mercoledì 17 febbraio 2016

il mondo della vita agra



“Cosa si intende quando si dice che il governo deve istruire le persone? perché dovrebbero essere istruite? a cosa serve l'istruzione? Ovviamente a rendere le persone adatte alla vita sociale – a renderle dei buoni cittadini. E chi decide cos’è un buon cittadino? Il governo: non c’è altro giudice. Quindi la proposizione si può rendere così: un governo deve modellare i fanciulli trasformandoli in buoni cittadini, usando la sua  discrezione nello stabilire cos’è un buon cittadino e il modo in cui deve avvenire il passaggio da fanciullo a buon cittadino” (H. Spencer, Social Statics, 1851).  
L’eterna polemica su cosa sia meglio privilegiare fra cultura umanistica o cultura scientifica, fra liceo classico o scientifico, fra formazione teorica e intellettuale orientata al pensiero critico oppure pratica e manageriale finalizzata all’ingresso nel mondo del lavoro – polemica che in questi ultimi giorni è stata alimentata dal filosofo Umberto Galimberti nella sua rubrica su "D" di "Repubblica" – è naturalmente una falsa alternativa, dal momento che assume che ci sia qualcuno – diverso dal protagonista della formazione, il discente – che debba scegliere, che debba privilegiare l’una o l’altra idea di formazione e di scuola. 

La mia idea, come vado ripetendo ai miei 25 lettori da un paio d’anni a questa parte, è che la scuola e il sistema formativo non abbisognino di una riforma scritta da un manipolo di “saggi” nominati da un ministero i quali grazie alla loro lungimiranza ed esperienza sappiano individuare quelle che sono le necessità formative del presente e del futuro della società. Temo infatti che una tale “sapienza” sia impossibile da avere, così come in generale sono destinati a fallire tutti i disegni di ingegneria sociale calati dall’alto della politica, i vari tentativi di “aggiustare” la società come se fosse un semplice macchinario da oliare, e non un aggregato ingestibile formato da miriadi di volontà proprie. Come in molte altre cose, più che una riforma servirebbe un radicale smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, cominciando ovviamente dall’abolizione dell’obbligo scolastico. 

Si potrebbe pensare che sia sufficiente un ampliamento dell’offerta: in fondo oggi si può scegliere, appunto, fra classico, scientifico, o tecnico. Proprio le eterne polemiche dimostrano però che per quanta libertà si possa concedere al consumatore sia pur sempre presente e pervasivo un progetto di condizionamento delle scelte degli attori sociali, un inevitabile indirizzamento delle risorse economiche – pubbliche – in particolari direzioni a seconda dell’ideologia politica o dei paradigmi psico-pedagogici al momento in voga. Tutto, al di fuori dell’autodeterminazione e del libero mercato dell’offerta formativa, possibili solo impedendo allo stato di decidere al posto nostro su cosa è meglio per noi studiare e sapere. 

Detto questo, e se proprio dovessimo rimanere all’interno delle alternative classiche, trovo particolarmente irritanti le strategie argomentative volte a delegittimare i tentativi di adeguare, almeno, l’offerta formativa a quelle che sono le necessità del mercato del lavoro (non che la cosa possa davvero riuscire, come dicevamo sopra). Cosa della quale l’articolo di Galimberti offre un esempio piuttosto significativo, nella trasparenza con cui dietro l’apparenza della retorica emancipatoria e progressista emerge il disegno ideologico classista e repressivo. 

Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico, rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi oggi l’unico mondo, a scapito del modo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia. «Con la cultura non si mangia», diceva un nostro ministro dell’economia. Non è vero, ma anche se lo fosse, crediamo sul serio che un popolo possa migliorare e crescere, anche economicamente, senza cultura? 

Sostanzialmente Galimberti sostiene che è vera cultura solo ciò che è inutile, ciò che non serve a niente e che deve essere gustato solo in quanto fine a se stesso, per la sua bellezza intrinseca. In realtà, e a quanto pare totalmente privo di vergogna, egli vorrebbe addirittura insinuare che solo così, occupandoci dell’inutile, otterremo la chiave per dominare l’universo anche nei suoi aspetti più volgarmente pratici, mentre il mondo della tecnica continuerà gelosamente a custodire i suoi segreti e non rivelarli a coloro che si avvicineranno alla natura, appunto, con un approccio rozzamente tecnico e non mistico. Insomma, è una “ingenua illusione” che per capire la matematica e la scienza occorra studiare matematica e scienza (ed eventualmente frequentare un liceo scientifico). Dev’essere di questa idea anche Eugenio Scalfari, il quale recentemente ha tenuto a spiegarci, nel suo editoriale della domenica, il “vero” significato della scoperta delle onde gravitazionali, lui che ha capito le teorie di Einstein anche meglio di Einstein (tanto da piegarle a metafora dell’attualità politica, cosa certo non concessa a tutti i mortali).
Si tratta di un’idea della cultura che viene da lontano, molto classica e forse persino rispettabile se non fosse per l’ipocrisia che vorrebbe addirittura farcela digerire come “di sinistra”. Si prenda anche la retorica del filosofo Diego Fusaro, tanto per restare in tema di macchiette: il suo è un continuo attacco al mondo della tecnica, dell’economia, alla riscoperta di quelli che sarebbero i veri “valori” umanistici, dell’autenticità, della filosofia heideggeriana dell’essere. Non mi scandalizzerei troppo, se almeno Fusaro non si presentasse come vero interprete di Marx – di un marxismo impossibile dal quale è stata tolta ogni traccia di analisi economica, come nella proverbiale ricetta del risotto senza riso – e difensore dei deboli e degli oppressi (come quando si è fatto una vacanza in Grecia per sostenere il referendum anti troika). 

