sabato 24 gennaio 2015

il mito dell'istruzione (contro l'obbligo scolastico)


Feci la conoscenza di un calzolaio di nome Schröder… che più tardi andò in America… Mi diede da leggere dei giornali e io poco li leggevo, perché mi annoiavano;  ma poi mi interessarono sempre di più… Parlavano della miseria dei lavoratori, e di come i lavoratori dipendevano dai capitalisti e dai grandi proprietari terrieri, in un modo così vivo e vero che ne fui sbalordito. Era come se prima fossi vissuto con gli occhi chiusi. Accidenti quello che scrivevano su quei giornali era la verità. Tutta la mia vita fino a quel giorno ne era una prova (un bracciante tedesco, 1911 circa).
Gli è che la gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere. In fondo i soli veramente ragionevoli erano i poveri, i semplici, che stimarono subito la guerra una disgrazia, mentre i benestanti non si tenevano dalla gioia, quantunque proprio essi avrebbero potuto rendersi conto delle conseguenze. Katzinski sostiene che ciò proviene dalla educazione, la quale rende idioti; e quando Kat dice una cosa, ci ha pensato su molto (Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929).

Le due citazioni, la prima delle quali compare ne L’età degli imperi di Eric Hobsbawm, dovrebbero render chiaro come l’educazione può assumere diverse valenze, anche in considerazione del contesto nel quale viene somministrata. Nel caso del bracciante tedesco abbiamo a che fare col potenziale emancipatorio della lettura, con la capacità che ha di far oltrepassare i limiti ristretti dell’esperienza quotidiana per meglio rischiararla e far comprendere al lettore la propria situazione. C’è da chiedersi, naturalmente, chi ha interesse oltre al bracciante in questione a risvegliare la sua coscienza e fornirgli l’educazione di cui ha bisogno. Forse i suoi padroni? O non avrebbero piuttosto interesse i padroni a tenere nell’ignoranza i lavoratori?

Il secondo passo mette in evidenza quello che è il lato oscuro della scolarizzazione (dal quale, nel caso in questione, i più poveri sarebbero almeno stati risparmiati a scapito dei benestanti), ovvero l’esatto contrario dell’emancipazione e del risveglio dello spirito critico, ma l’indottrinamento e il cieco asservimento agli interessi di un potere superiore. Peccato che questo secondo lato sia stato relegato sullo sfondo da una mitologia sempre più pervasiva e onnipresente secondo la quale l’educazione non può che assumere tutte le valenze positive, tanto da costituire non solo un diritto di ciascuno, ma addirittura un obbligo che ci viene disinteressatamente imposto in vista del nostro bene.

Ma mettendo per il momento da parte la polemica sull’obbligo quello che si vuol mettere sotto osservazione è il mito. “Mito” qui, e seguendo lo storico dell’alfabetizzazione Harvey J. Graff, ha il senso barthesiano di sistema di comunicazione che connota ideologicamente la realtà tendendo non tanto a nasconderla ma a deformarla, a occultare i rapporti di produzione che la rendono possibile, a occultarne cioè la storicità e problematicità rendendola “natura”, una realtà non discutibile e che in qualche modo vive ormai di vita propria, sganciata da ogni contesto storico e da ogni possibilità di verifica empirica. Con questo, cioè, non si intende denunciare come interamente “falso” il sapere comune riguardo all’alfabetizzazione, ma denunciarlo come problematico, ed evidenziare come poggi su basi spesso più ideologiche che storiche o sociologiche.

Il mito afferma che esiste una cosa, che si chiama “alfabetizzazione”, il cui possesso a livello individuale coincide non solo con la capacità di avere successo nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali ma soprattutto con il possesso di tutte quelle qualità che ci rendono “umani” e ci distinguono dalle bestie. L’uomo è un animale alfabetizzato. A livello collettivo costituisce invece la misura del progresso di una determinata società, indissolubilmente legata a qualsiasi altro indicatore di benessere perché di questo causa o origine prima. La storia di qualsiasi popolo conosce una drastica cesura dal momento in cui esso viene “alfabetizzato” e “scolarizzato” e viene quindi strappato da un passato di oralità, di ignoranza e superstizione dove tali privilegi spettavano soltanto a una sparuta minoranza. Un popolo alfabetizzato, inoltre, è naturalmente in simbiosi con la democrazia in quanto in grado di comprendere i propri interessi e di compiere scelte razionali e mature, mentre le istituzioni di un popolo ignorante sono condannate a degradarsi e trasformarsi in qualcosa di simile alla tirannia.

Quale più efficace e simbolica espressione del mito potremmo prendere questa vignetta che ultimamente ho visto passare spesso su Facebook:

Dove il messaggio, al di là dell’ingenuità del credere che i conflitti del pianeta si risolvano davvero con l’istruzione, è in realtà profondamente ambiguo perché l’istruzione viene da un lato contrapposta alle armi, strumenti di violenza e predominio, mentre dall’altro lato se ne dichiara appunto la natura affine, proprio di strumento di sopraffazione del nemico più efficace di qualsiasi altro. L’equivoco è anche quello di considerare l’educazione come ideologicamente neutra, come cosa buona a prescindere dai contenuti (mentre non è che i talebani siano contrari all’istruzione, anzi, sono favorevolissimi alla loro peculiare idea di istruzione). Proprio questa finzione però denuncia l’intento imperialistico, di esportazione non di una idea neutra di istruzione, che non esiste, ma dei nostri valori occidentali e della nostra democrazia. Ma se è così non meraviglia appunto la ostinata resistenza che questa idea incontra in certi contesti da noi considerati barbarici.

