in sette giorni ha creato il cielo, la Terra, e tutte le specie animali compreso l'uomo, e poi ha tirato fuori Eva da una costola di Adamo, tu mi hai detto che non dovevo prendere tutto alla lettera-
-...ssì-
-E mi hai parlato di quel tizio, Darwin, che ha scoperto che invece gli uomini una volta erano scimmie, e prima ancora erano pesci, e prima ancora erano organismi unicellulari-
-Già, già-
-E quando io ho ripetuto queste cose al maestro di religione, lui si è arrabbiato, e mi ha detto che facevo meglio a credere alla Bibbia piuttosto che alle fandonie scientiste dei comunisti, ma io ho preferito non dargli retta, perché voi siete il mio babbo e la mia mamma, e ho sempre pensato che non mi raccontereste delle bugie-
-Infatti-
-E anche quando alla televisione c'era quel tizio che parlava a tutte le ore del giorno e diceva che se tutti non avessero votato per lui sarebbero successe delle enormi disgrazie, voi mi avete detto che era un gran bugiardo e anche se tutti i miei compagni di classe dicono che invece è una persona fantastica io so che non è così perché me l'avete detto voi-
-Bravo-
-Ma scusate, c'è una cosa che proprio non mi convince di tutto quello che mi avete detto-
-Che cosa, amore?-
-Ma Babbo Natale esiste davvero oppure no?-
...
...
...
-Ma ceeeerto che esiste! Come ti viene in mente una cosa del genere?-
-A scuola mi hanno detto che in realtà i regali li portano i genitori-
-Ma che sciocchezze, chi te l'ha detto?-
-Il mio compagno di banco, dice che di notte il babbo si mette una barba finta e mette i regali sotto l'albero-
-Il tuo compagno di banco è un bambino cattivo che sicuramente non avrà nessun dono da Babbo Natale, ed è per questo che ti ha detto queste cose, è invidioso-
-Mmmhh, ma siete sicuri? Il fatto è che ci ho pensato bene, e non capisco proprio come fa Babbo Natale a portare regali a tutti i bambini del mondo in una sola notte-
-Ehm... ha molti aiutanti... i folletti, ha i folletti che lo aiutano-
-Ma allora esistono anche i folletti?-
-Sì, tanti folletti-
-E le renne volanti?-
-Sì, certo-
-E l'uomo nero?
-Sì, cioè, no! l'uomo nero non esiste-
...
-Vabbè, ma come fanno le renne volanti ad abitare al Polo Nord?-
-Semplice, stanno in una stalla molto riscaldata-
-E cosa mangiano tutto l'anno?-
-Uhm, ehm...p... plancton marino-
-Eh?-
-Fanno dei buchi nel ghiaccio e bevono l'acqua che è piena di plancton che fa tanto bene-
-Ma come fanno le renne a trasportare in aria tutto il peso dei regali, e quanto è grande la slitta?-
-.....ghfjhgftfuiywevcj...... bhfkjtpdhbch....-
-Cosa?-
-Dicevo che nessuno lo sa, ragazzo mio, ma questa è la magia del Natale!-
-Scusate, ma tutta questa storia mi sembra molto tirata per i capelli, ma voi siete proprio sicuri che è così?-
-Assolutamente, caro, Babbo Natale esiste e tutti i bambini buoni ci credono-
-Guardate che io mi fido di voi, e se dite che è così ci credo, ma voglio la verità-
-La verità è che Babbo Natale si arrabbierà se continui a fare domande impertinenti, e se scopre che non credi in lui potrebbe anche non portarti nessun regalo-
-Ma allora esiste proprio?-
-Ti abbiamo detto di sì, e ora vai a letto-
-Sicuri sicuri sicuri?-
-Sì-
-Va bene. Scusate se per un attimo ho dubitato della vostra sincerità, ma davvero tutta questa storia mi sembra pazzesca-
-È vero, ma di noi puoi fidarti, lo sai-
-Sì, avete ragione. Grazie a tutti e due. Ora vado a scrivere la letterina a Babbo Natale-
...
...
...
-Certo che l'abbiamo scampata bella-
-Non so quanto ancora avrei resistito-
-Senti, cara. Ormai comincia ad essere grandicello. Non sarebbe il caso di dirgli la verità?-
-Ma sei matto! Vorresti rompergli la magia del Natale?-

giovedì 27 novembre 2008

la scelta di Annapurna - 2

Il reddito, si sa, è l'indicatore più comunemente usato dagli economisti nello stilare le classifiche di benessere fra i vari paesi. Questo approccio è spesso criticato come inadeguato, e con buoni motivi, ma in realtà nessun economista è davvero così ingenuo da pensare che reddito e benessere coincidano: il fatto è che tale indicatore da un lato fornisce una misura facilmente effettuabile e confrontabile sincronicamente (fra diversi paesi o popolazioni) e diacronicamente (lo stesso paese in periodi diversi); da un altro lato tale indicatore è strettamente correlato con gli altri indicatori di benessere (ad esempio aspettativa di vita e livello di istruzione) e quindi può essere un'utile scorciatoia.

Detto questo, e anche a prescindere dalle considerazioni sull'ineguaglianza che a volte tali stime nascondono, è chiaro che avere più soldi di un'altra persona non comporta automaticamente lo stare meglio. Il fatto è che nessuno vuole il denaro solo per il denaro, ma lo vuole per le cose che il denaro può comprare. Ebbene, il denaro può comprare molte cose, quasi tutto, ma vi possono anche essere circostanze in cui a una persona occorre molto più denaro di un'altra persona per vivere una vita egualmente soddisfacente. Ad esempio, le persone che hanno un'handicap fisico dovranno "compensare" la propria invalidità e spendere molto più denaro per fare le stesse cose che a un'altra non costano nulla (dovranno acquistare delle protesi che gli permettano di camminare e avere una certa libertà di movimento). È questa la ragione che sta dietro ai sussidi e agli altri "privilegi" (come i parcheggi riservati) che vengono accordati ai disabili (il che pare ovvio, ma è una grande conquista di civiltà). Oppure, uno può avere molti soldi, ma vivere in un paese che non gli permette di sfruttarli al meglio: si compra una Ferrari ma non può usarla perché le strade sono tutte in dissesto e nessuno le ripara; essendo sterile vorrebbe riprodursi grazie alle tecniche di inseminazione artificiale, ma non può perché qualche genio l'ha proibito...

Potrebbe sembrare meglio, allora, misurare direttamente lo stato di soddisfazione delle persone: questo è l'approccio "utilitarista". Nell'etica utilitarista il valore di un'azione si misura in base alla differenza fra le conseguenze piacevoli e quelle spiacevoli dell'azione: quando le conseguenze piacevoli superano quelle spiacevoli quell'azione è da considerarsi giusta, a meno che non esiste un'alternativa ancora più vantaggiosa. In quest'ottica un ipotetico governo dovrebbe badare solo a rendere allegri e contenti i suoi cittadini, e proteggerli dall'infelicità.

Ci sono però molti problemi con l'utilitarismo: intanto come fare a misurare una cosa soggettiva come la felicità individuale? Poi come riuscire a prendere in considerazione tutte le conseguenze, piacevoli o spiacevoli, di un'azione (cosa evidentemente impossibile)? Anche se si superassero questi problemi pratici, ve ne sono altri di natura più sottile. Cos'è la felicità? È semplicemente il proprio stato di soddisfazione momentaneo? Un eroinomane in sballo perenne è la persona più felice del mondo?

Gli esseri umani, poi, hanno sorprendenti capacità di adattamento, anche alle condizioni di vita più miserevoli, ma spesso non si rendono conto di come le cose per loro potrebbero essere diverse, o non vogliono rendersene conto, proprio perché ne soffrirebbero. La volpe, una volta resasi conto che non riuscirà mai a raggiungere l'uva, decide di auto-ingannarsi e di credere che in fondo l'uva non l'aveva mai voluta ("tanto era acerba"). Ma allora, dal punto di vista utilitarista, sarebbe meglio mantenere gli uomini nell'ignoranza riguardo al loro stato, in modo che siano più felici?

