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mercoledì 13 maggio 2009

Ricoperta Menchú


Caro Giulietto, sono da poco rientrato da un viaggio a Cuba, affascinato ed interessato da un sistema sociale alternativo al nostro. Leggo con perplessità il blog di Yoani Sanchez “Generazione Y” e sono colpito dal suo eco e successo (ultima copertina di “Internazionale”). La blogger indica Castro quale responsabile dello stato di miseria (?) in cui si trova la nazione senza approfondire e criticare costruttivamente le presunte scelte sbagliate del lider. Trovo che i racconti della Sanchez forniscano una fotografia parziale della realtà cubana: non sono mai citati l'embargo, l'istruzione, la sanità e le critiche al regime sembrano solo fini a se stesse. Che cosa ne pensi?

Senza offesa, caro Marco, non so chi sia questa Sanchez, non leggo il suo blog. In genere non leggo i blog. Salvo eccezioni. Se poi descrive Cuba come tu accenni, allora si azzera del tutto l'eventualità di leggere quel blog. Cari saluti.


Non troppi anni fa, vi era chi preferiva chiudere gli occhi anche di fronte ai resoconti delle violazioni dei diritti umani commesse nei paesi controllati dal regime sovietico. I dissidenti che osavano denunciare tali crimini venivano bollati come burattini della propaganda imperialista e diffamati pubblicamente.

Oggi che il regime sovietico non esiste più è diventato politicamente corretto parlare più o meno apertamente delle “imperfezioni” che lo caratterizzavano, ma i nostalgici dell’utopia comunista ripongono ancora le loro speranze in un’isola dell’Oceano Atlantico, dove una piccola dittatura castrista resiste ancora e sempre alle riforme democratiche e al libero mercato.

Il fatto che una ragazza cubana racconti in un blog la quotidianità del suo paese in modo da far emergere tutto il malessere, l’insoddisfazione e la miseria dei suoi giovani connazionali, è una ferita intollerabile per il “senso di giustizia” di certi nostri intellettuali di sinistra, sempre in prima linea a fianco dei derelitti e degli sfruttati del terzo mondo, ma solo quando ideologicamente affini e sufficientemente manipolabili.

È il caso di Gianni Minà, il giornalista che anni fa riuscì a realizzare una celebre intervista a Fidel Castro e venne folgorato sulla via dei Caraibi, e che in un recente articolo intitolato Le dimenticanze della bloggera di moda parla di Yoani Sanchez in questi termini (lui almeno sembra aver dato un’occhiata al blog in questione):

Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sanchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi politici. Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.


Dunque in queste prime righe si accusa già la bloggera di due infamità: avere “interessi politici” (cosa che suppongo sia vera, ma forse Minà intende che non ha gli interessi politici “giusti”), e di essere molto letta nei paesi capitalisti. Yoani, ma come ti permetti?

Segue la solita tirata comparativa sulle condizioni socio-economiche degli altri paesi dell’America Latina (in un passo dove Chavez viene definito “presentabile”), e sulle magnifiche conquiste cubane in fatto di sanità ed educazione nonostante l’embargo: bisogna dire che in effetti tutti i cubani hanno il diritto di essere indottrinati sui fondamenti del marxismo-leninismo, materia scolastica obbligatoria.

I ragazzi cubani che Yoani Sanchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente. Yoani Sanchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo.


In realtà i ragazzi cubani queste cose lo sanno perfettamente, ma le sa anche Yoani Sanchez, perché non c’è giorno che la propaganda di regime non gliele ripeta, e anche perché chi non “sa” queste cose a dovere rischia di essere incarcerato. Le sanno così bene che il governo cubano non si preoccupa neanche di sprecare preziose risorse e chiedere loro un parere tramite il voto popolare.

Ma io credo che di Yoani Sanchez dia fastidio, ai nostri sinistri, soprattutto il mezzo con cui conduce la sua battaglia, il blog, e la sua autonomia espressiva. La sinistra è poco abituata a difendere i diritti di persone in grado di compiere da sole le proprie rivendicazioni, appropriandosi dei mezzi di quella modernità che è anche combattuta dall’ideologia terzomondista (fa forse eccezione il subcomandante Marcos, ma lui era molto pittoresco per altri versi). Ricordiamo che Giulietto Chiesa, ad esempio, insiste sulla necessità di far sentire la propria voce amplificata da un mezzo di massa come la televisione (Progetto Pandora), in quanto “il web è un ghetto”, ma forse anche perché concede troppa libertà ai suoi utenti, che invece di disperdersi nei rivoli della rete e interagire fra loro, devono raccogliersi tutti intorno alla voce carismatica del grande fratello.