La vera utilità della cultura classica era stata rivelata e spiegata in modo chiarissimo dal sociologo statunitense Thorstein Veblen nel 1899, nel suo classico del pensiero La teoria della classe agiata, e nell'ambito della sua descrizione del fenomeno del “consumo vistoso”. In sostanza, la cultura delle classi ricche “deve” essere inutile e non produttiva per funzionare da segno di distinzione sociale, per marcare la differenza fra il ricco e il povero (significativo anche il disprezzo, in tal senso, con cui Galimberti parla dei prodotti culturali che si vendono troppo, non adatti a fungere da status symbol). È solo la necessità materiale, infatti, che spinge le persone a occuparsi di cose che potrebbero essere utili, in un più o meno lontano futuro, per praticare un mestiere. Chi il mestiere non ha necessità di praticarlo ha tempo per il greco e il latino. Il grosso vantaggio di questo sistema di distinzione è che è difficilmente contraffabile: mentre una borsa di Vuitton può essere copiata dai cinesi, non si può ottenere una buona istruzione classica a buon mercato. Occorre tempo, molto tempo sottratto al lavoro. 

Si tratta di un sistema perfettamente razionale e può essere detto a suo favore che  proprio come la moda o altri esempi di consumi vistosi – non è mai servito allo scopo di creare e perpetuare le diseguaglianze sociali, in ogni caso lasciando a ciascuno la libertà di perseguire il proprio interesse come meglio crede, ma solo allo scopo di registrarle, di renderle manifeste. È del tutto evidente che l'assorbimento di questo modello all'interno dell'istruzione di massa obbligatoria (che invece avrebbe o dichiara di avere proprio lo scopo di annullare le differenze e creare almeno un'uguaglianza delle opportunità) crea delle notevoli distorsioni nel sistema. Sempre usando il paragone con la moda, è un po' come se lo stato obbligasse le persone a risparmiare parte del loro stipendio per acquistare borsette di lusso, senza chiedersi se è quel che vogliono o di cui hanno bisogno, e con la differenza che una borsetta è almeno facilmente scambiabile con altri beni di prima necessità. 

La conseguenza a lungo termine di un'istruzione di massa così concepita è la creazione di quella che altri ha chiamato, con esplicito riferimento a Veblen, "classe disagiata", ovvero una classe di persone che nonostante abbiano le stimmate fornite da una buona educazione (spesso conseguita con notevoli sacrifici nonostante l'aiuto di stato) non riescono ugualmente ad emanciparsi dal punto di vista sociale  tanto meno dal punto di vista economico. Come i nobili decaduti di una volta, queste persone sono spesso disposte a saltare pranzi e cene ma non a rinunciare ai simboli del loro status, come un maggiordomo, oppure un contratto di collaborazione con una casa editrice per tradurre carmi alessandrini a due centesimi a cartella, pagamento dopo 12 mesi. 

Raffaele Alberto Ventura da buon apocalittico vede nella classe disagiata un modello di concorrenza malato conseguenza di tendenze inevitabili dello sviluppo economico, e che potranno avere il loro scioglimento solo nella catastrofe finale. Più ottimista, io ritengo che non ci sia nulla di intrinsecamente malato nella legge della domanda e dell'offerta, e molto di sbagliato nel tentativo autoritario di indirizzarla o contrastarla, e che proprio tali tentativi conducano a effetti socialmente disastrosi. 




P.S. Per chi fosse interessato a quello che scrivo anche fuori dal mio blog, ci sono due articoli per "L'indiscreto", uno su Socrate e uno su Isaac Asimov. Per il blog degli "88 folli" invece ho scritto un per me insolito pezzo a tema cinematografico, a proposito di Sentieri selvaggi di John Ford.

mercoledì 28 ottobre 2015

analfabetismo e vaccini


Ho scritto un nuovo post sul blog dell'Indiscreto col quale mi inserisco in quello che può essere considerato il grande argomento di questi giorni: il dibattito sui vaccini. Contiene una piccola storia della variolizzazione (ovvero la protezione dal vaiolo prima della vaccinazione), una polemica settecentesca fra Bernoulli e d'Alembert relativa al calcolo delle probabilità, e si conclude con la storia delle prime campagne di vaccinazione.

Devo dire che anche questo articolo mi ha dato soddisfazioni, ricevendo un'attenzione alla quale il tenutario di questo blog non è abituato. Ha suscitato pure qualche polemica, come era immaginabile visto che voleva proprio essere un post controverso, ma mi sembra anche che in linea di massima ne sia stato colto il senso (fra gli apprezzamenti particolarmente graditi registro quello di Marco Cattaneo).

