domenica 7 febbraio 2010

pure Einstein è stato rimandato in matematica

Ieri mentre sbrinavo il frigorifero ho trovato due fiocchi di neve identici. Sono corso subito ad analizzarli nel mio laboratorio col microscopio, prima che si sciogliessero, e poi avrei voluto rimetterli subito nel freezer per conservarli, solo che non ho fatto in tempo. Ma per fortuna sono riuscito a scattare una fotografia della loro struttura microscopica, il che può confermare l'eccezionale scoperta.

A questo punto avrei voluto comunicare al mondo la mia scoperta, tipo al comitato del premio Nobel, però non avevo il numero di telefono del Re di Svezia. Poi mi è venuto in mente che nel mondo fra due persone qualunque ci sono solo sei gradi di separazione, allora ho telefonato a un mio conoscente, Demetrio, che fa il farmacista, che mi è sembrato l'anello più promettente della catena che mi avrebbe portato a Rita Levi Montalcini, e poi al Nobel.

Demetrio mi ha riattaccato il telefono in faccia, lui fa sempre così quando lo chiamo, perché sostiene che in realtà il fatto di condividere lo stesso buffo nome di battesimo non fa di noi dei conoscenti, e che devo smetterla di importunarlo anche su Facebook con le mie richieste di amicizia. Ha un caratteraccio, Demetrio, e non capisce tante cose, ma io ci voglio bene lo stesso, che in fondo non è tutta colpa sua.

Sono convinto che nessuno nasce stupido, solo che non tutti hanno imparato a sfruttare al massimo le loro potenzialità. La maggior parte delle persone usa solo il 10% del loro cervello, io invece lo uso tutto, ed è questo che mi porta a fare le mie scoperte. Il metodo che uso per attivare il 90% del mio cervello che altrimenti resterebbe inattivo è anch'esso una mia scoperta: un mix micidiale di Red Bull e Kinder sorpresa, più un ingrediente segreto che non posso rivelare (ma vi dò un indizio: l'ho scoperto quando per sbaglio ho ingoiato la sorpresa insieme al cioccolato).

Funzionerebbe anche la Coca-Cola, a dire il vero, ma quella preferisco usarla per scrostare il cesso, e poi la Red Bull mi invigorisce anche per altre cose, grazie alla sostanza che viene estratta dai testicoli del toro. Peccato solo non avere una compagna che possa apprezzare le mie qualità. Ma non ho rimpianti, ho scelto io di stare da solo, perché sono un tipo indipendente e voglio la mia libertà. E nessuna comunque riuscirebbe a cucinare il polpettone di carne come lo fa la mia mamma.

Le foto dei fiocchi di neve sono salvate sul computer in un file criptato con Dada Urka, adesso devo solo stare attento che nessuno mi rubi la scoperta. La comunità scientifica è piena di gente senza scrupoli. E devo stare attento ai cinesi, soprattutto, loro copiano qualsiasi cosa. Sono sicuro che metà delle mie invenzioni sono già state trafugate da loro, magari per essere prodotte in serie in una fabbrica di Shangai. Poveri bambini cinesi tutti uguali costretti per 16 ore al giorno a quadrare cerchi con riga e compasso (io speravo di vincere il Nobel per la matematica, con quello).

Il problema è che sono bravissimi a non lasciare tracce. Non si riesce neanche più a vedere la Grande Muraglia dallo spazio. Ma capisco che la questione diplomatica è delicata, e che occorre non pestargli troppo i piedi, perché anche se sono piccoli sono numerosissimi, e se si mettono a saltare tutti insieme la California sprofonda in un colpo solo. E poi sono obbedienti e disciplinati, come i lemming. Una volta avevo un lemming, ma si è suicidato buttandosi dalla finestra. Forse non gli è piaciuto il polpettone di carne, strano.

Ho sempre avuto un rapporto complicato con gli animali. Il gatto che mi hanno venduto qualche anno fa, per dire, era difettoso: aveva una vita sola, quindi è durato pochissimo. Poi ho preso un cane, ma abbaiava e mordeva. Alla fine ho dovuto dare il polpettone anche a lui. Quindi ho deciso di buttarmi sull'esotico, e ho comprato un boa che stava digerendo un elefante, ma mi hanno fregato di nuovo, era un cappello.
Il mio unico animale domestico in questo momento è una deliziosa farfalla, addestrata a sbattere le ali ogni volta che i cinesi provano a rubarmi qualche scoperta. Questa volta no, sento che il Nobel è vicino. Ma bisogna che esca, che vado a trovare Demetrio.

mercoledì 3 febbraio 2010

selvaggi

Gli Yanomami sono una popolazione che vive nella foresta amazzonica, in un territorio situato fra il Brasile e il Venezuela. I Tasaday invece vivono nella foresta pluviale di Mindanao, seconda isola in ordine di grandezza dell'arcipelago delle Fillippine.

Conosciuti fin dal XVIII secolo, gli Yanomami divennero molto noti dalla fine degli anni '60 come una delle popolazioni "primitive", di cacciatori-raccoglitori, più rappresentative e citate nei testi, grazie in particolare all'opera dell'antropologo americano Napoleon Chagnon, autore di Yanomamo. The Fierce People. Le osservazioni di Chagnon ebbero l'effetto di sovvertire un certo immaginario riguardante il "buon selvaggio", descrivendo in realtà una popolazione nient'affatto pacifica, ma dedita alla guerra e al saccheggio continuo nei confronti dei villaggi vicini.