Altra espressione emblematica del mito è una dichiarazione della scrittrice Amélie Nothomb di questi giorni: nel video dove il terrorista jihadista Amedy Coulibaly rivendica i suoi omicidi si vedono, su uno scaffale, alcuni libri, tra i quali sono stati riconosciuti anche un romanzo di Pennac e uno della Nothomb. Il commento della scrittrice è stato che questa non può essere che una curiosa coincidenza (cosa probabile), anche perché “sicuramente Coulibaly non sapeva leggere”, laddove il messaggio che si vuol trasmettere è che i cattivi sono tutti analfabeti, e forse anche che chi non legge (in particolare i libri della Nothomb) è cattivo. Ancora, di recente uno scambio verbale fra il primo ministro Matteo Renzi e alcuni eurodeputati leghisti (“è difficile per alcuni di voi leggere più di due libri, lo capisco”), e la conseguente reazione, hanno evidenziato come l’accusa di non leggere sia equivalente a un pesante insulto, e di esempi potremmo ancora produrne a iosa.

Il primo elemento di problematicità è che l’“alfabetizzazione” non è affatto quella nozione chiara che si potrebbe pensare, e come potrebbe essere evidenziato dalla proliferazione di aggettivi qualificativi che sentiamo sempre più il bisogno di aggiungere al termine: analfabetismo digitale, analfabetismo emotivo, analfabetismo religioso eccetera. Se originariamente per alfabetizzazione si intendeva  solo il processo dell’insegnare a leggere e scrivere e far di conto (che già è un insieme di competenze piuttosto complesso) oggi il termine conosce una grande sviluppo verso l’inclusione al suo interno di qualsiasi competenza considerata in qualche modo utile e necessaria per l’individuo o per la società (due poli, ricordiamolo ancora, non necessariamente convergenti). Se quindi da un lato assistiamo, in tutta evidenza, alla sconfitta dell’idea per cui una società finalmente alfabetizzata è una società per forza di cose felice, prospera, e democratica, ecco che ci viene in aiuto la nozione per cui oltre l’80% dei cittadini italiani soffrirebbe di “analfabetismo funzionale” (quindi tutto a posto, possiamo continuare a credere nel dogma che dobbiamo continuare a investire nell’istruzione se vogliamo uscire dal pantano).

Anche attenendoci alla definizione più stretta, però, dobbiamo prendere atto della non soluzione di continuità, delle innumerevoli sfumature e ambigue zone di confine che esistono fra la totale incapacità di leggere e scrivere e l’alfabetizzazione completa, il che può non rendere semplice stabilire da quale parte della barriera che noi abbiamo voluto stabilire (fra uomini e bestie) un individuo ricada, o di quanto sia alfabetizzata una società nel suo complesso. Il che rende difficile anche stabilire quelle correlazioni che poi dovrebbero servirci a sorreggere il mito. Il problema è che spesso le misure del livello di alfabetizzazione di una società partono da presupposti che sono validi solo per il contesto al quale siamo abituati, e che perdono completamente di senso altrove. C’è ad esempio la tendenza a far coincidere la capacità di leggere e quella di scrivere, mentre si tratta di due competenze molto diverse che non necessariamente viaggiano accompagnate. Così le storie dell’alfabetizzazione che contano quanti dei testimoni di un atto firmassero con le croci piuttosto che con i loro nomi potrebbero introdurre un dato fuorviante, anche perché la croce, oggi appunto simbolo di ignoranza, era in passato quel che oggi è ancora quando non è apposta in fondo a un documento legale, un simbolo sacro destinato a garantire la veracità del documento più di quanto potesse fare un nome.

Oggi tendiamo a concepire la lettura come un esercizio interamente individuale, da svolgersi nel silenzio, che isola l’uomo dalla compagnia delle altre persone. È chiaro che in questo contesto la misura di quanto è alfabetizzata una società non può che essere espressa in modo atomizzato, semplicemente sommando le persone che sono in grado di leggere e scrivere. In realtà però una società dove una piccola percentuale di persone hanno queste competenze non deve essere affatto una società dove la parola scritta non circola in maniera estesa e non raggiunge una grande percentuale di popolazione, anche fra gli strati più umili. Una persona che non è in grado di leggere autonomamente non per questo è condannata all’emarginazione, o a non conoscere i prodotti della cultura anche più alta del suo tempo (così come le persone più istruite non per questo si salvano dall’isolamento e dalla ristrettezza mentale), può anzi arrivare a conoscerli in maniera forse anche più coinvolgente, dato che prevede la partecipazione di altri esseri umani. Quando costruiamo i nostri racconti di marcia inesorabile verso il progresso forse dovremmo ricordarci, oltre che di quel che abbiamo innegabilmente guadagnato, anche di quel che abbiamo perso, ad esempio in termini di convivialità (per usare un termine caro a Illich).

C’è inoltre la tendenza a enfatizzare la scrittura libraria e quella secolare, lasciando da parte da un lato quella documentaria, il cui valore strumentale però poteva essere apprezzato anche da chi non era interessato a leggere trattati di astronomia, ovvero da chiunque volesse tenere con sé certificazioni e garanzie dei propri possedimenti legali o privilegi, cosa valida per il chierico o il nobile ma spesso anche per i ceti artigiani o persino per insospettati lavoratori della terra. Dall’altro lato si ignora l’uso non secolare, ma religioso della parola scritta (anche in lingua latina), la sua funzione nella preghiera e nella partecipazione ai riti religiosi. Da qualunque parte la si guardi gran parte di quel tanto esecrato medioevo – precedente alla ambigua “rinascita” umanistica e il suo programma culturalmente elitario ampiamente responsabile del mito odierno, proprio nel dare tanta importanza alla cultura libraria e secolare – deve essere rivalutato dal punto di vista dell’alfabetizzazione: storici come M.T. Clanchy (si veda il suo bel libro From Memory to Written Record) argomentano come nel basso medioevo la diffusione della parola scritta fosse molto più ampia e apprezzata di quanto comunemente ritenuto. Quanto alla produzione dei documenti scritti in senso stretto essa non poteva essere affidata che a una élite molto ristretta, ma questo per ragioni più tecniche che legate a una presunta sottovalutazione dell’importanza dell’istruzione in quei secoli bui. Si dimentica anche quanto lo scrivere fosse davvero un compito tecnicamente arduo prima della diffusione della penna biro e della carta (per non parlare delle tastiere dei computer), che richiedeva fatica dedizione e apposita strumentazione, spesso costosa.

