mercoledì 10 settembre 2008

le metafore del cancro


Fra le tante idiozie che girano in rete, ci sono anche i rimedi alternativi contro il tumore: chi assicura che il bicarbonato fa miracoli, chi dice che basta la vitamina C, chi sostiene invece la causa della vitamina B17, chi la cartilagine di squalo.... Meritano forse una menzione particolare le teorie, piuttosto popolari ultimamente fra le correnti della contro-informazione, del "dottor" Ryke Geerd Hamer.

Le ridicole teorie di Hamer, che attribuiscono ai "traumi emotivi" irrisolti le cause del cancro (e la cui terapia consiste nella "risoluzione del conflitto"), rappresentano in fondo la versione più elaborata (e truffaldina) di un certo sentire comune secondo cui il cancro non è semplicemente una disgrazia che ti può accadere, volente o nolente, senza che tu possa farci nulla, ma è tutta una questione di "karma": il cancro è qualcosa che ti sei cercato, o hai in qualche modo meritato. Le teorie psicogenetiche intorno alle malattie, indipendentemente dall'evidenza scientifica, trovano terreno fertile fra i creduloni perché sono purtroppo radicate nel nostro immaginario, e persino nel nostro modo di parlare.
Se ne era accorta Susan Sontag, che nel 1978 (dopo che le era stato diagnosticato un tumore) scrisse un bellissimo pamphlet dal titolo Malattia come metafora, e nel quale protestava proprio contro questo accumularsi di metafore e significati intorno al concetto di malattia, nella convinzione che chi finiva per ammalarsi non ne veniva certo aiutato. La Sontag se la prendeva ad esempio con la visione popolare del cancro come "valvola di sfogo" dei nostri vissuti emotivi troppo interiorizzati: la teoria secondo la quale a furia di tenersi tutto dentro, in sostanza, alla fine il veleno che abbiamo accumulato dentro di noi finisce per esplodere in qualche modo.

La malattia è sostanzialmente considerata un avvenimento psicologico e le persone vengono incoraggiate a credere che si ammalano perché (inconsciamente) lo vogliono, che possono curarsi mobilitando la loro volontà e scegliere di non morire a causa di una malattia. [...] Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo potente per attribuire la responsabilità al malato. I pazienti a cui s'insegna di avere, involontariamente, causato la propria malattia vengono anche costretti a credere di essersela meritata.


Forse in pochi sarebbero così indelicati (tranne i tipi alla Hamer) da andare a dire questo in termini espliciti a chi ha la disgrazia di essere malato, ma come dovrebbe sentirsi un malato terminale quando sente lodare pubblicamente una certa persona come un esempio da seguire perché "è riuscito a vincere la sua battaglia contro il cancro"? Ricordo ad esempio che il nostro amato Presidente del Consiglio ebbe l'ardire, nel 2001, di utilizzare la propria malattia come strumento di propaganda elettorale. Se chi sconfigge il cancro è un eroe, chi non ci riesce che cos'è?

Per la precisione, Berlusconi parlò per la prima volta della sua malattia di fronte ad una comunità di ex-tossicodipendenti:

gli ho detto: 'Sapete, tempo fa ho avuto un cancro. Potete immaginare come stavo. Ho vissuto mesi da incubo. Però non mi sono abbattuto e li ho superati con volontà'. Volevo far capire a quei ragazzi che bisogna avere coraggio, che anche da un male si può uscire, se si ritrovano energia e determinazione. Che si può tornare alla vita. Da ogni male, gli ho detto, bisogna saper venir fuori facendo nascere un nuovo bene, nuove energie.


http://www.repubblica.it/online/politica/malattia/parla/parla.html

Quindi morire di tumore è la stessa cosa che arrendersi alla tossico-dipendenza? È tutta una questione di volontà, energia e determinazione? A me non sembra un messaggio troppo edificante.

Continuiamo a leggere la Sontag, perché le metafore del cancro non si limitano alla sua psicologizzazione, ma hanno un impiego ben ampio nel discorso quotidiano, anche quello politico:

Le moderne metafore delle malattie sono troppo facili. Le persone che in realtà ne soffrono non vengono certo aiutate dal sentire in continuazione che il nome della loro malattia è citato come epitome del male. Solo in un’accezione molto limitata un evento o un problema storico è simile a una malattia. E la metafora del cancro è particolarmente grossolana. E’ invariabilmente un incoraggiamento a semplificare ciò che è complesso e un invito alla ipocrisia, se non al fanatismo.


L'esempio migliore di questo tipo di fanatismo potrebbe essere offerto, ironicamente, dalla stessa Sontag, che anni prima aveva scritto che "l'uomo bianco è il cancro della storia" (affermazione molto stupida, per tanti motivi).
Potete anche divertirvi a usare Google inserendo la parola "cancro" seguita da qualsiasi altro termine che rimanda a concetti controversi (cancro e islam, cancro e comunismo, cancro e razzismo, cancro e Israele, e via dicendo) vedendo cosa ne viene fuori. Nel suo uso metaforico il cancro è un qualcosa da estirpare, senza pietà, prima che contamini tutto il resto, è un nemico che cresce all'interno del corpo (la società, la famiglia) che intende distruggere: si tratta in effetti di un modo di parlare che invita all'intolleranza.

Le metafore sono componenti essenziali del nostro linguaggio, e forse sarebbe un eccesso di correttezza politica chiedere di limitarne l'uso, seppure in relazione a una cosa seria come il tumore. Ma l'importante è non lasciarsi trascinare dalle metafore, le quali tendono a suggerire un certo ordine di pensieri, e soprattutto quando cercano di imporre un significato a qualcosa che non ne ha. Poiché questa è la realtà più difficile da accettare: non è detto che la malattia abbia un senso che noi possiamo capire, per quanto ci sforziamo di trovarne uno. È solo Madre Natura che a volte ci combina dei brutti scherzi, come gli uragani, i terremoti, e il cancro.

Il senso fasullo, naturalmente, lo si può trovare anche attribuendo colpe immaginarie: quando non si dà la colpa a se stessi, la si dà alla società, al "sistema", alla medicina ufficiale corrotta e assassina, che copre con le sue malefatte i danni della chemioterapia e nasconde le prove dell'efficacia delle terapie alternative.

Me è inevitabile, su questa china, scivolare nell'ipocrisia. Dice la Sontag: "Niente è più punitivo del dare significato a una malattia, essendo tale significato invariabilmente moralistico".