sabato 5 luglio 2008

abduzione e falsificazione

Prendo spunto da un articolo di Massimo Mazzucco (“La verità secondo i grandi della storia”), per criticarne alcuni assunti e fare qualche osservazione intorno al metodo scientifico. Nell’articolo di Mazzucco vengono contrapposti due diversi “metodi” di ragionamento: quello deduttivo e quello induttivo, al fine di mostrare la superiorità del metodo induttivo su quello deduttivo, quale procedimento per fare nuove scoperte.

Si tratta, in realtà e come intendo mostrare, di una falsa alternativa. Il pensiero deduttivo in effetti può solo enucleare ciò che già è contenuto nelle premesse, ovvero non porta a fare nuove scoperte. Ma neanche attraverso l’induzione pura e semplice si può giungere da nessuna parte, se non si è in grado di formulare e testare una teoria che unifichi le osservazioni fatte (teoria che può essere giustificata, a posteriori, tramite un ragionamento induttivo, ma non potrà mai esserne una conseguenza).

Oltre a induzione e deduzione, c’è anche una terza via, ovvero l’abduzione, che non è il rapimento da parte degli UFO, ma è il ragionamento ipotetico-deduttivo proprio del metodo scientifico (e di Sherlock Holmes). Aristotele la definisce come un particolare tipo di sillogismo, dove la premessa maggiore è evidente, ma quella minore non è evidente, pur essendo più credibile della conclusione. Ma lo studioso che ha maggiormente sviluppato il concetto è Charles Sander Peirce (1839-1914), padre del pragmatismo. L’abduzione o retroduzione (così Peirce traduce il termine aristotelico “apagoghé”) consiste nel formulare una ipotesi causale partendo da un effetto dato: se c’è fumo (effetto) ci deve essere stato l’arrosto (causa). Ma la validità del ragionamento abduttivo dipende dall’ipotesi, da appurare per via sperimentale, che l’arrosto (e solo l'arrosto) generi sempre il fumo. Nelle parole di Peirce:

“Formulare una ipotesi o sostenerla, sia come semplice interrogazione sia come proposizione in qualche modo degna di fiducia, è un processo di inferenza che io propongo di chiamare abduzione (o retroduzione) ... Molto prima che io considerassi l’abduzione come inferenza, i logici riconobbero che l’operazione di adottare una ipotesi come spiegazione – proprio ciò che è l’abduzione – era soggetta a certe condizioni. L’ipotesi, cioè, non può essere ammessa almeno se non si suppone che essa renda ragione dei fatti o di alcuni di essi. La forma di inferenza , perciò, è: Viene osservato il fatto sorprendente C. Ma se A fosse vero C sarebbe naturale. Perciò, c’è ragione di pensare, che A sia vero.”


Riassumendo il tutto, prima occorre formulare un’ipotesi, e in questo stadio può venire in aiuto anche l’ispirazione divina, per quel che ci importa. In secondo luogo si traggono le conseguenze di quell’ipotesi, e in questo può venire in aiuto il ragionamento deduttivo. Se l’osservazione è compatibile con le deduzioni tratte a partire dall’ipotesi, allora la nostra teoria ha qualche possibilità.

C’è poi la questione di quanto le osservazioni fatte concorrano a confermare l’ipotesi, e in queste ci serve l’induzione. Se ad esempio io ipotizzo che in una scatola con 100 palline ci siano solo palline nere (e ne deduco che le palline estratte dalla scatola saranno nere), non basta estrarne due nere per essere ragionevolmente certi dell’ipotesi. Dopo averne estratte 50, la mia ipotesi ha già un grado di conferma abbastanza elevato (matematicamente calcolabile tramite il teorema di Bayes), anche se la sicurezza assoluta ce l’avrò solo dopo averne estratte 100.

