venerdì 31 luglio 2009

apologia dell'attacco personale

Trovo l'argomento ad hominem largamente sottovalutato. È vero che la verità di un'affermazione è logicamente indipendente dalla persona che afferma (tranne ovviamente che in casi speciali, ad esempio quando l'affermazione riguarda proprio colui che parla, come in "io sono bello"). Ma è anche vero che esiste un legame causale e statistico evidente fra l'intelligenza di una persona e la validità dei suoi argomenti.

Le persone stupide tendono a fare discorsi stupidi, perché sono stupide. Quindi un modo molto semplice per liquidare ad esempio certe teorie del complotto è far notare come solitamente chi le propone è un perfetto idiota, e non perderci troppo tempo.

A meno che non si creda davvero che sia solo un caso fortuito, se fra i principali sostenitori delle teorie del complotto vi siano fisici convinti che Gesù Cristo ha visitato l'America, scrittori che sostengono che la regina d'Inghilterra è un rettile alieno travestito da simpatica vecchietta, teorici della Terra cava, negazionisti anti-semiti, inventori della macchina del moto perpetuo, coltivatori di orgoni, quelli che si curano il cancro col bicarbonato, e chi più ne ha più ne metta.

Ma c'è di più. L'argomento ad hominem, tranne in casi estremi, è quasi sempre una mossa retorica perfettamente valida nell'ambito di una discussione, in quanto le discussioni raramente servono a stabilire una verità eterna e definitiva, ma servono più facilmente a raggiungere conclusioni provvisorie relative al contesto e agli interlocutori.

In origine, per "argomento ad hominem" non si intendeva, in effetti, un attacco personale o ingiurioso rivolto al proprio avversario e del tutto slegato dal soggetto del discorso (es. "secondo me 2+2 fa 4", "no, perché tu puzzi"), ma semplicemente un argomento che utilizza come premesse proprio le concessioni fatte dall'avversario, in modo da forzarlo a rivedere le premesse già concesse o ad acconsentire alle conclusioni, senza con ciò avere pretese di verità assoluta (cfr. John Locke, Essay on Human Understanding, IV.XVII.21, "[…] to press a man with consequences drawn from his own principles or concessions. This is already known under the name of argumentum ad hominem").

Ad esempio, nel caso in cui si volesse argomentare contro la pratica dell'aborto, si potrebbe chiedere all'interlocutore se è d'accordo nel sottoscrivere l'affermazione "l'omicidio è sempre immorale", per poi sostenere che essendo l'aborto una forma di omicidio anche esso è immorale. In tal modo l'avversario dovrà o dimostrare che l'aborto non è un caso di omicidio, o rivedere la premessa che l'omicidio è sbagliato, o arrendersi. Anche in questo caso però non si sarebbe dimostrata, in assoluto, l'immoralità dell'aborto, perché non è detto che tutti gli interlocutori sottoscrivano le stesse premesse.

In un'altra discussione, con un'altra persona, l'antiabortista forse non potrebbe ricorrere allo stesso argomento ("ad hominem") in difesa del proprio punto di vista, ma dovrebbe adattare la propria strategia all'interlocutore che si trova di fronte, e agli argomenti di costui. Quindi, a meno che uno non disponga davvero della verità assoluta a portata di mano e possa tirarla fuori dal cilindro ponendo fine alla diatriba, tutte le discussioni normali sono fatte di argomenti ad hominem, in questo senso specifico (originario).

Si noti che anche la famosa dialettica socratica, il modello della discussione razionale per eccellenza, non consiste di altro che del tentativo di portare allo scoperto le incongruenze nella posizione dell'avversario: se io sostengo A, e mi fanno notare che A implica B, che io ritengo falsa, allora posso essere costretto ad abbandonare A. Ma A nonostante tutto potrebbe essere vera (insieme a B). Il fatto è che siccome nessuno dispone di un accesso privilegiato alla Verità, tutto quel che si può fare è almeno cercare di essere coerenti.

Una variante dell'argomento ad hominem più vicino alla sua accezione odierna, dispregiativa, è l'argomento "tu quoque", nel quale si fa notare che il pulpito dal quale proviene la predica non è esattamente immacolato. Ma anche in questo caso la mossa potrebbe essere perfettamente legittima e razionale. Se qualcuno protesta contro l'abitudine di indossare pellicce, non è sbagliato fargli notare che anche lui mangia carne animale. A meno che l'interlocutore non sia vegetariano (e in questo caso l'affondo va a vuoto), ciò lo costringe a interrogarsi o a specificare cosa c'è che non va nell'uso delle pellicce, che lo differenzia in senso morale dall'uso di mangiare carne. Ancora una volta, con ciò non si dimostra che le pellicce vanno bene, ma solo che, forse, chi si oppone ad esse lo fa per motivi nei quali non crede in fondo nemmeno lui (altrimenti non mangerebbe carne), e si sposta sull'avversario l'onere della prova.

