mercoledì 11 novembre 2009

parole

In origine nella lingua inglese la parola "man" (dal germanico "mann"), era neutra riguardo al genere, e significava solo "appartenente alla specie umana". Per dire "uomo" (nel senso di esemplare maschio adulto della specie umana) e "donna", si usavano le due parole "wer" e "wif".

"Wer" è ovviamente imparentato col latino "vir", di cui rimane traccia in aggettivi odierni come "virile" (da non confondere con "virale", che viene da "virus", cioè "veleno"). Nella lingua inglese invece sopravvive in termini composti come "werewolfe", che è appunto un uomo (evidentemente maschio) che si trasforma in lupo durante le notti di luna piena. Quando si tratta di una donna, si è costretti a ricorrere a locuzioni quali "she wolf", come nel film Ilsa, She Wolf of the SS (meglio dell'ossimorico "she werewolfe").

"Wif" invece si è trasformato in "wife", che oggi significa più "moglie" che "donna adulta", ma del resto anche da noi, fino a pochissimo tempo fa, una donna adulta non sposata rimaneva per sempre "signorina". Il fatto è che a un certo punto, con l'evoluzione della lingua, il termine "wer" da solo è praticamente sparito, sostituito proprio da "man", mentre per dire "donna" si è fatto sempre più ricorso al termine composto "wif-man", poi divenuto "woman" (un'evoluzione simile è avvenuta anche nella lingua latina, dove il termine "homo", prima universale, ha poi assunto connotati di genere).

"Woman" quindi deriva dall'unione di un termine riferentesi solo ed esclusivamente al genere femminile ("wif"), con un termine neutro, e non deriva assolutamente dalla parola che significa "uomo" nel senso di "maschio adulto". Così come non ha nessun connotato di genere la parola "man" in termini composti come "postman" (postino), "salesman" (commesso), o "mankind" (umanità). Il che significa che gli adepti del politicamente corretto che vorrebbero che noi oggi usassimo, parlando inglese, termini come "postperson", "salesperson", o peggio ancora "personkind", non sono solo dei moralisti bigotti e repressivi, ma sono anche un po' ignoranti.

C'è spesso l'ignoranza dietro questo tipo di crociate, ma se qualche volta appaiono solo come velleità inoffensive di un gruppuscolo di fanatici, che a un termine come "basso" vorrebbero magari sostituire espressioni ridicole come "diversamente verticale" può anche capitare, però, che vinca l'ignoranza, e infatti è successo ad esempio che grazie al concorso di ignoranza (in buonafede) di molte persone, un termine una volta inoffensivo come "negro" è stato ormai abolito dalla lingua italiana.

Non che io lo userei, nelle condizioni attuali (pur preferendolo ad "abbronzato"), perché non ci posso fare nulla: il termine ormai è insultante, ma non posso neanche ignorare il fatto che lo è diventato solo a causa della malizia della gente, e che così si è perso un pezzetto di lingua italiana. Il motivo per cui "negro", si dice, non va bene, è che è la traduzione dell'americano "nigger", quello sì avente un valore spregiativo (tranne quando è usato dai neri stessi, ma quella è un'altra storia).

La quale come spiegazione è molto curiosa, visto che l'America è stato scoperta solo nel 1492, e la deportazione degli schiavi è cominciata poco dopo, mentre il termine "negro" è attestato nella lingua italiana molto prima, e deriva piuttosto dal latino "niger", cioè nero. Il Petrarca infatti la usa già sia nel significato di "nero" sia nel significato di "persona appartenente ad un'etnia di origine africana e di pelle scura", poi diventato predominante.

Vorrei far notare che il termine, per quanto offensivo possa sembrare, non ha sinonimi altrettanto efficaci nella nostra lingua: "nero", per l'appunto è solo un colore, e non si riferisce in modo specifico alla pigmentazione della pelle. "Di colore" non vuol dire niente (quale colore? verde? viola?). "Africano" o "afro-americano", sono tentativi di catturare al massimo l'estensione della parola originaria, ma a parte il fatto che non ci riescono è ovvio che significano altro. Quindi in buona sostanza siamo costretti, per riferirci ai negri, ad usare un termine che in realtà significa altro, e lo sappiamo benissimo. Ci tocca dire "nero", ma con quell'espressione un po' imbarazzata e complice che il nostro ascoltatore deve cogliere e che significa "sai, in realtà intendo dire negro, ma non si può, quindi capiscimi".

