mercoledì 1 aprile 2009

Barack Obama e i pesci-fragola

A distanza di 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, qual è l’eredità più importante che ci ha lasciato la teoria di Darwin, da un punto di vista, oltre che strettamente scientifico, culturale e filosofico? È una domanda che in questi mesi di celebrazioni darwiniane è rimbalzata varie volte sugli inserti culturali dei giornali.

Sicuramente l’evoluzionismo ha ridimensionato il ruolo dell’uomo all’interno della natura, mostrando la stretta parentela fra gli uomini e le scimmie. Ma una persona veramente orgogliosa della propria razionalità e superiorità intellettuale non ha in fondo un gran bisogno di sentirsi dire che è stata creata da Dio a sua immagine e somiglianza per sentirsi speciale.

Analogamente, una persona sinceramente credente non lascerà che la sua fede traballi in conseguenza di una teoria scientifica, quindi anche sostenere che l’evoluzionismo ha dato un colpo mortale alla religione lascia il tempo che trova: solo una spiritualità alquanto rozza può affidarsi interamente alla verità letterale di un testo scritto da uomini vissuti migliaia di anni fa.

Io ritengo, con Daniel Dennett (L’idea pericolosa di Darwin), che il più importante lascito di Darwin alla contemporaneità stia nella sconfitta del pensiero essenzialista. È qualcosa che può sfuggire a chi si è nutrito di una certa vulgata darwiniana, secondo la quale ogni differenza fra specie animali, o persino fra gli uomini, è riconducibile ad una precisa matrice biologica e genetica. Ognuno di noi è quello che è per colpa o per merito dei suoi geni: i criminali hanno il gene della criminalità, gli omosessuali quello dell’omosessualità, gli alcolisti quello dell’alcolismo e così via.

Naturalmente i geni hanno molto a che fare con quello che siamo, ma in realtà Darwin ci ha messi soprattutto nella condizione di apprezzare la fondamentale unità degli esseri viventi e le relazioni esistenti fra loro, più che le differenze. Un evoluzionista non tenta di classificare le varie specie in base a misteriose essenze o caratteristiche nascoste nel DNA (quello è casomai compito del biologo molecolare) ma ne traccia la storia evolutiva e va in cerca di quegli eventi nel passato che hanno prodotto una separazione fra due o più specie. Gli evoluzionisti sono interessati alla storia, non alle forme cristallizzate nel tempo.

Si può vedere chiaramente la differenza fra un approccio essenzialista e quello darwiniano nel trattamento della nozione di “specie”. Qualcosa di esteriormente simile all’albero della vita darwiniano era già stato prodotto un secolo prima di Darwin dal naturalista Carlo Linneo che aveva tentato (con discreto successo) una classificazione sistematica di tutti gli esseri viventi proprio secondo il principio gerarchico della struttura ad albero. Le specie occupano la posizione delle foglie, mentre i rami più grossi indicano i raggruppamenti fra specie secondo affinità via via più generiche. Ad esempio la specie Homo sapiens appartiene al genere Homo, che appartiene alla famiglia degli ominidi, che appartiene all’ordine dei primati, che appartiene alla classe dei mammiferi, etc.

Già in questo schema esistono delle evidenti (a posteriori) implicazioni evolutive, dato che la differenziazione fra le specie può essere letta come un progressivo allontanarsi da un progenitore comune. Ma ciò che rende diversa una specie da ogni altra, nella visione della natura pre-darwiniana, è una qualche caratteristica fisica che appartiene solo a quella specie e che la differenzia dalle altre della stessa famiglia. L’impostazione di Linneo è riconducibile ad Aristotele: aristotelicamente parlando l’uomo, ad esempio, è un bipede, come le galline, ma a differenza delle galline è privo di piume, così che l’uomo può essere definito come “bipede implume”. Oppure, e ancora meglio secondo Aristotele, come “animale razionale”. La razionalità è l’essenza dell’uomo, ciò che lo rende uomo.