Una terza opzione, quella liberale, propone di guardare non tanto allo stato di soddisfazione soggettivo delle persone, ma alla loro materiale condizione di vita: sta meglio quella persona che è più libera di condurre il tipo di esistenza che effettivamente desidera. Secondo Amartya Sen, il massimo benessere coincide con il massimo ampliamento di quelle che chiama "capacitazioni" (capabilities), che distingue dai "funzionamenti": il funzionamento è quello che una persona sceglie (a volte come unica alternativa possibile) di fare, mentre le capacitazioni sono l'insieme delle scelte alternative a disposizione di un individuo. Un esempio dovrebbe chiarire la questione: io posso scegliere di digiunare perché è l'unico modo che ho per riuscire a pagare l'affitto, oppure perché voglio mantenere il mio peso forma. Il funzionamento è lo stesso, ma le capacitazioni sono diverse: benché in entrambi i casi io resti a digiuno, nessuno direbbe che il mio stato di benessere è simile nei due casi.

La felicità è in fondo un affare privato, una questione di responsabilità personale che non riguarda la collettività, e quindi non sarebbe logico aspettarsi che uno Stato se ne occupi direttamente: quello che un governo può fare è garantire a tutti le stesse possibilità, e di non limitarle. Anzi, ampliare il più possibile il campo di scelte a disposizione di ciascun individuo.

Da notare che il tipo di liberalismo teorizzato da Sen è diverso da quello degli anarco-liberisti e che consiste nel semplice "lasciar fare". La libertà non è concepita solo "negativamente" (soprattutto come "assenza di Stato"). Anche se nessuno mi proibisce di agire in un certo modo, infatti, non è detto che io ne abbia la reale possibilità. Una persona povera e invalida ha teoricamente gli stessi diritti di qualsiasi altra persona, ma si può davvero sostenere che è altrettanto libera?

In questo senso, c'è spazio per lo Stato di agire per il benessere dei suoi cittadini, non in modo paternalistico proteggendoli da ogni eventuale dispiacere, ma ampliandone le libertà, e quindi anche le responsabilità.

mercoledì 26 novembre 2008

la scelta di Annapurna

Da Lo sviluppo è libertà di Amartya Sen, liberamente tradotto da me:

Annapurna vuole che qualcuno pulisca e sistemi il giardino, che ha sofferto per la passata incuria, e tre lavoratori disoccupati si offrono per l'impiego: Dinu, Bishanno, e Rogini. Può assumere uno qualsiasi dei tre, ma il lavoro è indivisibile e non può essere spartito. Ognuno di loro, inoltre, farebbe il lavoro altrettanto bene degli altri due e allo stesso prezzo, ma siccome Annapurna è una persona sensibile, si chiede a chi sarebbe giusto assegnarlo.
Viene a sapere che, mentre tutti sono poveri in qualche misura, Dinu è il pù povero del trio, come ciascuno riconosce, e questo rende Annapurna incline ad assumere lui ("Cosa può esserci di più giusto che aiutare il più povero?").
Viene a sapere anche, però, che Bishanno ha recentemente sofferto un tracollo finanziario e che è il più insoddisfatto riguardo alla propria situazione (mentre Dinu e Rogini sono abituati al loro stato di miseria). Ciascuno riconosce che Bishanno è il più infelice e che quindi riceverebbe il maggiore beneficio psicologico dall'assunzione, e questo rende Annapurna incline anche ad assumere lui ("rimuovere l'infelicità è la cosa più importante").
Ma ad Annapurna viene anche detto che Rogini soffre di una malattia cronica (stoicamente sopportata) e che potrebbe usare il denaro guadagnato per liberarare se stessa da un terribile male. Nessuno dice che sia la più povera del gruppo, e neanche la più infelice, visto che convive piuttosto serenamente con la propria disabilità, abituata com'è ad una vita di privazioni (viene da una famiglia povera ed è stata educata, in quanto giovane donna, a non nutrire vane ambizioni). Annapurna si chiede però se non sia più giusto dare il lavoro a lei ("farebbe la maggiore differenza rispetto alla qualità della vita").

Al posto di Annapurna, noi cosa faremmo? A cosa daremmo la priorità? Al fatto nudo e crudo del reddito, all'infelicità soggettiva (misurata magari con un rilevatore di endorfine), oppure alla qualità della vita misurata con parametri oggettivi?
La risposta a questa domanda, ovviamente, presuppone diverse concezioni del benessere, e anche dell'intervento politico volto ad aumentare il benessere. Qual è il compito del governo: renderci più ricchi, più felici, o più liberi?

mercoledì 19 novembre 2008

vinca il migliore!

Così, per gioco, dalle pagine del New York Times diversi mesi fa il famoso linguista e scienziato cognitivo Steven Pinker, recensendo un libro di psicologia morale, aveva posto la seguente domanda ai suoi lettori: quale di questi tre personaggi del '900 ritenete più degno della vostra stima e ammirazione: madre Teresa di Calcutta, Bill Gates, o Norman Borlaug?Supponendo di svolgere il classico sondaggio fra la "gente comune", credo che sarebbero in pochi a preferire Bill Gates a Teresa, mentre per il terzo personaggio la reazione più probabile sarebbe: "ma chi cazzo è Norman Borlaug?". Eppure facendo un po' di conti sarebbe facile constatare che l'antipatico e monopolista Gates, attraverso le sue opere di beneficenza, ha salvato e sta salvando molte più vite umane di quante ne avrebbe mai potute salvare Teresa. E si noti che non si tratta di un'opinione, ma di fatti.

Anche senza scomodare le controverse inchieste del noto giornalista anti-clericale Christopher Hitchens, è ad esempio un fatto che quelli che Teresa gestiva non erano ospedali o strutture sanitarie moderne attrezzate in vista dell'obiettivo primario di guarire e alleviare le sofferenze dei malati, ma semplici lazzaretti, dove i più poveri fra i moribondi avevano diritto a un letto e poco altro. Non dico che non sia un'opera meritoria, ma se avessi vinto al SuperEnalotto e volessi regalare un milione di euro a qualcuno, forse penserei a qualcosa di diverso e più concreto.

La Fondazione di Bill e Melinda Gates, d'altra parte, spende circa due miliardi di dollari l'anno in progetti mirati principalmente allo sviluppo agricolo nel Terzo Mondo e alla lotta alle malattie endemiche (Aids e malaria), e con criteri ispirati alla massima efficienza degli investimenti effettuati. Liberissimi di pensare che Bill Gates è il diavolo in persona e di odiarlo a morte per le torture che ci hanno inflitto i suoi sistemi operativi, liberi anche di considerare la sua carità come un'operazione di facciata a scopo pubblicitario, ma quei soldi (e si tratta di una enorme quantità di soldi) salvano vite umane, e anche questo è un fatto.

Quanto a Norman Borlaug, non è certamente il più noto del trio, ma è anche considerata la persona che nella storia ha salvato il maggior numero di altri esseri umani, il che non è un merito da poco.

Questo dimostra semplicemente che nelle nostre valutazioni morali, più che la ragione, entra spesso in gioco un istinto che bada più alle apparenze che ai risultati concreti: dopotutto Teresa è una fragile e minuscola donna vestita con un modesto sari bianco e azzurro e circondata da lebbrosi, mentre Bill Gates è solo un nerd occhialuto con un sacco di soldi, quindi si fa fatica a pensare a lui con un'aureola in testa.

L'esempio di Pinker però può essere replicato anche con altre modalità: immaginando, sempre per gioco, di avere risorse limitate (come in effetti sono) a quale di questi tre progetti pensate che uno Stato dovrebbe dare la priorità?

  1. Messa in sicurezza degli edifici nelle aree sismiche;
  2. Sistemi per immobilizzare i bambini nelle automobili;
  3. Aggiunta di cloro all'acqua potabile.

Se venisse indetto un referendum, non ho idea di cosa verrebbe fuori, ma ritengo probabile che la scelta degli elettori sarebbe influenzata da molti fattori che di razionale non hanno molto: i terremoti fanno paura, i bambini vengono prima di tutto, mentre l'acqua con l'aggiunta di cloro... ha un cattivo sapore. Ma può anche essere utile sapere che il costo calcolato in dollari, per anno di vita guadagnato, dei suddetti interventi, è nell'ordine questo: 18.000.000, 73.000, 3.100.

