giovedì 27 novembre 2008

la scelta di Annapurna - 2

Il reddito, si sa, è l'indicatore più comunemente usato dagli economisti nello stilare le classifiche di benessere fra i vari paesi. Questo approccio è spesso criticato come inadeguato, e con buoni motivi, ma in realtà nessun economista è davvero così ingenuo da pensare che reddito e benessere coincidano: il fatto è che tale indicatore da un lato fornisce una misura facilmente effettuabile e confrontabile sincronicamente (fra diversi paesi o popolazioni) e diacronicamente (lo stesso paese in periodi diversi); da un altro lato tale indicatore è strettamente correlato con gli altri indicatori di benessere (ad esempio aspettativa di vita e livello di istruzione) e quindi può essere un'utile scorciatoia.

Detto questo, e anche a prescindere dalle considerazioni sull'ineguaglianza che a volte tali stime nascondono, è chiaro che avere più soldi di un'altra persona non comporta automaticamente lo stare meglio. Il fatto è che nessuno vuole il denaro solo per il denaro, ma lo vuole per le cose che il denaro può comprare. Ebbene, il denaro può comprare molte cose, quasi tutto, ma vi possono anche essere circostanze in cui a una persona occorre molto più denaro di un'altra persona per vivere una vita egualmente soddisfacente. Ad esempio, le persone che hanno un'handicap fisico dovranno "compensare" la propria invalidità e spendere molto più denaro per fare le stesse cose che a un'altra non costano nulla (dovranno acquistare delle protesi che gli permettano di camminare e avere una certa libertà di movimento). È questa la ragione che sta dietro ai sussidi e agli altri "privilegi" (come i parcheggi riservati) che vengono accordati ai disabili (il che pare ovvio, ma è una grande conquista di civiltà). Oppure, uno può avere molti soldi, ma vivere in un paese che non gli permette di sfruttarli al meglio: si compra una Ferrari ma non può usarla perché le strade sono tutte in dissesto e nessuno le ripara; essendo sterile vorrebbe riprodursi grazie alle tecniche di inseminazione artificiale, ma non può perché qualche genio l'ha proibito...

Potrebbe sembrare meglio, allora, misurare direttamente lo stato di soddisfazione delle persone: questo è l'approccio "utilitarista". Nell'etica utilitarista il valore di un'azione si misura in base alla differenza fra le conseguenze piacevoli e quelle spiacevoli dell'azione: quando le conseguenze piacevoli superano quelle spiacevoli quell'azione è da considerarsi giusta, a meno che non esiste un'alternativa ancora più vantaggiosa. In quest'ottica un ipotetico governo dovrebbe badare solo a rendere allegri e contenti i suoi cittadini, e proteggerli dall'infelicità.

Ci sono però molti problemi con l'utilitarismo: intanto come fare a misurare una cosa soggettiva come la felicità individuale? Poi come riuscire a prendere in considerazione tutte le conseguenze, piacevoli o spiacevoli, di un'azione (cosa evidentemente impossibile)? Anche se si superassero questi problemi pratici, ve ne sono altri di natura più sottile. Cos'è la felicità? È semplicemente il proprio stato di soddisfazione momentaneo? Un eroinomane in sballo perenne è la persona più felice del mondo?

Gli esseri umani, poi, hanno sorprendenti capacità di adattamento, anche alle condizioni di vita più miserevoli, ma spesso non si rendono conto di come le cose per loro potrebbero essere diverse, o non vogliono rendersene conto, proprio perché ne soffrirebbero. La volpe, una volta resasi conto che non riuscirà mai a raggiungere l'uva, decide di auto-ingannarsi e di credere che in fondo l'uva non l'aveva mai voluta ("tanto era acerba"). Ma allora, dal punto di vista utilitarista, sarebbe meglio mantenere gli uomini nell'ignoranza riguardo al loro stato, in modo che siano più felici?

Una terza opzione, quella liberale, propone di guardare non tanto allo stato di soddisfazione soggettivo delle persone, ma alla loro materiale condizione di vita: sta meglio quella persona che è più libera di condurre il tipo di esistenza che effettivamente desidera. Secondo Amartya Sen, il massimo benessere coincide con il massimo ampliamento di quelle che chiama "capacitazioni" (capabilities), che distingue dai "funzionamenti": il funzionamento è quello che una persona sceglie (a volte come unica alternativa possibile) di fare, mentre le capacitazioni sono l'insieme delle scelte alternative a disposizione di un individuo. Un esempio dovrebbe chiarire la questione: io posso scegliere di digiunare perché è l'unico modo che ho per riuscire a pagare l'affitto, oppure perché voglio mantenere il mio peso forma. Il funzionamento è lo stesso, ma le capacitazioni sono diverse: benché in entrambi i casi io resti a digiuno, nessuno direbbe che il mio stato di benessere è simile nei due casi.

La felicità è in fondo un affare privato, una questione di responsabilità personale che non riguarda la collettività, e quindi non sarebbe logico aspettarsi che uno Stato se ne occupi direttamente: quello che un governo può fare è garantire a tutti le stesse possibilità, e di non limitarle. Anzi, ampliare il più possibile il campo di scelte a disposizione di ciascun individuo.

Da notare che il tipo di liberalismo teorizzato da Sen è diverso da quello degli anarco-liberisti e che consiste nel semplice "lasciar fare". La libertà non è concepita solo "negativamente" (soprattutto come "assenza di Stato"). Anche se nessuno mi proibisce di agire in un certo modo, infatti, non è detto che io ne abbia la reale possibilità. Una persona povera e invalida ha teoricamente gli stessi diritti di qualsiasi altra persona, ma si può davvero sostenere che è altrettanto libera?

In questo senso, c'è spazio per lo Stato di agire per il benessere dei suoi cittadini, non in modo paternalistico proteggendoli da ogni eventuale dispiacere, ma ampliandone le libertà, e quindi anche le responsabilità.