lunedì 12 aprile 2010

dalle fottute pareti


Sugli inserti culturali dei giornali infuria la polemica su Darwin, rinfocolata questa volta dalla pubblicazione di un libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini, Gli errori di Darwin. Com'è ovvio, il libro ha ricevuto favorevole accoglienza sui giornali vicini agli ambienti clericali ("Il Foglio"), mentre ha ricevuto autorevoli stroncature da parte di gente che conosce bene l'argomento (Luca Cavalli Sforza su "Repubblica", e Guido Barbujani su "Il Sole24ore").

Qui non mi interessa entrare nel merito degli argomenti. Vorrei invece discutere i retroscena di questa battaglia. Perché, nel ventunesimo secolo, c'è ancora qualcuno che attacca Darwin? Chi sono, da dove escono fuori?

Una premessa fondamentale è che Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini non sono degli idioti (garantisco soprattutto per il primo), e che non hanno nulla a che fare con la voga del creazionismo, anche se potrebbero esserne involontari complici. Il che però non rende il loro anti-darwinismo, come vedremo, meno ideologico e più scientifico. Quali sono, allora, le radici culturali del loro anti-evoluzionismo?

Fodor e Palmarini non sono né genetisti né biologi, come è stato abbondantemente fatto notare dai loro critici che si sono messi a sottolineare i vari errori con la penna rossa. Sono psicologi cognitivi, e per comprendere le ragioni della loro critica occorre quindi risalire alle origini stesse della loro disciplina. La quale ha un fondatore, un personaggio molto venerato quanto discusso, di indubbia genialità ma anche molto controverso per la sua tendenza a spaziare, nelle sue opinioni, in qualsiasi campo dello scibile: Noam Chomsky.

Quando Chomsky cominciò a scrivere i suoi saggi di linguistica, il paradigma dominante in psicologia era il comportamentismo di Watson e Skinner: proprio una feroce recensione di Chomsky al libro Verbal Behaviour di Skinner, del 1959, viene considerata come atto di nascita del cognitivismo. L'approccio di Chomsky al linguaggio era fortemente innatista: il linguaggio non è un'abilità sociale qualsiasi, che viene appresa tramite l'esperienza e il condizionamento, ma è già inscritto nel nostro cervello, almeno nella sua struttura profonda, fin dalla nascita. Il linguaggio è assimilato a qualsiasi altro organo destinato a svilupparsi secondo tappe ben precise, così come un bruco si trasforma in farfalla.

L'innatismo di Chomsky sembrerebbe a prima vista sposarsi benissimo con una visione darwiniana, naturalistica, dell'evoluzione del linguaggio. Se il linguaggio è inscritto nel nostro cervello sembrerebbe ovvio pensare che si tratta di una facoltà, di uno strumento, evolutosi nella preistoria della nostra specie tramite selezione naturale. Paradossalmente, invece, Chomsky è sempre stato piuttosto scettico su questo collegamento.

Il titolo di uno dei suoi saggi più famosi (Linguistica cartesiana), in realtà avrebbe potuto far sospettare che lo sguardo, piuttosto che al naturalismo, era rivolto alla tradizione filosofica del razionalismo anti-empirista. Il linguaggio, così come le attività superiori di pensiero, concepito come facoltà unica ed esclusiva della mente umana, e irriducibile alle sue componenti materiali. Se l'interesse dal darwinismo è quello di sottolineare la continuità e la parentela dell'uomo con le altre specie, Chomsky enfatizza invece lo iato fra l'uomo e gli animali privi di raziocinio, come anche i primati superiori (da qui la polemica sul linguaggio appreso dalle scimmie).

Da notare, infatti, come Chomsky sia profondamente scettico anche su quella disciplina che può essere considerata il frutto più fecondo della psicologia cognitiva, ovvero tutto il settore di ricerca sull'intelligenza artificiale. La riduzione della mente umana a problema di ingegneria (artificiale o naturale) è inaccettabile per il pregiudizio umanista. La posizione di Chomsky sulla complessità del cervello anticipa per certi versi quella di Penrose: la mente è una cosa troppo misteriosa e affascinante per lasciarla ai biologi o addirittura ai programmatori: forse un aiuto potrà venirci, in futuro, dagli sviluppi della fisica quantistica.

Il fatto è che la resistenza a spiegare le caratteristiche più specificatamente umane per il tramite dell'evoluzione è venuta, talvolta, dagli stessi ambienti evoluzionisti (d'altronde il co-inventore della teoria, Wallace, era in disaccordo con Darwin proprio su questo). Un illustre appoggio a Chomsky dal fronte evoluzionista venne, ad esempio, da Stephen Jay Gould. Per inquadrare storicamente il dibattito, bisogna considerare che nel 1975 esce il libro Sociobiologia. La nuova sintesi, di Wilson, mentre Il gene egoista di Dawkins è del 1976. Sono due cazzotti tremendi all'umanismo, e la reazione (specialmente contro Wilson), non si fa attendere.

