martedì 8 dicembre 2009

dura lex

Quando Thomas Hobbes teorizzava il potere assoluto del sovrano, contrapponeva la sua visione dello Stato ad un teorico "stato di natura" che consisteva in una "guerra di tutti contro tutti", e dove la violenza e la sopraffazione erano la regola, in omaggio al motto latino "homo homini lupus". La narrazione era mitica, e Hobbes non intendeva tracciare un accurato resoconto storico dei primi stadi della civiltà, anche se in realtà aveva tratto ispirazione dagli eventi, quelli sì reali e a lui molto vicini, della guerra civile inglese, quella conclusasi con la decapitazione di Carlo I.

"Vedete cosa succede", sembrava dire Hobbes, "quando non c'è nessuno che comanda? quando si contesta la legittimità del sovrano a governare?". Succede, appunto, che non esiste più la "certezza della legge" e la tranquillità derivata da essa. I destini di ogni singolo suddito dipendono non più dalla volontà, sia pure dispotica e arbitraria, del sovrano, ma dipendono da quale delle fazioni in lotta avrà, temporaneamente, la meglio, fino al prossimo rovesciamento.

Qualche anno più tardi, ormai sfumati i ricordi terribili della guerra civile, John Locke teorizzerà invece lo "stato liberale" dove al contrario la certezza della legge che già premeva a Hobbes è garantita proprio dalla separazione dei poteri, nel senso che il sovrano non gode più del potere assoluto e indivisibile, ma è tenuto a rispettare la legge come qualsiasi altro suddito. I cittadini, secondo Locke, godono di "diritti naturali", in primis quello della libertà, e compito dello Stato è quello di garantire e preservare questi diritti. Quindi va bene trasferire poteri ad un'autorità esterna che sia in grado di far rispettare la legge, posta a difesa di quei diritti sacri e inviolabili, ma tale autorità deve essere limitata proprio in vista del fine ultimo alla quale è preposta, cioè la legge e il rispetto dei diritti naturali.

Poi, e proprio a partire dalle teorizzazioni di Locke, è stata inventata la democrazia moderna, e con questa si è tornati all'arbitrio, alla guerra di tutti contro tutti, e all'incertezza della legge.

Se lo Stato ha la sua ragion d'essere nella difesa dei diritti dei cittadini, ne consegue che la sovranità appartiene in ultima analisi proprio ai "sudditi", al popolo (variamente inteso nel corso dei secoli), il quale la delega soltanto ai suoi "rappresentanti" ma non vi rinuncia. Ma è per il tramite dei meccanismi democratici con i quali si esprime e si rende manifesta la volontà popolare, che avviene facilmente il tradimento delle istanze liberali lockiane. Una volta data al popolo la facoltà di legiferare, infatti, e per di più con la regola della maggioranza, viene proprio a mancare quell'ideale di certezza della legge che è posto a baluardo delle libertà e che caratterizzava lo stato liberale.

Si è passati da una fase, cioè, in cui la legge veniva semplicemente "scoperta", nelle consuetudini umane o nel lume naturale della ragione (in omaggio ai principi del giusnaturalismo), e quindi applicata dai giudici indipendenti dal potere esecutivo, a una fase in cui la legge viene continuamente fatta e disfatta a seconda della convenienza di chi detiene il potere, effimero rappresentante non del popolo tutto ma della maggioranza del momento. Legge che è diventata un'arma della maggioranza nei confronti della minoranza, costretta ad accettare qualsiasi responso, e che sopporta semplicemente in virtù del fatto che attende il momento in cui potrà rivalersi sugli avversari divenendo a sua volta maggioranza, cosa che non è mai impossibile in una democrazia dove le alleanze dei vari gruppi d'interesse si sfaldano e si ricompongono in continuazione, nella logica del do ut des e del miglior offerente.

Bruno Leoni, nel libro La libertà e la legge, individua proprio nell'estensione del dominio una volta ristretto assegnato oggi alla legiferazione positiva uno dei maggiori pericoli per le libertà individuali. Si fa fatica oggi a concepire l'idea che il processo legislativo appartenga più al dominio della scoperta che a quello della creazione, ma tale era il sentire non solo dei giudici della common law inglese, ma anche dei magistrati di epoca romana. Tale rivoluzione antropologica è pari a quella che si avrebbe se cominciassimo a considerare gli estensori dei vocabolari non dei ricercatori empirici, ma dei creatori del linguaggio stesso che descrivono.

