giovedì 19 marzo 2015

e niente


Fino al 1990 c’era un cinema, nel quartiere nel quale vivo, che è una leggenda. Il Cinema Universale era un cinema d’essai, si proiettavano ogni giorno grandi classici della cinematografia, ma non era un posto frequentato prevalentemente da fini e distinti intellettuali e di solito non era previsto il dibattito alla fine del film. Semmai, qualche scazzottata durante.

Io ero troppo giovane per frequentarlo assiduamente (e comunque non abitavo così vicino), credo di esserci stato un paio di volte (una volta vidi Kagemusha di Kurosawa). Ma non ero troppo giovane per sapere che quel cinema era una leggenda già all’epoca, per sentir raccontare storie e aneddoti continui su quel che vi accadeva, e quindi per sapere che era un posto forse unico al mondo, dove accadevano cose che non sarebbero potute accadere altrove, e che dopo la chiusura del cinema non sarebbero accadute mai più.

Prima che il film iniziasse, si potevano vedere i segni lasciati dai continui lanci di scarpe sullo schermo, se si riusciva a penetrare la densa cortina creata dal fumo di sigaretta (di tabacco e non solo). Appena il film iniziava, invece, cominciava il delirio vero. Diciamo che non era il posto adatto se uno voleva seguire tutti i dialoghi con attenzione senza perdersi nemmeno una battuta. In realtà, e come tutti sapevano (a parte gli sfortunati capitati lì per sbaglio) il film era solo un pretesto, e lo scopo di pagare il biglietto (quando lo si pagava, perché pare che vi fossero modi di aggirare l’odioso balzello) era il cazzeggio puro.

Immaginate un cinema pieno di persone che per due ore di proiezione non fanno che urlare i peggiori epiteti e volgarità in fiorentino ai personaggi del film, accompagnate da scrosci di applausi fischi o proteste varie. A quanto pare gli schiamazzi erano tali che talvolta erano costrette a intervenire anche le forze dell’ordine, come in quell'episodio, non si sa appunto quanto leggendario, in cui al termine della proiezione di Fragole e sangue, dopo la scena finale del pestaggio degli studenti da parte della polizia, al riaccendersi delle luci gli spettatori si trovarono circondati da celerini. Altre leggende circolavano: la più famosa, con numerosissime varianti, quella del tizio che entra a film iniziato in Vespa, fa il giro della sala, forse più volte, e poi se ne esce trionfante. In altre occasioni le proiezioni furono animate dalla compagnia di animali liberati in sala nei momenti topici: piccioni, o ranocchi. Era normale, uno mentre passeggiava in campagna vedeva dei ranocchi e poteva pensare “sai che? questi li raccolgo in un sacco e stasera li porto al cinema”.

Quel che rendeva speciale l’esperienza dell’Universale, ovviamente, non stava nella spazio in sé, così come non era l’offerta cinematografica (pure interessante), ma era la comunità di persone che animavano quello spazio, arricchendolo e venendone a loro volta arricchiti. Una comunità con i suoi rituali, con i suoi personaggi di spicco, con i suoi modi di dire. Ogni volta che iniziava il film, ad esempio, era usanza che qualcuno si mettesse a gridare forte “COM’È LA GRAZIELLA?” (la cassiera), e che tutti i presenti rispondessero in coro “TROIAAA!”. Oppure “COM’È ROMANONE?” (la maschera, fra l’altro un vero avanzo di galera), e tutti “BUCO!”. Se due personaggi, in un film d’amore, si lasciavano andare a qualche tenera effusione, venivano subito richiamati a una maggiore concretezza dal popolo presente: “MACCHÈ BACINI E BACINI, BUTTAGLIELO NEL CULO!”. Il neologismo più celebre, rimasto nella memoria collettiva, pare fosse occasionato dalla più nota scena di Ultimo tango a Parigi, quella dove insomma Marlon Brando fa le cose con la Schneider: un genio gridò “ABBURRACCIUGAGNENE!”.