Riassumendo un po' due sono gli eventi, accaduti di recente, che hanno contribuito a scatenare il dibattito: a Bologna una neonata è morta di pertosse, e prima ancora c'è stato l'allarme lanciato dall'Istituto Superiore di Sanità relativo alla sempre minore percentuale di persone che scelgono di vaccinare i figli, percentuale che sarebbe ormai scesa sotto la soglia di sicurezza e che quindi metterebbe a rischio l'immunità di gregge (cioè quella cosa che avrebbe protetto la neonata morta di pertosse, ancora troppo piccola per vaccinarsi). La reazione è stata quella abbastanza tipica del web: da una parte centinaia di post che spiegavano le ragioni e l'opportunità di vaccinare, alcuni ben argomentati, altri ricchi più di insulti che di argomenti e che secondo il mio modesto parere sembravano destinati più a stuzzicare il senso di superiorità intellettuale e morale degli autori che a fornire un servizio di pubblica utilità. Dall'altra parte un numero altrettanto consistente di post che rivendicavano la scelta di non vaccinare, in nome talvolta di un ideale libertario (al quale il sottoscritto sarebbe anche sensibile), più spesso in nome di ragioni pseudoscientifiche piuttosto discutibili.

Mi è sembrata una buona opportunità per discutere dei limiti della comunicazione scientifica e sul delicato rapporto fra scienza e democrazia. In realtà le ricerche che ho svolto hanno finito per prendermi un po' la mano, facendomi appassionare alla storia della variolizzazione e ai dibattiti del Settecento intorno a tale pratica, ma credo che i (due-tre) lettori che mi seguono da più tempo abbiano individuato quale fosse il vero argomento del post: non i vaccini ma una cosa di cui mi sono già occupato di recente e cioè il cosiddetto analfabetismo funzionale. Più esplicitamente, l'abitudine di attribuire all'ignoranza e a un'istruzione insufficiente quelli che al contrario dovremmo considerare gli effetti della scolarizzazione di massa e l'accesso universale alla cultura.

Credo sia una contraddizione che prima riconosciamo meglio sarà, in quanto destinata certamente a ripetersi e deflagrare in altri ambiti oltre a quello, particolarmente delicato per le ripercussioni sulla salute pubblica, dei vaccini. In altre parole dobbiamo imparare a comprendere e gestire gli effetti tuttora imprevedibili che l'accesso universale alla cultura e alla comunicazione scritta possono avere nel modificare gli equilibri e le gerarchie di competenza alle quali siamo abituati. Possibilmente senza tornare indietro a soluzioni autoritarie, basate sulla soppressione e sul controllo del dibattito.

Le mie riflessioni su questi diritti contrastanti – il diritto alla salute e quello del rifiuto delle cure mediche, ma anche il diritto all'istruzione e la libertà di espressione – potrebbero sembrare pessimiste ma io sono, nonostante tutto, un ottimista. Credo nella capacità della società di darsi un ordine spontaneo, tutto sommato razionale ed efficiente, e di creare da sola un sistema di incentivi che lasciando liberi gli individui di compiere le proprie decisioni sia anche in grado di tutelare se stessa. Credo molto meno in sistemi di regolazione della società vincolanti per gli individui e imposti dall'alto nel tentativo di costruire una macchina perfettamente funzionante.

In altre parole, e come ultima provocazione, direi che è naturale che finché esiste un obbligo scolastico, un obbligo alla convivenza forzata e allo scambio di germi fra fanciulli, debba esistere anche un obbligo alla prevenzione dalle malattie, per limitare quegli scambi. Una soluzione, certamente non a portata di mano, per eliminare questi antipatici inconvenienti potrebbe essere eliminare entrambi gli obblighi e creare un libero mercato della conoscenza. Insomma ci tornerò.

giovedì 1 ottobre 2015

aggiornamento

Ultimamente sto facendo il tentativo di uscire dai confini un po' angusti del mio blog personale e andare a cercare qualche lettore altrove.

Devo dire che il mio primo esperimento in tal senso, annunciato nel post che precede, mi ha dato molte soddisfazioni: ha raggiunto un numero di lettori che non sono abituato ad avere grazie alla grande quantità di condivisioni su Facebook, e cosa ancora più importante ha suscitato molte discussioni intorno all'argomento trattato. Oltre che su FB, per esempio, su Reddit, o Hookii, una community che non conoscevo e che mi pare assai interessante.

La sorpresa più piacevole è stata senz'altro quella di essere stato contattato dalla redazione di "Tutta la città ne parla" su Radio3 per essere intervistato sull'analfabetismo. Per un oscuro blogger che si è limitato a fare una ricerca e un po' di verifica delle fonti intorno alle cifre quotidianamente sparate relative all'analfabetismo funzionale è sicuramente un bel riconoscimento. La puntata se dovesse interessare si trova qui (il mio intervento comincia a partire dal minuto 38 circa): temo di non essere risultato particolarmente incisivo ma ho dovuto improvvisare delle risposte sul momento, essendo stato contattato appena un'ora prima della diretta (e non avendo potuto ascoltare gli altri ospiti).

Mi sono però sentito in dovere di approfondire il tema, quindi ho scritto un altro articolo, sempre per DudeMag, che si può leggere qui. Non ha avuto un successo paragonabile al precedente ma così è la vita: quel che ho tentato di spiegare comunque sono i motivi che stanno dietro all'allarme analfabetismo funzionale in Italia (e nel mondo), al di là della reale portata del fenomeno. Ovvero, cosa ci dice di noi la paura dell'analfabetismo del prossimo?