Tacciato l'autore (Wilson) di voler riportare in auge l'eugenetica nazista, nasce un fronte compatto contro la sociobiologia, e contro il riduzionismo in genere. Le spiegazioni evoluzionistiche vanno bene per gli animali, ma volerle adattare al comportamento degli esseri umani non solo è sbagliato, è pericoloso e potenzialmente criminale. Stephen Jay Gould, nella sua lotta ideologica, da brillante divulgatore del pensiero darwiniano finisce pian piano e impercettibilmente per spostarsi sul fronte opposto: non scrive direttamente contro Darwin, ma i suoi continui appelli al pluralismo e i suoi attacchi a quelli che chiama gli "ultra-darwinisti" (colpevoli di coerenza intellettuale) sortiscono l'effetto di farne un paradossale eroe persino per i sostenitori del creazionismo.

Paradossale perché le critiche di Gould al "paradigma adattazionista" enfatizzano proprio il ruolo del caso come motore dell'evoluzione, al contrario di chi vede la selezione come principale agente. E proprio questo è uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del "disegno intelligente": non è possibile che creature complesse come l'uomo, e organi sofisticati come il cervello umano, siano venuti al mondo per caso, ci dev'essere un progetto, e quindi un progettista. I darwinisti hanno una soluzione: il caso interviene solo nel momento della mutazione, ma non è certo la casualità a decidere quali mutazioni sopravvivono oppure no, è la selezione operata dall'ambiente. A quanto pare, dietro la semplicità di questa spiegazione, Gould intravede una minaccia per la dignità dell'uomo: è talmente semplice che è applicabile a tutto, anche al comportamento sociale, ai tratti psicologici, e questo per alcuni è inaccettabile.

Jerry Fodor è un brillante scienziato cognitivo ex allievo proprio di Chomsky, e il suo percorso ne segue le tracce per molti aspetti. Inizialmente è un alfiere della psicologia cognitiva maggiormente vicina agli sviluppi dell'intelligenza artificiale, e del funzionalismo. Scrive ad esempio La mente modulare, dove ipotizza che le attività della mente siano organizzate appunto in "moduli" specializzati in varie sotto-funzioni. Anche in questo caso, si tratta di una visione che sembra andare a nozze coll'evoluzionismo: i vari moduli possono essere considerati "attrezzi" distinti e separabili dal resto, che rispondono a esigenze specifiche sorte nel corso della storia evolutiva dell'uomo.

Da notare che Fodor per certi versi è ben più riduzionista di molti suoi colleghi funzionalisti: se l'opinione dominante è che cose come i pensieri e le rappresentazioni mentali debbano essere identificate in modo olistico, come cose che "emergono" al livello superiore dell'apparato funzionale del cervello, per Fodor invece si tratta di vere e proprie "inscrizioni" cerebrali, localizzabili singolarmente. In modo simile a Chomsky, però, Fodor lascia fuori dalla sua teoria proprio la parte più interessante: la mente non è massivamente modulare, ma solo per certi aspetti, mentre l'essenza di cose come la coscienza rimane un mistero e probabilmente lo sarà per sempre.

Nel frattempo, dopo il bando politico degli anni '70 e '80, la sociobiologia torna in auge, sotto la nuova veste della psicologia evoluzionistica. Steven Pinker, che ne è uno dei maggiori sostenitori, riprende proprio le principali intuizioni di Chomsky e Fodor (sulla struttura innata del linguaggio e la modularità della mente) inquadrandole, coerentemente, all'interno della teoria neo-darwinina e della psicologia evoluzionistica, che non è altro che il darwinismo applicato non solo alla spiegazione di come funziona il corpo umano, ma anche alla mente, considerata facente parte della natura allo stesso titolo del corpo.

Come funziona la mente è proprio il titolo di un libro di Pinker del 1997 (un notevole sforzo, fin troppo generoso e coraggioso, di spiegare tutte le caratteristiche del comportamento alla luce del nuovo paradigma), al quale Fodor replica subito con un libro intitolato La mente non funziona così. Fodor non gradisce l'uso che viene fatto delle sue stesse idee, al punto dal sembrare volerle ritrattare. Troppo invasivo e onnicomprensivo il nuovo paradigma per esserne attratti, a suo giudizio, e forse troppo volgare, troppo materialista, il concetto di umanità che ne esce fuori.