Traggo queste cifre dal libro L'ambientalista scettico, di Bjorn Lomborg, il quale è anche il fondatore del Copenaghen Consensus Center, una istituzione il cui scopo è proprio quello di stabilire le priorità nella lotta ai flagelli del pianeta tramite rigorosi metodi economico-scientifici ispirati all'ottimizzazione delle risorse (e che è molto criticata per aver assegnato una bassa priorità alla lotta contro il riscaldamento globale).

Ma visto che stiamo giocando, e non vorrei mai scrivere un post troppo serio, continuiamo a giocare. Cosa preferireste mettere sotto l'albero di Natale? Cioccolata equa e solidale della Coop, oppure la Barbie made in China? Sembra che non valga la pena di rifletterci: comprando cioccolata solidale, e magari anche biologica, aiutiamo gli agricoltori del terzo mondo a sopravvivere alla concorrenza delle terribili multinazionali, mentre la Barbie è stata sicuramente montata da un bambino cinese in condizioni di lavoro che.. brrr.

Già, ma se nessuno gli compra più le bambole quel bimbo cinese di cosa camperà? Nessuno ha costretto la sua famiglia a mandarlo a lavorare, esclusa la fame, il che significa che le alternative non devono essere migliori. Ci avevate pensato? E sapevate che meno del 10% del sovrapprezzo sulla cioccolata va ai teorici beneficiari (i produttori) mentre il resto viene spartito fra distributori e venditori? Avete pensato che acquistando un prodotto a un prezzo superiore a quello di mercato ne incentivate la produzione, contribuendo ad abbassarne ulteriormente il prezzo di mercato e così danneggiando tutti gli altri che non godono di quella certificazione? E siete sicuri che i criteri con cui quella certificazione viene assegnata siano del tutto trasparenti e non siano viziati ad esempio da pregiudizi politici (cooperative vs. imprese familiari)? Avete pensato che la coltivazione biologica a parità di resa deve occupare molto più terreno intensificando lo sfruttamento del suolo?

Divertente, vero? Allora continuiamo a giocare: voi chi buttereste giù dalla torre?

Pecoraro Scanio o Umberto Veronesi?
Vandana Shiva o Florence Wambugu?
Jeremy Rifkin o Muhammad Yunus?
José Bové o i fratelli McDonald?*
Naomi Klein o Hernando De Soto?
Carlo Petrini o Ingo Potrikus?
Luca Casarini e Francesco Caruso oppure Sergey Brin e Larry Page?

ecc... ecc...

*Thomas Friedman ha osservato che nessun paese con all'interno un McDonald's ha mai attaccato un altro paese dove è presente un McDonald's.

giovedì 13 novembre 2008

ma perché ce l'ho con Vandana Shiva?

Io mi sono divertito a prenderla in giro, ma se volessimo parlarne seriamente, c'è chi può farlo molto meglio di me. Utile quindi qualche segnalazione.

Cominciamo dall'ottima Anna Meldolesi (anche autrice di Organismi geneticamente modificati. Storia di un dibattito truccato), qui, qui e qui (ce n'è anche per Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food).

Proseguiamo con Roberto Defez e con Antonio Pascale.

Facciamo una visita a quest'altro ottimo blog dedicato alle biotecnologie.

E infine spostiamoci oltreoceano per Michael Fumento.

Per ora penso possa bastare. Buona lettura.

lunedì 10 novembre 2008

la maledizione del caso e l'11/9

A una partita di pallacanestro il campione della squadra locale, che finora non si è prodotto in una performance particolarmente buona, infila quattro canestri di seguito e da lunga distanza. Lo speaker della partita commenta che finalmente il nostro giocatore “ha preso la mano”. In realtà alla fine della partita, facendo il conto fra tiri tentati e canestri effettuati, vediamo che siamo di fronte a una distribuzione puramente casuale, equivalente a quella di un lancio di monete.

Lo stato di Freedonia dichiara guerra alla vicina Sylvania, e il giorno dopo i giornali titolano che l’euro ha perso due centesimi del suo valore sul dollaro “a causa delle tensioni internazionali”. Alla fine della guerra un corrispondente apprezzamento dell’euro viene attribuito alla ritrovata stabilità. In realtà durante tutto il periodo preso in considerazione il valore dell’euro sul dollaro ha continuato a scendere e salire in maniera totalmente casuale e imprevedibile.

Il signor Esposito accende un cero in chiesa per la Madonna, chiedendole la grazia di una vincita alla lotteria. Il giorno dopo realizza un bel terno al lotto, e con i soldi vinti decide di costruire una cappelletta privata in ringraziamento alla Vergine. Il signor Esposito dimentica, nella sua gratitudine, che la Madonna non è stata altrettanto buona con migliaia di altri suoi fedeli che le avevano chiesto lo stesso favore, anche con maggior ardore e devozione, e che sono rimasti delusi.

L’essere umano sembrerebbe essere geneticamente inadatto a percepire la casualità, e geneticamente programmato, al contrario, a scambiarla per causalità. Questo è in sintesi il tema principale dei libri, molto interessanti, di Nassim Nicholas Taleb: Giocati dal caso e Il cigno nero.

Taleb di professione fa il trader (compra e vende titoli o azioni in Borsa) e applica le sue riflessioni soprattutto al campo della finanza. Spiega in maniera molto chiara e convincente come mai essere miliardari non significa necessariamente essere dei maghi della finanza: spesso si è solo fortunati, e altrettanto spesso scambiare la fortuna sfacciata per una propria presunta superiorità può condurre alla rovina. Potrebbe essere il caso ad esempio di uno che, ingannato dalle serie di risultati positivi ottenuti applicando sempre la stessa strategia, continui ad applicarla investendo somme sempre più grosse, fino a che il destino non gli porta via in un giorno solo dieci volte di più di quello che ha guadagnato in cinque anni.

Questo accade anche perché gli esseri umani sono programmati (giustamente) per imparare dall’esperienza, mentre non sono altrettanto preparati ad aspettarsi l’inaspettato, “il cigno nero”, ovvero l’evento raro che non si è mai verificato ma che è comunque possibile e sempre in agguato dietro l’angolo. Si tratta in fondo della stesso atteggiamento che è alla base del bias di conferma, di cui ho già parlato qui.

I libri di Taleb aiutano a capire anche molti aspetti dell’attuale crisi economica, ma non è questo, per me, il loro principale interesse: la mancata percezione della casualità è un fenomeno che può essere ritrovato sempre laddove vi è della cattiva scienza. Prendiamo il caso dei rimedi alternativi contro il cancro: coloro che vendono questi prodotti sono soliti presentare, nelle loro inserzioni, la testimonianza di qualcuno che è guarito grazie ai loro ritrovati. Anche senza mettere in dubbio la buona fede di tali testimonial (che potrebbero avere un interesse), queste dichiarazioni sono purtroppo destinate a convincere più la parte emotiva del nostro cervello che la nostra ragione, inadeguata a percepire la “distorsione da sopravvivenza” qui presente. Nessuno di questi ciarlatani, difatti, ci parla di coloro che hanno provato gli stessi rimedi e sono morti. È un po’ come se io, dopo aver lanciato 100 volte di seguito 10.000 monete diverse, prendessi quella che è caduta più volte dal lato “testa” e sostenessi che quella moneta ha una particolare propensione a cadere da quel lato.

L’undici settembre secondo Taleb è proprio un cigno nero, un evento che nessuno era in grado di prevedere basandosi sulle esperienze passate (non cinematografiche, almeno). Per questo rischiano di essere fuorvianti le critiche di chi esclama “ma come hanno potuto farsi fare una cosa del genere sotto il naso”? Vengono spesso citate circostanze (come il “Phoenix Memo”) che sembrano indicare una qualche negligenza da parte degli apparati di sicurezza, ma ci si dimentica che quelle circostanze potevano essere percepite come rilevanti solo dopo l’evento, non prima. È sempre facile, dopo la catastrofe, andare in cerca delle avvisaglie, ma la verità è che se la catastrofe fosse stata prevedibile sarebbe (probabilmente) stata evitata. Alcune considerazioni di Taleb intorno all’11/9 possono essere lette qui.