Su tutt'altro argomento, poi, ho scritto un articolo per un blog culturale nato da poco (ma che è l'erede di un periodico di carta degli anni Settanta e Ottanta), L'indiscreto. Si parla stavolta di filosofia della mente, una mia vecchia passione, ma a partire dal film Inside Out per interrogarsi sul ruolo degli omuncoli nelle spiegazioni sul funzionamento della mente. Oltre al film della Pixar sono riuscito a infilarci un bel po' di argomenti, dall'Iliade di Omero, a Platone e Aristotele, ai poeti stilnovisti, agli spermatozoi, agli automi giocatori di scacchi, alle topiche freudiane, sperando non risulti troppo confuso.

È probabile che prossimamente seguano altri esperimenti – adesso che sono uscito dall'anonimato del blog ci ho preso gusto – ma non credo che abbandonerò questo spazio perché ci saranno senz'altro cose che mi verrà voglia di scrivere ma che non saranno pubblicabili altrove. Nel frattempo spero di riuscire a mantenere un certo silenzio almeno per le prossime due settimane perché in realtà dovrei studiare per un esame. Devo prendere un diploma di archivista, paleografo e diplomatista, e il programma è piuttosto impegnativo. Quindi se vedete qualche mio delirio in giro è perché non sto facendo il mio dovere. A presto.

venerdì 11 settembre 2015

quanti sono gli analfabeti funzionali in Italia?


Ho scritto un nuovo post, dove cerco di rispondere alla domanda del titolo, ma nel quale soprattutto si cerca di capire cosa sia l'analfabetismo funzionale e perché se ne parla tanto. Questo post però lo trovate non sul mio blog ma su Dude Mag, che ringrazio per l'ospitalità concessami. Qui lo potete leggere. Se invece volete partecipare alla discussione su Reddit è qui.

domenica 16 agosto 2015

la fallacia delle fallacie


Vanno molto di moda gli elenchi di fallacie, se ne trovano moltissimi in internet, esistono anche molte pubblicazioni più o meno valide. Fra le valide non posso fare a meno di consigliare il recente libro di Francesco Rende, Manuale di autodifesa verbale, se non altro perché – credo in ricordo di tante discussioni avute in rete – mi cita fra i ringraziamenti. Per inciso, geniale mossa di marketing: ne ho comprate cento copie da distribuire ai parenti, prima di rendermi conto che forse non era proprio una cosa bella, vista anche la compagnia in cui mi trovavo (Guia Soncini, per dirne una). Una cosa che ho imparato nel corso degli anni, tuttavia, è che più le persone si fissano e si riempiono la bocca sulle fallacie di tipo logico più è probabile che non sappiano argomentare o anche solo ragionare in maniera corretta, oppure che siano in malafede.

Occorre ammettere che tali elenchi sono divertenti, se fatti bene anche interessanti. Dei dubbi sulla loro effettiva utilità pratica potrebbero sorgere se si considera ad esempio che un simile elenco è pubblicato in bella mostra anche nel sito che è la bibbia dei fuffari italiani, cioè luogocomune.net, un coso dove la gente parla di scie chimiche e su come l'undici settembre se lo siano fatti da soli gli americani. Se provate a parlare con un complottista, infatti, lo scoprirete allenatissimo nel rilevare le fallacie dei vostri ragionamenti: vi interromperà ogni cinque secondi accusandovi di usare lo straw man (fra l'altro presunta fallacia di recente invenzione, che non esiste negli elenchi tradizionali, da Aristotele a Schopenhauer), l'argomento ad hominem, quello ad auctoritatem, il piano inclinato, e chi più ne ha più ne metta. Mi viene in mente un aneddoto del filosofo – teorico dell'anarchismo epistemologico – Paul Feyerabend: durante il periodo della contestazione studentesca un gruppo di giovani ribelli venne da lui, che aveva una certa e meritata fama di anticonformismo, per chiedergli di dare lezioni di logica: "se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo prima imparare a pensare", "questa poi – rispose Feyerabend – o cosa diavolo c'entra la logica col saper pensare?".

Tutte queste persone sono convinte che occorre essere impeccabilmente logici nell'affrontare un argomento e lo ricordano in continuazione, salvo dimenticare di esserlo a loro volta quando è il loro turno di parlare. Non si può fargliene una colpa, del resto, perché mi sono infine convinto che è impossibile non usare fallacie in una conversazione, e anche che si tratta, almeno quando non se ne abusa, di modi perfettamente legittimi di ragionare. Le persone che si fissano sulle fallacie sembrano concepire una discussione come se fosse qualcosa che non ha nulla a vedere con le discussioni vere, che possiamo avere nella realtà, cioè come una specie di algoritmo il cui scopo è quello di derivare un teorema da determinate premesse. Viene in mente l'utopia leibniziana, in cui di fronte a qualsiasi divergenza di opinione due uomini avrebbero dovuto semplicemente sedersi a un tavolino con un abaco e dire con rassegnazione "ebbene, calculemos", magari con l'aiuto della notazione binaria.

Se il fine fosse quello di derivare conclusioni certe da premesse altrettanto certe ovviamente avrebbero ragione, solo che nessuna persona normale fa questo, di solito. Lo scopo di una discussione è convincere il prossimo del proprio punto di vista. L'apertura mentale che consiste nel riconoscere che anche la propria opinione potrebbe essere sbagliata è un presupposto abbastanza importante, così come quello che è possibile raggiungere una posizione condivisa diversa dalle precedenti, ma non va confuso con l'idea per cui la discussione è un esercizio matematico affine alla scoperta di nuovi teoremi da condurre insieme all'interlocutore. È triste vedere come quella che Schopenhauer chiamava la nobile arte di ottenere ragione, appunto, la dialettica, sia stata cosi neutralizzata e ridotta a volgare errore, in questo modo annichilendo, se si prendessero sul serio certe questioni (cosa che per fortuna le persone normali non fanno), le reali potenzialità di una discussione, triste questo teorizzare astratto sul corretto modo di argomentare senza alcun rispetto e curiosità per la prassi concreta, per l'osservazione empirica, questo non volersi nemmeno interrogare sulle effettive funzioni e possibilità di certe pratiche.