Contrariamente agli allarmi sulla criminalità nelle civiltà urbane, risulta che l'omicidio nel mondo degli Yanomami (ma se è per questo anche di molte altre comunità isolate dalla civiltà) è una causa di morte di diversi ordini di grandezza più frequente che nel nostro. Lo status gerarchico, del resto, è legato direttamente al valore di un uomo come guerriero, e quindi al numero dei nemici uccisi, e addirittura Chagnon ha pubblicato un articolo scientifico nel quale mette in rilievo come l'attitudine alla guerra viene rinforzata "evolutivamente" grazie al meccanismo per cui i capi più valorosi possono avere più donne e conseguentemente lasciare una discendenza più numerosa dei rivali. La principale causa di conflitto fra gli Yanomami era vista proprio nella carenza di donne, per un circolo vizioso nel quale le donne, scarsamente valutate come progenie e quindi meno propense a sopravvivere, diventano un prezioso bottino per i guerrieri in virtù del loro scarso numero.

I Tasaday invece vennero scoperti solo nel 1971 da un uomo d'affari e politico filippino, Manuel Elizende (che ne ricevette notizia da un cacciatore chiamato Dafal entrato in contatto con loro). Costui era il consigliere del Presidente Marcos per le minoranze culturali, nel senso che si occupava di mediare tra le esigenze dei disboscatori e la volontà di conservare lo stile di vita delle varie minoranze di indigeni sparse nella foresta. Nel 1971, appunto, fece scalpore il ritrovamento, nel cuore della foresta, di un "popolo perduto", ritenuto del tutto isolato dal resto della civiltà dai tempi della preistoria. I Tasaday (26 persone in tutto, fra uomini, donne, e bambini) vivevano ancora nelle caverne, avevano una lingua loro, erano praticamente nudi tranne che per dei perizomi fatti di foglie intrecciate, non conoscevano l'agricoltura, e usavano solo rozzi attrezzi in pietra.

La notizia di un popolo che ignorava, secondo i primi osservatori, cose come la violenza e la guerra, e dallo stile di vita così semplice e pacifico, a contatto con la natura, affascinava. Finì così sulle pagine dei rotocalchi quali il National Geographic e in televisione. Quegli indigeni nudi e dai capelli lunghi erano la prova che l'umanità non è originariamente corrotta, ma che può essere trasformata nel senso auspicato dai fricchettoni dell'epoca, stanchi del Vietnam e della guerra. I Tasaday vengono visitati sotto la supervisione di Elizelde da un selezionato numero di giornalisti e antropologi, che ne scrivono resoconti entusiastici e realizzano documentari, nonché da visitatori curiosi fra cui l'ex aviatore Charles Lindbergh e la nostra Gina Lollobrigida. Ma solo per pochi anni, perché a un certo punto Manuel Elizende decide di proibire l'accesso a chiunque non abbia il permesso governativo (permesso che sarà negato a tutti), al fine di proteggere la già fragile comunità.

Nel 2000, una lettera inviata al presidente dell'associazione americana degli antropologi (AAA) annuncia la prossima uscita di un libro, Darkness in Eldorado di Patrick Tierney, contenente gravissime accuse contro Napoleon Chagnon e il genetista James V. Neel. Costoro avrebbero volontariamente infettato gli Yanomami con un "vaccino" non efficace che avrebbe scatenato un'epidemia di morbillo, il tutto nel quadro di un esperimento medico su cavie umane inconsapevoli. Si accusava inoltre Chagnon di aver fabbricato le prove sulla violenza fra gli Yanomami, di aver anzi contribuito lui stesso, col suo comportamento e la sua invadenza, a un aumento dei comportamenti violenti, e di aver danneggiato quella popolazione dipingendola in una luce poco favorevole e dando così la scusa per sfruttarla e depredarla dei suoi territori.

In realtà le accuse sull'epidemia artificialmente provocata vengono debunkate quasi subito (le autorità mediche smentiscono con decisione che il tipo di vaccino usato possa trasferire il morbo da persona a persona), ma restano i dubbi sull'operato di Chagnon, già da tempo sotto i riflettori della polemica. Lo si accusa ad esempio di aver acceso la competizione fra gli Yanomami scambiando armi e machete in cambio di informazioni, di averli messi l'uno contro l'altro facendosi rivelare i nomi segreti dei rivali, e poi spifferando apertamente questi segreti in modo da verificare la correttezza delle informazioni, o di aver realizzato documentari su scontri e battaglie che in realtà erano messe in scena da lui organizzate. Anche le sue teorie sulle cause della violenza vengono messe in discussione. La competizione fra gli Yanomami secondo Marvin Harris non è per il sesso ma per il territorio e le risorse ivi contenute (cioè per le proteine), mentre secondo Brian Ferguson (autore di Yanomami Warfare: A Political History) è addiritura per l'accesso all'antropologo, cioè per i favori dell'uomo bianco che porta i doni avvelenati della civiltà e rompe gli equilibri tradizionali.