Come in tutte le comunità non regnava certo l’amore universale, ma poteva anche capitare che qualcuno si sentisse escluso. Partecipare alle attività in maniera attiva non era una cosa scontata, bisognava in qualche modo farsi accettare. Per quanto l’umorismo non fosse di livello proprio raffinato, occorreva pur sempre avere la battuta pronta e soprattutto divertente da sfoggiare al momento giusto, non è che andasse bene tutto. Una battuta debole, urlata da un novizio, poteva pure esporlo al pubblico ludibrio. Anche le liti erano abbastanza normali. Eppure anche questo alla fine contribuiva a rendere più ricca l’esperienza di chi ci andava, il conflitto fa parte in fondo della vita di qualsiasi comunità, che cresce e si evolve imparando a gestirlo. Si trattava, poi, di una comunità in trasformazione, attraversata dai grandi cambiamenti che avvenivano intanto nella più grande comunità che la includeva, quella italiana, che passava dalle contestazioni e dall’impegno politico degli anni ’70 al riflusso del decennio successivo, con l’esplodere del problema della droga (abbondantemente percepito nella microcomunità), e il rifugio nichilista nel disimpegno, nell’umorismo cinico un po’ fine a se stesso.

Così tutti i fiorentini insomma, quel 30 dicembre 1989 in cui il cinema chiuse i battenti, non poterono non sentirsi tristi, persino quelli che non ci erano mai stati, perché sapevano bene che finiva un’esperienza irripetibile, un microcosmo unico, come lo sono tutte le comunità più vive, irripetibile perché non si sarebbe mai riprodotto l’insieme di circostanze storiche, socioculturali e antropologiche che determinarono quell’esperienza. E infatti non avrebbe senso tentare di ripeterla, i cinema non sono più quelli di una volta, le modalità di fruizione sono cambiate, anche i film non sono gli stessi, e soprattutto, anche a prescindere da tutto ciò, le persone non sono le stesse, il quartiere stesso è cambiato (meno, si può forse rivendicare, di altre parti della città). Sul cinema Universale si può leggere un libro di Matteo Poggi, Breve storia del Cinema Universale, appunto, o guardare il documentario girato da Federico Micali (che ha anche un progetto in crowdfunding per un film di fiction).

Il 9 aprile prossimo sarà un altro giorno triste, perché segnerà la fine di un’altra comunità. FriendFeed era un social network (in realtà inizialmente progettato soprattutto come aggregatore) nato nel 2007, che per un insieme di circostanze a me non chiarissime (forse un’interfaccia davvero semplice, elegante e funzionale) cominciò ad attrarre quelli che, alla fine del decennio scorso, erano i blogger italiani più in vista, che a loro volta funsero da polo di attrazione per molti altri utenti che desideravano semplicemente essere presenti in quello che era percepito come un luogo dell’internet dove accadevano le cose, dove occorreva essere. Accadde poi che nel 2009 Facebook si comprò FriendFeed (allo scopo, pare, di incorporare alcune features del suo codice) e che da quel momento FriendFeed diventò un social network agonizzante, lasciato a se stesso dai suoi sviluppatori, non più aggiornato, ma pur sempre funzionante.

Queste sono le condizioni che hanno probabilmente consentito la creazione di una comunità virtuale né troppo piccola né troppo grande – credo che gli utenti attivi italiani, che insieme ai turchi erano i maggiori frequentatori del socialino, non siano mai stati più di qualche migliaio, negli ultimi tempi eravamo forse nell’ordine delle centinaia – in grado di di percepirsi appunto come “villaggio” la cui composizione e le cui caratteristiche erano in parte casuali e imprevedibili in parte frutto di consapevoli ma non meno caotiche scelte degli abitanti, in grado di cercarsi fra di loro e di autoselezionarsi, ma di poter seguire anche quello che accadeva in gruppi più distanti e remoti. Amici o nemici, insomma, ci conoscevamo tutti (o quasi).

