mercoledì 13 maggio 2009

Ricoperta Menchú


Caro Giulietto, sono da poco rientrato da un viaggio a Cuba, affascinato ed interessato da un sistema sociale alternativo al nostro. Leggo con perplessità il blog di Yoani Sanchez “Generazione Y” e sono colpito dal suo eco e successo (ultima copertina di “Internazionale”). La blogger indica Castro quale responsabile dello stato di miseria (?) in cui si trova la nazione senza approfondire e criticare costruttivamente le presunte scelte sbagliate del lider. Trovo che i racconti della Sanchez forniscano una fotografia parziale della realtà cubana: non sono mai citati l'embargo, l'istruzione, la sanità e le critiche al regime sembrano solo fini a se stesse. Che cosa ne pensi?

Senza offesa, caro Marco, non so chi sia questa Sanchez, non leggo il suo blog. In genere non leggo i blog. Salvo eccezioni. Se poi descrive Cuba come tu accenni, allora si azzera del tutto l'eventualità di leggere quel blog. Cari saluti.


Non troppi anni fa, vi era chi preferiva chiudere gli occhi anche di fronte ai resoconti delle violazioni dei diritti umani commesse nei paesi controllati dal regime sovietico. I dissidenti che osavano denunciare tali crimini venivano bollati come burattini della propaganda imperialista e diffamati pubblicamente.

Oggi che il regime sovietico non esiste più è diventato politicamente corretto parlare più o meno apertamente delle “imperfezioni” che lo caratterizzavano, ma i nostalgici dell’utopia comunista ripongono ancora le loro speranze in un’isola dell’Oceano Atlantico, dove una piccola dittatura castrista resiste ancora e sempre alle riforme democratiche e al libero mercato.

Il fatto che una ragazza cubana racconti in un blog la quotidianità del suo paese in modo da far emergere tutto il malessere, l’insoddisfazione e la miseria dei suoi giovani connazionali, è una ferita intollerabile per il “senso di giustizia” di certi nostri intellettuali di sinistra, sempre in prima linea a fianco dei derelitti e degli sfruttati del terzo mondo, ma solo quando ideologicamente affini e sufficientemente manipolabili.

È il caso di Gianni Minà, il giornalista che anni fa riuscì a realizzare una celebre intervista a Fidel Castro e venne folgorato sulla via dei Caraibi, e che in un recente articolo intitolato Le dimenticanze della bloggera di moda parla di Yoani Sanchez in questi termini (lui almeno sembra aver dato un’occhiata al blog in questione):

Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sanchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi politici. Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.


Dunque in queste prime righe si accusa già la bloggera di due infamità: avere “interessi politici” (cosa che suppongo sia vera, ma forse Minà intende che non ha gli interessi politici “giusti”), e di essere molto letta nei paesi capitalisti. Yoani, ma come ti permetti?

Segue la solita tirata comparativa sulle condizioni socio-economiche degli altri paesi dell’America Latina (in un passo dove Chavez viene definito “presentabile”), e sulle magnifiche conquiste cubane in fatto di sanità ed educazione nonostante l’embargo: bisogna dire che in effetti tutti i cubani hanno il diritto di essere indottrinati sui fondamenti del marxismo-leninismo, materia scolastica obbligatoria.

I ragazzi cubani che Yoani Sanchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente. Yoani Sanchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo.


In realtà i ragazzi cubani queste cose lo sanno perfettamente, ma le sa anche Yoani Sanchez, perché non c’è giorno che la propaganda di regime non gliele ripeta, e anche perché chi non “sa” queste cose a dovere rischia di essere incarcerato. Le sanno così bene che il governo cubano non si preoccupa neanche di sprecare preziose risorse e chiedere loro un parere tramite il voto popolare.

Ma io credo che di Yoani Sanchez dia fastidio, ai nostri sinistri, soprattutto il mezzo con cui conduce la sua battaglia, il blog, e la sua autonomia espressiva. La sinistra è poco abituata a difendere i diritti di persone in grado di compiere da sole le proprie rivendicazioni, appropriandosi dei mezzi di quella modernità che è anche combattuta dall’ideologia terzomondista (fa forse eccezione il subcomandante Marcos, ma lui era molto pittoresco per altri versi). Ricordiamo che Giulietto Chiesa, ad esempio, insiste sulla necessità di far sentire la propria voce amplificata da un mezzo di massa come la televisione (Progetto Pandora), in quanto “il web è un ghetto”, ma forse anche perché concede troppa libertà ai suoi utenti, che invece di disperdersi nei rivoli della rete e interagire fra loro, devono raccogliersi tutti intorno alla voce carismatica del grande fratello.

Gianni Minà non si è mai chiesto, invece, quale fosse “la portata dell’operazione che è stata messa su” intorno a una simpatica e grassoccia contadina guatemalteca ricoperta di stracci multicolori, che risponde al nome di Rigoberta Menchú Tum, premio Nobel per la pace nel 1992. Persona che Minà ha incontrato e intervistato varie volte, e famosissima per il racconto della sua vita (Mi chiamo Rigoberta Menchú) raccolto e pubblicato dall’antropologa Elizabeth Burgos. Notare che tale mediazione da parte della scrittrice francese – moglie di Régis Debray, ovvero l’intellettuale marxista che teorizzò le tecniche di guerriglia in Sudamerica e seguì Che Guevara in Bolivia alla fine degli anni ’60 – era necessaria, in quanto la Menchú (di origine maya), all’epoca non riusciva ad esprimersi fluentemente nella lingua spagnola. Una perfetta “buona selvaggia”, insomma, e un’ideale eroina del multiculturalismo. Ed eppure sulla veridicità di quel racconto esiste molto più di qualche dubbio.