Ma come si capisce dall’esempio, è molto più facile falsificare definitivamente un’ipotesi (basta estrarre una pallina bianca) che darne una conferma definitiva. Trovare conferme parziali, invece, è fin troppo facile, e questo è il maggior limite dell’induzione. Per un noto paradosso della conferma (paradosso di Hempel), qualsiasi cavallo bianco costituisce una valida conferma all’ipotesi secondo cui tutti i corvi sono neri (in base all’equivalenza logica di “ogni C è N” con “ogni non-N è non-C”). Potremmo anche trovare miriadi di conferme all’ipotesi secondo la quale tutti i corvi sono neri, standocene tranquillamente seduti in casa e osservando gli oggetti del nostro salotto.

Si fa quindi buona scienza quando, usando il ragionamento ipotetico-deduttivo, si va in cerca di quelle osservazioni che renderebbero falsa la nostra teoria (le smentite, non le conferme).

Supponiamo di giocare al seguente gioco: io vi dico una sequenza di tre numeri, la cui successione segue una certa regola, ad esempio “2-4-8”. A voi tocca indovinare quale regola sta dietro la successione, e per fare questo potete dirmi altre triplette di numeri che secondo voi seguono la stessa regola, ad esempio “3-6-12”, o “5-10-20”, e io vi dico se le vostre triplette sono effettivamente corrette oppure no. Una volta che siete abbastanza sicuri, potete dire qual è questa misteriosa regola.

Questo gioco lo potete fare anche contro un computer, andando al sito linkato qui sotto, che consiglio di consultare prima di procedere con la lettura:

confirmation bias

E’ stato appunto osservato che la maggior parte delle persone tende a cercare solo conferme alla prima ipotesi di partenza (ad esempio “ogni numero dev’essere il doppio del precedente”) e arriva quindi a conclusioni senza provare a falsificare l’ipotesi (ad esempio dicendo una tripletta di numeri che NON segue la regola che ha in mente). Nell’esempio fatto, la regola poteva essere semplicemente “ogni numero dev’essere maggiore del precedente”, ma nessuno ci arriverebbe mai, continuando a cercare conferme alla sua ipotesi originaria del raddoppio. Questo è il “confirmation bias”, da cui tutti siamo più o meno affetti, ma alcuni, a quanto pare più di altri. Ad esempio Mazzucco, nel momento in cui scrive:

“Ci sono gli sbuffi laterali, gli edifici cadono molto in fretta, il calore non poteva indebolire le strutture, i testimoni parlano di esplosioni, ecc... Tutto questo mi porta a concludere che sia stata una demolizione controllata”.


A parte l’affermazione sul calore (che è semplicemente falsa), in queste parole Mazzucco mostra di soffrire di un bias di conferma, in quanto gli elementi da lui menzionati sono compatibili con una demolizione controllata, ma lo sono anche con un crollo spontaneo: gli sbuffi laterali provengono dall’aria compressa, che l’edificio sia caduto “velocemente” è un’affermazione puramente qualitativa che in quanto tale non significa niente, e che alcuni testimoni abbiano sentito esplosioni (quando? prima, durante, o dopo il crollo? e perché nelle registrazioni in video quelle esplosioni non si sentono?) può avere molteplici spiegazioni. Vengono invece ignorate quelle osservazioni che porterebbero a liquidare l’ipotesi della demolizione controllata: se fossero state piazzate tonnellate di cariche esplosive, qualcuno dovrebbe averle viste, e non si dà il caso; di norma nelle demolizioni controllate gli edifici cadono a partire dai piani più bassi, e anche stavolta non si dà il caso, etc. etc.

In conclusione, consiglio ai miei amici complottisti di non fidarsi troppo del metodo induttivo caldeggiato da Massimo Mazzucco. Infatti, se attraverso la deduzione possiamo scoprire solo quello che già sappiamo, attraverso l’induzione rischiamo di scoprire qualunque cosa abbiamo voglia di scoprire, vera o falsa che sia. Solo con l’abduzione corriamo il rischio di rimanere delusi, il che però è anche garanzia della validità del metodo.

(originariamente pubblicato su Luogocomune.net)