Occorre intendersi: FriendFeed non aveva probabilmente niente di davvero unico e originale, se non nel senso in cui qualsiasi comunità appunto è un unicum antropologico. Nessuno può davvero intenderne le caratteristiche senza averci vissuto, ed è probabile che a nessuno possa davvero interessare senza questa stessa condizione, motivo per cui ho un po’ esitato a scrivere quest’epitaffio, decidendo infine che niente mi vieta di fare un uso intimista del blog. Il fatto, puro e semplice, è che gli sviluppatori dopo anni di felice abbandono nel quale ci hanno lasciato piena libertà (cosa per la quale siamo loro grati), hanno deciso come è loro diritto di liberare spazio sui loro server, e quindi questa comunità verrà rasa al suolo.

Anche noi avevamo il nostro gergo specifico, le nostre usanze, i nostri esponenti di spicco e i nostri scemi del villaggio. Abbiamo coltivato le nostre amicizie (che non mi vergogno di definire tali anche quando puramente virtuali), qualcuno ha persino trovato l’amore. Abbiamo litigato e abbiamo fatto le nostre brutte figure parlando dei più svariati argomenti, oppure le brutte figure le abbiamo fatte fare ad altri. Una cosa bella del socialino, in effetti, è che non faceva davvero sconti a nessuno; caratteristica, questa dell’estrema aggressività, che lo faceva anche odiare e che ha spinto molti ad abbandonarlo con rancore. Abbiamo avuto i nostri traumi collettivi (non parlate a un friendfeeder di parti plurigemellari) e i nostri momenti di gloria o di delirio collettivo, siamo cresciuti e siamo cambiati, qualcuno è anche morto. Insomma è il luogo dove passavo il mio tempo.

Adesso che esiste una precisa scadenza c’è chi cerca di riorganizzarsi migrando altrove, addirittura creando da capo cloni del vecchio FriendFeed. Sono tentativi generosissimi che fanno anche comprendere il grado di affezione che legava gli utenti gli uni agli altri, e ai quali auguro il successo, ma non sono persuaso che sia possibile far rinascere ciò che, giustamente, a un certo punto deve morire. Tutto quel che ho da dire è che abbiamo una storia, per noi è importante, qualcuno forse si ricorderà di noi.

giovedì 12 febbraio 2015

Darwin finalista


In un post di qualche anno fa avevo scritto che a mio avviso la più importante conseguenza culturale della rivoluzione darwiniana consisteva nella sconfitta del pensiero essenzialista di stampo aristotelico, almeno in quanto applicato alla biologia, e  avevo cercato di trarne delle conseguenze etico-politiche.

Mi fa piacere essere confortato in questa mia opinione dalla accurata e coinvolgente ricostruzione, dal punto di vista della storia del pensiero scientifico, che ho letto di recente nel libro del mio antico compagno di studi Marco Solinas, L'impronta dell'inutilità. Dalla teleologia di Aristotele alle genealogie di Darwin (del quale è in corso di stampa la traduzione inglese), che interpreta la teoria dell'evoluzione di Darwin proprio come ultimo atto della crisi di un aristotelismo sorprendentemente vitale ancora fino al XIX secolo. 

Solinas espone appunto la straordinaria persistenza del paradigma aristotelico nelle scienze del vivente, anche e ben oltre la rivoluzione scientifica operata in ambito fisico da Galileo e Newton. Le caratteristiche principali del paradigma che Darwin avrebbe distrutto sono quindi almeno tre: fissità delle specie (declinata nella variante eternista nel pensiero aristotelico e in quella creazionista in quello cristiano), finalismo (accompagnato dall'antropocentrismo), e, appunto, essenzialismo. 

Ovvero, contro l'opinione di Empedocle Aristotele sostiene che le specie sono immutabili nel tempo, non dipendendo la generazione dei loro membri dal caso o da qualsiasi accidente ma essendo piuttosto e sempre necessaria una coppia di genitori della stessa specie per generare un nuovo individuo (da due cavalli non nasce un pinguino, o un ragno), i quali genitori evidentemente trasmettono all'embrione la forma e le caratteristiche essenziali a quella specie, il caso essendo marginalizzato alle caratteristiche individuali e a quegli accidenti della riproduzione che possono dar vita a individui difettosi e mostri. 

