giovedì 30 aprile 2009

Ludwig

Io non trovo giusto che cercando “Wittgenstein” con Google e cliccando su “mi sento fortunato” uno capiti sul blog di Luca Sofri. Questa me la chiamate fortuna? Non che abbia nulla contro Luca Sofri: non so quasi niente di lui, solo che ha un padre famoso, che è sposato con Daria Bignardi, che una volta faceva da valletto a Giuliano Ferrara, che è iscritto al PD, e che ha un blog di successo inspiegabilmente chiamato Wittgenstein. Ho controllato: in quel blog non si parla di filosofia del linguaggio e della mente, ma si parla proprio di Luca Sofri.

Voglio dire, i giovani che usano Internet potrebbero pensare che il filosofo Wittgenstein era un sostenitore del Partito Democratico, il che non gioverebbe né alla comprensione del pensiero di Wittgenstein né soprattutto alla causa della sinistra. Uno dovrebbe scegliere con maggiore cura i propri numi tutelari: la destra ha da tempo puntato su Nietzsche, ed è stato un successone, perché Nietzsche piace ai giovani, e sapeva anche coniare slogan di successo come “Dio è morto”, “l’uomo dev’essere addestrato alla guerra, la donna al riposo del guerriero”, oppure “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, e anche “sono stato frainteso” (ah, no, questa non è sua).

Wittgenstein invece ha detto “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, che è l’antitesi della politica:

Onorevole, quando crede che cominceremo a notare una certa ripresa economica?
Onorevole?

I ministri dovrebbero stare zitti tutto il tempo, e i giornalisti rimarrebbero senza mestiere. Wittgenstein ha detto anche: “La forma generale della funzione di verità è: [P, ξ, N(ξ)]. Questa è la forma generale della proposizione”, e pure questo non mi sembra molto spendibile come slogan, anche se forse è meglio dei manifesti elettorali del PD.

Ma adesso, e proprio per colpa di questo post, esiste pure la possibilità che uno studente particolarmente tenace capiti qui dopo aver fatto una ricerca su “Wittgenstein” (nella mia poca esperienza, ho scoperto che uno dei passatempi preferiti dei blogger sono i referrer: in effetti è una delizia scoprire che qualcuno è capitato qui cercando “apparato genitale degli ippopotami”, oppure “foto di africani con i testicoli grossi”). E siccome dovrò pure far fruttare in qualche modo la mia laurea in filosofia, adesso mi tocca spiegare chi era Wittgenstein.

Ludwig Wittgenstein era affetto da un disturbo comportamentale chiamato “sindrome di Asperger”, che non è altro che il nome moderno dell’autismo (ma indica in particolare i malati “lievi”, ad alta funzionalità, e che talvolta possono sfuggire alla diagnosi). Questo lo portava a parlare e a comportarsi in maniera molto strana, ma siccome era di buona famiglia ed aveva un certo fascino, e siccome la sindrome all’epoca non era nota, quando lo incontravano tutti pensavano fosse un genio e ne rimanevano profondamente colpiti.

È un vero peccato che del fascino emanato dalla sua personalità non resti granché nei suoi libri (in vita ne pubblicò solo uno, mentre gli altri sono appunti di lezioni recuperati dai suoi allievi), che probabilmente sarebbero stati ignorati e dimenticati se la sua fama di grande genio non li avesse sempre preceduti, e non avesse avuto sponsor autorevoli come Bertrand Russell. Questo ha fatto sì che molti si sono sforzati di dare un senso alle sue parole. Si può dire che Wittgenstein abbia influenzato la storia della filosofia con i suoi contatti personali molto più che attraverso le sue opere. Altri invece, come il regista Derek Jarman, si sono interessati a lui solo dopo che è stata rivelata la sua omosessualità.

Fra le sue stranezze si annovera il fatto che lasciò interamente a fratelli e sorelle una enorme eredità, condannandosi all’indigenza, perché “essendo già ricchi non correvano il rischio di essere rovinati dal denaro”. Non funzionò molto perché tre di questi fratelli morirono suicidi (edit: in realtà si erano suicidati già in precedenza). Un altro era un famoso pianista con un braccio solo, per il quale Debussy Ravel scrisse un Concerto per pianoforte per la mano sinistra. Rinunciò anche a una carriera universitaria per andare a insegnare in una scuola elementare in Norvegia Austria, ma ebbe problemi con i genitori dei suoi allievi perché pare che non avesse molta pazienza e che talvolta li picchiasse. Una volta durante una discussione filosofica particolarmente accalorata minacciò Popper (evidentemente poco sensibile al suo fascino) con un attizzatoio. Era goffo, profondamente egocentrico, totalmente privo di empatia, rifuggiva dai rapporti sociali, era ossessivamente abitudinario, sistematico in tutto quel che faceva, e aveva un comportamento altamente stereotipato: questi sono tutti sintomi della sindrome di Asperger.

