giovedì 23 aprile 2009

l'origine del cancro


“Nessun uomo, neanche sotto tortura, può dire esattamente cos’è un tumore” (J. Ewing).

Le origini del cancro sono, si dice, complesse e multifattoriali, ovvero non possono essere ridotte ad un’unica spiegazione. Spesso gli studiosi si concentrano però su ciò che conoscono meglio. Un genetista allora tenderà ad attribuire la causa del cancro a fattori ereditari, un epidemiologo cercherà le origini della malattia nelle variabili ambientali e comportamentali (amianto, fumo o… funghi), un biologo molecolare si concentrerà sui meccanismi di replicazione della cellula e su ciò che può andare storto nel corso del processo, ecc. Chi ha ragione? Qual è la vera causa del cancro? Ovviamente hanno ragione tutti, e nessuno. Ciascuno di questi fattori contribuisce a spiegare la malattia, ma non è sufficiente. Il cancro non è una malattia semplice.

La scienza però non può accontentarsi di dire che le cose sono complicate (anche quando è vero). Tale affermazione costituisce in fondo un’ammissione di ignoranza, che può anche essere salutare, purché non ci si arrenda e si vada in cerca di un punto di vista migliore. La missione dello scienziato infatti consiste anche nel ricondurre ad unità la molteplicità dei fenomeni, inserendoli in quadro concettuale coerente che aiuti a comprenderli meglio. La confusione descritta sopra riguardo alla natura del cancro significa probabilmente che occorre uno sforzo interdisciplinare per superare la visuale limitata delle varie specializzazioni scientifiche, nel tentativo di trovare una sintesi che, anche qualora non fosse in grado di semplificare la materia, fornisse almeno una spiegazione della sua complessità.

Un tale punto di vista potrebbe essere offerto da un recente sviluppo della scienza medica, che va sotto il nome di “medicina evoluzionista” o anche “medicina darwiniana”, l’applicazione della moderna teoria dell’evoluzione alla comprensione dei concetti di salute e malattia. Il fondatore di tale approccio può essere considerato George Williams, che già negli anni Cinquanta fornì una brillante spiegazione della ragione evolutiva che sta dietro al fenomeno della senescenza, mentre il “manifesto” di questo nuovo paradigma è il libro Perché ci ammaliamo, scritto a quattro mani dallo stesso Williams insieme a Randolph Ness (uno di quei rari libri che uniscono all’interesse dell’argomento una grande piacevolezza di lettura, cosa forse paradossale visto il tema).

La medicina evolutiva può fornire il punto di vista inclusivo che cerchiamo, in quanto non studia la malattia e i suoi meccanismi in sé, troppo da vicino, e non cerca una spiegazione che vada bene solo per gli individui malati, e non per quelli sani. Cerca piuttosto una spiegazione generale del perché gli esseri umani sono vulnerabili alle malattie, e di come questo possa rientrare nello schema della teoria dell’evoluzione, con la specificazione che il perché del medico evoluzionista non è proprio lo stesso perché dell’anatomo-patologo, ma è di tipo finalistico; non cerca solo la “causa”, ma cerca la “ragione”. Si può dire che “razionalizza” la malattia, togliendole quell’alone di incomprensibile fatalità, e così facendo demistificandola.

Quello che un medico considera semplicemente un “difetto” del normale funzionamento di un corpo sano, allora, sotto gli occhi dell’evoluzionista può assumere le sembianze di una “difesa” del corpo da altri pericoli, sviluppata nel corso della sua storia evolutiva (come è il caso della febbre), oppure di un necessario “compromesso di design” (il mal di schiena deriva dalla scelta dei nostri antenati di camminare in posizione eretta, sottoponendo la colonna vertebrale alla pressione esercitata dalla forza di gravità), oppure il risultato di un meccanismo utile nel nostro passato di cacciatori-raccoglitori e diventato nocivo nel contesto della odierna civiltà industriale (come può essere il caso dell’obesità), o anche il risultato di una corsa agli armamenti nel contesto di una lotta accanita fra le nostre difese immunitarie, sempre più sofisticate, e agenti patogeni che trovano nuovi modi di aggirarle (le infezioni).

Naturalmente l’interesse dei ricercatori impegnati in questa disciplina si è rivolto subito anche alla “malattia” per eccellenza, la più elusiva e tragica fra tutte: il tumore. Una monografia sull'argomento è ad esempio stata pubblicata da Mel Greaves, col titolo Cancer. The Evolutionary Legacy (il primo capitolo è disponibile su Amazon). Che senso ha il cancro, dal punto di vista della nostra eredità biologica? Nella loro diversità, l’unica caratteristica comune a tutti i tumori consiste nell’espansione territoriale di un clone cellulare mutante. Perché avviene questo? Perché le cellule “impazziscono” e distruggono il corpo che le ospita? Una prima spiegazione risiede nella natura stessa della cellula.