Ma l'idea di essenza è strettamente correlata in Aristotele a quella di funzione. L'essenza di ogni specie particolare, ciò che la differenzia da ogni altra, corrisponde anche al suo telos, al fine verso il quale tende (e ad esempio essendo l'uomo un animale razionale il fine della vita umana è quello di esercitare la ragione), il che comporta che non esista caratteristica propria di una specie che non sia diretta al suo scopo essenziale, che negli animali e nelle piante coincide con appunto la conservazione della specie stessa. Principio che può essere sintetizzato nella formula natura nihil facit frustra, la natura non fa nulla invano, nessun organo è inutile o messo lì per caso ma tutti concorrono alla sopravvivenzaquesto nonostante le difficoltà (che Aristotele non manca di notare pur senza risolverle), poste da fenomeni come le grosse corna dei cervi, più nocive che utili, o gli occhi ciechi della talpa oltre che all'equilibrio generale dell'intero ecosistema (in una visione quindi che sarà declinata dal cristianesimo in senso provvidenziale).

Curiosamente, è proprio il rifiuto della teoria platonica delle idee che conduce Aristotele all'idea della immutabilità delle specie, mentre Platone si mostra nel Timeo pur se all'interno di una narrazione mitica dove tutti i viventi continuano a trasformarsi in altre specie – maggiormente elastico. È infatti il rifiuto della trascendenza, l'appello all'esperienza dei sensi e all'esistenza concreta delle cose materiali, e quindi il trasferire le idee dall'iperuranio alla forma immanente che ottiene l'effetto, nel sistema di Aristotele, di immobilizzare le cose sensibili, non più pallide e mutevoli copie di un'idea platonica eterna ma esse stesse ancorate alla loro forma ed essenza.

Platone e il suo sistema matematizzante otterranno una rivincita proprio grazie alla rivoluzione scientifica galileiana, dove le "sensate esperienze" continueranno ad avere un posto preminente ma solo quando accompagnate dalle "necessarie dimostrazioni", che si avvarranno della comprensione della "lingua matematica" con la quale è scritto il grande libro della natura. Peccato che nonostante i tentativi dei cartesiani il metodo matematico e meccanicista, che tanto successo ha nell'ambito delle scienze fisiche anche e proprio grazie al rifiuto delle cause finali, è destinato ad un sonoro scacco nell'ambito delle scienze del vivente, che quindi continuerà a svilupparsi – del resto con discreto successo –  sotto l'egida del paradigma aristotelico reinterpretato e aggiornato, spesso inconsapevole e taciuto ma pur sempre presente, ovvero ancora in senso fissista, finalista, ed essenzialista.  Paradigma che troverà il suo massimo sviluppo con la classificazione sistematica (persino oltre gli intenti di Aristotele) di Linneo, manifestazione dell'ordine voluto dal creatore nella natura.

Le prime crisi dell'ipotesi fissista e perennista, e le prime teorie trasformiste (fra cui quella di Erasmus Darwin e quella di Lamarck), si affacceranno grazie alla continua scoperta di nuovi fossili e dei rompicapo che pongono, laddove diventa sempre più difficile sostenere che i mostri scoperti sottoterra rappresentano assembramenti casuali di ossa di specie conosciute disposte in modo curioso. Riuscirà a mettere una pezza Cuvier, sacrificando il perenne e armonico equilibrio della natura per salvare il fissismo, ovvero postulando una serie di catastrofi naturali nel corso delle ere che avrebbero cancellato alcune specie permettendo il propagarsi di altre specie nei territori lasciati inoccupati.