Ma l’errata percezione del caso è una sindrome che, approfondendo l’esempio di Taleb, può essere rintracciata in tutte le varie teorie cospirazioniste che riguardano l’11 settembre. Un esempio estremo può essere rintracciato in questo articolo, che contiene appunto una “applicazione” del calcolo delle probabilità all’11/9.

L’autore dell’articolo individua 22 proposizioni diverse che descrivono gli eventi di quel giorno e assegna a ciascuna di esse (in modo del tutto arbitrario) una probabilità del 10%. Alcuni esempi di tali proposizioni sono:

2. quattro gruppi di musulmani salgano a bordo di quattro aerei negli Stati Uniti lo stesso giorno senza destare sospetti.

7. i dirottatori volino da un'altra città fino all'aeroporto in cui pensano di mettere in atto l'operazione di dirottamento solo due ore prima che il loro piano inizi.

8. le autorità militari USA pianifichino, esattamente per la data degli eventi delittuosi, giochi di guerra ed esercizi che includono la simulazione di dirottamenti aerei con l'obbiettivo di colpire edifici governativi.

10. i passaporti dei dirottatori siano trovati nei luoghi d'impatto, nonostante le macerie e la mancanza dei corpi.

17. cinque individui armati solo di coltelli tengano in ostaggio cinquanta adulti in un aereo.

[...] La probabilità complessiva dei suddetti eventi è il prodotto delle singole probabilità o 0,1^22 (0,1 elevato all'esponente 22). Questa cifra è così piccola che, praticamente, si approssima allo zero.


In questo modo si potrebbe dimostrare tutto: che non solo l’11/9, ma neanche la battaglia di Waterloo è mai avvenuta come ci raccontano; che una qualsiasi delle nostre giornate (calcolando la probabilità di ciascuno dei micro-eventi di cui è composta) è impossibile; o anche che nessuno di noi in realtà è mai nato, contando la probabilità che fra tutti gli spermatozoi di nostro padre sia stato proprio quello che ci ha generati a fecondare l’ovulo di nostra madre, moltiplicata però per ognuno dei nostri antenati; oppure si potrebbe usare lo stesso identico metodo per mostrare che una cospirazione governativa è altrettanto improbabile, se non di più (calcolando ad esempio le probabilità che ciascun partecipante al complotto non si lasci sfuggire niente, moltiplicata per le migliaia di persone che dovrebbero necessariamente avervi preso parte).

Questo approccio è particolarmente ridicolo e facile da smontare perché esplicito. Ma se guardiamo bene le stesse considerazioni sono all’opera, in forma implicita, in molte altre asserzioni dei cospirazionisti. Ci si meraviglia con Steven Jones (un fisico evidentemente poco avvezzo al calcolo delle probabilità) del fatto che tre grattacieli nel centro di Manhattan siano caduti nello stesso giorno a causa degli incendi, sostenendo che questo è tanto improbabile che non può essere vero:

prima (o a partire da allora) nessun edificio del genere in acciaio è mai crollato completamente a causa di incendi! [...] Che sorpresa, dunque, un evento del genere nel centro di Manhattan – tre grattacieli collassati completamente lo stesso giorno, l’11 settembre 2001.
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1683


Steven Jones commette però l’errore di considerare solo la probabilità pura dell’evento, e non quella condizionata dagli impatti con gli aerei e gli incendi. È come se un avvocato difendesse il suo assistito, accusato di aver ucciso la moglie con la sua pistola, sostenendo che solo una minuscola percentuale di mariti in possesso di armi da fuoco finisce per uccidere la moglie. Dimenticando cioè che quel che conta non è la probabilità che un generico marito uccida la moglie con una pistola, ma la probabilità che “quel” particolare marito abbia ucciso la moglie, condizionata dall’evento che la moglie è stata effettivamente ritrovata uccisa con quella pistola.

Si insiste particolarmente sull’edificio 7 perché le analisi del NIST indicano che in quel caso non sono neanche stati i danni strutturali (a quanto pare non decisivi) subiti dall’edificio a causare il crollo, che quindi è crollato solo in conseguenza dell’incendio. Questa è in effetti una conclusione sorprendente, perché priva di precedenti storici: basta per concludere che è impossibile? Evidentemente no, perché come insegna Taleb (e prima di lui Popper) il semplice fatto che un evento non è accaduto prima non dimostra che non possa accadere, così come il fatto che tutti i cigni osservati finora siano bianchi non dimostra che non possa esserci un cigno nero (e si dà il caso che una specie di cigni neri esista davvero, in Nuova Zelanda).

Un altro aspetto della sindrome cospirazionista legato alla errata percezione del caso è il fatto di scambiare sistematicamente il rumore per genuina informazione. I cospirazionisti si rifiutano di considerare la semplice idea che uno qualsiasi delle migliaia di avvenimenti accaduti l’undici settembre possa non avere alcun significato, non essere altro che “rumore”. Ogni minuscolo evento è invece scandagliato alla ricerca di possibili indizi intorno alla cospirazione: i movimenti di borsa prima dell’11/9, del tutto normali, vengono descritti come operazioni sospette (è vero, qualcuno ha guadagnato dal crollo delle Borse, ma questo accade sempre). Tutto ciò che hanno detto e fatto gli attentatori nei giorni e nelle ore prima degli attacchi è considerato strano o incompatibile con la versione ufficiale. Perché alcuni attentatori, invece di partire direttamente da Boston, hanno viaggiato in macchina da Boston fino a Portland, hanno preso un aereo per Boston, e giunti di nuovo lì si sono imbarcati sul volo da dirottare? Probabilmente non lo sapremo mai, ma è davvero importante? Ci deve per forza essere un motivo se un passeggero, a bordo di uno degli aerei, telefonando alla moglie si è presentato con nome e cognome? Si può dire al massimo che è insolito, ma quante cose insolite accadono ogni giorno senza che nessuno ci faccia troppo caso?

Uno di questi dettagli che probabilmente non aggiunge nulla alla conoscenza degli avvenimenti, ma contribuisce solo al rumore che vi è attorno, viene addirittura presentato da Massimo Mazzucco come “la prova inconfutabile” dell’auto-attentato. In un filmato girato prima del crollo del WTC7 si vedono alcuni pompieri che corrono e avvertono gli altri che “the whole thing is about to blow-up” (“sta per scoppiare tutto”). Secondo Mazzucco queste parole possono significare solo che l’edificio era stato minato con cariche esplosive, e i pompieri ne erano a conoscenza (essendo quindi complici dell’attentato). La possibilità che i pompieri stiano usando un’espressione figurata, o impropria, o che addirittura stiano parlando di qualcos’altro viene scartata a priori. Che dire? Bisogna stare attenti a qualunque cosa si dica quando Mazzucco è nei paraggi...

Ancora: molti testimoni affermano di aver visto un aereo di linea dirigersi verso il Pentagono, e alcuni anche di averlo visto scontrarsi con la facciata. Che cosa fanno i cospirazionisti di fronte alle loro dichiarazioni? Le analizzano scrupolosamente, scartando tutto ciò che vi è di genuinamente significativo, e selezionando solo il rumore. Se, ad esempio, un testimone afferma di aver visto un aereo, e che questo aereo “era come un missile con le ali”, l’affermazione non viene vista come la prova che c’era un aereo, ma come la prova che c’era un missile. Inoltre, sebbene l’insieme delle testimonianze nel suo complesso avvalori la tesi dell’aereo, i cospirazionisti utilizzano alcune discrepanze contenute in alcune di esse (ad esempio sulla rotta effettivamente seguita) nel tentativo di screditare la versione ufficiale degli avvenimenti. È come se 100 testimoni diversi giurassero di aver visto Pierino rubare la marmellata, che però viene assolto perché i testimoni non sono tutti concordi sull’ora esatta in cui è avvenuto il furto.