Gianni Minà non si è mai chiesto, invece, quale fosse “la portata dell’operazione che è stata messa su” intorno a una simpatica e grassoccia contadina guatemalteca ricoperta di stracci multicolori, che risponde al nome di Rigoberta Menchú Tum, premio Nobel per la pace nel 1992. Persona che Minà ha incontrato e intervistato varie volte, e famosissima per il racconto della sua vita (Mi chiamo Rigoberta Menchú) raccolto e pubblicato dall’antropologa Elizabeth Burgos. Notare che tale mediazione da parte della scrittrice francese – moglie di Régis Debray, ovvero l’intellettuale marxista che teorizzò le tecniche di guerriglia in Sudamerica e seguì Che Guevara in Bolivia alla fine degli anni ’60 – era necessaria, in quanto la Menchú (di origine maya), all’epoca non riusciva ad esprimersi fluentemente nella lingua spagnola. Una perfetta “buona selvaggia”, insomma, e un’ideale eroina del multiculturalismo. Ed eppure sulla veridicità di quel racconto esiste molto più di qualche dubbio.

La storia di Rigoberta narrata nel libro ha tutti i crismi della perfetta ortodossia marxista: vi si narra di una povera bambina analfabeta che non può andare a scuola perché suo padre la tiene a lavorare nei campi, in una terra su cui i ladinos, i discendenti degli antichi conquistadores spagnoli, intendono mettere le mani spossessando gli indigeni. Vi si narra di una povertà così estrema che il fratellino di Rigoberta muore di fame, ma anche dell’eroica lotta della sua famiglia contro i proprietari terrieri ladinos, e della nascita di un movimento di resistenza indigeno che, diventando sempre più politicamente attivo e organizzato, alla fine scatena la brutale repressione degli avversari di classe. Il padre viene ucciso, la famiglia Menchú viene poi costretta ad assistere alla morte dell’altro fratello, bruciato vivo, mentre anche la madre non sarà risparmiata.

Una storia che, come è stato rivelato poi dall’antropologo David Stoll, nel libro Rigoberta Menchú and the Story of All Poor Guatemalans, contiene molti elementi di verità, ma che risulta un po’ troppo “aggiustata” alle esigenze ideologiche del movimento rivoluzionario cui la Menchú aveva aderito solo dopo i fatti narrati nel libro.

Non è vero, ad esempio, che la famiglia Menchú viveva nella più assoluta miseria, essendo il padre Vicente relativamente benestante per gli standard locali, e proprietario di 3.000 ettari di terra, disputata non dai ladinos, ma dai parenti della moglie, in una contesa tutta familiare. E non è vero che Vicente non mandava sua figlia a scuola perché non assimilasse i valori occidentali dimenticando la sua cultura d’origine, come viene detto, ma Rigoberta andò regolarmente a scuola dalle suore cattoliche per vari anni (cosa che rende piuttosto implausibile il racconto di un’infanzia passata 8 mesi l’anno a raccogliere cotone e caffé).

L’episodio più drammatico del libro è certamente quello il cui il fratello di Rigoberta, Petrocinio, viene bruciato vivo dai militari sulla piazza di una città, mentre lei e i suoi familiari sono costretti ad assistere. David Stoll non contesta che Petrocinio sia stato effettivamente assassinato, solo che nessuno dei locali intervistati si ricorda minimamente dell’episodio così come viene descritto (successivamente anche Rigoberta Menchú ha ammesso di non aver assistito alla scena in prima persona).