Tutto questo serve a spiegare quanto sia poco chiaro e definito persino l’oggetto della nostra inchiesta, e quanto inquinato da pregiudizi fin dalla sua formulazione. Ma è tempo di affrontare i famosi benefici dell’istruzione, e la correlazione con crescita economica benessere e democrazia. Quanto alla crescita economica, non ho grandi messaggi revisionistici da lanciare: è chiaro ed è dimostrato da molte ricerche che la crescita del capitale umano in termini d’istruzione è fortemente correlata con lo sviluppo economico, anche se gran parte (forse la maggior parte) della correlazione può essere spiegata da un legame causale in direzione contraria, ovvero dal fatto che una società ricca è maggiormente in grado di finanziare l’istruzione dei suoi membri. Anche ammettendo, e volentieri, il legame sinergico, ci sono comunque varie postille da aggiungere. È intanto probabile che questo legame tenda ad allentarsi con l’aumentare del livello d’istruzione: ovvero, la competizione per i migliori posti di lavoro e il migliore reddito assicurati da un’istruzione superiore tendono a diventare un gioco a somma zero, dove i vincitori non fanno che togliere risorse ai perdenti piuttosto che beneficiare la società nel suo complesso. A certi livelli l’effetto potrebbe persino essere negativo, ma per questo rimando nuovamente al saggio di Raffaele Alberto Ventura, Abbasso la scuola, già citato in un precedente post.

Avendo deciso di concentrare il mio sguardo sull’alfabetizzazione e l’istruzione elementare non posso che rilevare, agli effetti della critica del mito, che la suddetta correlazione non è né lineare né certa ma può conoscere varie eccezioni: la più evidente è quella per cui la Rivoluzione Industriale ha determinato almeno nella sua prima fase un netto calo della scolarizzazione e della frequenza scolastica (il motivo è abbastanza semplice e noto: il bisogno di personale nelle fabbriche ebbe inizialmente l’effetto di svuotare le scuole). C’è da dire del resto che non può che essere così, essendo molteplici i fattori oltre l’istruzione che vanno a incidere sulla crescita economica: ad esempio trasparenza ed efficienza delle istituzioni, mancanza di corruzione e legalità, riforme politiche che migliorino il mercato del lavoro eccetera. D’altronde il mito vuole che anche tutti questi fattori siano positivamente influenzati dall’istruzione, quindi qui bisogna un po’ decidere cosa sacrificare: o l’influenza positiva sull’economia è meno forte di quanto si crede, o non lo è quella sulla politica e sulla moralità. Io a dire il vero non ho molti dubbi su cosa sia più sacrificabile, ma questo lo vedremo poi. Piuttosto, se è indubbiamente vero che esiste una forte correlazione fra PIL del paese e tasso di alfabetizzazione, è anche vero che al tempo stesso cresce la sperequazione, la diseguaglianza fra ricchi e poveri nei paesi industrializzati, quindi ci si può ben chiedere: chi beneficia davvero dell’istruzione di base obbligatoria? tutti sono compresi nei suoi vantaggi?

Venendo appunto, alla relazione fra alfabetizzazione di un paese e la sua qualità “morale” c’è intanto da dire che questo era in realtà l’intento originale dei riformatori ottocenteschi: più del miglioramento economico l’innalzamento morale delle classi povere, per sottrarle dall’abiezione dei costumi effetto dell’ignoranza. Si era in un’epoca nella quale le masse dei poveri facevano paura, nella quale le classi lavoratrici erano anche percepite come “classi pericolose” (per riprendere il titolo di un famoso saggio di Louis Chevalier), e si pensò di ridurre il problema cercando di ingentilirle tramite quel ristretto concetto di educazione che ancora oggi è sinonimo di bon ton. Evidentemente la definizione di un parametro di moralità è cosa molto delicata, e quindi un obiettivo assai pericoloso. Se ad esempio della moralità fanno parte anche l’obbedienza all’autorità, l’amor di patria, e lo spirito di sacrificio possiamo pensare che l’educazione dei giovani tedeschi agli inizi del secolo scorso abbia perfettamente ottenuto il suo scopo, come evidenzia la seconda delle citazioni con cui abbiamo aperto il post. Mentre il bracciante della prima citazione è un cattivissimo esempio di educazione per alcuni e ottimo per altri.

A parte queste relativistiche considerazioni, comunque, mi pare davvero che mai come in questo caso il mito sia assolutamente impermeabile a un’evidenza che è tutta contro di lui. Se c’è una cosa che l’educazione non fa nonostante le venga continuamente attribuita è innalzare il livello di civiltà di un individuo o una nazione. Anzi, siamo al paradosso per cui ci si lamenta continuamente dello scarso livello dell’istruzione generalizzata proprio constatando gli effetti dell’alfabetizzazione. Ovvero, nel leggere gli status su Facebook di persone colpevoli di usare quegli strumenti culturali, la capacità di leggere e scrivere, che un’istruzione forzata ha fornito loro. Allo stesso tempo si invocano i bei tempi andati, quando una percentuale altissima di persone partecipava democraticamente al suffragio universale senza astenersi, dimenticando che una buona percentuale di quei votanti era analfabeta (molti più di adesso, se non altro).

