giovedì 23 luglio 2009

Calypso filosofico



Questo post forse interesserà a pochi, ma visto che di recente è stato nominato Willard Van Orman Quine, uno dei miei numi ispiratori, non posso esimermi dallo scrivere qualche riga su di lui.

Quine (1908-2000), benché probabilmente non diverrà mai famoso presso il grande pubblico come un Wittgenstein o un Popper, è uno dei giganti del pensiero filosofico del secolo trascorso. Nel 1953 pubblicò una raccolta di saggi dal titolo From a Logical Point of View ("Da un punto di vista logico"). Nel genere della filosofia analitica questi saggi sono tutti fulgidi esempi di chiarezza espositiva, di rigore logico, e di brevità e sintesi nel trattare in 20 pagine argomenti che ad un Heidegger qualsiasi ne avrebbero richieste 600.

Due saggi però spiccano in maniera particolare, essendo veri e propri classici, tradotti e ristampati un gran numero di volte. Uno è On What There Is ("Su ciò che vi è"), articolo di argomento ontologico dove Quine si permette di fare la barba a Platone usando il rasoio di Occam. Qui Quine introduce la celebre formula "essere è essere il valore di una variabile vincolata da quantificatori". In realtà, più che un criterio di esistenza, si tratta di un criterio di impegno ontologico. La formula di Quine serve a capire quali sono gli enti postulati da una teoria, nel presupposto però che esistono quegli enti che sono presupposti dalle teorie vere.

Non esistono i cavalli alati, né il più grande numero primo, perché non c'è ad esempio in aritmetica una formula come "esiste un x tale che x è un numero primo e non esiste un y maggiore di x tale che y è un numero primo" che abbia un valore di verità uguale a "vero" (Quine si appoggia a un altro brillante risultato del pensiero filosofico della prima metà del secolo XX, la teoria delle descrizioni di Bertrand Russell). L'idealismo, ovvero la teoria secondo la quale è sufficiente pensare o nominare una cosa affinché essa rientri nel novero degli enti, è così sistemato.

L'altro saggio importante è Two Dogmas of Empiricism ("Due dogmi dell'empirismo"), dove Quine prende di mira niente meno che la distinzione analitico-sintetico alla base sia della filosofia kantiana (con i suoi giudizi sintetici a priori) che dell'empirismo logico (con la negazione di essi), tradizione alla quale Quine pur appartiene. Quine mostra come la nozione di analiticità rimandi inevitabilmente alla nozione di sinonimia linguistica (non possono esistere scapoli sposati, perché "scapolo" significa precisamente "non sposato"). La nozione di sinonimia, a sua volta, rimanda circolarmente alla nozione di analiticità.

Questo risultato di Quine, benché celebre e acclamato, ricevette pure numerose contestazioni (e ancora vi è chi difende il dogma), in base al fatto che l'essere la nozione di analiticità definita in modo circolare non ne dimostra rigorosamente la vacuità. Il punto però non è tanto che l'analiticità non possa essere definita in maniera esatta (ad esempio in un linguaggio artificiale): il punto è che ai fini della descrizione del mondo e della scoperta scientifica essa è più un peso che un utile strumento.

Se l'analiticità dipende dalla sinonimia linguistica, allora dipende dal linguaggio, ma il linguaggio (e qui sta la grande intuizione di Quine) non è altro che comportamento, e in quanto tale è definito da una teoria empirica (cioè sintetica). Noi dobbiamo costruire teorie provvisorie per decifrare il comportamento linguistico del prossimo, e quindi l'essere una parola sinonima di un'altra è a sua volta nient'altro che una teoria. Non si possono separare i fatti linguistici dai fatti del mondo. In più, le teorie sono sempre sotto-determinate dall'evidenza (c'è sempre più di una teoria che può spiegare tutta l'evidenza disponibile).

Quine riprende e approfondisce tali riflessioni nel libro che è il suo capolavoro: Parola e oggetto, dove introduce stavolta, per illustrare le sue tesi, l'idea della "traduzione radicale". L'impresa della traduzione radicale non è altro che un esperimento immaginario in cui un ipotetico esploratore o antropologo deve dedicarsi alla decodifica degli enunciati di una ipotetica tribù, senza l'aiuto di nessun dizionario o interprete. Evidentemente, l'unica cosa sulla quale può appoggiarsi è il comportamento dei parlanti, e osservare con quali parole reagiscono a determinati stimoli.

Per combinazione, lo stimolo che Quine sceglie come esempio è proprio il passaggio di un coniglio (sarà anche per questo che sono ossessionato dai conigli): supponiamo che un coniglio entri nel campo visivo di un indigeno e che questi esclami "Gavagai!". Siamo legittimati a dedurre che "gavagai" significhi "coniglio", soprattutto una volta che l'esperienza è stata ripetuta un numero sufficiente di volte? Non proprio.