La verità, così come viene ricostruita da Stoll, è che il padre di Rigoberta, Vicente, non era affatto animato da sentimenti rivoluzionari, essendo piuttosto conservatore e attaccato gelosamente ai propri terreni. Inoltre non vi erano conflitti etnici nella regione, ma perlopiù contese familiari e locali. In questo panorama fu proprio l’intervento dei guerriglieri, in una nuova ondata di strategia della guerriglia nel continente sudamericano sponsorizzata e messa a punto da Fidel Castro, un decennio dopo la disgraziata avventura boliviana di Che Guevara, a sparigliare la carte. I leader di questi movimenti in genere non erano né indiani, né poveri, ma erano i figli ribelli dell’élite ispanica del Sudamerica, e soprattutto non capivano un beneamato delle condizioni di vita dei contadini che intendevano salvare dalle grinfie del capitalismo.

Un gruppuscolo di questi guerriglieri capitò un giorno a Uspantán, la città vicina al paese di Rigoberta. Si misero a dipingere di rosso tutto quello che capitava a tiro, e aprirono le celle della prigione cantando per tutto il tempo “Noi siamo i difensori dei poveri”. Non essendo del luogo, per non sbagliare i guerriglieri decisero di ricorrere alle infallibili distinzioni di classe per risolvere i problemi della comunità, e fucilarono così i due figli di un proprietario terriero ladino.

Osservando la piega presa dagli eventi, Vicente decise di sfruttare la situazione a suo vantaggio alleandosi con il gruppo rivoluzionario nella speranza di rafforzare la propria posizione, e non sapendo così di firmare la propria condanna. Vicente e gli altri contadini che si unirono ai gruppi di protesta rivoluzionari vennero usati cinicamente come pedine inconsapevoli, per poi essere le principali vittime della feroce repressione da parte delle autorità che si scatenò in seguito, invocata dai parenti delle vittime degli assassini che cercavano la loro vendetta.

Rigoberta Menchú, raccontando la sua favola marxista, propaganda e difende la stessa ideologia che è in ultima analisi responsabile della morte dei suoi familiari. Non voglio fargliene una colpa: ognuno elabora il passato a suo modo e si costruisce i propri filtri interpretativi. Ma noi non siamo tenuti a credere a tutto quello che viene detto, senza farci domande, solo perché a raccontarlo è una simpatica e grassoccia contadina maya vestita di stracci multicolori.

Naturalmente, quando Rigoberta Menchú ha saputo che la sua versione dei fatti era stata contestata da un antropologo americano, ha accusato David Stoll di razzismo, mentre altri difensori della causa sostengono che qualunque invenzione passa in secondo piano rispetto alla lotta per i diritti dei contadini guatemaltechi oppressi. Ma se la causa è davvero buona, qual è la necessità di simili invenzioni? A meno che dei contadini guatemaltechi non importi a nessuno, essendo molto più importante l’ideologia che essi sono chiamati a rappresentare, volenti o nolenti.

La stessa ideologia per cui invece non bisogna assolutamente credere a Yoani Sanchez, e non bisogna leggere il suo blog. Le sue critiche al regime potrebbero anche contenere qualche granello di verità ma, ahimé, "sono fini a se stesse".

giovedì 30 ottobre 2008

fine corsa?

L'attuale situazione economica, oggettivamente non buona, sembra aver dato una bella iniezione di fiducia e autostima a coloro che di professione fanno il profeta di sventura. Costoro cominciavano quasi a disperarsi e a temere che tutto andasse bene, ma per loro fortuna anche un orologio fermo segna l'ora esatta due volte al giorno, e questo può essere uno di quei momenti. Tutti contenti per la felice coincidenza, si sono messi a cantare a voce più alta del solito la loro consueta litania. Leggiamo e commentiamo.

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

Cominciamo bene... ho riletto questa frase tre volte ma non riesco a convincermi, per quanto mi sforzi, che sia scritta in italiano. Non è solo la mia impressione, vero? Però ho capito almeno che l'argomento di cui si vuol trattare è molto importante. Speriamo che il seguito sia scritto meglio.

La prima considerazione-constatazione è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshootingda 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Queste parole mi ricordano qualcosa, ma non so cosa. Continuiamo, spigolando un po' qua e un po' là, e sperando che mi torni la memoria:

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta.

Notiamo che l'autore del pezzo si pone tra i pochissimi eletti che conoscono la situazione. Notiamo anche che la sua è una conoscenza, non una supposizione: lui sa.

