giovedì 5 novembre 2009

Humpty Dumpty e i Puffi (passando per Valeria Marini e James Joyce)


— Io non so che intendiate per "gloria", disse Alice.
Unto Dunto sorrise con aria di compatimento..
— Certo che non lo intendi... se non te lo dico. Eccoti un magnifico trionfale argomento.
— Ma "gloria" non significa un magnifico trionfale argomento, — obiettò Alice.
— Quando io uso una parola, — disse Unto Dunto in tono d'alterigia, — essa significa ciò che appunto voglio che significhi: nè più nè meno.
— Si tratta di sapere, — disse Alice, — se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
— Si tratta di sapere, — disse Unto Dunto, — chi ha da essere il padrone... Questo è tutto.
Alice era così impacciata che non disse nulla, e dopo un minuto Unto Dunto ricominciò:
— Alcune di esse sono intrattabili... specialmente i verbi sono orgogliosissimi... con gli aggettivi si può fare ciò che si vuole, ma non con i verbi... Però io so maneggiarle tutte quante. Impenetrabilità! Ecco che dico!
— Vorreste dirmi, per favore, — disse Alice, — che cosa significa questo?
— Ora parli come una bambina ragionevole, — disse Unto Dunto, con un'aria molto soddisfatta. — Intendevo con "impenetrabilità" d'averne avuto abbastanza di questo argomento e che sarebbe stato opportuno che mi avessi detto che pensavi di far dopo, perchè suppongo che tu non intenda fermarti qui vita natural durante.
— È un voler far significare troppe cose a una parola sola, — disse Alice in tono pensoso.
— Quando a una parola faccio far tanto lavoro, — disse Unto Dunto, — la pago di più.
— Oh! — disse Alice, troppo confusa per fare anche una sola osservazione.
— Ah, dovresti vederle venirmi intorno la sera del sabato, — disse Unto Dunto, gravemente scotendo la testa da un lato all'altro, — per aver la paga.


Quando Alice, in Attraverso lo specchio, incontra Humpty Dumpty, si scontra con la sua peculiare teoria del significato: "quando io uso una parola, essa significa appunto ciò che io voglio che significhi". È una visione solipsistica certamente accettata da pochi studiosi del linguaggio: il linguaggio è un'attività sociale, chi parla normalmente desidera farsi comprendere, e quindi non può avere un lessico tutto privato non condiviso da nessun altro. Il filosofo Hilary Putnam, inoltre, sostiene di non saper distinguere un olmo da un faggio, il che vuol dire che nemmeno lui sa esattamente cosa intende quando usa una delle due parole.

All'opposto di questa visione, c'è quella che vede il significato di una parola come imposto da un particolare tipo di autorità linguistica, come ad esempio un dizionario: la parola "olmo" non denota un faggio, ma denota proprio gli olmi, perché così è scritto nel vocabolario. La difficoltà insita in questa visione è che gli estensori dei dizionari normalmente non considerano se stessi come se stessero "istituendo" il significato di una parola, ma piuttosto come se lo stessero semplicemente "registrando". Qual è quindi l'autorità originaria? Chi ha deciso per primo che la parola "olmo" denota proprio gli olmi?

Molti direbbero che lo decide la comunità linguistica, ma anche questa risposta è destinata a suscitare ulteriori interrogativi. Cosa vale come comunità linguistica? Una sola persona non può costituire una comunità linguistica, perché altrimenti ricadremmo nel caso di Humpty Dumpty. Ma in virtù di quale motivo due persone, o tre, o centomila, avrebbero l'autorità che manca a una sola persona? E in che modo una comunità "decide" il significato delle parole? In quali occasioni? Attraverso quali procedure? Come difende la propria autorità? Di certo non attraverso il voto democratico.

Ma soprattutto, qual è la comunità cui far riferimento per comprendere il significato di una parola italiana? Ovviamente è quella dei parlanti italiano, solo che per decidere che uno sta parlando italiano dobbiamo prima conoscere i significati corrispondenti alle parole che usa, e quindi torniamo al punto di partenza: avevamo stabilito che sono gli italofoni a decidere cos'è l'italiano corretto, ma per identificare gli italofoni dobbiamo prima avere un criterio che ci permetta di capire se parlano effettivamente un italiano corretto.

Prendiamo un caso leggermente diverso da quello di Humpty Dumpty: Valeria Marini (nella versione di Sabina Guzzanti).



"Questo è un attentato terronistico", "chi mi conosce sa che ho una grande unanimità interiore", "gli intellettuali sono troppo cervicali", "sono veramente scremata", "mai una voce fuori dal colon". Che lingua è? È italiano oppure no?

In un certo senso lo è, perché tutti coloro che parlano italiano la capiscono benissimo, e si rendono conto che per "cervicali" Valeria Marini intende "cerebrali" e che per "colon" intende "coro". Eppure non è italiano, perché nella nostra lingua quelle parole hanno altri significati. Ciò che differenzia Valeria Marini da Humpty Dumpty è che lei non usa, consapevolmente, un linguaggio privato, ma si sforza proprio di parlare un italiano corretto, e in virtù di questo fatto le sue parole non significano ciò che lei vorrebbe fargli significare.