Nel 1986, quando il regime di Marcos sta per cadere, due giornalisti riescono ad entrare nel territorio Tasaday sotto la guida di un militante comunista legato alla guerriglia contro il regime, Joey Lozano. Quello che scoprono, e che annunciano al mondo, è che i Tasaday non sono mai esistiti, ma che si tratta di un gruppo di contadini del luogo pagati per vestirsi da selvaggi, abitare nelle caverne, e recitare la parte dei primitivi, nel quadro di un'operazione di propaganda messa in opera allo scopo di mettere in buona luce il regime di Marcos o forse solo per soddisfare le ambizioni politiche di Elizelde.

In effetti, alcuni antropologi si erano già chiesti, com'è possibile che un gruppo rimanga isolato per millenni a pochi giorni di cammino dai villaggi più vicini? Com'è possibile che siano sopravvissuti tanto nonostante il loro scarso numero, al di sotto della soglia biologica di sopravvivenza? Perché le grotte sono così pulite, e dove sono i resti, nei pressi delle caverne, che indicano una presenza umana così prolungata nel tempo? Perché la loro lingua è così simile a un dialetto Manobo, ed è così facile da decifrare? Perché nessun antropologo ha davvero potuto osservare il loro modus vivendi, venendo ostacolato dalle interferenze di Elizelde? Com'erano davvero i Tasaday prima di venire in contatto con Dafal, e perché a volte indossano vestiti, e a volte tornano ai loro perizomi solo per compiacere i visitatori? I Tasaday tornano così sotto la luce dei riflettori, ma stavolta come "la più grande truffa della storia dell'antropologia". Gli antropologi che ne avevano avallato la storia vengono messi in ridicolo, e il mito del buon selvaggio nuovamente riposto in soffitta.

Ma le cose non sono mai così semplici. Numerose inchieste vengono svolte sull'operato di Chagnon, alcune ad esplicito intento apologetico, mentre un'altra investigazione viene promossa dall'AAA, che pubblicherà un lungo report informativo (in pratica Chagnon viene "processato" dai suoi colleghi). Ne emerge un quadro alquanto complesso, dove più che l'operato di Chagnon vengono messi in discussione i fondamenti stessi della scienza antropologica. Chi mette in dubbio l'oggettività delle osservazioni di Chagnon, in quanto condizionate dalla sua stessa presenza, non sembra rendersi ben conto che questo è semplicemente inevitabile e di quanto sia ipocrita e superficiale addebitare a lui quello che è una sorta di corollario, applicato all'antropologia, del principio di indeterminazione di Heisenberg.

È comunque evidente l'intento moralistico e persecutorio, in un clima di vera caccia alle streghe, degli accusatori, e sono in molti a notare come la figura dei veri "selvaggi", aggressivi e violenti, in questa storia la stiano facendo proprio le fazioni in lotta degli accademici. Degli Yanomami non interessa un granché a nessuno: quello che è in gioco è una nozione puramente intellettuale della "natura umana" e l'antipatia della sinistra accademica per la sociobiologia e la psicologia evoluzionistica, tacciata di riduzionismo e di eugeneticismo nazista. La vicenda comunque si concluderà in sordina nel 2005, quando l'AAA liquiderà tramite un referendum lo stesso report da essa scritto (fra mille litigi e dissociazioni) sulla base del fatto che una simile investigazione sull'operato di un membro non è prevista dalle regole dell'associazione, soprattutto in quanto priva del consenso necessario sulle questioni etiche messe in gioco (fra parentesi, la storia dello scandalo El Dorado è stata fonte d'ispirazione per uno dei primi post di questo blog).

Ma anche i Tasaday, nel corso degli anni, vengono riscoperti e in un certo senso rivalutati, con qualcuno che si spinge a dire che la vera bufala non sono loro, ma la notizia della bufala, spacciata frettolosamente per verità in un momento in cui tutto ciò che era associato al regime di Marcos era visto come negativo. Anche in questo caso i Tasaday, poverini, non hanno colpa di nulla. Come è documentato nel bel libro di Robin Hemley (Invented Eden) essi esistono, indubitabilmente (oggi hanno anche una loro pagina web), e del resto sarebbe stato impossibile ricreare dal nulla la loro lingua (o dialetto) solo per realizzare una bufala, ma hanno la responsabilità di non esser riusciti a combaciare perfettamente con l'immaginario che la civiltà voleva sovrapporre alle loro persone.

L'ipotesi oggi ritenuta più probabile è che non si tratti di una popolazione antichissima, ma semplicemente di un gruppo staccatosi forse un centinaio di anni fa da una tribù più grande in seguito a un'epidemia (il fugu, forse vaiolo, di cui conservano una vivida memoria), e quindi regredito a uno stato selvaggio, isolandosi nella foresta e perdendo la conoscenza dei metalli e dell'agricoltura. La loro soggezione nei confronti del "benefattore" Elizelde, che li voleva ancora più "selvaggi" di quanto già non fossero, avrebbe poi contribuito ad alimentare gli equivoci a loro riguardo. Quel che è certo è che non sono stati trattati bene da nessuno, abbandonati da Elizelde (fuggito dal paese), e squalificati dalla comunità scientifica, non hanno tratto nessun giovamento dalla loro "recita", se di una recita si è trattato (solo recentemente il governo filippino ne ha riconosciuto ufficialmente l'esistenza).