La classificazione però non può essere arbitraria: non è l’enciclopedia cinese di cui parla Borges, e secondo la quale gli animali si dividono in:

a) appartenenti all’Imperatore,
b) imbalsamati,
c) ammaestrati,
d) lattonzoli,
e) sirene,
f) favolosi,
g) cani randagi,
h) inclusi in questa classificazione,
i) che s’agitano come pazzi,
l) innumerevoli,
m) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
n) eccetera,
o) che hanno rotto il vaso,
p) che da lontano sembrano mosche

e la prova che non si tratta di una classificazione arbitraria sta nel fatto che le varie specie non sono interfeconde. Puoi accoppiare un cavallo con una cavalla, facendo nascere un altro cavallo, ma non puoi accoppiare un ippopotamo con una giraffa. Madre Natura ha fatto sì che l’ordine che regna nel Creato non venga troppo scombussolato mantenendo delle nette barriere fra specie diverse.

Sembrerebbe quasi che prima la natura permetta l’evoluzione di specie diverse, e poi crei, al fine di proteggerle, delle barriere fra loro che non gli consentano di riprodursi. Ovviamente le cose non stanno così. Oggi una specie è considerata tale per il solo fatto di essere riproduttivamente isolata dalle altre. Anzi, l’isolamento riproduttivo (determinato ad esempio da barriere geografiche) è uno dei meccanismi attraverso i quali le diverse specie hanno origine. Il che significa che due organismi appartengono a due diverse specie non per una qualche loro essenza che le contraddistingue, ma semplicemente per un accidente storico.

Prendiamo le varie razze di cani: non credo che un pechinese si sia mai riprodotto con un alano, ma pur nella loro grande differenza morfologica, il pechinese e l’alano sono considerati entrambi appartenenti alla specie dei cani perché può esservi scambio di materiale genetico fra le due razze, tramite le razze intermedie (non sono geneticamente isolati). Ma se tutte le razze intermedie sparissero il pechinese e l’alano diverrebbero, solo per questo, due specie differenti, senza che nulla sia cambiato in loro.

Il legame che c’è fra il pechinese e l’alano non è affatto diverso da quello che c’è fra l’uomo e lo scimpanzè. Ciò che ci separa davvero dai nostri cugini primati non è quel 2% di Dna che si dice essere diverso nel patrimonio genetico degli scimpanzè e degli uomini, ma semplicemente la mancanza di individui, discendenti dal medesimo progenitore, che facciano da “ponte” fra noi e loro: si sono estinte le specie intermedie. In realtà non è nemmeno detto che uomini e scimpanzè non possano essere interfecondi, dato che nessuno, a quanto mi risulta, ha mai provato a generare un ibrido (ma è molto improbabile che un simile ibrido possa essere fertile). Inoltre gli uomini non sono tutti interfecondi: esistono coppie di persone che per svariati motivi non riescono a generare figli sani.

Tutto ciò, se si ha avuto la pazienza di seguirlo, dovrebbe far capire per quale motivo il razzismo oggi non ha molto senso da un punto di vista scientifico. Non è perché gli uomini siano tutti uguali (ché le differenze fra loro sono abbastanza evidenti) e neanche perché non possano esistere generalizzazioni valide: forse i neri hanno davvero il ritmo nel sangue, gli ebrei sono abili negli affari, e gli italiani cantano sempre. Forse. Ma il razzismo classico è una teoria essenzialista, fondamentalmente pre-darwiniana: assume infatti che esistano delle rigide barriere fra gli appartenenti di due diverse “razze”, e tali che una “mescolanza” fra le diverse razze costituisca una violazione dell’ordine naturale delle cose.