Ma facciamo infine degli esempi che illustrino il mio punto di vista. La più famosa di tutte le fallacie è probabilmente quella ad hominem, che (dice Francesco Rende) "si verifica quando viene aggredita, anziché la conclusione, la persona che la asserisce o la difende". L'esempio più classico è quando si attacca una certa teoria, ad esempio che i vaccini sono pericolosi per la salute, mostrando che i suoi sostenitori più in vista sono tutti dei ciarlatani. Ammesso che lo siano, si sostiene, non ne consegue logicamente che l'affermazione "i vaccini sono pericolosi per la salute" sia falsa. Nei casi più estremi l'argomento può assumere la forma della semplice ingiuria: "credo che 2+2 faccia 4", "ma stai zitto che non capisci niente". In realtà in passato l'espressione era usata per intendere qualcosa di molto più soft: se andiamo a leggere il Saggio sull'intelletto umano, di Locke (libro quarto, capitolo 17, paragrafo 21), troviamo la seguente definizione di ad hominem: "lo stringer dappresso un uomo con certe conseguenze tratte dai suoi principi o conclusioni". Potrebbe sembrare una mera e irrilevante questione linguistica, ma in realtà quel che intendo mostrare è che non c'è affatto soluzione di continuità fra il tipo di argomento descritto da Locke e gli altri, considerati più abusivi.

Da notare che Locke lo considera, insieme agli altri descritti nello stesso capitolo (argumentum ad verecundiam, cioè ad auctoritatem, e ad ignorantiam), proprio come un modo imperfetto di argomentare, sebbene lo faccia con parole molto più sfumate dei detrattori di oggi: "né, dal fatto che altri mi abbia dimostrato che sono su una via errata, consegue che egli sia nella giusta. […] Tutto questo, forse, potrà predispormi a ricevere la verità, ma non mi aiuta ad ottenerla: la conoscenza deve provenire da prove ed argomenti, e la luce deve sorgere dalla luce delle cose stesse, e non dalla mia timidezza, ignoranza od errore". Si tratta, qui, di un punto epistemologico assai delicato del quale lo stesso Locke sembra sottovalutare la complessità: com'è possibile, infatti, ricevere la conoscenza dalle cose stesse? Quello con cui noi abbiamo a che fare per procedere sulla via della conoscenza, il materiale di partenza, è sempre costituito da opinioni precedenti, non da verità che troviamo già confezionate e che si trovano al di fuori di noi. Non è che possiamo uscire da noi stessi per confrontare la nostra opinione sul mondo col mondo stesso. Ugualmente nel discutere con qualcuno non possiamo indicargli la verità (non siamo Gesù), possiamo solo mostrargli che è in errore.

L'argomento ad hominem così descritto, se ci si pensa, non è altro che il metodo socratico per eccellenza, l'elenchos, alla base della celebrata maieutica: "l'elenchos nel senso più ampio significa esaminare una persona con riguardo ad una affermazione che essa ha fatto, ponendole domande che richiedono ulteriori affermazioni, nella speranza che essa voglia determinare il significato e il valore di verità della sua prima affermazione. Il più delle volte il valore di verità atteso è la falsità, e così l'elenchos nel senso più stretto è una forma di confutazione" (R. Robinson, Plato's earlier dialectic). Ci si attende, in altre parole, che l'interlocutore riconosca la validità del principio, questo sì genuinamente logico, di non contraddizione. Certo, mostrare che le opinioni di una persona sono incoerenti non significa ipso facto dimostrare la verità di una specifica proposizione, per cui è legittima la questione se un tale metodo conduca effettivamente alla conoscenza, e perché dovrebbe farlo. Non possiamo certo qui esaurire l'argomento, ma possiamo forse accennare al fatto che da tale indagine, e con i suoi tentativi di risposta, Platone ha iniziato il grande cammino della filosofia occidentale.

Ribadisco: quando discutiamo con una persona intorno a un tema specifico non abbiamo a che fare con verità preconfezionate cadute dal cielo, ma ciò con cui lavoriamo sono sempre le opinioni dell'interlocutore (e le nostre) delle quali mettiamo alla prova la coerenza. Questo significa che non esista un argomento effettivamente usato che non sia in un certo senso ad hominem. Prendiamo uno dei casi di presunta fallacia più citati, il tu quoque o appello all'ipocrisia "in cui si cerca di gettare discredito sulla tesi del proprio avversario sostenendo che non agisce o non ha agito in modo coerente con ciò che sostiene" (F. Rende). Ad esempio se qualcuno difende lo stile di vita vegetariano per motivi animalisti ma gli facciamo notare che indossa abiti di pelle. Dice sempre Rende che "l'incoerenza di chi propone una tesi, infine, non ha nulla a che vedere da un punto di vista logico con la tesi in questione e la discussione dovrebbe vertere sulla tesi proposta e non su vizi e virtù di chi la propone".