Tutte le fallacie probabilistiche qui descritte non sono un sintomo di particolare stupidità: si tratta di bias cognitivi particolarmente difficili da riconoscere anche per individui altrimenti razionali, tanto da essere l’oggetto di una intera disciplina accademica, e cioè l’economia comportamentale, che in opposizione alla teoria neo-classica studia il comportamento concreto degli individui di fronte alle situazioni di incertezza, restituendo un modello più realistico del funzionamento dei mercati.

Il rimedio, però, è quello che dovrebbe adottare un qualsiasi ricercatore che non voglia diventare lo zimbello dei propri colleghi: non fidarsi del proprio istinto, e prima di annunciare al mondo di aver fatto una scoperta sensazionale fermarsi a riflettere, poi riflettere di nuovo, e poi riflettere ancora. A meno che, naturalmente, non sia perfettamente conscio di quel che sta facendo, e non stia appunto utilizzando i meccanismi sopra descritti a puro scopo propagandistico, proprio come un piazzista di “miracolosi” prodotti medicinali.

giovedì 30 ottobre 2008

fine corsa?

L'attuale situazione economica, oggettivamente non buona, sembra aver dato una bella iniezione di fiducia e autostima a coloro che di professione fanno il profeta di sventura. Costoro cominciavano quasi a disperarsi e a temere che tutto andasse bene, ma per loro fortuna anche un orologio fermo segna l'ora esatta due volte al giorno, e questo può essere uno di quei momenti. Tutti contenti per la felice coincidenza, si sono messi a cantare a voce più alta del solito la loro consueta litania. Leggiamo e commentiamo.

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

Cominciamo bene... ho riletto questa frase tre volte ma non riesco a convincermi, per quanto mi sforzi, che sia scritta in italiano. Non è solo la mia impressione, vero? Però ho capito almeno che l'argomento di cui si vuol trattare è molto importante. Speriamo che il seguito sia scritto meglio.

La prima considerazione-constatazione è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshootingda 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Queste parole mi ricordano qualcosa, ma non so cosa. Continuiamo, spigolando un po' qua e un po' là, e sperando che mi torni la memoria:

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta.

Notiamo che l'autore del pezzo si pone tra i pochissimi eletti che conoscono la situazione. Notiamo anche che la sua è una conoscenza, non una supposizione: lui sa.

Per esempio perfino l'opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi "corriamo il rischio" della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

L'autore del pezzo è più avanzato, intellettualmente e culturalmente, di coloro che sono più avanzati, è iper-avanzato. Praticamente scaduto.

[Occorre] Pianificare gl'interventi sull'unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un'architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l'orizzonte temporale della programmazione degl'interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

Speriamo almeno che sia democratica, ma può andar bene anche un bel regime dittatoriale di stampo sovietico, anzi, forse è pure meglio.

Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati.

Allora rimbocchiamoci le maniche, compagni.

Non abbiamo altri trent'anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Contrordine, compagni. Spariamoci in testa e facciamola finita.

Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti.

Continuo ad avere questa sensazione di deja vu.

Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Ah, ecco perché non si vede. Devo ricordarmi di inviare 100 euro a Pandora Tv.

Non stiamo discutendo dell'eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell'ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell'ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Visto che la classe operaia non ha sterminato i capitalisti, che era il compito assegnatogli dalla storia, toccherà tornare ai vecchi sistemi. Che ne pensate di un bel diluvio universale?

Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Ho brutte notizie per te, compagno. Fra quelli che "resisteranno", e non sottosteranno alle tue condizioni e discipline, ci sarò anch'io.

La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

E questo, evidentemente, è il modo in cui si pensa di vincere le resistenze al cambiamento.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso.

Assolutamente d'accordo. Un po' come chiedere a un dentista di estrarre una radice quadrata. E poi, scusami, quale equazione?

Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione

Ecco, mi sembrava.

nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

Vorrà dire che i 100 euro per Pandora non te li mando più. Ti spedisco un canestro di frutta, va bene?

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell'impronta umana sull'ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Ormai lo sanno per tutti: nel 2012, con l'arrivo di Nibiru.

Un'ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell'Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

Ok, parliamone. Prima di tutto diamo la fonte, visto che lui, da bravo giornalista, non lo fa:

http://shop.ceps.eu/downfree.php?item_id=1694

Appuriamo così, come già sospettavo, che quella cifra non rappresenta quanto le conseguenze del riscaldamento globale verranno a costarci annualmente, ma rappresenta il costo delle policy che i governi metteranno in atto nello sforzo (probabilmente inutile) di prevenire e mitigare il fenomeno del riscaldamento globale. Qual è la differenza? La si può ilustrare con una vecchia barzelletta:

Due bambini passeggiano in un bosco. Uno dice: "Ma perché fai schioccare le dita?"
L'altro: "Per far scappare le tigri!!"
Il primo: "Ma in Italia non ci sono tigri!"
E l'altro: "Allora funziona bene!"

Va bene, io sono un eco-scettico, mentre voi siete liberissimi di pensare che quella spesa è ampiamente giustificata. Bisognerebbe perlomeno ammettere però che il modo migliore per convincere uno scettico sulla necessità di una grossa spesa non è enfatizzarne l'entità. Anche perché si rischia di entrare in un circolo vizioso assai perverso.

Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

Ovvero: tutto ciò in assenza di tigri. Si immagini soltanto cosa accadrebbe se ci fossero davvero tigri in Italia.

Ma nel frattempo mi è tornata la memoria, e adesso riesco a spiegarmi la sensazione di deja vu che avevo. Deve essere a causa di questo:

"In ten years all important animal life in the sea will be extinct. Large areas of coastline will have to be evacuated because of the stench of dead fish." Paul Ehrlich, Earth Day 1970

"Population will inevitably and completely outstrip whatever small increases in food supplies we make, ... The death rate will increase until at least 100-200 million people per year will be starving to death during the next ten years." Paul Ehrlich in an interview with Peter Collier in the April 1970 of the magazine Mademoiselle.

"By...[1975] some experts feel that food shortages will have escalated the present level of world hunger and starvation into famines of unbelievable proportions. Other experts, more optimistic, think the ultimate food-population collision will not occur until the decade of the 1980s." Paul Ehrlich in special Earth Day (1970) issue of the magazine Ramparts.

"The battle to feed humanity is over. In the 1970s the world will undergo famines . . . hundreds of millions of people (including Americans) are going to starve to death." (Population Bomb 1968)

"Smog disasters" in 1973 might kill 200,000 people in New York and Los Angeles. (1969)

"I would take even money that England will not exist in the year 2000." (1969)

"Before 1985, mankind will enter a genuine age of scarcity . . . in which the accessible supplies of many key minerals will be facing depletion." (1976)

"By 1985 enough millions will have died to reduce the earth's population to some acceptable level, like 1.5 billion people." (1969)

"By 1980 the United States would see its life expectancy drop to 42 because of pesticides, and by 1999 its population would drop to 22.6 million." (1969)


È un bel record di previsioni errate, eppure questo Ehrlich è ancora oggi considerato un'autorità presso gli ambientalisti. Ehrlich è famoso anche per un altro motivo, cioè per una scommessa persa con Julian Simon: non sull'esistenza dell'Inghilterra nell'anno 2000, ma a proposito della scarsità di risorse naturali. Ehrlich scelse 5 metalli, e scommise che di lì a 10 anni il loro prezzo complessivo, aggiustato per l'inflazione, sarebbe salito. Simon scommise invece che sarebbe sceso. Simon vinse, e non ci fu nemmeno bisogno di calcolare l'inflazione, perché era calato il valore nominale dei metalli presi in considerazione. Ehrlich pagò a Simon 567 dollari.

Quindi, se volete spillare soldi a qualcuno, adesso sapete a quale gonzo rivolgervi.

martedì 28 ottobre 2008

la madre di tutti i complotti

A volte sono troppo ottimista. Avevo scritto, a proposito di Napoleone, che i testi che ne mettono in dubbio l'esistenza storica erano in realtà parodie, perché nessuno potrebbe mai prendere sul serio delle teorie così balzane, vero? Ho scoperto però che c'è chi dubita veramente che sia mai esistito... Carlo Magno.