Ma prima di liquidare quella di Valeria Marini come semplice ignoranza, sarebbe opportuno ricordare che ci troviamo tutti, chi più chi meno, nella stessa posizione. Nessuno conosce davvero tutti i vocaboli della lingua italiana, e probabilmente tutti ogni tanto usiamo un vocabolo nella maniera sbagliata (come Putnam ha sinceramente ammesso a proposito degli olmi e dei faggi). Quindi forse nessuno di noi parla italiano, nel senso in cui non lo parla Valeria Marini.

Il che equivale a dire che, in un certo senso, la lingua italiana non esiste, se davvero essa si identifica a partire da una comunità di parlanti. Ma se la lingua italiana non esiste, è sbagliato anche dire che qualcuno la parla in modo scorretto. Tutti gli usi sono leciti, il che sembra farci ritornare di nuovo ad Humpty Dumpty.

Un modo per uscire da questa impasse potrebbe essere quello di segnalare il fatto che il linguaggio di Valeria Marini, pur essendo nella pratica scorretto, a differenza di quello di Humpty Dumpty contiene un implicito rimando a un "canone", a un'autorità linguistica. Come si diceva, il punto non è se Valeria Marini parli effettivamente italiano, ma che abbia intenzione di farlo.

In questo modo però, rimaniamo con la difficoltà di stabilire la fonte di tale autorità, e in più abbiamo un altro problema. Volevamo infatti eliminare gli elementi di completa soggettività e arbitrio personale presenti nel linguaggio di Humpty Dumpty, ma a questa soggettività facciamo nuovamente ricorso nel momento in cui stabiliamo che sono le intenzioni di Valeria Marini che decidono la questione.

Prendiamo un caso ancora diverso:


S'era a cocce e i ligli tarri

girtrellavan nel pischetto,

tutti losci i cincinarri

suffuggiavan longe stetto.


Si tratta, di nuovo, di un passo tratto da Attraverso lo specchio, di Lewis Carroll, ovvero la prima strofa del poema sul Jabberwocky. Neppure questa è lingua italiana, anche se vi somiglia. Però non c'è dubbio che la strofa è pensata per essere letta da chi parla italiano, anche perché altrimenti non si capirebbe la necessità di tradurla dall'originale inglese (che a sua volta non è proprio inglese).

Per il significato delle parole, potremmo rivolgerci di nuovo ad Humpty Dumpty, che afferma di poter "spiegare tutte le poesie che sono state scritte... e molte altre che non sono state scritte ancora". Ad esempio "cocce significa le dieci della mattina, l'ora in cui si comincia a cuocere i cibi per la colazione" e "girtrellare vuol dire rotare come un giroscopio e far buchi come un trapano", mentre il pischetto è "la zolla d'erba intorno alla meridiana. È detta pischetto perchè si espande un po' innanzi e un po' dietro la meridiana...". Ma in realtà non abbiamo motivo di fidarci di lui, non essendo nemmeno l'autore della poesia.

Un caso simile è quello di James Joyce:

The fall (bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonn-thunntrovarrhounawnskawntoohoohoordenenthurnuk!) of a once wallstrait oldparr is retaled early in bed and later on life down through all christian minstrelsy. The great fall of the offwall entailed at such short notice the pftjschute of Finnegan, erse solid man, that the humptyhillhead of humself prumptly sends an unquiring one well to the west in quest of his tumptytumtoes: and their upturnpikepointandplace is at the knock out in the park where oranges have been laid to rust upon the green since devlinsfirst loved livvy.


Si potrebbe sostenere che qui abbiamo una volontaria deviazione dal canone, e che quindi il linguaggio esaminato, pur non essendo inglese, è parassitario della lingua inglese. Bisogna conoscere l'inglese, e nel caso di Joyce anche molto bene, per poterlo comprendere (si notino, fra l'altro, i velati riferimenti alla triste storia di Humpty Dumpty nel passo sopra riportato). Ma, ancora una volta, dov'è il canone?

Umberto Eco, analizzando il linguaggio dei Puffi (nel saggio Schtroumpf und Drang contenuto in Sette anni di desiderio) sostiene che il canone non è costituito tanto dalla competenza lessicale dei parlanti o dei lettori, ma da una certa conoscenza contestuale o "enciclopedica" ("Dizionario vs. Enciclopedia") del mondo del parlante. Si prenda questo discorso, tratto da un albo a fumetti di Peyo:

Domani, pufferete alle urne per puffare colui che sarà il vostro puffo. E a chi pufferete il vostro voto? A un puffo qualsiasi che non puffa al di là della punta del proprio puffo? No! Vi serve un puffo forte sul quale possiate puffare! E io sono quel puffo! Alcuni – che qui non pufferò – pufferanno forse che io puffo solo la gloria... questo non è affatto puffo! È il puffo comune che io voglio e mi pufferò fine allo stremo delle puffe se occorre affinché la puffa torni a regnare nei nostri puffi. E quel che adesso puffo, lo pufferò, ecco la mia promessa! Ecco perché domani tutti insieme, la puffa nella puffa, voterete per me! Viva Puffilandia!