Per esempio perfino l'opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi "corriamo il rischio" della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

L'autore del pezzo è più avanzato, intellettualmente e culturalmente, di coloro che sono più avanzati, è iper-avanzato. Praticamente scaduto.

[Occorre] Pianificare gl'interventi sull'unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un'architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l'orizzonte temporale della programmazione degl'interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

Speriamo almeno che sia democratica, ma può andar bene anche un bel regime dittatoriale di stampo sovietico, anzi, forse è pure meglio.

Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati.

Allora rimbocchiamoci le maniche, compagni.

Non abbiamo altri trent'anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Contrordine, compagni. Spariamoci in testa e facciamola finita.

Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti.

Continuo ad avere questa sensazione di deja vu.

Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Ah, ecco perché non si vede. Devo ricordarmi di inviare 100 euro a Pandora Tv.

Non stiamo discutendo dell'eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell'ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell'ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Visto che la classe operaia non ha sterminato i capitalisti, che era il compito assegnatogli dalla storia, toccherà tornare ai vecchi sistemi. Che ne pensate di un bel diluvio universale?

Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Ho brutte notizie per te, compagno. Fra quelli che "resisteranno", e non sottosteranno alle tue condizioni e discipline, ci sarò anch'io.

La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

E questo, evidentemente, è il modo in cui si pensa di vincere le resistenze al cambiamento.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso.

Assolutamente d'accordo. Un po' come chiedere a un dentista di estrarre una radice quadrata. E poi, scusami, quale equazione?

Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione

Ecco, mi sembrava.

nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

Vorrà dire che i 100 euro per Pandora non te li mando più. Ti spedisco un canestro di frutta, va bene?

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell'impronta umana sull'ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Ormai lo sanno per tutti: nel 2012, con l'arrivo di Nibiru.

Un'ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell'Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

Ok, parliamone. Prima di tutto diamo la fonte, visto che lui, da bravo giornalista, non lo fa:

http://shop.ceps.eu/downfree.php?item_id=1694

Appuriamo così, come già sospettavo, che quella cifra non rappresenta quanto le conseguenze del riscaldamento globale verranno a costarci annualmente, ma rappresenta il costo delle policy che i governi metteranno in atto nello sforzo (probabilmente inutile) di prevenire e mitigare il fenomeno del riscaldamento globale. Qual è la differenza? La si può ilustrare con una vecchia barzelletta:

Due bambini passeggiano in un bosco. Uno dice: "Ma perché fai schioccare le dita?"
L'altro: "Per far scappare le tigri!!"
Il primo: "Ma in Italia non ci sono tigri!"
E l'altro: "Allora funziona bene!"

Va bene, io sono un eco-scettico, mentre voi siete liberissimi di pensare che quella spesa è ampiamente giustificata. Bisognerebbe perlomeno ammettere però che il modo migliore per convincere uno scettico sulla necessità di una grossa spesa non è enfatizzarne l'entità. Anche perché si rischia di entrare in un circolo vizioso assai perverso.

Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

Ovvero: tutto ciò in assenza di tigri. Si immagini soltanto cosa accadrebbe se ci fossero davvero tigri in Italia.

Ma nel frattempo mi è tornata la memoria, e adesso riesco a spiegarmi la sensazione di deja vu che avevo. Deve essere a causa di questo:

"In ten years all important animal life in the sea will be extinct. Large areas of coastline will have to be evacuated because of the stench of dead fish." Paul Ehrlich, Earth Day 1970

"Population will inevitably and completely outstrip whatever small increases in food supplies we make, ... The death rate will increase until at least 100-200 million people per year will be starving to death during the next ten years." Paul Ehrlich in an interview with Peter Collier in the April 1970 of the magazine Mademoiselle.

"By...[1975] some experts feel that food shortages will have escalated the present level of world hunger and starvation into famines of unbelievable proportions. Other experts, more optimistic, think the ultimate food-population collision will not occur until the decade of the 1980s." Paul Ehrlich in special Earth Day (1970) issue of the magazine Ramparts.