Certo, questo sarebbe verissimo se il nostro scopo fosse quello di derivare logicamente conclusioni vere dalle premesse: non esiste relazione di implicazione logica fra "Tizio indossa abiti di pelle" e "la tesi di Tizio per cui è sbagliato uccidere animali allo scopo di cibarsene è sbagliata", quindi dimostrare che Tizio è incoerente non serve a dimostrare che le mie opinioni, contrarie a quelle di Tizio, siano corrette. Ma, aspettate un momento, forse si è perso di vista lo scopo del dibattito: io non devo essere convinto delle mie opinioni, non devo dimostrare a me stesso che sono corrette, perché, ehi, sono già le mie opinioni! In realtà il tu quoque assolve benissimo l'obiettivo, in una discussione, di spostare l'onere della prova riguardo a certe affermazioni sul nostro avversario dialettico. Tizio dice che il vegetarianesimo è giusto, affermazione sulla quale per ipotesi non si concorda: sta a lui mostrare come la sua opinione possa conciliarsi con altre sue idee o abitudini, o eventualmente abbandonarne alcune. Non sta a noi dimostrare a noi stessi qualcosa di cui siamo già persuasi senza che niente metta in crisi la nostra idea.

Andando avanti nella nostra disamina possiamo renderci conto che nemmeno il prendere di mira una persona che possiede una certa opinione, stavolta senza neanche preoccuparsi di esaminare in alcun modo le sue opinioni e la loro coerenza, possa essere sempre scorretto. "Caio sostiene che il bicarbonato cura il cancro", "sì, ma Caio è un povero idiota". Ricordiamo, il nostro scopo non è dimostrare teoremi, non è derivare conclusioni logiche da premesse secondo metodi deduttivamente validi; il nostro scopo è persuadere, e nel fare ciò dobbiamo lavorare con ciò che il nostro interlocutore ci offre, all'occasione usando la psicologia. Potrebbe darsi benissimo che il convincimento di qualcuno che il bicarbonato cura il cancro sia fondato sulla buona opinione che ha di Caio. In tal caso, mostrargli che Caio è un idiota potrebbe benissimo assolvere al nostro scopo con grande economia di mezzi, senza che dobbiamo metterci a fare test in doppio cieco sui trattamenti al bicarbonato a pazienti malati di cancro (che a rigore sarebbe l'unico modo per esaminare seriamente la questione).

In realtà a me sembra che il fatto che Caio sia scemo sia un motivo del tutto valido per non prendere in seria considerazione la sua opinione o perdere tempo ad esaminarla, benché naturalmente non vi sia una relazione di implicazione logica fra "Caio è scemo" e "la tale opinione (sostenuta da Caio) è sbagliata". Si analizzi il seguente dialogo: "che ore sono?", "l'orologio in salotto segna le 17:20", "ah, ma quell'orologio è fermo da anni", "scusa, ma questo è un argomento ad hominem, il fatto che l'orologio sia rotto non implica che non possano comunque essere le 17:20". Dire che Caio è scemo è del tutto equivalente a dire che l'orologio è rotto, o che la calcolatrice che stiamo usando per i nostri calcoli non funziona correttamente: significa che non è uno strumento affidabile e che è del tutto irrilevante ciò che possa affermare.

Al contrario, ha talvolta senso ricorrere all'argomento ad auctoritatem, che Locke chiama ad verecundiam perché si fonda sulla vergogna, l'imbarazzo che l'interlocutore potrebbe provare se messo a confronto con l'opinione di persone molto più autorevoli di lui. La vita è breve e se io voglio farmi un'opinione sull'opportunità di costruire centrali nucleari in Italia, anche al fine di esercitare i miei diritti di elettorato attivo, non credo di potermi mettere a studiare per anni la questione, quindi è razionale da parte mia affidarmi agli esperti, alle persone delle quali rispetto l'opinione, così come può essere razionale e pertinente, in un dibattito, esporre quale sia l'opinione del tale esperto al riguardo (il che naturalmente non vieta che il mio avversario possa avere informazioni ancora più complete del mio esperto).

La fallacia del piano inclinato consiste nell'assumere che, accettando un principio che di per sé parrebbe innocuo (ad esempio "è giusto che i gay possano sposarsi") si corre il rischio di dover accettare ulteriori conseguenze che invece ci appaiono indesiderate: "si comincia coi matrimoni gay, poi dovremo accettare anche la poligamia, poi le unioni incestuose e poi magari anche il matrimonio fra uomini e galline". Senza che nulla costringa ad accettare un simile argomento, ovviamente, non vedo neanche perché dovremmo considerarlo come fallace (se non nel senso, che abbiamo ormai visto irrilevante, che le conclusioni non seguono logicamente dalle premesse). Può darsi che il nostro interlocutore sia effettivamente spaventato dall'eventualità che vengano riconosciute le unioni con le galline, che debbano essere messi dei paletti estremamente rigidi per scongiurarla, e che ritenga che il matrimonio gay, di per sé legittimo, debba essere ostacolato in quanto avvicinerebbe questo esito drammatico.