I percorsi del politicamente corretto, applicati all'antropologia, sono assai tortuosi: da una parte si attacca un antropologo per essersi rifiutato di descrivere in maniera idilliaca il modo di vivere di una popolazione dell'Amazzonia, come se il riconoscerne la componente aggressiva e violenta potesse giustificare davvero il loro maltrattamento, mentre dall'altra parte si nega l'esistenza stessa di un gruppo di persone, solo perché associate (in maniera da parte loro inconsapevole) ad un regime odioso. In tutto questo furore ideologico, come sempre, sono le persone in carne e ossa ad essere dimenticate e messe da parte.

giovedì 28 gennaio 2010

interludio

Poco tempo, tanto lavoro, il blog ne risente. Inoltre sono stato risucchiato dal mondo terrificante dei social network. Ho scoperto, come sospettavo, che tutti i miei pregiudizi erano fondati. I social network sono pieni di gente fannullona e narcisista che passa il tempo a rimirarsi l'ombelico e a postare cose stupide.

Però io non sono certo migliore del resto dell'umanità, per cui vi presento il mio nuovo giocattolino.


Se qualcuno non potesse proprio aspettare un nuovo post e volesse farmi una domanda, sarò il suo oracolo. Non chiedetemi nulla su Derrida e il decostruzionismo, non sono preparato.

mercoledì 20 gennaio 2010

accetta il mistero

Il terremoto di Lisbona del 1 novembre del 1755, oltre a provocare fra i 60.000 e i 90.000 morti, scosse anche le fondamenta del pensiero occidentale. Si sostiene, addirittura, che l'impatto del terremoto di Lisbona per il pensiero del XVIII secolo è paragonabile a ciò che è stato l'Olocausto per il Novecento.

Voltaire, ad esempio, scrisse un Poema sul disastro di Lisbona, dove attaccava violentemente la filosofia razionalistica e ottimista di Leibniz, oltre che, implicitamente, le autorità ecclesiastiche e la funzione consolatoria della religione cristiana. Nella teologia cristiana l'antico problema della teodicea, ovvero della giustificazione divina (specie in rapporto all'esistenza del male), veniva spesso risolto tramite una definizione del male per negazione, ovvero come assenza del bene, e quindi come un allontanamento da Dio. Ma il terremoto di Lisbona sbatte prepotentemente in faccia agli intellettuali del XVIII secolo la dura realtà del male come presenza concreta e innegabile. Innegabile anche perché sarebbe un insulto di fronte ai morti.

“Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l' universo peggior sarebbe dunque stato ?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l'universo.
Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente.

I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse : “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!


Il terremoto, con tutta l'orribile gratuità delle morti e delle sofferenze provocate su degli innocenti, non era spiegabile come un gesto voluto dalla Provvidenza divina, a meno di non postulare un dio malvagio. Ma se Dio non può volere il male, per definizione, e il male c'è, significa che Dio è impotente di fronte ad esso, e anche questo non sembra possibile. Resta la possibilità che non ci sia nessun Dio, o quanto meno nessun senso, nessuna giustificazione di fronte al male, in quanto Dio se c'è è indifferente al nostro destino. Che è la conclusione di Voltaire.

Jean-Jacques Rousseau si sarebbe però ribellato alla concezione pessimistica voltairiana: no, il terremoto di Lisbona non poteva mettere in ombra l'operato, talvolta imperscrutabile, della Provvidenza divina, come scrisse in una lettera a Voltaire.

Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? "Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi abbiano mai fine; perché non c’è altro motivo per la tua esistenza, oltre la sofferenza e la morte". Non capisco come una simile dottrina possa risultare più consolatrice dell’ottimismo e della stessa fatalità. Confesso che per me è ancora più crudele del manicheismo. Se il problema dell’origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo.

Del resto Rousseau aveva già scritto opere in cui proclamava la perfezione della natura e imputava tutti i mali del mondo alla civiltà e al progresso, che avrebbero appunto corrotto l'originaria e innocente natura umana. E comunque, scriveva, il disastro non era imputabile proprio alla sciagurata abitudine degli esseri umani di aggregarsi in popolose città, e in palazzi di più piani? Nella sua società naturale una cosa del genere non sarebbe mai successa.

Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto. Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé. Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi? Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?

Kant, allora un giovanotto, fu anche lui affascinato dalla catastrofe, ma invece di trarne insegnamenti morali cercò di capirne le cause naturali, tanto da scrivere tre saggi sull'origine dei terremoti, formulando una teoria errata ma che viene considerata l'inizio della geologia scientifica in Germania.

Oggi siamo maggiormente abituati ai disastri naturali, ma essi ancora ci riempiono di sgomento, e ancora oggi non sappiamo rassegnarci, come Voltaire, alla realtà ineluttabile del male come presenza non giustificabile, priva di significato, e non sempre attribuibile ad una responsabilità umana (vedi anche qui).

Persino lo tsunami che si abbattè nel 2005 sulle coste dell'Asia sarebbe stato evitato, se non fossero state tagliate le foreste di mangrovie, secondo alcuni epigoni di Rousseau. Mangrovie contro tsunami, e pensare che era così facile. Il terremoto in Abruzzo era stato previsto, bastava ascoltare gli appelli di un tizio che aveva indovinato tutto, tranne il luogo e il tempo giusto. L'uragano Katrina invece è stato organizzato dai servizi segreti, come il terremoto in Cina, del resto.