Tutti sostengono un nesso fortissimo fra istruzione e democrazia ma la maggioranza delle dittature che conosciamo in realtà non sembra proprio prendere sottogamba il problema dell’istruzione e non pare che voglia far restare ignorante le sue masse: non lo fa Cuba, che conosce uno dei più alti livelli di alfabetizzazione del mondo intero (nonostante il basso sviluppo economico che per amor di pace attribuiremo solo all’embargo). Non lo fa la Corea del Nord, anch’essa con un tasso di alfabetizzazione che molti paesi occidentali invidiano e dove l’istruzione è obbligatoria per 11 anni. Non lo fa la Cina (dove almeno l’istruzione ha avuto risultati molto buoni per quel che concerne la crescita economica). Non lo faceva la Germania della prima metà del secolo, dove se comunque si volessero tenere distinti i concetti di indottrinamento ideologico e istruzione il livello culturale era molto alto anche prima dell’avvento del nazismo, e anzi si potrebbe discutere del ruolo avuto dalla diffusione di certe idee scientifiche nel propagare l’antisemitismo. Un caso di lampante di dissonanza cognitiva è l’articolo di “Tuttoscuola” (citato qui) dove prima si sostiene che la Libia di Gheddafi figurava agli ultimi posti nella “classifica di democrazia” stilata dall’"Economist", poi si nota il buon livello raggiunto dalla Libia in termini di alfabetizzazione per concludere allegramente che “il regime gheddafiano sembra dunque non essere stato in grado di spegnere quel bisogno di libertà e quello spirito critico che sono sempre e comunque connessi alla diffusione dell’istruzione tra i giovani”. Qui si rivela tutta la potenza del mito: se una dittatura cade dopo 42 anni è ovviamente merito dell’istruzione, non dobbiamo chiederci in che modo l’istruzione abbia operato nei decenni precedenti, o cosa stia facendo per i nord-coreani.

Può valer la pena di insistere sul fatto che chi scrive non è affatto contrario all’alfabetizzazione di massa. Si vuol solo sottolineare la sua natura di tecnologia fra le altre che non può essere in se stessa una inarrestabile forza civilizzatrice ma i cui benefici dipendono dal sistema sociale nel quale è inserita. Essa è indubbiamente un diritto fondamentale di ciascun individuo. Vorremmo però affermare che fra i diritti forse non merita quel posto di tutto rilievo che al suo cospetto fa sparire tutti gli altri diritti: dobbiamo difendere anche il diritto di guardare i programmi di Maria de Filippi in televisione (che sarebbe poi interessante capire per quale motivo non rientrano, al contrario dell’epica, nel concetto di istruzione), il diritto di giocare ai videogame, il diritto di guidare un’auto sportiva, quello di giocare a calcio o andare a vedere le partite di calcio, di avere uno smartphone ultimo modello, di vestirsi alla moda. Non si capisce, cioè, perché tutti questi bisogni siano solo percepiti mentre solo quello dell’istruzione è davvero e sempre necessario, e perché solo l’istruzione ci renda umani. Sogno un remake del film di Romero Dawn of the dead, dove i sopravvissuti invece di rifugiarsi in un centro commerciale si nascondano all’interno di una grande biblioteca infestata da migliaia di zombi: “perché vengono qui?” si chiede uno dei personaggi. “Forse perché, in quel poco di barlume di vita che gli resta, tendono a fare quello che hanno sempre fatto".

mercoledì 31 dicembre 2014

liberismo e decrescita


Il mio modello economico è in fondo molto semplice: ognuno dovrebbe essere libero di scambiare ciò che vuole con chi vuole e cercare di procurarsi le cose che desidera e che lo rendono felice, possibilmente senza ledere gli eguali diritti altrui.

Non sono sicuro che “capitalismo” sia il termine più giusto per indicare un tale modello di società libertaria, ma è probabile che in fondo ne sia a un tempo la causa e l’effetto, dato che da un lato dalla libertà economica consegue la libertà di accumulare patrimoni e mezzi di produzione, e quella di acquistare e vendere lavoro umano tramite quei patrimoni; dall’altro lato il capitalismo sembra, pure se in modo non altrettanto perfetto, il modello più adeguato proprio a conservare e difendere quelle libertà, economiche e se è per questo non solo (non c’è davvero differenza fra il “liberismo”, odioso neologismo tutto italiano, e il liberalismo).

Certo, qualcuno potrebbe invece difendere il capitalismo per altre ragioni, ad esempio come modello virtuoso di darwinismo sociale e sopravvivenza del più forte, oppure come esemplificazione dell’etica protestante, o anche in maniera utilitaria come mezzo per garantire la più alta crescita economica e il maggiore aumento del PIL della nazione. A questo punto, in effetti, e anche ammesso che il capitalismo sia davvero la strategia più efficace per far crescere un indicatore come il prodotto interno lordo, uno si potrebbe chiedere perché dovrebbe essere un fine prioritario, o anche semplicemente un fine fra tanti, far crescere il PIL, far crescere l’economia di un paese.

Devo ringraziare Luca Simonetti che col suo recente libro, Contro la decrescita. Perché rallentare non è la soluzione, mi fornisce lo spunto  per parlare di alcuni aspetti del modello economico del mondo contemporaneo che a quanto pare vengono severamente criticati dai cosiddetti “decrescisti” o fautori della "decrescita felice". Esiste una corrente di pensiero, della quale nel libro di Simonetti vengono esposte le motivazioni esplicite e le radici nascoste, insieme alle sue fallacie, che vede nel “dogma della crescita economica”, o detto in maniera più terra terra e comprensibile agli umani, nel consumismo sfrenato e nella volontà di accumulo tipica dell’uomo bianco ecc. ecc., l’origine di tutti i mali della nostra civiltà (edit: mi si fa giustamente notare che consumismo e volontà di accumulo siano in realtà termini in opposizione, ma in fondo va bene, dato che non considero coerente il discorso dei decrescisti).