Va detto che la psicologia evoluzionistica, disciplina ancora giovane e per certi versi immatura, potrebbe avere le sue pecche. Le spiegazioni di natura evoluzionistica sono diverse da quelle di tipo fisico, nel senso che non sono così immediatamente falsificabili. Ci può essere, talvolta, la tendenza a formulare ipotesi in maniera troppo disinvolta, e a farne un passepartout che va bene per qualsiasi cosa. Di ogni fenomeno è ipotizzabile una spiegazione evolutiva, con sufficiente fantasia: più difficile è saper discriminare le spiegazioni buone da quelle cattive e stiracchiate. Il successo impressionante, anche a livello di cultura pop e nei media, della psicologia evoluzionistica, ha poi contribuito ad alimentare ulteriormente i sospetti, che hanno finito per gravare sul darwinismo tout court, con grande gaudio anche dei suoi nemici più tradizionali.

Un possibile e concreto esempio è il supposto meccanismo mentale innato per scoprire gli imbroglioni. È stato osservato che spesso la mente umana fallisce nel riconoscere certe elementari regole inferenziali, come il fatto che "P implica Q" è logicamente equivalente a "non-Q implica non-P". Supponiamo di avere quattro carte da gioco davanti: una carta blu, una rossa, un asso, un re. Ci viene detto che la regola è: "Tutti gli assi sono rossi sul dorso". Quali carte dovremmo girare per verificare o falsificare la regola? Tutti capiscono la necessità di girare l'asso sul dorso (ovvero la rilevanza di P), ma molti soggetti sperimentali falliscono nel riconoscere la rilevanza del caso non-Q (ovvero non girano la carta blu).

I soggetti ottengono performances molto migliori quando lo stesso problema viene formulato in altro modo: viene detto che in un locale solo i maggiori di 18 anni sono autorizzati a bere birra, mentre tutti i minori possono bere solo Coca-Cola. Qui tutti comprendono che è rilevante sia controllare che i minorenni abbiano effettivamente in mano un bicchiere di Coca, sia controllare che i bevitori di birra siano effettivamente maggiorenni. La spiegazione proposta dallo staff di John Tooby è che vi sia un meccanismo mentale innato per riconoscere gli imbroglioni: la selezione naturale ha favorito il riconoscimento delle regole logiche nel caso siano socialmente rilevanti ai fini della sopravvivenza, mentre non ci ha dotato tutti di un apparato altrettanto efficace per riconoscere le regole logiche fini a se stesse.

Fodor, in La mente non funziona così, ha contestato vigorosamente questa spiegazione. Secondo lui a fare la differenza non è il diverso contesto sociale nel quale il compito cognitivo è inquadrato, ma si tratta proprio di due problemi differenti, dalla diversa forma logica. Il primo esprime semplicemente una relazione di tipo logico, mentre l'altro esprime una proibizione (è un'asserzione deontica), dove la rilevanza del caso "non-Q" è per forza di cose più manifesta.

Ora, può darsi benissimo che Fodor abbia ragione (oppure torto, io non ne ho idea). Si tratta appunto di un'ipotesi da vagliare, che ha senso criticare (magari possono essere progettati nuovi esperimenti per dirimere la questione). Dovrebbe essere chiaro, però, che da qui a ritenere screditata l'intera psicologia evoluzionistica ce ne corre. Ancora più azzardato è il passo successivo, che eppure Fodor ha compiuto, ovvero mettere in discussione l'intera teoria di Darwin.

Perché Fodor è chiaramente legittimato e rispettabilissimo, nel momento in cui esprime la sua opinione intorno a qualcosa di cui è una riconosciuta autorità e un esperto (la psicologia cognitiva), e lo stesso può dirsi per Massimo Piattelli Palmarini. Ma, ahimé, non lo è quando parla dell'evoluzionismo in generale. E qui non si tratta di un ricorso al principio di autorità, il punto è che Fodor e Palmarini proprio non capiscono la logica dell'evoluzionismo, cosa che appare evidente persino a un semplice appassionato come il sottoscritto. Le loro obiezioni sono banali, vecchie quasi quanto l'evoluzionismo stesso, e largamente superate.

Quando c'è il rifiuto sistematico a comprendere le cose, escludendo l'imbecillità, il rasoio di Occam vuole che dietro al rifiuto non ci sia nessuna genuina motivazione scientifica, ma qualcosa di più profondo e difficile da scalfire. Darwin fa ancora paura semplicemente perché non assegna nessun speciale ruolo all'uomo nell'universo, perché si temono le conseguenze morali ed etiche del darwinismo, perché, in una parola, rischia di non essere politicamente corretto. Ed è questo l'errore che accomuna pensatori di estrema sinistra, come Chomsky, e i fondamentalisti religiosi: la fallacia naturalistica, il credere che la natura obbedisca ai nostri dettami morali.

In una società libera, per fortuna, questo tipo di dissenso non è pericoloso, e anzi può essere persino stimolante. Vale la pena ricordare, comunque, quali danni ha prodotto in un passato neanche troppo lontano.