Sarà l'ultimo trionfo del paradigma, finalmente sconfitto da Darwin con la sua teoria dell'evoluzione per selezione naturale, nella quale l'approccio storicizzante, e la giustificazione e valorizzazione in tal senso degli organi "inutili" come i capezzoli dei maschi, gli occhi ciechi della talpa, e le corna dei cervi come residui di precedenti adattamenti o come accidenti storici costituisce appunto un colpo mortale a un tempo al fissismo, all'essenzialismo, e al teleologismo, la ricerca di una causa finale intesa come disegno di un creatore saggio e provvidente sull'ordine dell'intero creato… Peccato che proprio giunti a questo punto la ricostruzione di Solinas cominci a mio avviso a mostrare qualche semplificazione di troppo, nel voler sciogliere facilmente quello che in realtà è un nodo eccezionalmente avviluppato, quasi come se intorno alla presenza o meno di un pensiero finalistico per quanto modificato nel pensiero di Darwin non esistesse un dibattito accesissimo (liquidato in un capitolo finale dal titolo "Rami secchi").

Quel che mi lascia perplesso è soprattutto il considerare le tre componenti del paradigma aristotelico (ovvero, ricordiamo, fissismo essenzialismo e finalismo) un blocco indivisibile, e quindi decretare la fine e la condanna di tutte queste tre componenti grazie al nuovo paradigma darwiniano. In realtà il pensiero di Darwin mi pare che insegni a ripensare il finalismo e sganciarlo dall'essenzialismo, e così anche dall'idea di un progetto intelligente, piuttosto che abolirlo tout court. La polemica degli ultimi decenni fra gli adattazionisti ultra-darwiniani (Maynard Smith, Dawkins, Dennett da una parte) e revisionisti dall'altra (Gould, Lewontin, Eldredge per non parlare dei critici come Fodor e Piattelli Palmarini) verte ancora una volta sul ruolo del caso e quello della teleologia, con pensatori come Gould e Lewontin che si trovano a disagio col "paradigma panglossiano"* rappresentato dal neo-evoluzionismo, dove ogni caratteristica morfologica di un animale trova la sua giustificazione razionale dal punto di vista della sopravvivenza dell'individuo (non più della specie, come nel finalismo aristotelico, e forse addirittura del gene "egoista").

Eppure questa scissione tra finalismo ed essenzialismo rappresenta a mio avviso anche il contributo più importante e originale del darwinismo (rivedendo qui l'opinione che avevo espresso nel mio vecchio post), che è la seconda grande rivoluzione scientifica dopo quella galileiana anche in quanto non si tratta di una sua stanca ripetizione, non di un tardo trionfo del meccanicismo che finalmente riesce a farsi largo, con notevole ritardo rispetto alla fisica, anche nella biologia. La verità è proprio che il meccanicismo riduzionista in biologia non funziona (funziona soltanto nella fisica, e forse nemmeno in tutta la fisica), e che Darwin ci ha insegnato il perché, ovvero che se vogliamo capire le caratteristiche di un organismo occorre proprio ragionare in termini di funzione, di finalità. 

L'unilateralità dell'interpretazione di Solinas è resa evidente dalle citazioni sparse e frammentate alle quali si appoggia, nelle quali talvolta Darwin si mostra critico proprio della nozione di "causa finale", mentre dall'altro lato è anche costretto a riconoscere come persista un linguaggio indubbiamente teleologico nel corso di tutto il libro L'origine delle specie. Benché questo linguaggio pervada l'intera opera di Darwin (per non parlare degli approcci contemporanei, come quelli in uso nella psicologia evoluzionistica o sociobiologia) esso viene liquidato come semplice "residuo" da scartare di un paradigma in declino, come rami secchi da potare, appunto. Vi sono anche delle contraddizioni nel momento in cui si tenta di negare l'aspetto teleologico, laddove si scrive ad esempio con approvazione che "gli organi rudimentali, atrofizzati e abortiti potevano essere intesi quali testimonianze viventi della storia della specie, quali arcaismi. Per Darwin, si trattava prevalentemente di parti che un tempo dovevano aver svolto qualche funzione utile agli organismi, ma che, nel corso delle modificazioni, avevano perduto tale funzione" (corsivo mio), e dove quindi non si capisce in che senso il discorso intorno alle funzioni degli organi, alle loro finalità, debba essere considerato superato, pur se storicizzato e liberato dalle essenze.