La possibilità di capire questo discorso deriva dal fatto che esso è altamente stereotipato, e fa uso di locuzioni che richiamano altri modi di dire presenti nella nostra lingua, e spesso usati in contesti di tipo elettorale. Qualcosa del genere vale anche per Joyce, ma in modo un po' diverso, in quanto per comprenderlo è necessaria non solo la conoscenza quasi perfetta della lingua inglese, ma anche la storia e la letteratura universale.

Umberto Eco con la sua teoria dell'interpretazione letteraria (contenuta ad esempio in Lector in fabula) sostiene che ogni testo, a prescindere dalle intenzioni soggettive dell'autore empirico, postula un Lettore Modello (distinto dal lettore empirico), che deve ricostruire i significati inseriti nel testo dall'Autore Modello, a partire dalle conoscenze enciclopediche implicite, anche se non espressamente formulate, nel testo.

Ad esempio per capire Dante e il sonetto "tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quando ella altrui saluta", occorre tener presente non tanto le intenzioni di Dante nello scrivere il sonetto, ma il fatto che quasi nessuno dei termini presenti in questo celebre incipit ha oggi esattamente lo stesso significato che aveva ai tempi di Dante ("gentile", "onesta", "pare", "donna"). Non occorre infilarsi nella testa di Dante, ma occorre infilarsi nei panni di un ipotetico uomo tipico fiorentino e colto del tredicesimo secolo.

Sarà, però a me che sono discepolo di Guglielmo da Occam questa proliferazione di enti (Autore Modello, Lettore Modello, etc.), non piace molto. Inoltre Eco sacrifica una teoria quasi certamente falsa, ma dotata di una certa semplicità, solo per approdare a una teoria irrimediabilmente vaga e fumosa. Se è praticamente certo infatti che non esiste un canone linguistico di tipo Dizionario che ancori alle parole significati univoci e fissati una volta per tutte, e valido per ogni interlocutore (dati i confini mobili della nostra lingua), ancora più difficile risulta compilare un'Enciclopedia che ci permetta di comprendere un testo.

No, per me che sono un po' terra terra, a contare davvero sono solo l'autore empirico e il lettore empirico. Il che significa concedere ad Humpty Dumpty che, alla fine dei conti, potrebbe non avere tutti i torti. Dopo tutto dire che occorre conoscere il contesto culturale nel quale la conversazione ha luogo per comprenderla, è solo un modo complicato per dire che occorre conoscere il complesso di credenze di chi parla, avere un'idea di quel che c'è nella sua testa, e non in un altrove che non è codificato da nessuna parte.

Ma allora dove sbaglia Humpty Dumpty? Forse solo in una cosa. Egli non può essere "il padrone", neanche pagando le parole il doppio, perché c'è almeno un'altra persona che ha diritto di avere voce in capitolo: Alice, colei alla quale Humpty Dumpty si sta rivolgendo. Egli non può vendere ad Alice le sue parole con i significati imposti da lui, in quanto Alice ha diritto di rifiutarli (ma è anche libera di accettarli).

La situazione ha un suo parallelo nell'attività economica. Un panettiere ha il diritto di fissare il prezzo che vuole per le sue pagnotte? Certo che ce l'ha, ma poi non si deve lamentare se nessuno compra il suo pane perché ha fissato un prezzo troppo alto. Qual è il giusto prezzo per un dato bene? È semplicemente quello deciso dal libero mercato, non esiste nessuna autorità che può imporlo (se non a danno della comunità). Può esistere un listino di prezzi compilato da enti come l'Istat, che può anche aiutarci a capire se qualcuno cerca di venderci qualcosa a un prezzo troppo elevato, ma tali enti in realtà non decidono niente, quella è solo la registrazione di una prassi già consolidata.

Il significato di una parola, quindi, è qualcosa che si ottiene attraverso la "contrattazione" fra parlante e interlocutore. Non è un qualcosa che esista prima della comunicazione, così come non esiste un prezzo del pane prima della compravendita. Il pane prodotto per uso esclusivamente personale ha un costo, il quale è certamente connesso col suo prezzo, ma non si identifica con esso. La contrattazione che stabilisce il prezzo, comunque, non avviene fra chi parla e un'intera comunità. Il prezzo del pane è piuttosto il risultato di innumerevoli contrattazioni individuali, alcune delle quali sfuggono alla nostra sfera d'influenza, ma dalle quali nessuno è escluso.

Trovo che la filosofia del linguaggio, oltre ad essere interessante in sé, offra molti spunti di riflessione per quanto riguarda altre discipline, come l'economia o addirittura la politica. Ci si potrebbe anche chiedere, ad esempio, se le leggi scritte nei nostri codici vengono create ex novo dal legislatore, o se il suo compito dovrebbe essere piuttosto quello di scoprirle, e dalla risposta a questa domanda dipenderebbero molte cose. Ma questa è un'altra storia.

P.S. Excusatio: se qualcuno trova che i miei post stiano diventando sempre più lunghi e pesanti, io ho le stesse perplessità.