mercoledì 8 aprile 2009

io, disinformatore

"Statemi a sentire, dunque, e anche se qualcuno crederà che io prendo la cosa per ischerzo, sappiate, invece, che vi dirò la pura verità.

Vedete, cittadini, questa bella reputazione io me la son fatta per nessun altro motivo che per la sapienza. Ma quale sapienza, in effetti? Verisimilmente quella che è propria dell'uomo. Perché è questa la sola che posseggo; quelli, invece, di cui parlavo poco fa – non so che dirvi – hanno forse una sapienza superiore all'umana; certo è che io non la conosco e chi afferma il contrario mente e lo fa per calunniarmi.

Non protestate ora, ateniesi, se quello che sto per dirvi vi sembrerà presuntuoso; non sono parole mie ma di chi in tutto è degno di fede, voglio alludere al dio di Delfi, che prenderò a testimone della mia sapienza, qualunque essa sia, se di sapienza si può parlare.

Certamente lo conoscete Cherofonte; fin da ragazzo fu mio amico, sincero democratico, che condivise con voi l'esilio e con voi fece ritorno in patria. E sapete, perciò, anche il suo carattere, come ce la mettesse tutta nelle cose che faceva. Dunque, un giorno che era andato a Delfi, ebbe la faccia tosta di chiedere questo al dio (vi prego, non protestate, cittadini, per questo che vi dico), chiese, insomma, se ci fosse qualcuno più sapiente di me e la Pizia gli rispose che non c'era nessuno. Di questa risposta può farsi garante suo fratello, che è qui presente, dato che lui è morto.

Vi dico tutto questo perché desidero che voi sappiate da dove è nata la calunnia. Dunque, quando io seppi la risposta dell'oracolo, mi chiesi: «Che cosa ha voluto dire il dio? E che cosa nasconde sotto i suoi enigmi? Io, in coscienza, so bene di non essere sapiente, né tanto né poco. E allora, che cosa ha voluto dire affermando che lo sono più di tutti? Certo lui non dice menzogne, non può dirle.»

E, per molto tempo, così, non riuscii a farmi una ragione su quello che avesse voluto intendere. Finalmente mi decisi ad indagare sulla cosa in questo modo. Mi recai da uno che, in fatto di sapienza, passava per la maggiore, sicuro che, in tal modo, avrei potuto smentire l'oracolo e dimostrare la falsità del responso. «Ecco qui uno più sapiente di me, mentre tu dicevi che ero io» avrei potuto ribattere.

Interrogando quest'uomo (è inutile dirvene il nome, sappiate solo che era uno dei nostri esponenti politici), conversando con lui, ebbi questa impressione, ateniesi, che fossero gli altri a ritenerlo sapiente e, soprattutto, che lui stesso si credesse tale ma che, in realtà, non lo fosse affatto. Io, allora, tentai di dimostrargli che non era sapiente anche se credeva di esserlo, con il bel risultato che mi tirai addosso il suo rancore e quello dei presenti. Andandomene, però, pensai: «Certo sono più sapiente io di quest'uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino di più ne so di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo».

Volli, comunque, recarmi da un altro, considerato altrettanto sapiente, ma ne ebbi la stessa impressione e anche qui mi attirai il suo odio e quello di molti altri.

Nonostante questi risultati, insistetti, anche se andavo riconoscendo, con rammarico e con una certa apprensione, che mi stavo facendo dei nemici. Però dovevo venire a capo della faccenda e, soprattutto, tener nel massimo conto il responso del dio, continuando a indagare presso quelli che si ritenevano sapienti; ma, perbacco, cittadini, dato che devo dirvi la verità, ecco quello che mi succedeva: nell'indagine che svolgevo per accertare il senso dell'oracolo, quelli che erano i più celebrati, mi parevano, quasi quasi, i più sprovveduti, gli altri, invece, che non erano tenuti in alcun pregio, mi sembravano i meglio dotati.

Stando così le cose io mi chiedevo, sempre per giustificare il responso dell'oracolo, se non era meglio che rimanessi quello che ero, cioè, senza la loro sapienza ma anche senza quella loro ignoranza o, piuttosto, che avessi anch'io ambedue le cose che essi possedevano. E finii per rispondere all'oracolo e a me stesso che era meglio restare com'ero.