Il sogno di ogni cellula – come disse François Jacob – è diventare due cellule. Infatti le cellule fanno questo normalmente: si riproducono e si propagano, colonizzando l’ambiente in cui vivono. Si può dire che è la loro stessa ragione di vita, scritta in milioni di anni di storia evolutiva: le cellule che oggi vivono sono le discendenti delle cellule che in passato hanno svolto al meglio questo compito, e proprio a questo si deve la loro sopravvivenza. Negli organismi pluricellulari, però, la loro propensione a riprodursi è in qualche modo limitata e frenata per il bene dell’organismo ospite, e indirettamente per il bene del patrimonio genetico della stessa cellula (altrimenti non si sarebbe raggiunto un tale accordo): in altre parole le nostre cellule epatiche o cerebrali delegano alle cellule dell’apparato riproduttivo (spermatozoi e ovuli) il compito di diffondere nel mondo il loro prezioso Dna, sacrificandosi in nome dell’interesse comune.

Ma si tratta pur sempre di un accordo precario fra l’ospite e le sue cellule, che può essere infranto in qualsiasi momento. Quando questo avviene, arriva il cancro. Dato lo smisurato numero di cellule di cui il nostro corpo è composto (che hanno anche il compito di differenziarsi e specializzarsi in vari tipi di organo), e data la natura della cellula che, ricordiamo ancora una volta, è quella di riprodursi, c’è da stupirsi che questo non avvenga più spesso, non che ogni tanto avvenga (e non è un caso che i tumori avvengano più spesso nei tessuti, come la pelle, a più alto ricambio cellulare). Un’eredità biologica di milioni di anni non si cancella d’un tratto.

Può valere la pena sottolineare questo fatto perché su Internet circolano ad esempio le teorie di un certo Bruce Lipton (un punto a chi indovina quale editore pubblica in Italia le sue opere), il quale si lascia andare ad affermazioni bizzarre quali:

Darwin aveva torto. La scienza di oggi ignora le teorie darwiniane basate sulle nozioni di lotta e competizione, anche se potrebbero volerci anni prima che questo fatto arrivi sui libri di testo. La cooperazione e la comunità sono in realtà i principi fondamentali dell’evoluzione, oltre che della biologia cellulare. Il corpo umano rappresenta lo sforzo cooperativo di una comunità di cinquantamila miliardi di cellule. Una comunità, per definizione, è un’organizzazione di individui impegnati a sostenere una visione comune.

Non c’è bisogno che spieghi perché questa è una cazzata, vero? Se fate fatica a concepirlo provate a pensare alle comunità di uomini, e chiedetevi se va sempre tutto bene al loro interno, e se gli interessi comuni hanno sempre la meglio sugli egoismi individuali. E una volta compreso che questa è una cazzata, e che la cooperazione e l’unità di intenti sono più l’eccezione che la norma in qualsiasi ambito, siamo anche un po’ più vicini a comprendere il cancro.

Ma cos’è, nello specifico, che può essere in grado di spezzare questa mirabile “visione comune”, e di infrangere le regole della comunità cellulare? Uno dei fattori più banali è la vecchiaia. Grazie ai progressi della scienza medica oggi la maggior parte delle persone è in grado di estendere il suo ciclo di vita ben oltre il tempo utile per riprodursi. Ebbene, proprio il successo della medicina nello sconfiggere quelle che erano una volta le cause di morte più comuni (quali le infezioni), ha decretato l’aumento spettacolare dell’incidenza del cancro negli ultimi decenni. Più persone sopravvivono alla tubercolosi, più persone avranno la possibilità di ammalarsi di cancro in futuro (quindi è vero, come spesso si dice, che la medicina è una delle cause prime della malattia, ma in un senso abbastanza diverso da quello normalmente inteso).

Dal punto di vista dell’evoluzione, per quanto sgradevole sia dirlo, un individuo sterile è un individuo inutile. Così come inutile diventa per le cellule che cooperano ai fini della sua sopravvivenza. Più invecchiamo, minori sono le nostre probabilità di riprodurci, e minore diventa la pressione evolutiva sulle nostre cellule affinché preservino la nostra salute a loro potenziale danno. E maggiori quindi diventano le probabilità che qualche cellula decida di “mettersi in proprio” e di espandersi oltre il territorio assegnatogli (non è una strategia molto saggia, visto che spesso comporta la morte dell’ospite, ma la cellula non ha comunque niente da perdere).