E Haiti? Beh, c'è chi ha rispolverato la storia di un vecchio patto col diavolo, però il meglio in questi giorni ci è stato offerto dal Giornale di Vittorio Feltri: il disastro di Haiti è " la catastrofe dell'anticapitalismo". Tesi deboluccia, perché non è che ad Haiti vi fosse un regime comunista, come è stato fatto notare, ma interessante perché, dal punto di vista del problema della teodicea, offre un'angolazione inedita, originale. Siamo in pratica agli antipodi di Rousseau: non sono state tagliate abbastanza mangrovie.

Anzi, direi che si tratta tutto sommato di un ritorno a Leibniz, al migliore dei mondi possibili. Perché il peccato degli haitiani non è davvero quelli di non essere abbastanza capitalisti (lo sono, e hanno anche tagliato le mangrovie), ma semplicemente quello di aver perso la gara: ci avranno anche provato, ma sono poveri, e giustamente sono morti, perché in questo mondo non c'è spazio per i perdenti. È un segno della provvidenza anche questo, e a differenza di altre strategie questa almeno è veramente consolatoria. A noi ricchi queste cose non possono capitare, tranquilli, siamo in una botte di ferro.

Tra Rousseau e Leibniz (purtroppo senza la loro profondità d'analisi) il povero Voltaire è scomparso (per non parlare di Kant). Anche perché in effetti non ha nulla da offrirci. Non è in grado di darci un colpevole da sacrificare, un capro espiatorio, e non è neppure in grado di consolarci. Ci dice solo che dobbiamo coltivare il nostro giardino, e sperare per il meglio. Ma almeno non offende nessuno, e soprattutto non strumentalizza le tragedie altrui per propagandare la sua agenda politica. A volte vi è della morale, nell'assenza di fede.

mercoledì 13 gennaio 2010

come distinguere una Madonna vera da una finta

Il cervello in vasca non è altro che la versione aggiornata ai tempi moderni dell'argomento del demone di Cartesio (ma, volendo, anche della caverna di Platone). Cartesio, qualcuno lo ricorderà, ipotizzava che un demone onnipotente e malvagio lo distraesse in continuazione e lo facesse sbagliare in modo che, oltre alla realtà del mondo sensoriale, non potesse essere sicuro neanche delle verità matematiche e di ragione più elementari (salvo il cogito, naturalmente).

Al posto del demone, qualcuno ha ipotizzato uno scienziato pazzo che immerge il nostro cervello in una vasca di liquido amniotico per tenerlo in vita, e con dei cavi collegati a un computer potentissimo gli fa vivere delle vivide esperienze di realtà virtuale indistinguibili dalle esperienze reali (sì, è la trama del film Matrix, e non è un caso).

La domanda che alcuni filosofi si fanno è: possiamo essere sicuri di non essere cervelli in vasca, possiamo dimostrarlo? Non potrebbe essere tutta un'allucinazione? Sono un uomo che ha sognato di essere una farfalla, o sono una farfalla che sta sognando di essere un uomo? Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni? La vita è un sogno? etc. Si tratta, insomma, dell'argomento preferito dalla compagine degli scettici, che sostengono che di nulla si può mai essere veramente sicuri. Altri filosofi, invece, hanno risposto di no, che questo non è possibile. Hilary Putnam (è un uomo perché ha una elle sola nel nome) ad esempio ha una curiosa contro-argomentazione.

Se fossimo davvero cervelli in una vasca, sostiene, non potremmo pensare di essere cervelli in una vasca. Infatti, per ipotesi, nulla di ciò a cui pensiamo si riferisce davvero a quel che pensiamo si riferisca. Un cervello nella vasca, ad esempio, non vede e non pensa mai ad alberi veri, ma solo ad "alberi", a rappresentazioni di albero indotte dal computer, cioè a scariche di impulsi elettrici o insiemi di bit.

Parimenti, un cervello nella vasca non potrebbe mai attingere alla verità di "io sono un cervello nella vasca", perché impossibilitato per ipotesi a riferirsi a qualcosa che si trova al di fuori delle rappresentazioni indotte dal computer, e impossibilitato quindi a pensare a cose come cervelli e vasche "reali", ma solo ai loro simulacri. Allora il suo pensiero "io sono un cervello della vasca" è sicuramente falso (falso se non lo è, e falso anche se è davvero un cervello nella vasca).

Se non lo trovate molto convincente siete in buona compagnia, anche se l'argomento ha un suo fascino, e non è poi così facile da smontare. Ma potrebbe essere ancora più interessante, in realtà, confutare la teoria dei cervelli in vasca non da un punto di vista puramente concettuale-filosofico, come ha tentato Putnam, ma da un punto di vista fisico, basato sulla scienza ordinaria.

I cervelli in vasca, infatti, sono fisicamente impossibili, se ci si pensa bene. Nessun computer può avere una potenza di calcolo tale da simulare completamente un'esperienza sensoriale totale e interattiva. Se vogliamo far vivere a qualcuno l'esperienza di scalare il K2, è molto più semplice ed economico portarcelo, che riempire di dati un calcolatore. Non è un caso, ad esempio, che i simulatori di volo per piloti professionisti siano montati in ambienti che non si limitano a simulare le caratteristiche di un volo in aria, ma le riproducono nella realtà. Le vibrazioni che si avvertono quando si tocca la cloche sono dovute alle vibrazioni dell'ambiente della cabina dell'aereo, ricostruito in scala.