Quello che i decrescisti propongono è di ritornare al modello primitivo dell’autoconsumo, dove ognuno produce per sé solo quello che gli è strettamente necessario per la sopravvivenza mentre tutto il resto sarebbe amorevolmente scambiato ma non in vista di un guadagno economico, non come “merce” ma sotto forma di “dono” fatto e ricevuto per puro amore e amicizia. Qualcosa del genere, i decrescisti sono molti e possono dire cose abbastanza diverse fra loro, anche se è comune una certa vaghezza e fumosità dei loro programmi. Il nucleo fondamentale sembrerebbe essere l’odio per il denaro, per la misura del benessere espressa in termini volgarmente monetari, e quindi l’identificazione della ricchezza con l’accumulo di beni materiali.

Come si può intuire, non esiste alcun motivo per cui io o qualsiasi persona di animo liberale dovrebbe opporsi a un simile programma di esistenza. Vuoi lasciare il tuo impiego di agente di borsa per andare a coltivare le vigne della tua tenuta ritenendo che sarai più felice? benissimo, è tuo diritto. Sarei più preoccupato se tu volessi impedire a me di fare quello che voglio, come sospetto che in effetti vorresti fare, ma a dire il vero i decrescisti si pongono solitamente in maniera più umile, non amano la politica e quindi non possono ambire a chissà quali azioni di massa o tentare di realizzare un movimento organizzato. Il loro scopo immediato è più quello di fare “massa critica” ritenendo che più persone si avvicinano al loro modello di esistenza mettendosi a fare i coltivatori diretti o – perché no – i cacciatori-raccoglitori, più si avvicina il momento in cui il capitalismo crollerà su se stesso, e proprio in virtù delle scelte compiute dagli eroici decrescisti.

Si potrebbero definire insomma delle persone piuttosto innocue, dato che le loro illusioni al riguardo sono naturalmente ridicole, ma è pur vero che alcune delle loro idee rappresentano luoghi comuni sul capitalismo, il consumismo, la mercificazione, e il neo-turbo-iper-fantasti-liberismo abbastanza perniciosi e dei quali probabilmente sarebbe meglio tentare di liberarsi. Una di questi è appunto il presunto dogma della crescita infinita. Come sostiene Simonetti i decrescisti vedono l’economia come un qualcosa di inarrestabile, un meccanismo che non può essere fermato o frenato se non in modo catastrofico, cioè quando finalmente si scontra coi suoi limiti. A questo proposito si possono ricordare in effetti le dichiarazioni soddisfatte dei politici quando il PIL cresce di qualche punto percentuale, e chiedersi in maniera legittima “ma perché è così necessario che il PIL cresca indefinitamente?”. Normalmente i decrescisti aggiungono anche un altro luogo comune, quello secondo il quale disastri naturali come un terremoto o un’inondazione avrebbero paradossalmente un effetto positivo sull’economia, dato che le spese per la ricostruzione entrano nel conteggio del PIL, il che renderebbe evidente l’assurdità di considerare il PIL come misura di progresso e benessere.

In realtà, spiega bene Simonetti, la scienza economica è esattamente il contrario di quello che sostengono i decrescisti, ovvero non dottrina fondata sulla dismisura, sulla mancanza di limiti, ma – secondo la classica definizione di Lionel Robbins – proprio scienza della scelta razionale da compiere in presenza di mezzi scarsi e applicabili a usi alternativi. Ma soprattutto ci viene spiegato che in realtà non c’è nulla da obiettare alle critiche dei decrescisti riguardo la crescita economica perché è tutto vero: in una economia di stampo liberista, al contrario di quello che potrebbe invece accadere in una economia pianificata di tipo sovietico, la crescita del PIL non dovrebbe essere l’obiettivo di nessuno. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere, cosa che naturalmente i decrescisti si guardano dal fare, perché il PIL tendenzialmente cresca come conseguenza degli sforzi dei singoli di conseguire i propri obiettivi personali e indipendenti dagli indicatori economici.

Il PIL, che – ricordiamo – è la somma del valore di tutti i beni e i servizi prodotti in un paese entro un determinato periodo, aumenta perché tendenzialmente la gente si sforza di stare meglio e aumentare il proprio reddito e conseguentemente, senza per questo voler fare un dispetto ai decrescisti, si scambia beni e servizi. E in realtà il PIL, se si bada a non idolatrarlo e scambiarlo per un fine intrinseco è un buon indicatore dell’aumento del benessere: la gente non starebbe a scambiarsi tanti beni e servizi se non fosse per conseguire qualche scopo e non avesse qualche ragionevole aspettativa di farcela. Potrebbe pure valere la pena qui, anche se il tema non è direttamente collegato, di ridimensionare una delle leggende urbane più famose riguardanti il PIL: quella, come si diceva, per la quale un disastro naturale come un terremoto o perché no una guerra potrebbe avere l’effetto di aumentare il PIL (nonostante nessuno si sognerebbe certo di dire che sia aumentato il benessere).