"Gavagai" potrebbe significare anche "parte non staccata di coniglio", oppure "fase temporale di coniglio", oppure "c'è della coniglità", o un miliardo di altre cose, tutte quanti compatibili con lo stimolo. Per scegliere fra le ipotesi in concorrenza, l'antropologo sarà costretto a imparare altre parole della lingua indigena, che lo mettano in grado ad esempio di chiedere "questo gavagai è lo stesso di quello?", "quanti gavagai ci sono in questo momento?", "il gavagai di oggi è lo stesso gavagai di ieri?", e così via. Ma per imparare queste parole dovrà fare ricorso a nuove ipotesi, a loro volta incerte, in un circolo senza fine.

Così come esistono diverse teorie ugualmente in grado di spiegare tutta l'evidenza disponibile, quindi, esisteranno diversi manuali di traduzione per una data lingua, anche incompatibili fra loro ma ugualmente validi. La traduzione è sempre indeterminata. Quine, forse troppo condizionato dal comportamentismo skinneriano e dai pregiudizi riguardo i concetti che si riferiscono al mentale, sembra intendere l'indeterminatezza della traduzione come una cosa in più, diversa dalla sotto-determinatezza delle teorie scientifiche rispetto all'evidenza, ma su questo non tutti i suoi discepoli si trovano d'accordo, e anch'io nel mio piccolo trovo la distinzione fuorviante.

Ma i due concetti, insieme, permettono in effetti di comprendere come nelle nostre teorie intorno al mondo non ci sia niente che sia solo ed esclusivamente linguistico, o solo ed esclusivamente descrittivo-fattuale. In certe condizioni, ad esempio, siamo liberi di interpretare l'enunciato di qualcuno come un enunciato falso, espresso nella nostra stessa lingua, oppure come un enunciato vero espresso in una lingua diversa dalla nostra. Solo considerazioni di tipo pragmatico possono spingerci in una direzione piuttosto che nell'altra.

Le teorie scientifiche, confondendosi con i linguaggi, non si presentano mai di fronte al tribunale dell'evidenza un enunciato alla volta, ma in blocco (tesi di Duhem-Quine o "olismo della conferma"), il che può rintuzzare le tesi di certo falsificazionismo ingenuo popperiano. È sempre possibile, di fronte a un risultato inatteso, modificare la struttura della teoria in modo che l'enunciato osservativo falsificato mantenga invece la sua verità. Nella tradizione empirista, che mantiene una netta separazioni fra enunciati osservativi e teorici (linguistici), questa è un'eresia, ma proprio questo è l'altro dogma dell'empirismo denunciato da Quine: non si può separare l'osservativo dal teorico. I nostri concetti, anche i più astrusi e lontani dall'esperienza sensibile, fanno parte della descrizione del mondo allo stesso titolo di qualsiasi banale enunciato, come "toh, un coniglio".

Certe formulazioni di Quine possono farlo sembrare un dannato relativista, ad esempio con l'affermazione che teorie fra loro incompatibili possono essere entrambe valide, nella misura in cui riescono a spiegare ugualmente tutta l'evidenza disponibile. In realtà le due teorie dovrebbero essere considerate empiricamente equivalenti, ovvero due diversi modi di descrivere le stesse esperienze, o due linguaggi diversi. Non è un'affermazione molto diversa dalla semplice constatazione che la temperatura di un corpo può essere misurata sia in gradi Celsius che Fahrenheit, cosa che non rende la misurazione della temperatura un fatto soggettivo.

Quello che fa Quine, piuttosto, è "naturalizzare l'epistemologia", ovvero portare le discussioni dei filosofi, e i loro concetti, sullo stesso piano di quelle degli scienziati naturali. L'epistemologia non si muove su un terreno più sicuro, e più saldo, dei mutevoli enunciati empirici, non può sottrarsi al tribunale dell'evidenza. Non c'è differenza fra un filosofo e uno scienziato naturale, e questa è una cosa che Quine ha ben illustrato, riuscendo spesso a mostrare come anche in filosofia, così come nella fisica o nella chimica, si può avere torto o ragione, a prescindere dall'abilità dialettica e dai giri di parole.

Altre cose per cui Quine è famoso:
  • una bella versione del paradosso del mentitore, secondo cui "è falso se preceduto dalla sua citazione" è falso se preceduto dalla sua citazione;
  • in informatica, è detto quine un programma che restituisce come output il suo stesso codice;
  • nel Philosophical Lexicon di Daniel Dennett, il verbo "to quine" significa "negare risolutamente l'esistenza o l'importanza di qualcosa di reale o significativo".