Proprio l'area del linguaggio, insieme a quella dei rapporti economici, potrebbe del resto servire a comprendere come non sia affatto inevitabile pensare che tutti i rapporti umani, pur essendo regolati da leggi, debbano essere regolati dalla legiferazione positiva. Nessuno può, o in ogni caso dovrebbe, obbligare qualcuno ad usare una parola per un'altra o ad adeguarsi alle regole della grammatica, il che non fa affatto sparire il potere normativo di tali regole. Nessuno può, o in ogni caso dovrebbe, obbligare qualcuno a vendere un certo bene a un determinato prezzo. Lo Stato può e deve intervenire per garantire l'onestà, la correttezza e la trasparenza delle transazioni, ma non dovrebbe imporre niente riguardo al contenuto degli accordi che avvengono fra privati cittadini.

Invece la legge è sempre più spesso pensata, piuttosto che come descrizione ideale dei rapporti che intercorrono fra le persone soggette a un determinato ordinamento, come il mezzo principale per conseguire qualsiasi risultato voluto dal "popolo", cioè dalla maggioranza, e la soluzione per qualsiasi problema. Si fanno leggi, quindi, per proteggere i salari dall'inflazione, per proteggere posti di lavoro dalla concorrenza estera, per proteggere la salute dei cittadini dal fumo di sigaretta e dall'inquinamento, per combattere la droga, per dare incentivi alle famiglie "tradizionali", per ostacolare la piaga del negazionismo storico, per difendere la nostra cultura e i nostri valori dal relativismo, per difendere il buon costume, o la civiltà cristiana tutta. Leggi che spesso, del resto, violano alla radice il principio di imparzialità che ne dovrebbe essere il fondamento, essendo a favore di qualcuno e contro qualcun altro.

Niente illustra il processo più efficacemente delle polemiche sorte in merito alla sentenza della Corte Europea riguardante l'obbligo dell'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, questione peraltro marginalissima. Sentenza, cioè decisione presa in sede giudiziaria, che definisce illegittima una decisione presa in sede appunto legislativa, in quanto in conflitto con i diritti umani e la libertà religiosa dell'individuo. Ribadisco, una sentenza riguardante un obbligo, cioè una costrizione, un'imposizione (per quanto leggera sia), attinente alla sfera privata degli individui (la religione), è stata presa come un attacco ai valori, alle tradizioni, e alla civiltà cristiana del nostro paese, come se la cultura cristiana dipendesse dall'obbligare (lo ripeto di nuovo: obbligare) gli alunni delle nostre scuole, anche quelli non cristiani, a contemplare un simbolo religioso. A tanto è arrivata l'importanza che diamo al processo legislativo, e alle decisioni della maggioranza, nel nostro paese. A scapito dei diritti, ormai passati in secondo piano.

Ma la cosa più preoccupante, in realtà, è che ci sono segnali che indicano come la regola della maggioranza e della "democrazia" così intesa tendano a invadere anche sfere al di fuori della politica e dove in precedenza non erano mai entrate, come quelle della cultura e della scienza. Segnali che indicano come la democrazia stia diventando un assoluto, un fine in sé, piuttosto che un mezzo (in realtà spesso efficace) per ottenere altri fini. Penso ad esempio a quel gigantesco equivoco che è Wikipedia, "l'enciclopedia libera", dove per libera si intende, appunto, schiava della maggioranza.

Wikipedia, là dove il valore della massa di un elettrone si decide per voto popolare. Wikipedia, progetto editoriale privo di una linea editoriale, ma dove i contenuti cambiano, giorno per giorno, a seconda degli umori del momento, e della casta di amministratori che detiene il potere. Wikipedia, dove essere neutrali significa scegliere il giusto mezzo fra la verità e la menzogna, perché non si può essere faziosi a favore della verità. Wikipedia, dove guida e fondamento per la corretta compilazione delle voci non è la validità e la completezza delle informazioni, ma lo "wikilove", il "volemose bene", perché l'importante è partecipare, in concordia e fratellanza. Là dove l'individuo non esiste, ma esiste solo la collettività.

Potrebbe essere una buona metafora del futuro orwelliano che ci attende, se non riflettiamo bene su cosa è una democrazia e a cosa serve.

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