Effettivamente la spesa per la ricostruzione rientrerebbe nel calcolo del PIL e quindi potrebbe anche determinare un provvisorio aumento dello stesso, ma si tratterebbe in realtà di un effetto di breve durata, cosa della quale possiamo gioire perché altrimenti ai nostri politici potrebbe venire l’idea di provocare artificialmente qualche disastro allo scopo appunto di migliorare gli indicatori economici. La credenza nell’effetto positivo per l’economia di un disastro è un esempio di quella che è nota come broken window fallacy (da una parabola dell’economista francese dell’Ottocento Bastiat): mandare monelli a lanciare sassi contro le vetrine dei negozi è certamente vantaggioso per il vetraio che si vede aumentare il lavoro e il reddito, e aumenta il flusso di denaro in circolazione. Questo però, diceva Bastiat, è solo l’effetto più superficiale, quello che possiamo vedere. Quello più nascosto, che non vediamo ma possiamo intuire se ci ragioniamo sopra, è la perdita in termini di opportunità, di usi alternativi del denaro speso in vetrine riparate. Il negoziante danneggiato si vede costretto in realtà a rinunciare ad altri acquisti e investimenti, che avrebbe fatto più volentieri, in conseguenza della spesa imprevista, o potrebbe addirittura essere costretto a contrarre un debito, in modo che alla lunga l’effetto sull’economia è nella migliore delle ipotesi neutro, molto più probabilmente negativo.

Tornando ai decrescisti, dunque, vediamo che essi imputano alla teoria economica neoliberista una caratteristica che in realtà è assolutamente estranea proprio al liberismo, ovvero la tendenza a voler “dirigere” l’economia, a intervenire nel settore macroeconomico e nelle scelte pubbliche in modo da manipolare gli indicatori. Quello che forse Simonetti (che fra l’altro non credo sia proprio un convinto fautore del liberismo) sottovaluta, tuttavia, è la misura nella quale i decrescisti hanno in fondo e forse inconsapevolmente ragione se ci riferiamo alla prassi economica attuale, che tutto è fuorché neoliberista. Nella stessa identica maniera è ormai un luogo comune riferirsi al capitalismo e al neo-liberismo come alle principali cause dell’attuale e infinita crisi economica, senza accorgersi che in realtà ce la stiamo prendendo col loro contrario, ovvero con le cattive politiche economiche attuate da governi e istituzioni come le banche centrali; istituzioni, quelle sì, sfrenate e insofferenti di qualsiasi limite alla loro potenza.

Ecco che in ultima analisi, quindi, siamo davvero tutti per la decrescita, se questo significa rinunciare a influenzare e ridurre il campionario di libere scelte a disposizione dei cittadini in nome di qualche obiettivo macroeconomico e politico, come possono essere la stabilità dei prezzi, come la benedetta crescita del PIL, come del resto l’aumento del livello di occupazione, o più verosimilmente l’aumento del livello di vita di particolari gruppi di interesse. Il che non significa certo che rallentare sia la soluzione: la soluzione, per tornare a crescere e prosperare, è lasciare che ognuno proceda alla velocità che desidera.

mercoledì 17 settembre 2014

l'ingenuità della fisica

Pare che esista una maggioranza di persone che, alla domanda "se due oggetti di massa diversa vengono lasciati cadere dalla medesima altezza, quale arriva al suolo per primo?", rispondono che il più pesante arriva prima. Questo potrebbe essere liquidato semplicemente come il frutto dell'ignoranza generalizzata e della scarsa qualità delle nostre scuole (anche se credo che il dato sia internazionale) e quindi occasione per l'ennesimo lamento e invocazione sulla necessità di elevare il popolo alla comprensione delle nozioni di fisica almeno più semplici. 

Credo che in realtà sarebbe un'occasione sprecata, usare il dato in questa maniera, quando potrebbe costituire lo spunto per riflessioni ben più interessanti. Vorrei tralasciare il fatto che di recente mi sono trovato coinvolto in una sgradevole discussione, nel mio social network di riferimento, solo per averci provato, sperando che il blog sia uno spazio più appropriato. In ogni caso può essere una piacevole digressione in attesa di ulteriori ricerche sui temi che ultimamente mi stanno più a cuore. 

Intanto credo che siano davvero in pochi, fra quelli che sanno che i due oggetti dovrebbero arrivare insieme a comprendere davvero quali siano le forze fisiche in gioco (e posso mettermici anch'io, dopo tutto ho studiato altro): nella stragrande maggioranza dei casi si tratta semplicemente di una nozione appresa e assimilata senza rifletterci davvero. Anzi, la verità è che più ci si riflette e più è probabile sbagliare: non è forse vero, per la legge di gravitazione universale di Newton, che la forza esercitata dal campo gravitazionale terrestre è direttamente proporzionale alla massa dell'oggetto in caduta? e non è forse vero, per il secondo principio della dinamica, che l'accelerazione è direttamente proporzionale alla forza? 

Altra doverosa osservazione, e che spiega il condizionale di cui sopra, è che nella vita di tutti i giorni noi sperimentiamo innumerevoli eccezioni o "violazioni" alla legge fisica in questione. Per riuscire a osservare davvero una piuma che cade alla stessa velocità di un martello dovremmo fare come l'astronauta di questo video, e recarci sulla Luna, o almeno in una stanza in cui è stato fatto il vuoto. È vero che almeno gli oggetti della stessa forma e dimensione dovrebbero offrire la stessa resistenza all'aria (trascurando il principio di Archimede data la scarsa densità dell'aria) ma anche così il condizionale non si può togliere. Se faccio cadere una sfera di polistirolo da un grattacielo è abbastanza plausibile che il vento me la porti via e non riesca nemmeno a ritrovarla (senza contare che l'oggetto più leggero raggiungerà la velocità terminale prima di quello più pesante). 

Osservazioni simili si possono fare anche per altre note leggi fisiche. Gettate un mozzicone di sigaretta dal finestrino di un treno in corsa, e si verificheranno due curiose conseguenze:  vedrete il mozzicone schizzare all'indietro, nella direzione contraria al treno (ok, non è proprio quello che vedrete succedere, è quello che avrete l'impressione di vedere), e inoltre prenderete una multa dal controllore. Questo forse spiega come mai esiste anche una maggioranza di persone che risponde erroneamente al seguente quiz. Per la precisione, il 49% delle persone interrogate secondo un esperimento avrebbe dato la risposta B mentre un 6% un veramente bizzarro A, cosa che tenderei a spiegare appunto come un errore di percezione.  