"The battle to feed humanity is over. In the 1970s the world will undergo famines . . . hundreds of millions of people (including Americans) are going to starve to death." (Population Bomb 1968)

"Smog disasters" in 1973 might kill 200,000 people in New York and Los Angeles. (1969)

"I would take even money that England will not exist in the year 2000." (1969)

"Before 1985, mankind will enter a genuine age of scarcity . . . in which the accessible supplies of many key minerals will be facing depletion." (1976)

"By 1985 enough millions will have died to reduce the earth's population to some acceptable level, like 1.5 billion people." (1969)

"By 1980 the United States would see its life expectancy drop to 42 because of pesticides, and by 1999 its population would drop to 22.6 million." (1969)


È un bel record di previsioni errate, eppure questo Ehrlich è ancora oggi considerato un'autorità presso gli ambientalisti. Ehrlich è famoso anche per un altro motivo, cioè per una scommessa persa con Julian Simon: non sull'esistenza dell'Inghilterra nell'anno 2000, ma a proposito della scarsità di risorse naturali. Ehrlich scelse 5 metalli, e scommise che di lì a 10 anni il loro prezzo complessivo, aggiustato per l'inflazione, sarebbe salito. Simon scommise invece che sarebbe sceso. Simon vinse, e non ci fu nemmeno bisogno di calcolare l'inflazione, perché era calato il valore nominale dei metalli presi in considerazione. Ehrlich pagò a Simon 567 dollari.

Quindi, se volete spillare soldi a qualcuno, adesso sapete a quale gonzo rivolgervi.

sabato 26 luglio 2008

storia di un ortolano

Estratti da “Il potere dei senza potere”, di Vaclav Havel, tradotti con qualche libertà dall’inglese.


«Il direttore di un negozio di frutta e verdura mette in vetrina, fra le cipolle e le carote, un’insegna con lo slogan “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Perché lo fa? Cosa cerca di comunicare al mondo? È veramente eccitato dall'idea di un’unione tra i lavoratori di tutto il mondo? Il suo entusiasmo è così grande che sente l’insopprimibile impulso di comunicare pubblicamente i suoi ideali? Si è davvero fermato un momento a pensare come una tale unificazione potrebbe verificarsi e che cosa significherebbe?»

«Penso che si possa tranquillamente presumere che la stragrande maggioranza dei commercianti non pensi mai agli slogan appesi nella loro vetrina, né che li utilizzino per esprimere le loro reali opinioni. Le insegne vengono consegnate al nostro ortolano dall’azienda, insieme alle cipolle e alle carote. Le ha messe tutte in vetrina semplicemente perché è stato fatto in questo modo per anni, perché lo fanno tutti, e perché questo è il modo in cui si deve fare. Se rifiutasse, potrebbe avere dei problemi. Potrebbe essere rimproverato per non aver ottemperato alla decorazione della sua vetrina; qualcuno potrebbe addirittura accusarlo di slealtà. Lo fa perché queste cose devono essere fatte se uno non vuole avere problemi nella vita. Si tratta di una delle migliaia di minuzie che gli garantiscono una vita relativamente tranquilla, "in armonia con la società", come si suol dire».

«L’ortolano ovviamente non mette lo slogan in vetrina perché senta il desiderio di far conoscere al pubblico l'ideale che esprime. Questo, però, non significa che la sua azione non abbia alcun motivo o significato, o che lo slogan non comunichi nulla a nessuno. Lo slogan è veramente un segno e, come tale, esso contiene un messaggio subliminale, ma molto preciso. Verbalmente, potrebbe essere espresso così: "Io, l’ortolano XY, vivo qui e so che cosa devo fare. Mi comporto nella maniera che ci si aspetta da me. Sono affidabile e del tutto irreprensibile. Obbedisco e quindi ho il diritto di essere lasciato in pace". Questo messaggio, ovviamente, ha un destinatario: esso è diretto in primo luogo ai superiori dell’ortolano, e allo stesso tempo è uno scudo che protegge l’ortolano da parte dei potenziali informatori. Il vero significato dello slogan, quindi, è fermamente radicato nell’esistenza dell’ortolano. Riflette i suoi interessi vitali. Ma quali sono questi interessi vitali?»

