lunedì 23 marzo 2009

milionari e poveracci

Cos’avranno in comune l’abitante di una bidonville africana e un banchiere di Wall Street messo in difficoltà dalla crisi economica?

Secondo l’economista peruviano Hernando de Soto (da non confondere con l’omonimo conquistatore), entrambi soffrono di mancato accesso al credito dovuto alla non trasparenza dei loro titoli di proprietà. La differenza, enorme, fra i due, è che mentre la difficoltà del banchiere è di recente data e (si spera) transitoria, quella del povero africano data di secoli, ed è cronica.

Nel libro Il mistero del capitale de Soto aveva dato una sua spiegazione, piuttosto convincente, alla vecchia questione sul perché i paesi dell’Occidente sembrano avere avuto un maggiore successo di altri nella via alla ricchezza e alla prosperità. Parte della soluzione, ed è ovvio, sta nel sistema capitalistico e di libero mercato. Questo però non spiega perché molti paesi del terzo mondo ed ex comunisti che hanno adottato in tutta fretta le riforme economiche di stampo liberista consigliate dalle istituzioni finanziarie dell’Occidente non abbiano conosciuto l’immediato boom economico che molti si aspettavano, spesso andando incontro invece a tremendi contraccolpi.

L’idea di de Soto è che in questi paesi le riforme economiche non sono state adeguatamente coperte da riforme legali in grado far emergere il settore economico extra-legale, permettendo l’accesso a titoli di proprietà standardizzati, trasparenti, e fungibili. Il fatto è che spesso i poveri non sono poi così poveri quanto crediamo: l’ammontare del valore dei beni immobiliari detenuti dagli abitanti di alcune periferie fatiscenti del terzo mondo, se sommato, è enorme. Il problema è questi valori non possono essere trasformati in capitale, non hanno una rappresentazione simbolica standardizzata che permetta di farli viaggiare, di venire divisi o raggruppati, oppure essere usati come garanzia di credito, per il semplice fatto che non sono detenuti legalmente, o almeno non in una forma che possa essere riconosciuta da tutti.

Questa è la differenza fra il semplice “possesso” fisico di un dato bene e la proprietà legalmente tutelata, registrata in una forma astratta in un certo modo svincolata dall’oggetto materiale. La proprietà è ciò che permette l’esistenza del capitale vero e proprio, e quindi l’accesso al credito e l’esistenza di banche e istituzioni finanziarie funzionanti ed efficienti. Ciò che tiene lontano troppe persone dalla proprietà legale è, in una parola, la burocrazia. Ad esempio, secondo quanto scritto nel libro, a Manila per formalizzare un possesso urbano informale ci vogliono 168 passaggi burocratici e un tempo che va dai 13 ai 25 anni. Invece a Lima per aprire un laboratorio di abbigliamento occorre fare pratiche per 289 giorni e spendere 1231 dollari, trentanove volte il salario minimo mensile. I costi per uscire dall’illegalità e accedere ai vantaggi della legalità sono quindi troppo onerosi, e finiscono per privilegiare pochissimi individui tenendo alla larga la stragrande maggioranza delle persone che pure avrebbero le potenzialità per arricchire il paese.

Esistono quindi possessi, e anche imprese, destinati a rimanere capitale morto perché condannati a rimanere nell’illegalità. In mancanza di un sistema legale che formalizzi i possedimenti delle persone, detenuti extra-legalmente, i poveri si arrangiano ricorrendo a consuetudini e sistemi informali talvolta anche efficaci per risolvere le loro controversie, che però non sono integrati né col sistema legale internazionale né con altri sistemi informali concorrenti. Il compito, non semplice, delle riforme politiche e giuridiche nei paesi del terzo mondo sarebbe quindi quello di portare a galla questo capitale morto riuscendo a integrare tutti questi sistemi informali di tutela della proprietà, senza fare violenza all’esistente, un un’unica forma accettata da tutti, accessibile e funzionante.