Il curioso incidente è che forse per un mio difetto di comunicazione quando ho fatto queste osservazioni che intendevano solo giustificare la percezione dell'uomo comune sono state scambiate per un attacco alla persona e alla dignità di Galileo, o addirittura per una manifestazione di scetticismo nei confronti delle sue scoperte. In realtà mi sembra pacifico che il modo migliore di omaggiare il genio di Galileo sia proprio quello di mostrare come le sue scoperte fossero tutt'altro che ovvie, proprio perché non facilmente e non direttamente osservabili, o addirittura controintuitive, contrarie al senso comune. 

Le componenti fondamentali del metodo scientifico secondo un famoso passo di Galileo sono le "sensate esperienze" (ovvero le esperienze fatte con i sensi) e le "necessarie dimostrazioni" (ovvero il rigore logico-matematico applicato al materiale dei sensi) ma con "sensate esperienze" potremmo anche intendere, più modernamente, esperienze fatte non a casaccio, ovvero quelli che oggi chiameremmo esperimenti. La grande lezione di Galileo è che la natura non rivela da sé i propri segreti, ma ha da essere inquisita, interrogata, torturata, e che se non la maltrattiamo in questo modo essa continuerà ad ingannarci. Non possiamo limitarci a tenere gli occhi aperti, occorre indagare attivamente e persino, se occorre, avere il coraggio di mettere in dubbio quello che vediamo o crediamo di vedere. Le necessarie dimostrazioni, in effetti, sono necessarie proprio per rimediare ai difetti della realtà, sempre imperfetta, il cui attrito se non eliminato con un gesto di eroico idealismo impedirebbe di formulare leggi matematicamente eleganti, prive di 'rumore'. 

Se è innegabile che Galileo abbia compiuto tanti esperimenti sulle sfere che scivolano lungo piani inclinati scoprendo che cadono con una accelerazione costante (e indipendente dalla massa) occorre anche riconoscere che in gran parte le sue scoperte dipendono molto più dalla sua fantasia che dall'osservazione vera e propria. Ad esempio, è interessante il fatto che nel trattare la questione della caduta dei gravi, nei Discorsi e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze, Salviati riesce infine a smuovere le convinzioni di Simplicio grazie a un ragionamento altamente speculativo: se noi prendiamo due sfere, una più pesante e una più leggera, e le leghiamo con una corda lasciandole infine cadere, cosa dovrebbe succedere? Se fosse vero che l'accelerazione dipende dalla massa abbiamo una specie di antinomia. Da un lato infatti dovremmo attenderci che l'oggetto più leggero 'freni' la caduta di quello più pesante mentre quello più pesante dovrebbe 'tirare' il più leggero, ottenendo una velocità intermedia. D'altra parte i due oggetti insieme hanno evidentemente una massa maggiore di ciascuno di essi presi singolarmente, e quindi la caduta dovrebbe essere più veloce. L'unico modo per uscire dalla contraddizione sembra essere quello di ammettere che l'accelerazione non dipende dalla massa. 

Per quanto riguarda la scoperta della relatività del moto rispetto al sistema di riferimento, principio indispensabile per argomentare in favore della teoria eliocentrica (se è vero che è la terra a muoversi su se stessa e intorno al sole, com'è che non ce ne accorgiamo?), è in realtà difficile immaginare come ai tempi di Galileo potesse essere scientificamente dimostrata, piuttosto che presupposta appunto come necessaria ipotesi ad hoc. Galileo peraltro arriva alla scoperta del moto inerziale sempre grazie ai piani inclinati, ma estendendo al regno del non osservato e non osservabile quello che è già stato sperimentato: se grazie ai piani inclinati possiamo osservare una costante accelerazione che decresce al diminuire dell'inclinazione, è ragionevole assumere che con un piano ad inclinazione zero anche l'accelerazione sarà nulla, ovvero che la velocità sarà costante, il che significa che un corpo in moto lungo di esso, in assenza di attrito, continuerà a muoversi all'infinito finché non troverà una forza contraria. 

È infine lo stesso Galileo ad ammettere di non aver mai sottoposto a verifica sperimentale il principio della relatività del moto, ricorrendo piuttosto e di nuovo ad un esperimento mentale, quello, famoso, del gran naviglio: "Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d'aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d'acqua, e dentrovi de' pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell'acqua in un altro vaso di angusta bocca...". Un esperimento simile venne effettuato solo una decina di anni dopo la pubblicazione del Dialogo da Gassendi, che fece cadere una pietra dall'albero di una nave in movimento. Possiamo però dubitare dell'accuratezza della misura dell'accelerazione della nave nonché del controllo delle forze che agiscono rispettivamente sulla nave e sulla pietra in caduta. 

Ci si potrebbe anche chiedere, comunque, per quale motivo la natura è così restia a svelarsi. Perché ci è voluto così tanto tempo prima che Galileo scoprisse il modo in cui cadono i gravi? In fondo la teoria per cui la velocità di caduta è proporzionale al peso sembrerebbe facilmente falsificabile. Di solito si invocano spiegazioni storico-culturali, ovvero la persistente influenza ed egemonia dell'aristotelismo. La spiegazione, benché quasi sicuramente corretta, è altrettanto sicuramente incompleta o almeno elusiva, visto che resterebbe da spiegare appunto la persistenza dell'aristotelismo. Non potrebbe essere, allora, che le teorie aristoteliche ben si adattino a certe aspettative psicologiche innate? Che il loro successo millenario sia dovuto proprio alla loro corrispondenza non con la natura ma con la teoria fisica già programmata nel nostro cervello? Sembrerebbe questa almeno per ora la direzione in cui conducono le ricerche di quel filone della scienza cognitiva che è lo studio della naïve physics, o anche intuitive physics, in italiano fisica ingenua (filone del quale proprio un italiano, Paolo Bozzi, è stato un brillante precursore). 