Potrei continuare, gli esempi di fallacie abbondano, e di ciascuna è possibile trovare casi in cui si può ritenere lecito il loro uso, così come naturalmente casi di vero abuso. Ma vorrei qui dire un'altra cosa: quel che mi scoccia della fallaciofobia è che priva le discussioni di ogni divertimento, della stessa linfa vitale dell'argomentare, del lol. Se faccio una battuta di spirito durante un dibattito e ti senti per ciò ridicolizzato, mi dispiace, ma per favore, smettila di accusarmi di usare l'uomo di paglia e di essere per ciò disonesto: può darsi che abbia eccessivamente caricaturizzato il tuo punto di vista, ma credo che chi ascolta sia sufficientemente maturo e intelligente da capirlo senza che dobbiamo stare a insegnargli la logica, quindi lasciami giocare.

Se invece divento ingiurioso allora hai ragione a offenderti e darmi del maleducato, ma ancora una volta non capisco cosa c'entra la logica. L'insulto non è una fallacia, non è un argomento logico sbagliato, per il semplice motivo che non vuole affatto essere un argomento (può essere al massimo un sintomo del fatto che sono esasperato dalla tua ignoranza, oppure a corto di argomenti, o altro ancora). Se offendo tua madre perché non sono d'accordo con te riguardo l'opportunità di costruire centrali nucleari ti assicuro che esistono repliche migliori rispetto a "non conosci la logica, gne gne gne": tirarmi un cazzotto potrebbe essere una di queste, ma allora potrei farti notare che stai usando l'argomento ad baculum, se ancora riuscissi ad articolare o te ne importasse qualcosa.

Anche la violenza è una cosa brutta, ma non è necessario dire che non è logicamente valida per condannarla, questo sarebbe un esempio di quell'idolatria della logica, del pensiero razionale, che Feyerabend giustamente denunciava.

mercoledì 15 luglio 2015

il mondo in camera da letto


I due argomenti che sono andati più in voga nelle ultime settimane sono quello della presunta o reale ideologia gender e dei diritti civili delle persone omosessuali, in particolare in relazione ai cosiddetti matrimoni gay, legittimati in tutti gli Stati Uniti grazie a una sentenza della Corte Suprema, e quello del progetto dell'Unione Europea messo in forte crisi dalle difficoltà economiche della Grecia e dalle sue scelte politiche.

Qualcuno ha suggerito che questa potrebbe essere l'occasione per leggere o rileggere quel magnifico libro che è Middlesex di Jeffrey Eugenides, storia di un ermafrodita di origine greca nello sfondo di un'America attraversata dalle tensioni razziali, ma la fantasia dei commentatori non si è fermata qui, e in alcuni casi ha voluto vedere connessioni più profonde tra i due argomenti. Mi hanno colpito ad esempio alcuni post su Facebook del 'filosofo' Diego Fusaro (scusate gli apici, ma è davvero più forte di me) che dapprima ha mostrato poca simpatia per la causa dei diritti civili, e poi l'ha messa esplicitamente in contrasto con la lotta per la liberazione del popolo greco dal dominio del capitale e delle banche. Ovvero: quelli che vanno di moda oggi sono i diritti di persone già privilegiate, e tutto ciò non serve ad altro che a nascondere i veri rapporti di potere, quelli economici, lo sfruttamento del povero da parte del ricco.


È un ragionamento a prima vista alquanto bizzarro, sembrerebbe un tipico esempio di 'benaltrismo': "certo, è una vergogna che si discriminino certe categorie, ma allora le foibe? e i marò?" eppure un senso ci potrebbe essere, potrebbe davvero esserci un nesso tra i due argomenti. Il fatto è che io credo che, tutto sommato, Diego Fusaro abbia ragione, per quanto non condivida le sue scelte. Se facciamo una scelta per i diritti civili, per la libertà di ciascuno di vivere la vita che vuole, di andare a letto con chi vuole e nel modo che vuole, non possiamo tirarci indietro di fronte alle libertà economiche. La questione in fondo è sempre una sola: una collettività può imporre i suoi valori, i suoi interessi in quanto comunità, alle scelte dei singoli? può lasciare liberi i suoi cittadini di divorziare ma deve imporre il suo volere per quanto riguarda la gestione di un patrimonio privato, di un bene da scambiare, di un'impresa da condurre? E in base a quale principio?

Una mia amica pochi giorni fa mi ha detto che "il mondo non comincia e non finisce in camera da letto". È vero, ma forse da quello che è permesso fare in camera da letto si può misurare il grado di civiltà di un paese anche per quanto riguarda gli altri aspetti. Se vogliamo trovare correlazioni fra l'attuale crisi geopolitica e la questione dei diritti civili, potremmo sospettare non essere un caso che gli unici due paesi dell'Europa occidentale che non hanno ancora una legge che regoli le unioni omosessuali siano proprio i due paesi più esposti al debito pubblico, cioè Italia e Grecia. È vero che in America puoi avere problemi se hai deciso di non sottoscrivere un'assicurazione sanitaria, non essendo obbligatoria. In Russia due uomini non possono nemmeno passeggiare per strada tenendosi per mano senza finire aggrediti però nonostante le riforme post sovietiche le prestazioni sanitarie sono ancora in gran parte gratuite. Ognuno faccia la propria scelta (ma potrebbe aiutare sapere che in Russia l'età media è fra le più basse in Europa e la mortalità per malattie cardiovascolari tre volte più alta che negli Stati Uniti).