Si dirà, ma allora le allucinazioni, e i sogni? Beh, i sogni sono esperienze strane di cui è difficile parlare, ma in realtà credo che non sia poi così complicato distinguere il sogno dalla veglia. In questo momento ad esempio sono ragionevolmente certo di essere sveglio. Ci sono anche dei modi per distinguere un'allucinazione dalla realtà, e abbastanza efficaci.

Supponiamo che io ad un tratto veda la Madonna, e che questa cominci a parlarmi. Io la vedo davanti a me, sospesa per aria, e mi sta dicendo qualcosa. Siccome sono abbastanza scettico su queste cose, per me è naturale dubitare della mia esperienza, ma come faccio ad accertarmi che sono davvero pazzo, e non un prescelto? Potrei provare, ad esempio, a girarci intorno, invece che starmene fermo imbambolato. Vista da davanti è convincente, ma vediamo che aspetto ha da dietro. Oppure, mentre mi parla potrei interromperla e provare a interrogarla per vedere se è capace di sostenere una conversazione. Il vecchio trucco del test di Turing, in fondo.

- Ascolta quel che dico. Vi sarà un grande conflitto e...
- Aspetti un momento, signora, mi può dire che ore sono?
- ... In verità ti dico, in verità...
- Sì, d'accordo, ma prima mi dica quanto fa 16 x 17.
-...
- È timida? Beh, permette che la tocchi? scusi se mi permetto ma devo saggiare la consistenza delle sue carni.
-...
- Posso almeno annusarle un piede? Sa, io sono come san Tommaso...
-...
- Signora?
- ...
- Oh, è sparita. O si è offesa oppure era un'allucinazione.

Non mi risulta che nessun pastorello abbia mai provato ad interagire veramente con le sue visioni. Perché questa è una delle caratteristiche principali delle allucinazioni, e anche dei sogni: quando le vivi, sei in uno stato di completa passività e soggezione, che ti impedisce di interagire con ciò che vedi e ascolti. Facile ingannare la gente così: al cinema 3d posso avere l'illusione che i personaggi siano reali, ma solo perché non posso fare niente, posso solo assistere. Un'esperienza sensoriale totale, che coinvolga tutti i sensi, e che sia in grado di prevedere e rispondere in tempo reale agli input e le richieste generate dall'utente, è semplicemente impossibile.

Questo in realtà è anche un buon modo per distinguere i visionari dai ciarlatani. Se un pastorello dice di aver visto la Madonna, e che questa gli ha parlato, forse dice la verità. Se sostiene di averci preso un tè insieme conversando di economia, vuole solo farsi notare. Carlos Castaneda (quello di A scuola con lo stregone), ad esempio è un cazzaro. Dai, le droghe sono divertenti, ma non fanno quell'effetto lì, non ti trasformano in un lupo, o in un uccello che si mette a volteggiare sopra il tuo corpo.

Filosoficamente questa confutazione non ha nessun valore. Lo scettico non ne sarà convinto, e giustamente, perché si basa su quella stessa realtà che lo scettico mette in dubbio. Tuttavia, non abbiamo altro, quindi è anche l'unica che abbia un senso.

giovedì 7 gennaio 2010

omaggio a Beniamino Placido (1929-2010)

"AVETE un bambino? Oppure un nipotino? Oppure, in mancanza, avete degli amici che abbiano a loro volta uno o più bambini, uno o più nipotini? E non siete preoccupati, non siete angosciati? Begl'incoscienti che siete. Quel bambino, quei bambini sono scivolati adesso, di soppiatto, davanti ad un televisore. Lo accendono. Lo manovrano col telecomando (perché sono diabolicamente bravi, i bambini) e da quell'apparecchio acceso vengono fuori i mostri; è un diluvio di violenza e di sesso destinato a travolgerli ed a trascinarli all'inferno. Chi? Che cosa? Ma quei bambini, naturalmente.

VOI NON VI PREOCCUPATE perché siete, se permettete, incoscienti. E soprattutto, perché non seguite l'ininterrotta vicenda delle inchieste e dei convegni. Ci sono stati in questi giorni tre inchieste ed un convegno sul tema della violenza in televisione. Oppure tre inchieste e due convegni: forse non ho contato bene. Come che sia, le tre inchieste sono state prodotte dal Pragma, dal Cirm e dal Censis. Il convegno è stato organizzato proprio dalla RAI-TV. I giornali, finché hanno potuto, ne hanno parlato. Qualcosa mi dice che questo argomento genererà altre inchieste forse, altri convegni certamente nel prossimo autunno. Qualcosa poi mi fa sperare che potrei essere invitato anch'io, a qualcuno di questi convegni (è domenica: non è permesso un po' di ottimismo?).

IN QUESTO CASO dichiaro fin d'ora che parteciperò a tutti i convegni, dovunque si svolgano, sia di giorno che di notte, ma ad una condizione. Eccola. La condizione che tutti i partecipanti al convegno (ai convegni) sul delicatissimo tema violenza-bambini-televisione abbiano letto - preventivamente e attentamente - un libro.