Si tratta di un filone poco speculativo e assai empirico (potremmo anche chiamarlo "fenomenologia sperimentale") basato com'è sulle risposte comportamentali che i soggetti, talvolta i bambini in età prescolare, danno in certe situazioni controllate in laboratorio. Potremmo chiedere ad esempio a una persona di disegnare quella che secondo lei è la traiettoria più naturale di un certo oggetto o farla scegliere fra diverse simulazioni computerizzate, dove i parametri della velocità e dell'accelerazione sono sotto accurato controllo. Quello che ne emerge è appunto che le aspettative dell'uomo comune (per non parlare dei bambini) rispetto al comportamento degli oggetti fisici intorno a lui sono modellate secondo una metafisica, uno schema concettuale, in gran parte aristotelici, o che rispecchiano la teoria medievale dell'impetus. Secondo questa teoria, che del resto costituisce un'approssimazione tutto sommato corretta dei fenomeni osservabili sulla superficie terrestre, a un oggetto è impressa una certa forza, o impeto, da un soggetto agente (come colui che lancia la pietra), e l'oggetto si fermerà solo una volta dissipato, col tempo, l'impeto iniziale (in modo simile alla batteria di un cellulare). 

Vale la pena sottolineare, qui, l'importanza della rivoluzione concettuale operata da Galileo, che ha cambiato la stessa struttura ontologica del mondo. Galileo non ha semplicemente fornito risposte giuste a vecchie domande, ma prima di tutto ha cambiato la domanda. Il giusto quesito, quello che occorre spiegare nel mondo post-galileiano, non è perché gli oggetti persistano nel loro moto, ma perché accelerano o decelerano ed eventualmente si arrestano. Il moto rettilineo uniforme è un non evento, o meglio non è distinguibile in assoluto dall'assenza di moto, dipendendo dal sistema di riferimento, e come tale non richiede spiegazioni o impeti di sorta. Peccato solo che questo non sembri essere il modo nel quale siamo programmati a pensare. 

La stessa circostanza d'altra parte potrebbe essere verificata in altra maniera, ovvero analizzando la struttura profonda del nostro linguaggio. Potremmo non essere piú sorpresi della difficoltà nell'assimilare concetti fisici neanche troppo astrusi (dopo tutto non stiamo parlando di fisica quantistica coi suoi paradossi davvero sconcertanti) quando si riconosca che tali concetti sono espressi in un linguaggio che non è pronto ad accoglierli, che sottende una metafisica di tutt'altro tipo. È abbastanza sorprendente in realtà che la nostra mente riesca ad emanciparsi dalle sue categorie inscritte. 

Secondo Leonard Talmy noi concettualizziamo gli oggetti come ricadenti in due grandi gruppi, che sono come i personaggi di un dramma dalle possibilità di intreccio piuttosto limitate: da una parte stanno gli agonisti, con la loro intrinseca tendenza a muoversi oppure al riposo, dall'altra gli antagonisti, che si oppongono alla tendenza degli agonisti impedendone l'azione o il riposo, oppure li aiutano o ne permettono l'azione. La semantica dei verbi rispecchia le possibili varianti dell'intreccio: ci sono verbi che esprimono direttamente causalità (causare, produrre, fare che, determinare ecc.), alcuni dei quali incorporano la natura dell'effetto (lanciare, sciogliere, colorare ecc.). Ci sono poi verbi che esprimono impedimento (prevenire, impedire, arrestare, fermare, bloccare ecc.) e altri che esprimono il contrario dell'impedimento (cioè permettere, lasciare che, concedere, aiutare, ecc.). Le categorie espresse da questi verbi e il modo in cui vengono costruite le frasi sono il prodotto di un preciso modello mentale, una sorta di teoria innata della causalità, come si diceva, trasversale alle varie lingue parlate nel mondo. La tendenza della mente a identificare un prototipico antagonista che agisce su un agonista passivo si riflette ad esempio nel nostro modo di costruire enunciati controfattuali, nei quali fra le molteplici condizioni necessarie al succedersi di un evento ne viene privilegiata una sola. 

Nella fisica post-galileiana, a differenza che nel linguaggio, ad ogni azione corrisponde una reazione, e nessuno degli oggetti interagenti viene privilegiato o isolato. Nel linguaggio corrente, a differenza che nella fisica, un oggetto ha una intrinseca tendenza al riposo o al movimento, senza una terza alternativa. Nel linguaggio corrente, quasi animistico, concepiamo antagonisti e agonisti come perdenti o vittoriosi in un sorta di braccio di ferro dove alla fine uno dei due ha la meglio, mentre nella fisica azione e reazione sono sempre uguali. Nella fisica, infine, le cause o le condizioni sono tutte uguali e le  cose succedono senza che vi sia la distinzione che il linguaggio opera fra "permettere", "impedire", "aiutare" eccetera. Anche il linguaggio sembra insomma cospirare nel suggerire una teoria simile a quella dell'impeto, dove gli oggetti hanno la loro intrinseca forza traente con altri oggetti che la possono bloccare o favorire. 

Per concludere, credo che le morali della storia siano due. Una è che non dovremmo mai sentirci superiori a qualcuno in virtù di quello che sappiamo, ma semmai, e con un grosso forse, solo di quello che capiamo intimamente. L'altra è che le favole sono belle, ma solo quando c'è scritto 'favola' in copertina, altrimenti è più bella la complessità del reale. Vale anche per la storia della scienza.