Comunque è ovviamente "nigger", casomai, che viene da "negro" (tramite lo spagnolo), e si dà il caso che in origine non era considerato offensivo neppure nella lingua inglese, essendo usato con tranquillità anche dagli abolizionisti (come ne La capanna dello Zio Tom). Ma quando si cerca di sostituire una parola con un'altra, quasi sempre, il problema non è affatto nella parola, è nella cosa. Voglio, dire, se certi Americani del Sud si divertivano a mettersi un cappuccio bianco in testa per andare a linciare i neri, significa che non ne avevano una grande considerazione, e questo in maniera assolutamente indipendente da come li chiamavano, o sbaglio?

Il motivo per cui lo spazzino è diventato operatore ecologico è che nessuno sogna, nella vita, di fare un lavoro umile come lo spazzino, ma allora è anche improbabile che improvvisamente tutti muoiano dalla voglia di fare l'operatore ecologico. Quindi cosa succederà quando tutti avranno imparato a chiamare lo spazzino "operatore ecologico"? Niente, succederà che dovremo trovare un termine ancora più annacquato, perché "operatore ecologico" verrà percepito come degradante. Vedi "handicappato", poi diventato "portatore di handicap", poi "invalido", poi "disabile", poi "diversamente abile", che è un capolavoro di ipocrisia. Per rubare una battuta a Uriel, se un tipo sulla sedia a rotelle è diversamente abile, Rita Levi Montalcini cos'è, diversamente cretina?

Ancora più odioso il fatto che in televisione vengano trasmessi film e notiziari con i sottotitoli per "non udenti" designando per negazione una comunità di persone che non hanno nessun problema a definirsi sorde. Qui però si potrebbe anche cercare il rovescio della medaglia, e partendo dal fatto che una certa minoranza ha tutto il diritto di definirsi nel modo che preferisce, provare a indicare, invece, un qualche esempio positivo di riforma lessicale studiata a tavolino, e di successo.

Il caso più famoso è quello di "gay" che sostituisce gli effettivamente antipatici "frocio", "finocchio", "buco" e via dicendo, nonché l'asettico "omosessuale" (a proposito di ignoranza, c'è pure chi ha coniato il termine "donnasessuale" per le lesbiche). "Gay" vuol dire allegro, giocondo, e quindi restituisce un'immagine positiva, al di là del fatto che esistono anche omosessuali musoni e tristissimi. Anche se non è chiaro il momento esatto in cui il termine ha cominciato ad essere usato per riferirsi in modo preciso all'omosessualità, non c'è dubbio che si è trattato del colpo pubblicitario del secolo (in precedenza il termine aveva piuttosto dei connotati generici di promiscuità sessuale, si pensi alle nostre "donnine allegre").

Tanto che la strategia è stata copiata, in modo volontario e consapevole, dagli atei. Nel 2003 in California infatti, per iniziativa di Paul Geisert e Mynga Futrell, è nato il movimento "The Brights", parola che dovrebbe riunire, in un nuovo scatto di orgoglio, "atei, agnostici, scettici, e liberi pensatori" (appelli in favore del movimento sono stati pubblicati da pesi massimi come Richard Dawkins e Daniel Dennett). "Bright" significa "brillante, luminoso", quindi rimanda sia a un'immagine solare, positiva, sia a una certa connotazione di intelligenza e sagacia ("una soluzione decisamente brillante"). Inoltre richiama la terminologia del secolo dei Lumi, quindi gli ideali negletti che furono di Voltaire e Diderot. In effetti non credo che potrebbe esistere una parola migliore, anche se gli adepti ne raccomandano l'uso come sostantivo ("I am a bright"), e non come aggettivo, perché "I am bright" potrebbe suonare arrogante.

Poi per continuare il post potrei discutere di altre parole che in effetti è inopportuno usare, tipo "mongoloide", e per ottimi motivi. Oppure di quelle lingue (non parole, ma interi linguaggi) che risultano essere davvero state create (o ricreate) a tavolino, come è il caso dell'ebraico moderno, in barba al dogma secondo cui "non si può fare perché una lingua è sempre creazione spontanea che emerge dallo spirito di una nazione", e del perché secondo me l'esperanto è un tentativo sottovalutato di abbattere le barriere linguistiche. Ma direi che vi è materia per altri post futuri, se ne avrò voglia. Comunque sono contento di aver avuto la scusa di inserire la locandina di quel film, che adesso andrò a vedermi.

P.S. Ma poi, come ho fatto a non pensarci prima?