In realtà dovremmo cancellare dai nostri libri di storia addirittura tre secoli, ovvero gli anni che vanno dal 614 al 911 d.C. Questo periodo non c'è mai stato, è tutta una contraffazione – o riscrittura orwelliana – degli storici delle epoche successive, e questo in cui viviamo è in realtà l'anno 1710. Questa sarebbe, in sintesi, la "Phantom Time Hypothesis" (PhTH), dello studioso Heribert Illig (ed epigoni).

Naturalmente l'ipotesi ha dello sconvolgente perché quel periodo, benché non sia in effetti uno dei più conosciuti a livello di documentazione, è anche quello in cui si è plasmata la famosa "identità europea", quindi è un po' come se scoprissimo che la nostra infanzia non è mai esistita, e le nostre memorie create artificialmente. È il periodo in cui, secondo le tesi dello storico belga Henry Pirenne, finisce davvero l'era dell'antichità: a causa delle invasioni arabe si spezza l'unità del Mediterraneo, Occidente e Oriente diventano due civiltà – e due mondi – separati. Perduta la continuità e i legami anche solo virtuali con l'Impero Romano nella sua propaggine orientale, il centro del potere in Europa si sposta verso Nord, presso la corte dei Franchi, e con l'incoronazione di Carlo Magno da parte del papa viene sancito il rapporto di conflittuale allenza fra potere temporale e potere spirituale che condizionerà tutti i secoli futuri. Ebbene, niente di tutto questo è mai successo, secondo Illig e altri suoi epigoni. Su cosa si basa la straordinaria ipotesi?

Il principale indizio, pare, è il calendario gregoriano: quando Gregorio XIII lo introdusse nel 1582 al posto di quello giuliano per evitare il progressivo slittamento delle stagioni rispetto al calendario, vi fu un "salto" di 10 giorni (dal 4 ottobre si passò direttamente al 15). Ma secondo i calcoli di Illig, essendo l'anno giuliano più lungo di 11 minuti rispetto all'anno solare, e tenendo conto che esso venne introdotto nel 45 a.C., per ripristinare la situazione astronomica corrispondente all'epoca di Cesare lo scarto avrebbe dovuto essere di 13 giorni, e questi tre giorni in più corrispondono appunto ai tre secoli mancanti. In realtà il mistero è facilmente spiegabile, e lo spiega egregiamente lo stesso Gregorio XIII nella sua bolla Inter Gravissimas:

Abbiamo considerato che, per l'esatta celebrazione della festa pasquale secondo le regole stabilite dai santi padri e dagli antichi papi, in particolare Pio I e Vittore I, e dal grande concilio ecumenico di Nicea, occorre congiungere e stabilire tre cose: primo, la data esatta dell'equinozio di primavera; poi la data esatta del plenilunio del primo mese, quello che cade lo stesso giorno dell'equinozio o immediatamente dopo, e poi la domenica che segue tale plenilunio; e perciò abbiamo curato che non solo venisse restituito alla data antica, stabilita dal concilio di Nicea, l'equinozio di primavera, che aveva anticipato di circa dieci giorni e che il plenilunio pasquale tornasse alla sua data, dalla quale oggi dista di quattro giorni, ma anche che ci fosse un metodo razionale per il quale si evitasse che l'equinozio e il plenilunio pasquale si spostassero in futuro dalle loro sedi.
Affinché dunque l'equinozio di primavera, che dai padri del concilio di Nicea fu stabilito al 21 marzo, venga riportato a quella data, comandiamo e ordiniamo che dal mese di ottobre dell'anno 1582 si tolgano dieci giorni, dal 5 al 14 [...].

Quindi lo scopo della riforma era quello di riportare il calendario alla situazione in cui era al tempo del concilio di Nicea (325 d.C), appunto tre secoli e rotti dopo Giulio Cesare. Ma Illig sostiene che – al contrario di quanto Gregorio afferma – già al tempo dei Romani l'equinozio cadeva il 21 marzo, e quindi il concilio di Nicea non avrebbe fissato un bel niente.

Difficile seguire i complicati calcoli astronomici su cui si basano queste tesi, ma Illig ha naturalmente altre frecce al suo arco. C'è ad esempio la questione dei documenti falsi che sono stati fabbricati secoli prima del loro utilizzo ufficiale. Il caso più famoso è quello della donazione di Costantino: redatta, secondo le ricerche dell'umanista Lorenzo Valla che ne appurò la falsità, nell'VIII secolo, essa venne riesumata solo nel 1053 da Papa Leone IX per legittimare le mire di potere temporale della Chiesa. La spiegazione più "logica" per questo fatto è che quei documenti vennero redatti inizialmente per altri fini e in seguito utilizzati quando le condizioni politiche dell'epoca li resero nuovamente utili, ma questo e altri esempi di "gap" temporale si spiegano invece – secondo Illig – col fatto che quell'intervallo di tempo è inesistente.

La prima cosa che mi viene in mente, leggendo queste notizie, è il vecchio adagio secondo cui affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie e sinceramente, benché apprezzi gli sforzi di Illig anche per controbattere a chi gli pone di fronte le datazioni basate sul carbonio 14 e la dendrocronologia, non mi pare che le sue argomentazioni siano proprio schiaccianti. Ma anche provando a considerare seriamente l'ipotesi, per amor di discussione, direi che c'è anche un altro problema: l'entità di un complotto dovrebbe essere proporzionale al suo movente, ovvero se vogliamo davvero pensare a una cospirazione per fabbricare tre secoli interi di storia, con tanto di documenti e personaggi storici inventati di sana pianta, dovremmo anche trovare un movente altrettanto straordinario. Chi può aver fatto questo, quando, e spinto da cosa? Ebbene, mi pare proprio che Illig non dia risposte troppo convincenti neanche su questo.

La contraffazione avvenne intorno all'anno mille (703 nella PhTH), e gli artefici del complotto sono l'imperatore Ottone III di Sassonia, e il papa Silvestro II. E dietro a tutto questo ci sarebbe solo il desiderio, da parte di Ottone III, di regnare nell'anno mille dopo la nascita di Cristo, perché gli sembrava fico, mentre il papa, che era stato eletto proprio dall'imperatore, lo aiutò con le sue conoscenze astronomiche e matematiche. Non viene fonita una spiegazione, invece, del perché anche i bizantini, gli ebrei e gli arabi, che avevano le loro cronologie, le adattarono a quella voluta da Ottone III, ma pazienza.

Adesso Ottone aveva bisogno di riempire le dinastie di imperatori a lui precedenti, così venne inventata la figura di Carlo Magno, e si decise che costui era stato eletto imperatore del Sacro Romano Impero in un'altra data altamente simbolica, ovvero allo scoccare dell'800 d.C (mica può essere una coincidenza, no?). Il presente veniva così ridefinito quale frutto di un glorioso passato.

Brillante, ma c'è un altro problema da affrontare: come la mettiamo con Maometto? Il calendario islamico parte dal 622 d.C. (data della fuga di Maometto dalla Mecca, l'Egira), nella PhTH equivalente al 919. Ma come spiegare allora la miracolosa e pressoché istantanea diffusione dell'Islam? La questione viene risolta sostenendo che Maometto dev'essere fuggito dalla Mecca qualche decennio prima di quella data. Ma c'è addirittura chi ha notato che la distanza temporale fra il concilio di Nicea e l'Egira è esattamente di 297 anni (l'intervallo corrispondente alla PhTH) e collega quindi la figura di Ario con quella di Maometto. Questo spiegherebbe anche la rapida diffusione dell'Islam dove era prevalente l'arianesimo, cioè Spagna e Nordafrica. Ehm...

A me piacciono le teorie strampalate. Non si può mai sapere in anticipo quale sarà la prossima rivoluzione scientifica, quella che farà piazza pulita di tutte le nostre conoscenze ormai date per acquisite, e quindi sono contento che qualcuno abbia il coraggio di proporre tesi così innovative. E se non altro, per una volta non si tratta di un complotto ordito dagli ebrei... Ma uno dovrebbe anche avere l'onestà intellettuale di non innamorarsi delle proprie idee e non difenderle oltre l'indifendibile, cosa che non mi pare si possa dire di questo Illig.