Qualcosa di simile può spiegare anche il fatto che certi tumori, come quelli al seno, sembrino avere a che fare proprio col ciclo riproduttivo: il tumore al seno è più comune fra le donne che non hanno avuto figli, ed è meno comune in quei luoghi dove lo svezzamento avviene più tardi. Già nel XVII secolo era stata notata dall’epidemiologo italiano Bernardo Ramazzini, in una pionieristica opera sulle malattie legate alle condizioni di lavoro in cinquanta mestieri diversi (De morbis artificum diatriba), una notevole incidenza di questo particolare tipo di malattia nei conventi femminili. La causa prossimale in questo caso è probabilmente un eccessivo livello di stimolazione ormonale (che viene bloccata dalla gravidanza), ma la ragione per cui l’evoluzione non ha approntato le necessarie difese contro questo pericolo è che non ce n’era motivo.

Più in generale, alcuni tumori sembrano rientrare nello schema del “compromesso di design”, aggravato dal cambiamento delle abitudini alimentari e dello stile di vita: ad esempio i popoli che si sono allontanati dall’Africa hanno perso la pigmentazione della pelle, forse per compensare la minore esposizione al sole e una dieta povera di vitamina D (la cui produzione è legata all’abbronzatura) ma il prezzo che hanno pagato è un maggior rischio di melanoma, che è sua volta aggravato da abitudini tipicamente moderne, come quella di arrostirsi su una spiaggia per diverse ore al giorno.

Il consumo di cibi cotti o di sostanze ricche di grassi saturi è quanto di più lontano dalla dieta dei nostri antenati paleolitici, ricca invece di anti-ossidanti, ed è spesso associato ad uno stile di vita sedentario. Tutte queste cose sono dimostrabilmente correlate a svariati tipi di tumore: alla prostata, al colon, al pancreas, ed ancora al seno. Fra i tumori associati ad un cambiamento nello stile di vita il caso più evidente è quello del tumore ai polmoni, praticamente inesistente fra gli Europei prima che cominciassero a inalare i residui di combustione del tabacco. In tutti questi casi abbiamo una molteplicità di cause prossimali del tumore, ma un’unica ragione: il fatto che l’organismo non ha avuto ancora il tempo di sviluppare le necessarie difese contro le nuove sostanze e i veleni introdotti nel corpo (unito al fatto che oggi la maggior parte delle persone, almeno in Occidente, vive abbastanza a lungo da doversene preoccupare).

Ma al di là di tutto questo, la ragione principale e più profonda del cancro è quella stessa per cui noi, organismi pluricellulari complessi, esistiamo: senza le mutazioni genetiche delle cellule e senza errori di replicazione non avremmo il cancro, ma non avremmo neanche l’evoluzione. Noi, con tutta la nostra complessità, siamo il prodotto di errori di clonazione da parte delle cellule delle specie che ci hanno preceduto. Cellule che hanno il compito difficilissimo di moltiplicarsi e differenziarsi, a partire da un unico clone, specializzandosi in vari tipi di tessuto e organi dall’aspetto e dalle funzioni completamente diverse, il che comporta uno straordinario lavoro da parte di delicati e numerosi meccanismi regolatori del Dna. Non è un caso, anche stavolta, che la fascia d’età più colpita dopo gli anziani sia quella dell’infanzia, ovvero la fase dello sviluppo e della crescita. Il che significa anche che il cancro è un’eredità triste, talvolta insopportabile, ma purtroppo anche ineliminabile, nonostante tutti i progressi che la scienza medica può ancora compiere. Il cancro esiste perché esistiamo noi, perché esistono le cellule staminali da cui hanno origine gli organi del nostro corpo.

Non è molto consolante. Capire il cancro da un punto di vista evoluzionistico non è di grande aiuto per chi è malato, soprattutto quando le notizie non sono molto buone. Ma capire perché le cose vanno male, e perché sono complicate, può evitare di cercare altrove soluzioni semplicistiche, promettenti proprio (e solo) per la loro più diretta comunicabilità (“il cancro è un conflitto emotivo irrisolto, dipende tutto dal tuo stato d’animo”). I dottori sono esperti in medicina, non necessariamente in scienze della comunicazione. I pazienti che si rivolgono a loro possono fare fatica a comprendere quel che dicono, e ciò che sta dietro alle statistiche e ai dati snocciolati. È faticoso perché il cancro non rientra nel concetto paradigmatico di malattia, che ha una singola causa ed un singolo rimedio (“hai mal di testa? prendi l’aspirina e ti passa”). Ma nonostante sia faticoso e poco gratificante, il percorso della scienza è l’unico che valga davvero la pena di compiere, perché almeno onesto: un vero dottore non promette ciò che non può mantenere.

Ringrazio WeWee per la consulenza. Eventuali errori o difetti del testo ricadono interamente sotto la mia responsabilità.