La storia di Rigoberta narrata nel libro ha tutti i crismi della perfetta ortodossia marxista: vi si narra di una povera bambina analfabeta che non può andare a scuola perché suo padre la tiene a lavorare nei campi, in una terra su cui i ladinos, i discendenti degli antichi conquistadores spagnoli, intendono mettere le mani spossessando gli indigeni. Vi si narra di una povertà così estrema che il fratellino di Rigoberta muore di fame, ma anche dell’eroica lotta della sua famiglia contro i proprietari terrieri ladinos, e della nascita di un movimento di resistenza indigeno che, diventando sempre più politicamente attivo e organizzato, alla fine scatena la brutale repressione degli avversari di classe. Il padre viene ucciso, la famiglia Menchú viene poi costretta ad assistere alla morte dell’altro fratello, bruciato vivo, mentre anche la madre non sarà risparmiata.

Una storia che, come è stato rivelato poi dall’antropologo David Stoll, nel libro Rigoberta Menchú and the Story of All Poor Guatemalans, contiene molti elementi di verità, ma che risulta un po’ troppo “aggiustata” alle esigenze ideologiche del movimento rivoluzionario cui la Menchú aveva aderito solo dopo i fatti narrati nel libro.

Non è vero, ad esempio, che la famiglia Menchú viveva nella più assoluta miseria, essendo il padre Vicente relativamente benestante per gli standard locali, e proprietario di 3.000 ettari di terra, disputata non dai ladinos, ma dai parenti della moglie, in una contesa tutta familiare. E non è vero che Vicente non mandava sua figlia a scuola perché non assimilasse i valori occidentali dimenticando la sua cultura d’origine, come viene detto, ma Rigoberta andò regolarmente a scuola dalle suore cattoliche per vari anni (cosa che rende piuttosto implausibile il racconto di un’infanzia passata 8 mesi l’anno a raccogliere cotone e caffé).

L’episodio più drammatico del libro è certamente quello il cui il fratello di Rigoberta, Petrocinio, viene bruciato vivo dai militari sulla piazza di una città, mentre lei e i suoi familiari sono costretti ad assistere. David Stoll non contesta che Petrocinio sia stato effettivamente assassinato, solo che nessuno dei locali intervistati si ricorda minimamente dell’episodio così come viene descritto (successivamente anche Rigoberta Menchú ha ammesso di non aver assistito alla scena in prima persona).

La verità, così come viene ricostruita da Stoll, è che il padre di Rigoberta, Vicente, non era affatto animato da sentimenti rivoluzionari, essendo piuttosto conservatore e attaccato gelosamente ai propri terreni. Inoltre non vi erano conflitti etnici nella regione, ma perlopiù contese familiari e locali. In questo panorama fu proprio l’intervento dei guerriglieri, in una nuova ondata di strategia della guerriglia nel continente sudamericano sponsorizzata e messa a punto da Fidel Castro, un decennio dopo la disgraziata avventura boliviana di Che Guevara, a sparigliare la carte. I leader di questi movimenti in genere non erano né indiani, né poveri, ma erano i figli ribelli dell’élite ispanica del Sudamerica, e soprattutto non capivano un beneamato delle condizioni di vita dei contadini che intendevano salvare dalle grinfie del capitalismo.

Un gruppuscolo di questi guerriglieri capitò un giorno a Uspantán, la città vicina al paese di Rigoberta. Si misero a dipingere di rosso tutto quello che capitava a tiro, e aprirono le celle della prigione cantando per tutto il tempo “Noi siamo i difensori dei poveri”. Non essendo del luogo, per non sbagliare i guerriglieri decisero di ricorrere alle infallibili distinzioni di classe per risolvere i problemi della comunità, e fucilarono così i due figli di un proprietario terriero ladino.

Osservando la piega presa dagli eventi, Vicente decise di sfruttare la situazione a suo vantaggio alleandosi con il gruppo rivoluzionario nella speranza di rafforzare la propria posizione, e non sapendo così di firmare la propria condanna. Vicente e gli altri contadini che si unirono ai gruppi di protesta rivoluzionari vennero usati cinicamente come pedine inconsapevoli, per poi essere le principali vittime della feroce repressione da parte delle autorità che si scatenò in seguito, invocata dai parenti delle vittime degli assassini che cercavano la loro vendetta.

Rigoberta Menchú, raccontando la sua favola marxista, propaganda e difende la stessa ideologia che è in ultima analisi responsabile della morte dei suoi familiari. Non voglio fargliene una colpa: ognuno elabora il passato a suo modo e si costruisce i propri filtri interpretativi. Ma noi non siamo tenuti a credere a tutto quello che viene detto, senza farci domande, solo perché a raccontarlo è una simpatica e grassoccia contadina maya vestita di stracci multicolori.

Naturalmente, quando Rigoberta Menchú ha saputo che la sua versione dei fatti era stata contestata da un antropologo americano, ha accusato David Stoll di razzismo, mentre altri difensori della causa sostengono che qualunque invenzione passa in secondo piano rispetto alla lotta per i diritti dei contadini guatemaltechi oppressi. Ma se la causa è davvero buona, qual è la necessità di simili invenzioni? A meno che dei contadini guatemaltechi non importi a nessuno, essendo molto più importante l’ideologia che essi sono chiamati a rappresentare, volenti o nolenti.

La stessa ideologia per cui invece non bisogna assolutamente credere a Yoani Sanchez, e non bisogna leggere il suo blog. Le sue critiche al regime potrebbero anche contenere qualche granello di verità ma, ahimé, "sono fini a se stesse".