NON È DIFFICILE: il libro che sto per suggerire non è un saggio di pedagogia, o di teoria della comunicazione. È un romanzo scritto prima, molto prima che la televisione venisse inventata. Si tratta de Il giro di vite di Henry James. Si tratta di un romanzo breve e irresistibile (164 per 1200 lire nella traduzione Garzanti del 1974). Ecco la storia succintamente: siamo nella campagna inglese, siamo nel secondo Ottocento. Due bambini che non hanno più né padre né madre vengono affidati ad una istitutrice (oggi si direbbe: ad una baby-sitter). I due bambini Flora e Miles sono - o almeno sembrano - angelici. Ma l'istitutrice si accorge con crescente terrore - suo e nostro - che essi intrattengono un rapporto notturno, mostruoso, ai limiti dell'indecenza, nientedimeno che con i fantasmi del servo e dell'istitutrice precedente. Di cui si sa erano corrotti, e che sono morti in misteriose circostanze.

FINE DELLA STORIA di Henry James (è breve, ve l'avevo detto). Ed inizio del capitolo più affascinante, più controverso di tutta la storia della critica letteraria. Questo romanzetto fu pubblicato nel 1898. E fu letto così - come ve l'ho letto io, riassumendo - per i successivi venticinque anni. Agli inizi degli anni '20 si venne a sapere che un oscuro professore della provincia americana lo leggeva - e lo aveva sempre letto ai suoi allievi - in modo del tutto differente. I fantasmi non ci sono. I bambini non li vedono. È l'istitutrice che ha delle allucinazioni. E le attribuisce ostinatamente - fino a farli impazzire - ai due poveri bimbi innocenti.

FU COME UNA BOMBA che scosse, e ancora tiene in agitazione il mondo - modesto ma non inutile - della critica letteraria. Ad uno ad uno, tutti i critici letterari del tempo - cominciando dal più grande di tutti, Edmund Wilson - rilessero il racconto. E dissero: ma è vero! Ma è proprio così! Non c'è nessun punto della narrazione in cui i bambini vedano veramente i fantasmi. Bella storia, vero? Bella e istruttiva. Con questo racconto enigmatico, Henry James ha voluto dirci, evidentemente: siete voi adulti che avete i vostri inconfessabili fantasmi, le vostre allucinazioni, le vostre tentazioni, dentro. Per favore: non attribuitele, non attribuiamole ai bambini.

NESSUN CONVEGNO decente sul tema televisione-violenza-bambini può aver luogo se non si ha in mente questa storia esemplare. Se non si ha in mente il sospetto – almeno il sospetto - che il vero problema sono gli adulti, non i bambini. O quanto meno: gli adulti quanto i bambini."

Beniamino Placido, Siamo certi che è la tv a trasmettere violenza?, "La Repubblica", 26 giugno, 1988

come ho imparato ad amare l'entropia e vivere felice

Che uno sia preoccupato per l'impatto delle attività produttive dell'uomo sul pianeta e per il possibile esaurimento delle risorse lo posso capire, e anzi è cosa buona e giusta. Che uno vada cianciando di secondo principio della termodinamica per dimostrare che il capitalismo è un sistema economico insostenibile, come mi è capitato di vedere di recente in una discussione su un certo social network, invece mi fa un po' arrabbiare, perché è la più classica delle supercazzole. Un po' come dire che quello nascosto nell'armadio potrebbe anche non essere un amante, perché in fondo, come ha scoperto Einstein, tutto è relativo.

I fautori della decrescita, ovvero coloro che credono che il vero miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto attraverso la diminuizione dei consumi e quindi del PIL ("perché non si può immaginare un sistema votato alla crescita infinita"), a quanto pare si appoggiano, in cerca di legittimità culturale, alle tesi di un economista romeno, Nicholas Georgescu-Roegen, "fondatore della bioeconomia", o economia ecologica (morto nel 1994), autore di The Entropy Law and the Economic Process. Ma si può citare anche il guru ambientalista Jeremy Rifkin, col suo Entropia. La fondamentale legge della natura da cui dipende la qualità della vita.

Vediamo cosa c'è scritto su Wikipedia alla voce "entropia (economia)":

In base al secondo principio della termodinamica l'entropia di un sistema isolato è una funzione di stato che misura la progressiva e naturale perdita di energia disponibile per produrre lavoro, in assenza di apporto esterno positivo, nell'aumentare il suo stato di disordine termodinamico. Non tutta l'energia, però, può essere utilizzata, una parte viene, obbligatoriamente nei sistemi reali, perduta ovvero degradata in forma di calore, e indisponibile quindi a produrre un lavoro.
Applicando la legge dell'entropia all'economia, e in particolare all'economia della produzione, Georgescu-Roegen ha contribuito in modo sostanziale all'enunciazione della prima teoria economica che pone i fondamentali per una discussione della decrescita.

Alla voce su Nicholas Georgescu-Roegen, invece:

Ogni processo economico inserito in un contesto ecosistemico, dice l'economista romeno, incrementa inesorabilmente ed irreversibilmente l'entropia del sistema-Terra: tanta più energia si trasforma in uno stato indisponibile, tanta più sarà sottratta alle generazioni future e tanto più disordine proporzionale sarà riversato sull'ambiente.
Così, 'paradossalmente', vengono meno le ragioni tipiche dei sistemi economici attuali, che puntano ad una massimizzazione del numero di merci prodotte, ed una velocizzazione del loro processo produttivo. Una contabilità di tipo diverso, secondo Georgescu-Roegen, basata sulla misura in output dell'entropia, e una efficienza energetica pensata in un nuovo paradigma, che vada a premiare non il processo massimamente redditizio, produttivo o veloce, ma entropicamente efficiente, è alla base di tutta la teoria bioeconomica.