Il suo primo grande libro è dunque il Tractatus Logico-Philosophicus, scritto in trincea durante la prima guerra mondiale, e del quale possiamo ammirare appunto la singolare costruzione – frutto della mania per la sistematicità – che consiste in una serie di proposizioni numerate e ordinate gerarchicamente: 1, 1.1, 1.2, 1.2.1, eccetera. La prima di queste proposizioni dice: “Il mondo è tutto ciò che accade”. Nel libro si afferma una visione “corrispondentista” della verità, dove ad ogni pensiero, e quindi ad ogni enunciato dotato di senso, viene fatto corrispondere un “fatto” nel mondo. Il mondo è composto di questi fatti, e un linguaggio scientificamente preciso dovrebbe limitarsi a rispecchiarli, anche nella sua struttura interna o “forma logica”. Tutto ciò che resta al di fuori (etica, estetica, religione) è privo di senso, o meglio, ineffabile.

Wittgenstein era molto soddisfatto della sua opera ed era convinto di avere risolto tutti i problemi filosofici ai quali era possibile trovare una soluzione, finché un giorno qualcuno non gli fece il gesto dell’ombrello, spiazzandolo completamente. Qual era la forma logica di questo? L’essere stato mandato a quel paese, quindi, spinse Wittgenstein a mutare radicalmente la sua visione del linguaggio, sviluppata particolarmente nelle Ricerche filosofiche (il cosiddetto “secondo Wittgenstein”, ancora più incomprensibile ma considerato anche più fico). Il linguaggio non ha più il compito di rispecchiare il mondo e i suoi stati di cose, ma è un insieme di prassi sociali (come appunto quella di salutarsi o mandarsi a quel paese), di “giochi linguistici”.

Nella nozione di “gioco linguistico” Wittgenstein comprende tutti gli usi del linguaggio, anche quelli più apparentemente descrittivi e neutri: persino la matematica non è altro che gioco linguistico. In altre parole, se 2 + 2 fa 4 non è perché le cose stanno così, ma perché esiste una convenzione sociale per la quale alla domanda “quanto fa 2 + 2?” bisogna rispondere “4”. I giochi linguistici sono legati alla “forma di vita” caratteristica di ogni comunità, e comprensibili solo all’interno e a partire da essa (“se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”). Ma non è relativismo assoluto, perché le convenzioni hanno un’esistenza oggettiva e condizionano pesantemente la nostra vita: se qualcuno si ostinasse a rispondere “5” alla domanda di prima non sarebbe considerato, ad esempio, un partner commerciale affidabile e sarebbe escluso dalla comunità. Uno dei motti più celebri di Wittgenstein è che “non esiste un linguaggio privato”, intendendo appunto dire che non esiste la libertà di modificare a piacimento e per usi personali le convenzioni usate dalla comunità.

“Non esiste un linguaggio privato”, però, significa anche che non c’è nulla di “interno” alla psiche che spieghi il comportamento umano, perché tutto è comportamento (gioco). Non c’è, ad esempio, una “cosa” come il dolore: esiste solo l’abitudine di urlare e contorcersi quando il dentista ti mette il trapano in bocca (una convenzione cui è difficile resistere, bisogna ammetterlo), e la nostra abitudine di reagire in modo compassionevole a simili spettacoli. Il "dolore" è una parola che non denota niente, non è un oggetto che si possa portare in giro e mostrare agli amici, ma è solo un modo di riferirsi a certe usanze antropologiche.

I discepoli di Wittgenstein (numerosi) hanno ulteriormente elaborato e arricchito questo punto: Norman Malcom ad esempio ha scritto un libro (Sul sogno) dove sostiene che i sogni non sono autentiche esperienze vissute dalla gente quando dorme, ma sono racconti che la gente fa la mattina quando si sveglia (“stanotte ho sognato che…”). Elizabeth Anscombe (Intention) invece si è concentrata sul modo in cui descriviamo le azioni, negando una concezione causale delle ragioni per agire.