Queste barriere in natura non esistono, a meno che non le si voglia artificialmente creare, proprio come le varie razze canine sono artefatti del tutto umani. Non esistono gruppi umani che nel corso dei secoli si siano riprodotti esclusivamente al loro interno (benché alcuni gruppi siano un po’ più elitari di altri). L’uomo è un animale commerciale, possiede l’istinto di scambiare merci con i propri vicini (secondo alcune ipotesi l’uomo di Neandertal si sarebbe estinto proprio perché gli mancava questa capacità), e là dove esiste lo scambio di merci, possiamo stare sicuri che esiste anche lo scambio di geni (che può essere comunque favorito anche da contatti meno amichevoli, come la guerra e il saccheggio).

I geni viaggiano, di modo che è davvero difficile individuare al loro interno una qualche “essenza” caratteristica di una qualche popolazione. Si possono fare al massimo dei ragionamenti di tipo statistico: alcuni geni sono maggiormente frequenti in alcune regioni, e meno frequenti in altre, ma in generale si può ben dire che tutti i geni sono presenti ovunque, e ovunque ci sono gli stessi geni. Questo argomento contro la razza è stato battezzato come “fallacia di Lewontin” (dal nome del famoso genetista impegnato nella lotta al determinismo biologico), in quanto appunto trascura i pattern di frequenze geniche che grosso modo sembrano corrispondere alle divisioni tra le razze tradizionali. Può essere, il che significa solo che con qualche sforzo possiamo dare un senso compiuto alla nozione di “razza”, ma senza che questa nozione possa essere di grande utilità e conforto per il tipico razzista, che vede in genere le razze come entità esattamente delineate (come “essenze”), e non come vaghe astrazioni statistiche.

Per un razzista genuino, infatti, non sembrano esistere mezze misure. Per un sostenitore della “supremazia bianca” l’incrocio fra un bianco e un nero non genera un individuo che è al 50% bianco e al 50% nero, ma semplicemente un altro nero, un portatore dell’essenza della “negritudine”, per quanto diluita possa essere. I nazisti spedivano tali “ambiguità” nei campi di sterminio, non preoccupandosi molto del fatto che così facendo avrebbero distrutto anche quel 50% di sangue ariano al quale sembravano attribuire un certo valore.

Ma esiste un’altra categoria di persone vittima del pensiero essenzialista, e si tratta degli attivisti anti-Ogm. I nemici delle biotecnologie, normalmente di sinistra, sembrano avere la stessa fissazione per la “purezza genetica” e la stessa paura per il superamento delle barriere che contraddistingue i razzisti di destra. Sostengono che, sebbene la variazione genetica esiste anche in natura, la creazione di Ogm è qualcosa di molto più pericoloso perché abbatte le barriere tra specie (ad esempio introducendo il gene di un pesce in una fragola) “createsi nel corso dell’evoluzione”. Puro non-senso: come abbiamo visto, l’evoluzione non crea barriere riproduttive tra le specie, ma semmai le barriere riproduttive creano le specie.

La mistica anti-Ogm è profondamente essenzialistica: mescolare un pesce con un frutto significa, dal punto di vista dello scienziato, semplicemente inserire un gene che codifica per una proteina; dal punto di vista dell’anti-Ogm significa cambiare la “natura intrinseca della fragola”, inquinando la sua essenza con l’essenza del pesce, e cambiando così le regole imposteci da non-si-sa-bene-chi. Il frutto ottenuto avrà l’apparenza esteriore di una fragola, il sapore di una fragola (magari anche più buono), praticamente tutto di una fragola, ma non sarà una fragola (un po’ come l’ostia consacrata non è più un’ostia, nonostante ne conservi tutte le apparenze, ma carne del nostro Salvatore), ed è anzi qualcosa da cui è meglio tenersi lontani onde evitare il collasso dell’Universo.

Molte persone razionali che credono nella scienza hanno paura delle possibili implicazioni politiche della teoria darwiniana, e sostengono per prudenza un principio di separazione netta fra scienza e politica: la scienza è amorale, e non si possono mai trarre conclusioni di tipo politico o etico da una qualsiasi scoperta scientifica. Io non la penso proprio così, e ritengo che invece si possano trarre utili lezioni dal darwinismo. Purché lo si capisca.