Il quale ha, fra l'altro, epigoni ancora più bizzarri: uno di questi è Uwe Topper (quello che identifica Ario con Maometto), un altro ancora è Anatoly Fomenko. Fomenko – il quale ha il campione di scacchi Kasparov fra i suoi seguaci – sostiene, per non farla troppo lunga, che gli eventi storici che conosciamo sono tutti accaduti in un tempo molto più breve di quello che si pensa, e che in realtà molti eventi e personaggi sono lo stesso evento e lo stesso personaggio, con nomi e date cambiati. Così, tanto per fare un esempio, Gesù e papa Gregorio VII sono la stessa persona (ma anche il profeta Eliseo, l'imperatore bizantino Andronico I Comneno, san Basilio Magno di Cesarea, e l'imperatore Jingzong).

A che pro tutta questa falsificazione? Secondo Fomenko per occultare il fatto che la Russia (cioè l'impero romano, ma anche quello mongolo) dominava l'intero continente eurasiatico fino a pochi secoli fa, cioè fino a che la Russia non fu scalzata dal suo legittimo ruolo di dominatrice del mondo a causa delle menzogne e falsità fabbricate dai cattolici, naturalmente con l'aiuto e su istigazione degli... oh no, ancora...

lunedì 27 ottobre 2008

brucia, strega!

Torna prepotentemente d'attualità un pezzo che Harvey, il coniglio invisibile che mi fa compagnia, aveva scritto per gli amici di Luogocomune qualche tempo fa. Mi riferisco allo scambio privato di e-mail tra un certo Paolo Barnard, ex-giornalista di Report celebre soprattutto per aver litigato con Milena Gabanelli, e Marco Travaglio: scambio assolutamente privo d'interesse, se non fosse per il fatto che Barnard ha avuto il buon gusto di diffonderlo via web tramite vari siti di contro-informazione, e se non fosse per il fatto che ha suscitato un certo scalpore fra chi si abbevera a quelle fonti. Scopo dell'operazione pare essere quello di mettere alla gogna un ottimo giornalista di cronaca giudiziaria rivelando che... riempie i suoi articoli di menzogne e falsità? No, non è questo. Ha ricevuto mazzette da qualche politico per mettere a tacere uno scandalo? Nemmeno. Ha forse il vizio nascosto della pedofilia? Neanche questo.

Il reato di cui Travaglio viene accusato è quello di essere famoso, il che lo rende in automatico un uomo molto peggiore di Barnard, ma soprattutto quello di avere un'opinione differente dallo stesso Barnard su un tema che fra l'altro è piuttosto lontano dalle cose di cui normalmente Travaglio si occupa. Insomma, Barnard ci tiene molto a far sapere a tutti che Travaglio è (sedetevi)... filo-israeliano. Cosa che, fra parentesi, era tutto tranne un segreto che Travaglio taceva vergognosamente.

Ma siccome Travaglio è filo-israeliano, ci avverte Barnard, è da collocare fra i cattivi, fra i servi del sistema. Attenzione, gentili lettori, quando voi leggete il resoconto dei processi per corruzione subiti da Berlusconi e i suoi ministri, e magari credete di attingere a una fonte d'informazione libera, coraggiosa, e indipendente, sappiate che in realtà non state facendo altro che sorbirvi subdola propaganda sionista: Travaglio è un fantoccio degli ebrei e del Nuovo Ordine Mondiale. Il sionismo è come l'Aids: un virus potente ma infido, che si nasconde dove meno l'aspettate, che inganna il vostro sistema immunitario e quando vi accorgete del contagio è troppo tardi. Oppure un cancro da eliminare chirurgicamente, tagliando via tutto ciò che lo attornia senza pietà, prima che si diffonda nell'organismo.

Io sono sempre stato filo-palestinese. Ma oggi no. Oggi sono filo-israeliano, insieme a Marco Travaglio.

sabato 18 ottobre 2008

tre modi per sopravvivere alla crisi economica

  1. imparare a fare a meno di cibo e acqua. Sembra impossibile, ma si può fare. Come ci assicura questa signora, si può vivere di sola luce. L'energia pranica dell'universo rigenererà le nostre cellule senza bisogno di alcun contributo esterno.
  2. emigrare nella quinta dimensione (Earth prime), la quale è ancora notevolmente sottopopolata e ricca di risorse.
  3. beh...



P.S. Raccomando anche la lettura delle cinque parole magiche e delle Q&A.

sabato 11 ottobre 2008

domenica 5 ottobre 2008

e venne chiamata due palle

Non che Papalagi rappresenti un caso unico di commistione fra realtà e invenzione nella letteratura antropologica, e non è nemmeno il più famoso. Fra gli esempi più illustri si potrebbero forse citare Bruce Chatwin o Carlos Castaneda, ma se in questi casi il confine tra l'affabulazione letteraria e la bugia vera e propria rimane incerto, vi sono anche esempi piuttosto evidenti di pura e semplice ciarlataneria.

Ad esempio, la signora di cui parlerò oggi (no, non è quella della foto) si chiama Marlo Morgan, classe 1937, è americana di Kansas City, ed è l'autrice di un best-seller da milioni di copie tradotto in 17 lingue, dal titolo E venne chiamata due cuori (in originale Mutant Message Down Under), pubblicato per la prima volta (a proprie spese) nel 1990.

Prima di questo exploit Marlo Morgan faceva la rappresentante per una società di prodotti fitoterapeutici (la Melaleuca Inc.), pubblicizzando l'olio dell'albero del tè (ti tree oil) alle fiere di Kansas City, ma qualche anno prima aveva passato quattro mesi in Australia facendo volontariato presso una farmacia. Proprio da questa esperienza nasce l'idea di scrivere il libro.

Con questo intendo l'esperienza di piazzista: nel vendere il suo olio miracoloso, infatti, la Morgan comincia a raccontare ai potenziali acquirenti come durante la sua permanenza in Australia fosse stata rapita dagli aborigeni e costretta a compiere un lungo viaggio, e come gli aborigeni avessero curato le sue ferite ai piedi proprio utilizzando quello stesso olio che ora sta vendendo. La storia piace, incuriosisce i clienti, e così ogni volta che viene raccontata si arricchisce di particolari sempre più interessanti. Marlo Morgan inizia a distribuire copie dattiloscritte della propria narrazione insieme al materiale pubblicitario della Melaleuca Inc. (pare a insaputa di quest'ultima), e infine crea una società col figlio per pubblicare e distribuire l'opera, che nelle prime edizioni contiene al proprio interno, ancora, la pubblicità dell'olio.

Copio il riassunto dell'opera da qui:

E venne chiamata Due Cuori è il "viaggio" di una studiosa americana con gli aborigeni nel deserto australiano.
Un giorno Marlo Morgan, una studiosa statunitense in Australia per lavoro, accettò l'invito di una tribù di aborigeni a ritirare un premio. Dopo aver speso un sacco di soldi in vestito e albergo per presentarsi al ritiro del premio, con una jeep venne portata nel deserto australiano dove alcune donne aborigene le chiesero di togliersi vestiti e oggetti preziosi occidentali. Dandole un panno per coprirsi, davanti ai suoi occhi increduli ed esterrefatti bruciarono tutto ciò che l'americana aveva addosso.
Impossibilitata a tornare nella "civiltà" la donna inizia il "viaggio" nell'Outback australiano con la tribù aborigena che durante quattro lunghi e faticosi mesi percorrerà oltre 2000 Km a piedi nudi. Comincia così a conoscere la vita della Vera Gente, questo è il nome del popolo aborigeno [modesti, vero? ndr]. Incontra una cultura realmente collegata alla Vita e alla Terra dove l'individuo diventa un tutt'uno con la Natura e con il Cosmo.
La Morgan si accorge così che il premio offertole dalla tribù della Vera Gente è un dono impagabile e pieno di significato per la sua vita e per il futuro della razza umana. Per la prima volta una Mutante, (così vengono chiamati i bianchi perché si sono allontanati dalle leggi della Natura [carini, vero? ndr]), viene portata nei luoghi sacri degli aborigeni australiani dove le viene detto che gli aborigeni hanno deciso di auto estinguersi perché il loro tempo su questo pianeta è finito e i loro figli non possono avere un futuro.
Il suo nome presso la tribù diventa "Due Cuori" perché il suo cuore batte per i due mondi, quello dei Mutanti e per il popolo della Vera Gente e impara non solo a sopravvivere ma a conoscere le meraviglie della natura anche in un deserto che pare senza vita. Scopre che il Tutto si preoccupa di non far mancare il cibo ai suoi figli ma che loro si devono preoccupare di cercarlo. Impara a sentire, con l'energia delle mani, quando le piante sono pronte per essere mangiate, impara a cercare l'acqua con l'istinto e l'olfatto e a curare i malati con la medicina tradizionale aborigena. Scopre che la Vera Gente non festeggia i compleanni o le ricorrenze ma solo i momenti di crescita annunciandoli alla comunità.
Cigno Reale Nero, così si chiama il compagno spirituale che era destinata ad incontrare, le dà l'iniziazione e il compito di portare tra il popolo dei Mutanti il messaggio di rispetto per il futuro del Pianeta e per gli Umani.