Parlare di stati interni come desideri e credenze come “cause” delle nostre azioni è privo di senso: in realtà quando parliamo di certe cose non stiamo “spiegando” le nostre azioni, ma le stiamo solo ridescrivendo, specificando di quale gioco linguistico particolare fanno parte. Se ad esempio chiedo “Perché stai premendo il grilletto del fucile?”, la risposta può essere “per uccidere il Presidente” oppure “per salvare il mondo dalla tirannia”. L’azione è la stessa, e anche le cause fisiche lo sono, ma a variare è solo la descrizione in termini di gioco linguistico, l'interpretazione che diamo all'azione come facente parte di una certa forma di vita.

In pratica i wittgensteiniani interpretano la vita come se fosse un film: quando siamo al cinema e vediamo Leonardo di Caprio che bacia Kate Winslet, noi non ci chiediamo quali siano i veri sentimenti di di Caprio nei confronti di Kate Winslet, e cosa l’ha spinto a baciarla, ma interpretiamo i suoi gesti nell’economia narrativa del film: cosa vuol dire quel bacio? Nel film il bacio non è l’espressione di un sentimento autentico degli attori, ma è solo la convenzionale scena d’amore che deve precedere l’atteso disastro finale. È tutta una questione di convenzioni narrative.

Tutto questo suona assurdo (anzi, lo è) ma è quel genere di assurdità interessante che piace ai filosofi. Quel che è ancora più interessante, comunque, è che la visione di Wittgenstein potrebbe proprio essere il frutto di un disturbo mentale. Secondo Simon Baron-Cohen l’autismo è un disturbo dello sviluppo caratterizzato dall’assenza, nei soggetti malati, di una “teoria della mente”, ovvero dall’incapacità di leggere e interpretare gli stati d’animo altrui. I soggetti autistici hanno difficoltà a capire che le altre persone hanno pensieri propri, indipendenti dalla realtà, e per questo fanno fatica a comprendere il comportamento altrui.

Nel famoso test delle “Smarties” si mostra a un bambino un tubetto di Smarties e gli si chiede cosa c’è dentro. Quando il bambino risponde che dentro ci sono dei confetti di cioccolato, si apre la confezione e si mostra al bambino che dentro c’è invece una matita. Poi si richiude la confezione e si chiede: “quando mostrerò questo tubetto al prossimo bambino e gli chiederò cosa c’è dentro, secondo te cosa risponderà?”. I bambini affetti da autismo, al contrario degli altri della medesima età, non superano il test e rispondono “una matita”. Non afferrano il fatto che gli altri bambini non hanno accesso alla stessa conoscenza che hanno loro.

I soggetti autistici meno gravi riescono qualche volta a condurre delle vite quasi normali, e talvolta persino a mascherare la sindrome, ma per loro il comportamento altrui resta un enigma incomprensibile. Si adattano a rispondere con frasi di circostanza quando gli fanno notare che c’è il sole ed è una bella giornata, perché hanno imparato che ci si aspetta questo da loro, ma non riescono proprio a cogliere il motivo per cui qualcuno dovrebbe comunicare un’informazione così banale e già alla portata di tutti (come se io tutte le mattine comunicassi a mia moglie che l’acqua bagna, e mi aspettassi anche una risposta). Inoltre non afferrano i doppi sensi e le battute di spirito (e Wittgenstein era notoriamente privo di umorismo). In pratica tutto è ridotto a “gioco linguistico”.

In realtà, e sempre secondo Baron-Cohen, tutti i maschi hanno una certa tendenza all’autismo, ovvero per il pensiero sistematico e ossessivo, che si esplica ad esempio nell’imparare a memoria tutti i nomi dei giocatori di calcio di tutte le squadre di serie A, o i nomi di tutte le specie di dinosauri, e che in genere viene temperato dall’età (anche i soggetti autistici gravi spesso migliorano col sopraggiungere della maturità), mentre le femmine hanno un maggior talento per l’empatia e per la comunicazione interpersonale (concetto in fondo ribadito anche dall’autore di Gli uomini vengono da Marte, le donne vengono da Venere).

Quindi può anche darsi che Wittgenstein in fondo non avesse nulla di speciale, ma che fosse appena un po’ più autistico degli altri filosofi, e comunque è impossibile stabilire con certezza una diagnosi post-mortem. Resta il fatto però che la sua filosofia sembra proprio quella che potrebbe elaborare un individuo affetto da sindrome di Asperger. Cosa questa che a mio giudizio non toglie interesse alla sua opera (perché tutto sommato è interessante), ma la rende forse più comprensibile.

P.S. Se siete studenti universitari non andate a ripetere queste cose durante un’esame di filosofia. Vi ucciderebbero e poi darebbero il vostro cadavere in pasto ai coccodrilli.

Ringrazio Paul the wine guy per il cartello