Ateniesi, tutte le ostilità nei miei riguardi, le più accanite e malvage, tutte le calunnie, la stessa fama di sapiente, sono nate da questa mia indagine.

Infatti tutti quelli che erano lì presenti ogni volta che io dimostravo a qualcuno la sua ignoranza, credevano che io ero un pozzo di sapienza. Ma, in realtà, ateniesi, soltanto dio è sapiente e in quel responso egli ha voluto appunto dire che la sapienza umana è ben poca cosa, anzi, nulla addirittura. Evidentemente, se il dio ha parlato di Socrate, lo ha fatto solo per servirsi del mio nome, come di un esempio, quasi per dire: «O uomini, il più sapiente di voi è chi, come Socrate, sa che la sua sapienza non conta proprio nulla».

E ancora adesso io vado in giro a cercare e a indagare se qualche concittadino o anche qualche forestiero sia sapiente, secondo il pensiero del dio e quando vedo che non lo è, solo per concordare col dio, io glielo dimostro.

Per questa mia occupazione, non ho avuto mai il tempo di far qualcosa di importante nella vita pubblica, né di curare i miei interessi privati e vivo in grande povertà, come sono tutto al servizio del dio.

Aggiungete a quanto vi ho detto il fatto che sono i giovani, soprattutto quelli delle migliori famiglie, che hanno più tempo libero, a seguirmi spontaneamente e a godersi un mondo nel vedere questi uomini presi sotto il tiro delle mie domande; molte volte essi stessi mi imitano e s'industriano a interrogare gli altri e, sapete, ne trovano anche loro di persone che credono di sapere e poi sanno poco o nulla. E, così, succede che gli interrogati non se la pigliano mica con loro ma con me e vanno a dire in giro che Socrate è un corrotto e ti guasta i giovani. E quando qualcuno gli chiede che cosa fa costui e che cosa insegna per corromperli, non sanno che dire e tacciono; ma per non far vedere il loro imbarazzo ti tiran fuori le solite sciocchezze che si usano dire contro chi ama il sapere, cioè che Socrate scruta i misteri del cielo e quelli della terra, non crede negli dei e fa apparire per buona la causa peggiore.

La verità è che essi non vogliono ammettere, con tutta quell'aria di sapientoni che si danno, di non saper nulla. E poiché sono ambiziosi, ostinati, numerosi per giunta, e tutti d'accordo nel calunniarmi, riescono anche persuasivi, riempiendovi, da un sacco di tempo, le orecchie con le loro violente accuse.

Se mi condannerete a morte, poiché sono quel che vi ho detto, voi non danneggerete me più che voi stessi. Nessun danno possono, infatti, arrecarmi né Meleto, né Anito. Non lo possono perché non credo che un malvagio possa fare del male a un uomo buono. Potrebbero uccidermi, forse mandarmi in esilio, privarmi dei diritti civili; per loro e per altri queste, forse, sono grandi disgrazie; ma io non la penso così. Per me è assai peggior male far quello che stan facendo costoro: uccidere un uomo ingiustamente. Non è quindi me che difendo ora, come qualcuno potrebbe credere, ma voi, cittadini, perché condannandomi, non vi rendiate colpevoli verso un dono di dio. Se voi mi ucciderete, infatti, non tanto facilmente troverete un altro simile a me, che il volere di un dio ha inviato nella vostra città (perdonatemi il paragone forse ridicolo) come un moscone sopra un cavallo alto e di buona razza ma alquanto pigro per la sua stessa mole e bisognoso di essere sempre stimolato.

Un simile compito dio sembra avermi affidato nella nostra città per cui io, senza sosta, vi sono da presso, per stimolarvi, per esortarvi, per rimproverarvi, ad uno ad uno, ogni giorno. Un altro come me, ateniesi, non lo troverete facilmente. Ecco perché se mi darete ascolto, voi mi risparmierete".

Tratto da qui. In risposta a questo (ok, fatte le debite proporzioni).
Aggiornamento: la pagina linkata sopra non c'è più; una diversa versione dell'Apologia è qui.