martedì 22 dicembre 2009

anch'io voglio scrivere contro l'Internet

Voglio parlare del pericolo rappresentato da Internet, sperando però di dire qualcosa di leggermente più originale di "Internet è una merda, continuate a comprare i nostri giornali", che sta diventando il tormentone di molti editorialisti autorevoli, i quali spesso scrivono su testate che copiano in maniera automatica, spesso senza neanche citare la fonte, qualsiasi scemenza appaia su Youtube. Oppure di quei politici che, un secondo dopo aver invitato la popolazione ad imbracciare i fucili, pensano che il clima d'odio che attraversa il paese sia imputabile a Facebook.

Se guardiamo ai contenuti in realtà è banale dire che su Internet, come in qualsiasi altro mezzo, si possono trovare le cose più schifose come anche isole di pregevole qualità e spessore culturale. I problemi veri sono altrove. Non credo di essere un tecnofobo, ma comincio a pensare che Internet rappresenti davvero un pericolo per l'umanità, per la nostra civiltà e la nostra cultura. E non voglio parlare ancora dell'enciclopedia innominabile, visto che l'argomento mi ha un po' stancato. Oggi vorrei prendermela con Google.

I motori di ricerca, e Google in particolare col suo algoritmo di ranking, sono una tecnologia eccezionale. Ma non tutte le tecnologie, per quanto utili e benemerite, devono essere pensate come sostitutive di quello che abbiamo già, e che magari funziona egregiamente, invece che come integrative, venendo a fornire un servizio in più, e non un servizio al posto di un altro servizio. Così, la televisione non ha ucciso il cinema e il cinema non ha ucciso il teatro, la radio non ha ucciso i concerti dal vivo, le chat non hanno abolito le conversazioni telefoniche, Facebook non ha ucciso il blog, e il cavatappi non ha sostituito l'accendigas.

Tutto chiaro, no? Ovvio, persino. Eppure sembra proprio che Google, o più in generale i servizi di information retrieval su Internet, stiano diventando il mezzo unico ed esclusivo per recuperare informazione e conoscenza su qualsiasi argomento dello scibile, e questo è un potenziale disastro. Lo studente che deve fare una ricerca su un qualsivoglia argomento, ad esempio sulle patate, oggi non deve più recarsi in biblioteca a cercare libri sulle patate, ma non deve fare altro che scrivere "patate" sulla pagina principale di Google, e poi scopiazzare un po' di dati qua e là, magari tratti dall'enciclopedia innominabile. Non trovo troppo fantascientifica l'ipotesi di un futuro non molto lontano in cui non esistano più edifici antiquati e sorpassati come le biblioteche, gli archivi, e le librerie, per disuso.

Ora, in linea teorica potrebbe anche darsi che tutti i libri si trasformino in e-book, e tutte le pubblicazioni cartacee mai esistite vengano digitalizzate e riversate su Internet (ma in pratica nessuno digitalizzerà mai l'intero contenuto della Biblioteca Nazionale, scordatevelo), un po' come sta avvenendo con Google Book Search. Ma il punto non è questo: il problema non sta solo nel formato delle informazioni, o nel suo supporto. Il problema sta proprio nella tecnologia che mi consente di trovare le informazioni che mi servono. Perché si dà il caso che un motore di ricerca sintattico, per parole chiave, costituisca una tecnologia alquanto arretrata, inefficiente, e approssimativa allo scopo.

Se vado in una biblioteca a cercare informazioni sulle patate, so che con una buona percentuale di successo là dentro troverò, grazie a un sapere codificato dell'esperienza di svariate generazioni di bibliotecari, e che si materializza in un buon catalogo per soggetti, solo libri che parlano dell'argomento che mi interessa (precisione), e tutti i libri che la biblioteca possiede sulle patate (richiamo). Grazie ad altri strumenti che troverò in una buona biblioteca e ai quali il gentile bibliotecario potrà indirizzarmi (enciclopedie, bibliografie), inoltre posso anche farmi un'idea di quali siano le migliori risorse informative sulle patate in circolazione, magari presenti in altre biblioteche.

Nei libri (o periodici) che identificherò e localizzerò posso sperare che sia contenuta la migliore conoscenza sulle patate elaborata dall'uomo. La storia della patata, il suo uso, le tecniche di coltivazione, le sue proprietà biologiche e alimentari, le sue caratteristiche da un punto di vista evolutivo, genetico o molecolare. Non troverò semplici informazioni sconnesse e non strutturate, ma vera conoscenza, elaborata, approfondita, quella che arricchisce veramente l'uomo (posto che io sia davvero interessato all'argomento). Troverò, eventualmente, anche "punti di vista" discordanti, perché grazie al cielo non esiste il pensiero unico sul tubero, e confrontandoli fra di loro potrò farmi una idea tutta mia sulle patate.