Analizzando a fondo la questione non sembra esservi una vera soluzione di continuità fra i due modi di argomentare, del tutto legittimi, che abbiamo visto, e l'argomentum ad hominem quale lo si intende oggi normalmente, indicandolo come una pessima abitudine retorica. Non sempre, ad esempio, è inappropriato mettere in questione la caratura morale di chi fa un certo discorso: nessuno prenderebbe sul serio le vibranti proteste contro l'eccessivo libertinaggio e la decadenza dei costumi della società odierna che provenissero da un assassino seriale. La strategia è affine al tu quoque, ma non identica, in quanto non si intende accusare l'assassino seriale dello stesso peccato che egli denuncia, e ancora una volta con questo non si dimostra certo che le sue idee siano sbagliate in sé, ma solo che egli non è la persona più adatta per difenderle. Stavolta l'osservazione non può neanche essere presa come un argomento a favore di un punto di vista qualsiasi, visto che l'attacco può provenire persino da una persona che condanna, egualmente, il libertinaggio e la dissolutezza dei costumi.

Simile a questo, e ancora più vicino all'argomento ad hominem inteso come attacco personale, vi è l'accusa di difendere un certo punto di vista non in quanto giudici imparziali, ma in quanto parti in causa, o aventi un certo interesse nel propagandare proprio quel punto di vista. È la strategia ad esempio di chi accusa gli scienziati scettici sul riscaldamento globale di essere al soldo delle multinazionali. Si tratta di un artificio retorico di cui in effetti spesso si abusa (il fatto che una ricerca venga finanziata da una compagnia petrolifera non ne inficia, di per sé, le conclusioni), eppure non si può dire che sia un argomento del tutto indegno di interesse. Richiamando l'attenzione sul coinvolgimento personale di chi difende un certo punto di vista, si potrebbe semplicemente voler invitare gli altri a valutare e controllare con maggiore scrupolo determinate affermazioni, in quanto non è affatto improbabile che esse siano viziate (anche presupponendo la buona fede) da scarsa oggettività.

All'estremo inferiore nella scala delle argomentazioni legittime troviamo infine l'insulto vero e proprio: "hai torto perché sei un cretino", "sei uno sporco debunker amico degli americani", "sei un ebreo comunista e mangi i bambini". In realtà, come fa notare David Hitchcock (in un saggio pubblicato in rete dal quale ho largamente attinto per queste mie riflessioni), la liceità morale di una simile strategia è certamente discutibile, ma è difficile considerarla una vera e propria fallacia, o un errore logico nel modo di argomentare, per il semplice fatto che non vuole affatto essere un argomento. Potremmo al più considerarlo un diversivo, un modo di evitare il confronto, o di infangare la reputazione dell'avversario a prescindere da quel che sostiene, ma certamente non un sofisma, un ragionamento sbagliato.

Ma per quanto antipatico sia talvolta questo modo di discutere, perché dovremmo considerarlo sempre illecito? Se ad esempio il mio interlocutore è davvero un cretino senza speranza, perché dovrei perdere tempo a ragionare con lui? Al di là della misera soddisfazione insita nell'insultare il prossimo, inoltre, facendo notare che si tratta di un cretino posso svolgere un servizio utile ad altre persone che potrebbero trovarsi coinvolte nella disputa, e che potrebbero essersi non ancora accorte di quanto il loro avversario sia cretino.

Mettersi a discutere con una persona stupida, o anche moralmente indegna e in evidente malafede, non è mai un modo molto proficuo di passare il tempo. Quindi l'argomento ad hominem può servire non tanto a ottenere ragione in una disputa, ma solo ad evitare di perdere il proprio tempo o farlo perdere al prossimo. Si tratta della semplice consapevolezza che niente di buono può venire da certe fonti di informazione e da certe persone, al di là delle verità occasionali che non si può comunque escludere che tali persone siano in grado di affermare (in fondo sono persone).

Riprendendo la distinzione iniziale, fra il legame puramente logico esistente fra certe affermazioni, e il legame statistico-causale fra la stupidità di una persona e la stupidità delle sue affermazioni, mi sembra che chi denuncia il ricorso all'argomento ad hominem come una fallacia nel modo di ragionare, non ha ben presente appunto tale differenza. Se una calcolatrice è difettosa in partenza, non può essere usata per controllare la validità di un calcolo aritmetico, anche se non sappiamo se quel calcolo è stato effettivamente eseguito in maniera scorretta. Liquidando il risultato, quindi, non stiamo commettendo l'errore logico di valutare un calcolo aritmetico in base a fattori che con l'aritmetica non hanno nulla a che fare. Semplicemente, non stiamo parlando di aritmetica, ma delle prestazioni della calcolatrice, e di quanto ci si possa fidare.

E comunque, penso sia persino dimostrabile, un sano pregiudizio ha salvato molte più vite di quante ne abbia fatte perdere.


* Per coerenza con quanto sopra esposto, tolgo la moderazione ai commenti. Ognuno si senta libero di insultarmi quanto gli pare. Solo, siete pregati di non insistere qualora vi cancellassi qualcosa. Altrimenti oltre che cretini siete pure dei gran rompiscatole.