Si può forse comprendere la riluttanza ad accettare questo elemento nel pensiero di Darwin, o addirittura la tentazione di classificare l'interpretazione finalistica come una sorta di "controrivoluzione", proprio per il desiderio di non vedere sottostimata la rivoluzione di Darwin ed enfatizzare gli aspetti di rottura con la tradizione piuttosto che di continuità. Desiderio che, se proprio dovesse guidare le nostre interpretazioni, credo sarebbe comunque soddisfatto una volta spezzata l'illusoria compattezza e non separabilità delle componenti dell'impianto aristotelico, e la trasformazione che il pensiero teleologico attraversa, senza essere eliminato, tramite questa separazione. Ma la riluttanza ha forse anche un'altra spiegazione.

La responsabilità di questa persistenza del finalismo viene in parte attribuita da Solinas alla famosa analogia stabilita da Darwin fra la selezione artificiale, opera degli uomini che accoppiano le specie e le selezionano proprio in vista di uno scopo (generalmente ma non necessariamente consapevole) e quella naturale. Analogia che permette di comprendere appunto in che modo opera la Natura ma che rischia di essere fuorviante nel momento in cui si personifica la Natura attribuendole scopi e intenzioni simili a quelli umani, essendo al contrario la selezione naturale un meccanismo del tutto impersonale. Questo lo trovo abbastanza giusto, ma la critica potrebbe anche andare nell'altro senso: in realtà non è possibile stabilire un netto divario fra selezione artificiale e selezione naturale, come fa Darwin. Le variazioni introdotte dall'uomo nelle specie domestiche sono in ultima analisi spiegabili, persino esse, come tratti adattattivi proprio dal punto di vista della selezione naturale, così come lo sarebbero quei tratti delle specie animali o vegetali che si sono evoluti per essere di reciproca utilità ad altre specie animali o vegetali (l'uomo e le mucche costituiscono in fondo un caso di simbiosi). L'uomo fa parte della natura, non è un elemento estraneo, anche quando manipola la natura stessa.

Ebbene, è proprio questa immagine dell'uomo del tutto assimilato che sembra incontrare l'opposizione di molti critici dell'ultradarwinismo. Se si eliminano i fini e la razionalità del percorso adattativo (per quanto fluttuante e inconsapevole possa essere) dalle spiegazioni naturali eliminiamo anche l'uomo dalla Natura, ovvero lo poniamo al di sopra o al di fuori di essa. E ci priviamo anche della possibilità (che poi sarebbe la posta più alta) di spiegare proprio come possano nascere cose come la vera razionalità e intenzionalità degli esseri umani da un meccanismo intrinsecamente cieco e privo di scopo. Il darwinismo è finalista nel senso che introduce e spiega l'origine della finalità nella natura, che così è un effetto della selezione naturale, non un punto di partenza astorico.

È chiaro che l'universo post-darwiniano, non è più un universo ordinato e armonico diretto verso un fine supremo (fra l'altro una lettura attenta dei passi di Darwin nei quali egli si mostra sospettoso nei confronti della causa finale potrebbe rivelare, secondo me, che egli intende il termine "final" in modo ambiguo e leggermente confuso, e tende a sovrapporne il significato con quello di "ultimate cause" ovvero proprio la causa ultima e più fondamentale, quella a monte di tutto il creato).** Il mondo di Darwin, si diceva, è piuttosto un mondo diretto, in modo abbastanza caotico e certo non preordinato, nonostante l'apparenza del risultato finale, da una miriade di fini in conflitto fra di loro, in una lotta senza quartiere dove appunto è in gioco la sopravvivenza, quella del più adatto.