Se invece vado su Google e digito "patate" otterrò quasi 4 milioni di risultati, la maggior parte dei quali, sembra, costituiti da ricette di cucina, e molti dei quali non avranno nulla a che fare con le patate che intendo io. Pensateci un po': è mai capitato a qualcuno di fare una ricerca sulla patate, in biblioteca, e ritrovarsi in mano l'autobiografia di Rocco Siffredi? Sarebbe sconveniente. E no, non è neanche cercando ogni occorrenza della parola "patate" su Google Book Search, eliminando così le pagine web, che si risolve il problema.

La mia ricerca insomma avrà un bassissimo grado di precisione (non tutti i documenti trovati saranno davvero pertinenti) e anche un bassissimo grado di richiamo (perché saranno esclusi, ad esempio, tutti i documenti che parlano delle patate in altre lingue). Anche restringendo il campo ai documenti che parlano proprio di patate, inoltre, io non ho nessuna garanzia riguardo alla qualità del documento, o riguardo alla competenza dell'autore. L'unico motivo per cui Google mi ha segnalato quel documento infatti è che contiene la parola "patate" al suo interno, e questo non è davvero sufficiente. Sarà anche democratico, ma non mi serve.

Questo perché manca la mediazione di un professionista, tra l'autore del documento e il suo potenziale lettore, che sia in grado di decifrare il contenuto semantico del documento (operazione non banale e non effettuabile da una macchina) e di inserirlo in elenchi appositamente costruiti da altri professionisti secondo procedure collaudate e standardizzate. Questa è una figura professionale e un tipo di competenza che potrebbe essere persa, se non sufficientemente valorizzata. L'accesso alla conoscenza è una cosa troppo importante per lasciarla alle macchine.

Senza voler creare allarmismi eccessivi, la questione seria è che oggi gli investimenti effettuati nel settore dell'educazione, già scarsi, sono quasi tutti concentrati sul fronte delle tecnologie informatiche, senza considerare che proprio l'accesso generalizzato a Internet è una possibile causa di analfabetismo. Per studiare e maturare quello che occorre sono libri, insegnanti, e biblioteche scolastiche che non si riducano ad un monitor acceso e perennemente collegato a cronologia.it per fare le tesine di storia (quando va bene), anche se una biblioteca, e il suo personale, costano un po' di più di un personal computer. Internet incoraggia la pigrizia intellettuale, e forse sarebbe giusto limitarla a chi ancora non dispone di sufficiente senso critico, come ha capito ad esempio questa coraggiosa insegnante.

I don't think students come to university to learn how to use Google. They can all do that before they get here.
It is an easy way out for tutors to let them work to their own devices using search engines.
People have to pay to come to university now and what they are paying for is the knowledge, experience and guidance of people like myself.
There is a school of thinking that it should be about them directing their own learning but I think giving guidance is crucial.
I ban my students from using Google, Wikipedia and other websites like that. I give them a reading list to work from and expect them to cite a good number of them in any work they produce.

I risultati di questa tendenza poi si vedono nel grande numero di persone che credono di poter parlare di tutto, e di aver capito tutto del mondo, consultando qualche sito che parla di 11 settembre, di signoraggio bancario, o di scie chimiche. Ovviamente anche prima c'erano personaggi convinti di aver capito tutto del mondo perché avevano letto un libro (di solito fermandosi a quello), ma almeno dovevano fare la fatica di procurarselo e di leggerlo da cima a fondo. E facevano anche più fatica a farsi ascoltare, mentre ora la chiacchiera sentita dal parrucchiere assume quasi i crismi dell'autorevolezza e dell'ufficialità, per il solo fatto di essere linkata e riprodotta un certo numero di volte su qualche sito indicizzato da Google.

Si parla tanto di digital divide, e della necessità di colmarlo per ridurre l'ineguaglianza sociale, ma non sempre si riflette abbastanza sul fatto che il digital divide è una conseguenza (o meglio ancora una manifestazione) più che una causa, della povertà e dell'ignoranza. È importante cablare lo Zambia, ma forse è ancora più importante portarci delle scuole, dei libri e delle biblioteche. E quel che vale per lo Zambia, in realtà, vale anche per noi. Davvero, una società di signoraggisti non è migliore di una società composta da analfabeti totali, ma che almeno sanno zappare la terra.