Riforme economiche e giuridiche “calate dall’alto” delle massime istituzioni finanziarie non possono fare molto per risolvere la situazione, né gli aiuti umanitari offerti dai paesi avanzati possono essere considerati più che un palliativo. È ovvio che i paesi del terzo mondo soffrono per una molteplicità di carenze, ad esempio di infrastrutture. Costruire ponti, dighe, sistemi di irrigazione, reti fognarie, ferrovie e strade aiuta, ma non risolve finché non si trova il modo di far circolare il capitale morto detenuto più o meno legittimamente dalle persone che si desidera aiutare.

Il segreto dell’Occidente è proprio quello di aver costruito, nel corso dei secoli e in maniera quasi inconsapevole, un sistema legale di tutela della proprietà che è la vera linfa del capitalismo. Il problema è che, proprio perché mai esplicitamente teorizzata, l’importanza di un sistema formale e standardizzato di titoli di proprietà dove ogni nostro avere è registrato e al quale si possa accedere con facilità non è stata giustamente apprezzata, e proprio questo potrebbe essere alla base dell’attuale crisi finanziaria, secondo un recente articolo di De Soto pubblicato da Newsweek (qui l’intervista).

È successo infatti che in epoca recente accanto ai tradizionali e consolidati strumenti finanziari, che si basano tutti su titoli di proprietà trasparenti e le cui registrazioni sono facilmente rintracciabili, si sono moltiplicati in maniera selvaggia nuovi strumenti che rendono la contabilità sempre più difficile, per non dire impossibile. Sono i famosi “derivati”, titoli il cui valore dipende da altri beni o attività sottostanti e che possono essere impacchettati, frazionati, rivenduti e comprati un numero indefinito di volte, e poi diventare la base di nuovi titoli "derivati" da essi, fino a perdere qualsiasi legame visibile con l’originaria attività sottostante.

Non c’è nulla di male nello strumento in sé: il problema è la maniera assolutamente deregolamentata con cui questi strumenti sono stati creati, che hanno appunto creato una situazione di anarchia e confusione simile alla molteplicità dei sistemi informali di tutela della proprietà vigenti in quei paesi poveri dove la legge non fornisce un’alternativa praticabile, e nella quale a un certo punto non si è più capito chi aveva che cosa. Una relativamente piccola fluttuazione del mercato immobiliare ha allora determinato una sfiducia e una crisi del credito generalizzata e globale: nessuno sa a quanto ammontano e dove stanno i titoli tossici, chi li detiene, e chi invece è solvibile.

Il confronto fra i modi in cui i governi stanno cercando di uscire dalla crisi, e il modo tradizionale con cui i paesi avanzati tentano di dare una mano al terzo mondo, rafforza ulteriormente l’analogia. Quello che tutti si propongono di fare al momento, infatti, è ridare fiducia ai mercati investendo enormi somme statali e pompando liquidità nel sistema bancario. Questo può aiutare, ma forse non risolve, e non fa che rimandare il problema. Quello che occorre sono regole condivise che permettano di tenere traccia in maniera chiara di ogni titolo di proprietà detenuto dagli agenti economici e del suo effettivo valore. Senza un tale sistema rischiamo di avere un capitalismo senza capitale, fatto solo di carta straccia cui nessuno attribuisce più un valore, affiancato da capitale morto che non sapremmo come far rendere, proprio come accade in una bidonville africana.

Sulla crisi economica sono stati versati fiumi d’inchiostro: ho voluto segnalare questo contributo perché mi è parso inquadrare la situazione in una prospettiva particolarmente interessante, per l’analogia in un certo modo inaspettata fra le difficoltà affrontate oggi dai paesi più ricchi del mondo e quelle dei paesi da sempre più poveri. La globalizzazione ha davvero avvicinato fra loro tutti i popoli del pianeta, ma forse in un modo che nessuno aveva previsto.