La storicizzazione che distrugge l'antico essenzialismo, l'atemporalità delle forme aristoteliche, avviene a questo livello, è la storia di tanti "geni egoisti" in lotta per il predominio contrapposta alla storia di un Dio che tutto ha previsto fin dall'origine dei tempi e fin dall'origine ha creato le forme, le essenze immutabili di ogni specie. I geni, i veri protagonisti della storia, sono invece costretti ad adattare in continuazione la funzione all'organo e viceversa l'organo alla funzione, senza che vi sia alcun senso unico. Dire che non esiste finalismo nella teoria dell'evoluzione è un po' come dire che non si può far ricorso a spiegazioni finalistiche nel corso delle nostre ricostruzioni storiche, ad esempio di un conflitto bellico fra grandi potenze, perché sarebbe metafisico attribuire una direzione preordinata alla storia umana.

È significativo anche che proprio queste caratteristiche della meravigliosa concezione della vita che emerge dalla teoria dell'evoluzione per selezione naturale siano quelle che danno fastidio, da un punto di vista ideologico, ai quei critici "di sinistra" del darwinismo che ne vedono appunto le terribili implicazioni per quanto riguarda l'immagine del cosmo (e come si diceva dell'uomo nel cosmo, reso una marionetta del suo patrimonio genetico), non più inevitabilmente diretto verso le magnifiche sorti e progressive del materialismo dialettico, l'unione di tutti i proletari del mondo e il trionfo del collettivismo e dell'altruismo, ma una eterna e spietata lotta fra individui, o peggio ancora fra geni che manipolano cinicamente gli individui. Criticano il teleologismo darwiniano enfatizzando, nel caso di Gould, il ruolo del caso e anche rivalutando le cuveriane catastrofi naturali nell'imprimere una svolta alla storia delle specie (una metafora delle rivoluzioni sociali contra il lento riformismo?), ma in nome di un altro teleologismo, a ben vedere molto più vicino a quello di stampo aristotelico. 



* Fra parentesi trovo curioso che per criticare l'idea di una funzione utile associata ad ogni più piccolo dettaglio anatomico, eventualmente spiegabile come epifenomeno o conseguenza necessaria di altri adattamenti (in analogia con le lunette di San Marco) Gould e Lewontin facciano ricorso proprio a Pangloss, il filosofo immaginato da Voltaire nel Candide per ridicolizzare le teorie di Leibniz, il quale però si proponeva proprio di spiegare l'origine del male come necessaria e inevitabile conseguenza del bene, ovvero una concezione che si sposa benissimo proprio con la teoria dei tratti inutili o addirittura dannosi come strascichi di precedenti adattamenti evolutivi.

** Si consideri il passo del Taccuino M (settembre 1838) citato da Solinas come prova della "crescente sfiducia nei confronti delle cause finali": "Questa mancanza di volontà di considerare il creatore come colui che governa attraverso leggi è forse dovuta al fatto che finché consideriamo ciascun oggetto come un atto separato di creazione. lo ammiriamo di più. perché possiamo confrontarlo con lo standard delle nostre menti. Cosa che non è più possibile quando riconsideriamo la formazione delle leggi che rimandano ad altre leggi. E che alla fine creano perfino la percezione di una causa finale (the perception of a final cause)". Da notare che anche i moderni biologi quando vogliono evitare il ricorso al linguaggio teleologico parlano di "causa distale" in opposizione alla "causa prossimale", quella più immediata e diretta. Ad esempio potremmo spiegare l'attrazione che le femmine di una certa specie hanno per certe caratteristiche dei maschi sostenendo che quelle caratteristiche stimolano gli ormoni sessuali della femmina (causa prossimale), ma perché questo avviene? Una spiegazione più generale, di livello più alto, è che i maschi con quelle caratteristiche assicurano alle femmine una progenie maggiormente in grado di sopravvivere e riprodursi (causa distale). In realtà nonostante il cambiamento di termine si tratta sempre di finalismo.