venerdì 12 dicembre 2008

parole, parole, parole

Desidero inaugurare con questo post una nuova rubrica, con cadenza rigorosamente irregolare, dal titolo "braccia rubate all'agricoltura". Lo spunto mi è fornito da un articolo apparso oggi sul Venerdì di Repubblica, Tormentoni, firmato da Marco Cicala.

Si parla di quei motivetti ossessivi che ti entrano in testa e che spesso decretano il successo di una canzone: Pop Porno del Genio ne è l'esempio più attuale, ma nell'articolo vengono citate anche Parole, parole di Mina e Alberto Lupo, Seven Nation Army degli White Stripes, Me gustas tu di Manu Chao, e Can't get you out of my head di Kylie Minogue. Nella loro eterogeneità, sono tutte canzoni orecchiabili e che si imprimono facilmente nella memoria grazie al cosiddetto "tormentone", il malefico ritornello che non possiamo fare a meno di cantare e di cui non riusciamo più a liberarci.

Non sembra un soggetto adatto a un trattato filosofico, ma il signore che viene citato nell'articolo non la pensa così: trattasi di Peter Szendy, professore di Estetica all'Università di Nanterre, e autore di Tubes, la philosophie dans le juke-box, libro che esplora il fenomeno dei tormentoni canori con l'ausilio di autorità quali Kierkegaard, Kant, Marx, Freud e Benjamin.

La parola chiave per comprendere il fenomeno è "autoreferenzialità". Già, perché

il saggio ruota intorno a un'idea avvincente che, semplificando, potrebbe essere riassunta così: benché all'apparenza sembrino raccontare qualcosa – quasi sempre l'amore – in fondo le hit non parlano di nient'altro che di se stesse: "Pure merci dotate di un'unica qualità: quella di non averne". Che ci intrigano, così, in una banalità irresistibile: "Dove siamo davvero noi stessi, unici, solo essendo come tutti gli altri, chiunque. L'unicità in Kierkegaard si sviluppa nella ripetizione".

I tormentoni, tramite la loro autoreferenzialità (persino dichiarata nel titolo di canzoni come Can't get you out of my head) costituiscono insomma un inno capitalista alla logica del puro scambio, dove tutto è merce, e le merci che vengono scambiate non hanno altro altro valore al di fuori di quello di scambio, con tutta l'alienazione che tale sistema produce.

Come avevamo fatto a non pensarci prima?

Questa idea dell'autoreferenzialità poi è interessante, e in effetti merita di essere approfondita. Non può essere certo un caso che Peter Szendy (42 anni) sia stato, stando a quel che ci dice Cicala, un allievo di Jacques Derrida, famoso per il motto "Il n'y a pas de hors-text". "Non c'è nulla al di fuori del testo", ovvero non c'è niente di cui i testi in generale possano parlare al di fuori del testo medesimo, secondo la scuola derridiana.

Ma allora i tormentoni di cui parla Szendy non avrebbero poi nulla di veramente speciale, da questo punto di vista. Perché occuparsene? A meno che il testo di Szendy non parli veramente di canzonette: sarebbe anzi impossibilitato a farlo, secondo i dettami del maestro. Di cosa parla, quindi, quando parla di autoreferenzialità? Che cos'è che all'apparenza sembra parlare di qualcosa, ma in fondo non parla di nient'altro che di se stesso? Io un'idea ce l'ho...

Peter Szendy ricorda anche che quello della musica che "addolcisce gli animi e ingentilisce" è un cliché che ormai ci fa sorridere: "Oggi sappiamo che, in Iraq, il rock o il rap sono stati utilizzati dagli americani come strumento di sevizie sui prigionieri". Se la mia idea è giusta, qui vi è forse un velato e sadico suggerimento alle forze militari: si pensi infatti a quale tortura ben più atroce sarebbe l'ascolto forzato dei libri di Szendy.

Ah, i filosofi francesi... e poi ci si meraviglia che Carla Bruni abbia finito per sposare un tamarro.