Dunque, dunque. Se "ogni" processo economico (che sia inserito in un contesto ecosistemico è un truismo, ma si vede che fa intellettuale dirlo) incrementa l'entropia del sistema, allora qual è la ragione del venir meno dei sistemi economici attuali? Esiste un sistema economico in grado di invertire il processo? Fatemi capire, ammesso che il secondo principio della termodinamica abbia qualcosa a che fare con l'economia, il comunismo abolisce le leggi della fisica?

Non illudiamoci, come l'esperienza quotidiana ci insegna, vi è un aumento dell'entropia ogni volta che mangiamo e poi andiamo in bagno, nel senso che ciò che esce, "lavorato", non ha certo la stessa qualità di quel che entra, e non può essere riutilizzato se non in parte (possiamo usarlo come fertilizzante). Ma spero che nessuno proponga di smettere per questo di mangiare, o pensi che nel modello di pensiero biologico corrente, per il quale l'alimentazione è necessaria alla vita, ci sia qualcosa di profondamente errato. Non c'è una teoria dell'inedia felice, parlare di decrescita felice ha lo stesso senso.

Ma quello che mi chiedo è, soprattutto: perché scrivere interi libri sulla base di un presupposto semplicemente errato? Per la seconda legge della termodinamica, "in un sistema isolato l'entropia è una funzione non decrescente nel tempo". Sarebbe bastato leggere la definizione, quindi, e chiedersi se il nostro eco-sistema è davvero un sistema isolato.

Un frigorifero è capace di trasferire calore da un corpo più freddo a uno più caldo, contravvenendo al secondo principio, perché non è un sistema isolato: è attaccato alla corrente elettrica, dalla quale succhia l'energia necessaria a compiere il miracolo. Se staccate la corrente, i cibi vi vanno a male. Ma il computo totale è negativo: nonostante il locale raffreddamento dei cibi nel frigorifero, il lavoro svolto ha in effetti aumentato la quantità di calore presente nell'universo. Cosa della quale non ci dobbiamo preoccupare troppo, finché esiste la corrente elettrica.

Il nostro pianeta non è un sistema isolato perché quel che svolge la stessa funzione della corrente elettrica per il frigorifero, per noi è il Sole. È da lui che proviene tutta l'energia, ed è proprio il Sole che permette l'esistenza di quelle mirabili isole di ordine, che camminano in direzione contraria alla freccia del tempo, chiamate "organismi viventi".

La Terra non è un sistema isolato, e se lo fosse non dureremmo neanche un giorno di più. Siamo attaccati alla corrente elettrica, e per fortuna non dobbiamo preoccuparci neanche di pagare la bolletta. Almeno per altri 5 miliardi di anni. Periodo di tempo in cui possiamo cercare nuovi modi di catturare l'energia regalataci in maniera più efficiente e sostenibile di quanto non avvenga oggi.

Col sole avviene la sintesi clorofilliana, che fa crescere le piante e gli alberi. Bruciando il legno degli alberi possiamo riscaldarci e cuocere i cibi. Le piante vengono mangiate dagli animali, che a loro volta possono essere usati per compiere lavoro. Il sole è anche il responsabile delle perturbazioni atmosferiche, facendo sì che le masse di aria riscaldate si muovano e creino il fenomeno del vento, il quale fa compiere ulteriore lavoro ai mulini e alle pale eoliche. Le piante che muoiono e si decompongono invece finiscono sotto terra dove vengono piano piano trasformate in simpatico petrolio, pronto per essere estratto, raffinato e bruciato. Eccetera.

In pratica non c'è lavoro svolto sul pianeta che in ultima analisi non provenga dal Sole, la nostra pila Duracell con una carica di qualche miliardo di anni. No, non ha proprio senso parlare di sistema isolato a proposito del nostro pianeta. Il che non significa che non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il processo per cui le piante si trasformano in idrocarburi richiede molto tempo, mentre disperdere tale energia nell'atmosfera ne richiede molto poco. Il petrolio non durerà per sempre, quello finisce davvero, prima o poi.

Ma questo significa solo che dobbiamo impegnarci per trovare nuove maniere, più efficienti, per trasformare, immagazzinare, e usare, l'immensa quantità di energia regalataci dal Sole. Come abbiamo sempre fatto, per inciso, cosa che ha permesso appunto l'innalzamento degli standard di vita dalla Rivoluzione Industriale in poi. Parlare di decrescita è invece pericoloso, perché costituisce semplicemente una resa a ciò che ineluttabile non è, ovvero il ritorno alla miseria per tutti.

Poi un giorno il Sole si spegnerà, d'accordo, ma ammesso che dobbiamo preoccuparci di quel che succederà tra 5 miliardi di anni (se anche esisteranno i nostri discendenti, dubito che esisterà l'homo sapiens), beh, per allora avremo colonizzato altre galassie. E ci sarà qualcuno, dal Sud dell'universo, che si lamenterà, perché le stelle non sono mica infinite.