«Prendiamo nota: se l’ortolano fosse stato incaricato di esporre lo slogan "Ho paura e pertanto obbedisco senza fare domande”, non sarebbe quasi indifferente alla sua semantica, nonostante una tale dichiarazione rifletta la pura verità. L’ortolano sarebbe in imbarazzo e si vergognerebbe a mettere una tale dichiarazione inequivocabile del suo degrado in vetrina, e ovviamente è così perché egli è un essere umano e, quindi, ha un senso della propria dignità. Per superare questa complicazione, la sua espressione di lealtà deve assumere la forma di un segno che, almeno sulla sua superficie testuale, indica un livello di convinzione disinteressato. L’ortolano deve poter dire: "Che cosa c'è di sbagliato con i proletari del mondo che si uniscono?" Così il segno aiuta l’ortolano a nascondere a se stesso i bassi fondamenti della sua obbedienza, e nello stesso tempo il basso fondamento del potere al quale obbedisce. Si nasconde dietro la facciata di qualcosa di elevato. E questo qualcosa è l’ideologia».

«L’ideologia è un modo falso di rapportarsi al mondo. Offre agli esseri umani l'illusione di una identità, una dignità e una moralità, rendendo più facile al contempo separarsene. In quanto imitazione di qualcosa di sovrapersonale e disinteressato, essa permette alle persone di ingannare la propria coscienza e di nascondere la loro vera posizione, e il loro inglorioso modus vivendi, sia al mondo che a loro stessi. Si tratta di un velo dietro il quale gli esseri umani possono nascondere le loro esistenza fallita, la loro banalità, e il loro adattamento allo status quo. Si tratta di un alibi che tutti possono usare, dall’ortolano, che nasconde la paura di perdere il suo posto di lavoro dietro un presunto interesse per l'unificazione dei lavoratori del mondo, al più alto funzionario, il cui interesse per restare al potere può essere avvolto in frasi circa il servizio alla classe operaia. La funzione primaria dell’ideologia, quindi, è quello di fornire alle persone, sia come vittime che come pilastri del sistema, l'illusione che il sistema è in armonia con l'uomo e con l'ordine dell'universo».

«Il sistema tocca le persone ad ogni passo, ma lo fa con i guanti dell’ideologia. Questo è il motivo per cui la vita nel sistema è talmente permeata a fondo con ipocrisia e bugie: la burocrazia di governo è chiamato governo popolare; la classe operaia è schiava in nome della classe operaia; la completa degradazione dei singoli è presentata come la sua definitiva liberazione; celare le informazioni è chiamato divulgazione; la manipolazione autoritaria è chiamata controllo pubblico del potere, l'arbitrarietà e l’abuso di potere sono chiamate stretta osservazione del codice giuridico; la repressione della cultura è chiamata il suo sviluppo; l'espansione dell’influenza imperialistica è presentata come supporto per gli oppressi, la mancanza di libertà di espressione diventa la più alta forma di libertà; le elezioni-farsa diventano la più alta forma di democrazia; il divieto di pensiero indipendente diventa la più scientifica delle visioni del mondo; l’occupazione militare diventa fraterna assistenza. Poiché il regime è vincolato alle proprie menzogne, si deve falsificare tutto. Si falsifica il passato, il presente, e il futuro. Si falsificano le statistiche. Si finge di non possedere un onnipotente apparato di polizia capace di tutto. Si finge di rispettare i diritti umani. Si finge di non perseguitare nessuno. Si finge di non temere niente. Si finge di non fingere».

«Perché il nostro ortolano ha dovuto addirittura mettere in vetrina la sua professione di fedeltà? Non lo aveva già fatto sufficientemente in vari modi? Alle riunioni sindacali, dopo tutto, ha sempre votato come dovrebbe. Ha sempre votato alle elezioni come ogni buon cittadino. Perché, dopo tutto questo, deve ancora dichiarare pubblicamente la sua fedeltà? In fondo le persone che oltrepassano a piedi la sua vetrina di certo non si soffermano a leggere che, nel parere dell’ortolano, i lavoratori del mondo dovrebbero unirsi. Il fatto è che non leggono affatto lo slogan, e si può persino assumere non lo vedono neanche. Se si chiedesse a una donna che si è fermata davanti al suo negozio ciò che ha visto in vetrina, potrebbe certamente dire se c’erano o non c’erano pomodori oggi, ma è altamente improbabile che abbia notato la presenza dello slogan, per non parlare di ciò che vi era scritto».