Il messaggio che la Vera Gente affida a noi Mutanti è quindi che l'umanità è avviata verso l'autodistruzione, se prima non impara a vivere in armonia con la Natura. Ma scusate, se voi aveste un messaggio di capitale importanza da lasciare all'umanità, lo affidereste a una piazzista di Kansas City? E vi dareste la pena di rapirla e condurla con voi in un viaggio di 2000 km a piedi nudi, solo per dirgli una tale colossale banalità? non era più utile qualche indicazione più concreta sul come risolvere i nostri problemi? ad esempio sul come affrontare la crisi dei mutui sub-prime? o almeno, volendo restare nel terreno del puro spirito, la risposta definitiva all'ipotesi del continuo di Cantor? Invece niente, la Vera Gente fa tutta questa fatica solo per dirci qualcosa che avrebbe già potuto dirci un Pecoraro Scanio qualsiasi, senza andare in Australia.

Considerazioni queste che non devono aver fatto molto presa sui lettori, perché comunque il libro piace, vende, e comincia ad attirare l'attenzione degli editori. Inizialmente se ne occupa la Stillpoint Publishing, che dopo aver promosso il libro in lungo e in largo rinuncia però alla pubblicazione una volta che comincia a ricevere telefonate di protesta dall'Australia (c'è anche un problema con la laurea in Biochimica che la Morgan ha inserito fra le proprie credenziali, a quanto pare inesistente, e persino un sospetto di plagio). Il successo planetario arriva nel 1994 quando i diritti vengono acquistati dalla Harper Collins per 1.7 milioni di dollari (la riuscita dell'operazione si deve anche a un abile agente letterario in cerca di rivincita, che in precedenza si era fatto sfuggire sotto il naso nientemeno che La profezia di Celestino). La Morgan comincia a tenere conferenze nel mondo dove continua a raccontare le sue straordinarie esperienze con gli aborigeni.

Col successo, arrivano però anche i primi problemi. Notizie del libro infatti sono arrivate anche agli orecchi degli australiani, e ai rappresentanti delle comunità degli aborigeni. E gli aborigeni si incazzano, perché si accorgono subito della truffa perpetrata usando il loro nome. La Dumbartung Aboriginal Corporation ha ancora oggi un sito dove si denuncia la disinformazione contenuta nell'opera della Morgan: http://dumbartung.org.au/

Una volta analizzato alla ricerca di riscontri fattuali, infatti, il testo si rivela pieno di errori, e soprattutto privo della più elementare conoscenza riguardo ai costumi degli aborigeni. La Morgan ne descrive gli ornamenti floreali e animali dipinti sul corpo, o i braccialetti piumati: forse ha presente un film western con i pellerosse, perché tali ornamenti non fanno parte delle usanze australiane. La Morgan li descrive come dotati di una salute eccezionale, tanto che uno dei suoi istruttori è costretto a rompersi una gamba solo per farle vedere come si guarisce: oltre che ridicolo, questo è offensivo perché in realtà a tutti gli esperti sono note le precarie condizioni sanitarie degli aborigeni, e l'alto tasso di mortalità infantile. Soprattutto, gli aborigeni vivono in un regime di rigida segregazione dei sessi, di modo che a nessuna donna è permesso di assistere alle cerimonie sacre degli uomini, e viceversa. Quindi, se avesse davvero fatto le cose che dice di aver fatto, la Morgan sarebbe passibile di pena di morte sotto la tradizionale legge aborigena. E queste sono solo alcune delle incongruenze, che sono raccolte qui (tralascio di commentare i poteri paranormali attribuiti alla Vera Gente, come la telepatia).

Il realtà è il tono stesso del libro ad essere offensivo, tipicamente paternalistico e accondiscendente, sottilmente razzista. Razzista specialmente nei confronti degli aborigeni veri, oggi prevalentemente urbanizzati e in rapporto di necessaria mediazione con i "bianchi", contrapposti alla mitica "Vera Gente" descritta nel libro. Perché fra le righe del testo si potrebbe anche leggere che gli aborigeni che noi potremmo incontrare nel corso di un normale viaggio in Australia siano in realtà "finti", dei pupazzi addomesticati, e che la vera autenticità la si può trovare solo fra chi si nasconde dalla civiltà e rifiuta qualsiasi contatto.

Le proteste a un certo punto ottengono il loro effetto, perché nel 1996 la Morgan è costretta ad ammettere di essersi inventata tutta la storia e a chiedere personalmente scusa a una delegazione di aborigeni venuta apposta a trovarla. Purtroppo i comportamenti della Morgan successivi a questa dichiarazione non sono coerenti nel percorso di avvicinamento alla verità, e anzi la Morgan continua a tenere conferenze in tutto il mondo, e a scrivere altri libri sulla stessa falsariga, dove continua a mantenere tutta l'ambiguità possibile sulla realtà degli avvenimenti narrati.

Nel 1997 due aborigeni riescono a infilarsi a un meeting di presentazione del libro a Kobe (Giappone) e a prendere la parola, dicendo cose carine come:

Noi ti condanniamo, Marlo Morgan, come una bugiarda e una ladra spirituale. La tua storia è una fantasia new age inventata, e il tuo viaggio con la Vera Gente non è altro che una bufala [...] Possa questo valere come avvertimento per tutti gli stranieri che rubano e sfruttano la nostra cultura per scopi commerciali e religiosi, e possa la nostra gente continuare a lottare contro l'appropriazione della nostra cultura e spiritualità.

Tu, Marlo Morgan, hai fatto alla nostra gente una grave ingiustizia. Devi smettere di fare quello che stai facendo e ammettere il tuo inganno di fronte alle persone in tutto il mondo la cui fiducia tu hai tradito.

Quando i due finalmente vanno via (non senza aver prima aver fatto uno spettacolino musicale con didjeridoo e boomerang), la Morgan se ne esce con questa affermazione:

Quei due uomini sono già stati negli Stati Uniti nel 1996, allo scopo di assassinarmi. Adesso sono venuti in Giappone per lo stesso motivo, ma non riusciranno nel loro intento perché essi rappresentano tutto ciò che è cattivo, e io rappresento tutto ciò che è buono, e alla fine il bene trionfa sempre.

Ecco, giuro che se fossi stato presente l'avrei presa personalmente a schiaffi. Non per gli aborigeni, di cui francamente mi importa anche poco, ma perché una simile frase offende profondamente me, e dovrebbe offendere tutte le persone di intelligenza un po' più che infima.

Peccato che il "bene", quando rappresentato da persone come Marlo Morgan, rischi davvero di vincere. Il suo libro (e annessi seguiti) continua ad essere fra i più venduti nelle librerie, e continua ad essere spacciato come cronaca di avvenimenti reali. A tutt'oggi le parole di apertura del suo sito sono queste:

Vi sono alcune specifiche cose che ho imparato dal deserto australiano, e voglio ora condividerle con chiunque sia interessato nel lasciare che la sua anima ascolti e ricordi.

L'anima, mi raccomando, perché il cervello deve invece rimanere rigorosamente spento.