L'altro pensierino a commento dell'attualità è che come al solito i 'filosofi' incolpano l'economia e le leggi del mercato di cancellare le scelte politiche compiute dai popoli. Peccato che a ben vedere, e come emerge sempre più chiaramente, le decisioni che sono state prese in questi giorni hanno davvero poco a che vedere con l'economia in senso stretto e molto con la politica. Un'uscita incontrollata della Grecia dall'Euro non sarebbe stata nell'interesse di nessuna delle parti coinvolte, nemmeno delle banche tedesche. Così come persino il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che una ristrutturazione del debito è inevitabile, se analizziamo freddamente i numeri. Gli interessi delle banche tedesche, però, sono stati schiacciati dai calcoli puramente elettorali dei politici che guidano la Germania. Così come il principio di realtà è stato obliterato in nome della volontà popolare nel momento in cui si è deciso di fare un assurdo referendum che avrebbe dovuto avere il magico effetto di annullare gli interessi dei creditori oltre che la volontà popolare di altri 18 paesi. Politica, politica, sempre politica. Credetemi, se lasciassimo che fosse solo l'economia a guidare le scelte collettive (ovvero se non ci fosse nessuno a prenderle) saremmo più liberi e più felici.

(questo post dovrebbe rispondere in parte anche alla domanda che mi poneva sempre la stessa amica di prima, ovvero quale idea ultima di società ho mente)

giovedì 25 giugno 2015

compiti per le vacanze estive 2015


Per un brevissimo periodo sono stato anch’io un insegnante. Anzi, è quello che pensavo che avrei fatto nella vita, se invece il destino o la fortuna non avessero preparato per me un mestiere, se non più bello e gratificante, certo meno stressante. Però a volte mi capita ancora di pensarmi come un insegnante, quindi anch’io ho voluto preparare un elenco di compiti che dei miei eventuali studenti potrebbero svolgere durante le vacanze estive. Compiti, o meglio preziosi consigli dei quali fare tesoro non solo durante le vacanze, ma possibilmente per tutta la vita. 

1) Prima di tutto curate la forma delle vostre espressioni: la forma è sostanza, nessuno vi prenderà mai sul serio quando scrivete qualcosa che vorreste la gente leggesse e meditasse, se poi fate l’errore madornale di usare il font comic sans; oppure se centrate il testo invece di giustificarlo o almeno allinearlo a sinistra; o se alla fine di ogni elemento di un elenco a volte decidete di mettere il punto e a volte invece no. Non è che darete l’impressione di essere persone sciatte e poco curate, quindi poco serie, ma vi mostrerete effettivamente per persone sciatte, poco curate, non serie e superficiali.

2) Curate anche il vostro linguaggio propriamente detto. Non mettetevi ad appiccicare qualsiasi aggettivo dall’apparenza vagamente lirica a qualunque sostantivo credendo così di raggiungere una maggiore poeticità. Non dite cose come “luce sfavillante” se non strettamente necessario, non abusate di espressioni figurate quali “allegro come il sole”, “indomabile come il mare”, non esagerate coi superlativi (non dite “siate educatissimi” quando è sufficiente essere educati), e soprattutto non abbondate troppo in metafore e similitudini: “leggendo vi sentite simili a rondini in volo”, “l’estate è una danza”, “l’estate sarà la volta dorata”. A meno che non siate Eugenio Montale, apparirete solo dei deficienti.

3) Inoltre, evitate i luoghi comuni come la morte, cercate di non essere banali, anche nel vostro linguaggio (vedi punto due). Aborrite le associazioni d’idee troppo scontate, come la spiaggia, l’alba, e il sole che si riflette sul mare, i sogni sul futuro e la forza di realizzarli, le frasette da Bacio Perugina insomma. Non siate schiavi di un immaginario che non è vostro, non limitatevi ad essere megafoni della insincerità che vi circonda, riflettete prima di parlare o di scrivere, pensate davvero a quello che state dicendo, chiedetevi se vi rappresenta, se rappresenta quel che credete o sentite. Non mettetevi a condividere qualcosa su Facebook per l’unico motivo che lo fanno tutti, o perché tocca una corda troppo facile, sia sul piano dell’indignazione che su quello dello stucchevole sentimentalismo (sono due facce della stessa medaglia).

4) Nel rapportarvi con gli altri siate gentili, ma evitate di essere paternalisti e indulgenti. Non mettetevi a dare consigli non richiesti, o peggio ancora non mettetevi a consigliare qualcosa che uno farebbe già di sua volontà come se ci fosse bisogno di voi per pensarci: “ballate”, “respirate”, “leggete ma non perché dovete”, “siate allegri”, “divertitevi”, “guardate film”. Mettetevi nella prospettiva di pensiero che gli altri non hanno tutta questa necessità di farsi dire proprio da voi cosa vogliono o devono fare. Semmai, nel caso in cui è proprio il vostro ruolo – professionale o altro – che vi mette nella posizione di poter dare consigli o addirittura prescrizioni, allora prendete seriamente quel ruolo e date consigli sensati, anche quelli che potrebbero non essere graditi.

5) Non fidatevi mai di nessuno che abbia più di trent’anni, anche se si comporta come un ragazzo poco cresciuto e si presenta come vostro amico. Gli adulti non sono come voi, non vi possono realmente comprendere. Ascoltateli e rispettateli, perché può esservi utile, ma non apritevi, non fatevi fregare. Siete già fregati dalla vita, perché diventerete come loro. Alcuni di voi riusciranno ad accettarlo, altri no, e allora si metteranno ad atteggiarsi da adolescenti, a spararsi le pose da bimbominkia sapienti. Ma voi lo sapete, non è un bello spettacolo.

6) Studiate, mocciosi del cazzo.