«Sembra un’assurdità richiedere all’ortolano di dichiarare pubblicamente la sua fedeltà. Ma ha senso comunque. Le persone ignorano il suo slogan, ma lo fanno perché tali slogan si trovano anche in altre vetrine, su lampioni, bacheche, in finestre d’appartamento e sugli edifici: in effetti sono ovunque. Naturalmente, mentre si ignorano i dettagli, le persone sono molto consapevoli di questo panorama nel suo complesso. E che cos'altro è lo slogan dell’ortolano se non un piccolo componente di questo enorme sfondo alla vita quotidiana?»

«L’ortolano ha dovuto mettere lo slogan nella sua vetrina, quindi, non nella speranza che qualcuno possa leggerlo ed esserne persuaso, ma per contribuire, insieme con migliaia di altri slogan, al panorama che tutti conoscono bene. Questo panorama, naturalmente, ha un significato subliminale ulteriore: quello di ricordare alle persone dove vivono e che cosa ci si aspetta da loro. Dice loro ciò che tutti gli altri stanno facendo, e indica ciò che devono fare, se non vogliono essere esclusi, isolati, allontanati dalla società, rompere le regole del gioco col rischio della perdita della pace, tranquillità e sicurezza».

«Ora immaginiamo che un giorno qualcosa nel nostro ortolano scatti e che la smetta di esporre il suo slogan solo perché gli fa comodo. La smette di votare a delle elezioni che riconosce come una farsa. Comincia a dire ciò che pensa veramente alle riunioni politiche. E trova anche la forza dentro di sé per esprimere solidarietà a coloro che la sua coscienza gli comanda di sostenere. In questa rivolta l’ortolano smette di vivere all'interno della menzogna. Egli respinge il rituale e spezza le regole del gioco. Egli scopre nuovamente la sua identità e dignità soppresse. Dà alla sua libertà un concreto significato. La sua rivolta è un tentativo di vivere nella verità».

«La resa dei conti non tarderà ad arrivare. Sarà esonerato dal suo posto come direttore del negozio e trasferito al deposito. La sua retribuzione sarà ridotta. Le sue speranze per una vacanza in Bulgaria evaporeranno. L'accesso all'istruzione superiore per i suoi figli sarà minacciato. I suoi superiori lo molesteranno in continuazione e i suoi compagni di lavoro si faranno domande sul suo conto. La maggior parte di coloro che applicano tali sanzioni, tuttavia, non lo farà spinto da qualche interiore convinzione, ma semplicemente sotto la pressione di certe condizioni: le stesse condizioni che una volta spingevano l’ortolano ad esporre gli slogan ufficiali. Essi perseguiteranno l’ortolano perché è quello che ci aspetta da loro, per dimostrare la loro lealtà, o semplicemente come parte del panorama generale, al quale appartiene la consapevolezza che questo è il modo in cui situazioni di questo tipo sono trattate, che questo, di fatto, è come le cose sono sempre state fatte, soprattutto se non vogliono diventare sospetti a loro volta».

«Così la struttura del potere, attraverso il comportamento di coloro che effettuano le sanzioni, quelle anonime componenti del sistema, espelle da sé l’ortolano. Sarà lo stesso sistema a punirlo per la sua ribellione, attraverso la sua presenza alienante nelle altre persone. Ed è obbligato a farlo, in modo automatico, per auto-difesa. L’ortolano non ha commesso una semplice, individuale infrazione, isolata nella sua unicità, ma qualcosa di incomparabilmente più grave. Ha infranto le regole del gioco, ha interrotto il gioco in quanto tale. Lo ha esposto come un semplice gioco. Egli ha frantumato il mondo delle apparenze, il pilastro fondamentale del sistema. Egli ha sconvolto la struttura di potere lacerando ciò che lo tiene insieme. Egli ha detto che il re è nudo. E poiché il re in effetti è nudo, qualcosa di estremamente pericoloso è accaduto: con la sua azione, l’ortolano ha affrontato il mondo. Egli ha permesso a tutti di scrutare dietro le quinte. Egli ha dimostrato a tutti che è possibile vivere nella verità. Infatti vivere all'interno della menzogna può fungere da pilastro del sistema solo se la menzogna è universale. Il principio deve permeare e abbracciare tutto».

Siccome sono “uno stronzo al quadrato”, dedico questo post a Giulietto Chiesa.