lunedì 29 settembre 2008

il buon selvaggio 2

Nel 1721 Montesquieu pubblica le Lettere persiane, romanzo epistolare ove si immagina che due dignitari persiani (Usbek, grande signore di Ispahan, e il suo amico Rica), desiderosi di conoscere il mondo, si mettano in viaggio verso l'Occidente, soggiornando per un lungo periodo nella capitale francese. Da Parigi, scrivono lettere ai propri amici e familiari in patria per descrivere ciò che vedono. È il pretesto di cui Montesquieu si serve per fare della satira e prendere in giro i costumi e le istituzioni del suo tempo: la società francese del XVIII secolo viene sottoposta al vaglio dello sguardo critico e disincantato dello straniero, il quale proprio in virtù della sua estraneità è ritenuto in grado di giudicare più lucidamente quel che osserva. Inoltre Montesquieu si serve di questo espediente per introdurre il tema del relativismo culturale ("paese che vai, usanza che trovi") che sarà al centro della sua monumentale opera Lo spirito delle leggi: ciò che a noi sembra normale o persino naturale, per effetto dell'abitudine, potrebbe apparire sommamente strano e "contro natura" a qualcuno che viene da fuori.

Naturalmente Le lettere persiane non sono nient'altro che un romanzo, un'opera di finzione. Sarebbe assurdo pensare di leggerlo allo scopo di scoprire cosa un abitante del lontano Oriente potrebbe pensare di noi e della nostra società, e sarebbe anche assurda una critica al nostro modo di vivere basata sul suo contenuto letterale. In quel libro si esprime una critica alla società francese, naturalmente, ma è una critica dall'interno, svolta da un cittadino francese che di quella società fa parte e nella quale non si sente "estraneo": infatti Montesquieu è un riformista, vuole migliorare le istituzioni del proprio paese, non fuggirne via. Ad esempio, Usbek parla dei vescovi come dei ministri sottoposti all'autorità del Papa, i quali hanno due compiti distinti:
quando sono riuniti scrivono articoli di fede come lui [il Papa], mentre nel particolare non hanno altra funzione che quella di dispensare dal seguire la legge. Infatti devi sapere che la religione cristiana è sovraccarica di un'infinità di pratiche molto difficili, e siccome è ritenuto più complicato assolvere i propri doveri che avere dei vescovi che ne dispensano, si è presa quest'ultima decisione per l'utilità pubblica; quindi, se non si vuole digiunare, o assoggettarsi alle formalità del matrimonio, [...] o addirittura se si vuol venire meno al proprio giuramento, si va dal vescovo o dal Papa, che subito donano la dispensa.

Montesquieu non pensa davvero che la funzione dei vescovi sia quello di distribuire dispense dai doveri di un buon cristiano. Egli sta anzi osservando che questo è ciò che avviene troppo spesso, ma che è in contrasto con l'autentica funzione che i sacerdoti dovrebbero esercitare. Se leggessimo quella descrizione in maniera letterale ne saremmo fuorviati: ne saremmo fuorviati in primo luogo quanto al significato che l'autore del libro intende dare alla sua opera, e sarebbe inoltre una descrizione totalmente erronea – che tale, per inciso, rimarrebbe anche se per assurdo provenisse realmente da un "persiano" – dell'istituzione vescovile.

Se tutto ciò è chiaro possiamo parlare adesso di Papalagi, un libro pubblicato per la prima volta nel 1920. Raccoglie i discorsi di Tuiavii, capo polinesiano che agli inizi del secolo compì un viaggio in Europa. A quanto pare, Tuiavii rimase così disgustato dal modo di vivere del "papalagi" (che nella lingua samoana significa "uomo bianco"), da voler mettere in guardia il suo popolo contro il fascino pericoloso che l'Occidente avrebbe potuto esercitare. Tuiavii critica ad esempio il modo di vestire dei bianchi e la loro abitudine di coprirsi, si meraviglia del fatto che vivono in quelli che chiama "cassoni di pietra", si indigna per l'attaccamento mostrato dai bianchi nei confronti del "tondo metallo" e della "carta pesante", e in generale per la loro brama di possesso. Poche citazioni possono rendere conto dello stile generale dell'opera:
Ragionevoli fratelli, ascoltate con fiducia e siate felici di non conoscere il male dei bianchi e le loro angustie. Voi tutti mi siete testimoni che il missionario dice: «Dio è amore. Un onesto cristiano farebbe bene a tenersi sempre davanti agli occhi l'immagine dell'amore. Solo al grande Dio va quindi anche la devozione del bianco». Ebbene, il missionario ci ha mentito, ci ha ingannati, il Papalagi lo ha corrotto affinché ci ingannasse con le parole del Grande Spirito. Perché il tondo metallo e la carta pesante, ch'egli chiama denaro, questa è la vera divinità dei bianchi.

Senza denaro in Europa sei un uomo senza testa, un uomo senza membra. Un niente. Devi avere denaro. Ne hai bisogno per il cibo, per l'acqua da bere, per il sonno. Quanto più denaro possiedi, tanto migliore è la tua vita. Se hai denaro puoi avere in cambio tutto il tabacco che vuoi, gli anelli o i panni più belli. Hai molto denaro? Puoi avere molto. Perciò tutti ne vogliono avere molto. E ciascuno vuole averne di più degli altri. Da qui l'avidità e l'occhio teso al denaro in ogni ora del giorno. Getta un tondo metallo nella sabbia e i bambini vi si lanceranno sopra, lotteranno fra di loro per prenderlo e chi lo afferra e lo tiene, il vincitore, è felice. Ma raramente qualcuno getta denaro nella sabbia.

Ci sono molti bianchi che ammucchiano il denaro che altri hanno fatto per loro, lo portano in un luogo ben custodito, ne portano lì sempre di più fino a che non hanno più neppure bisogno di gente che lavori per loro, perché a questo punto è il denaro che lavora per loro. Come ciò sia possibile senza qualche diabolica magia, non sono mai riuscito a saperlo del tutto: ma è vero che il denaro diventa sempre di più, come le foglie di un albero, e che in questi casi l'uomo diventa ricco anche quando dorme.

Eccetera eccetera...
Il libro, semidimenticato per decenni, ha conosciuto una sorta di revival negli anni '70 e '80, soprattutto nel contesto delle culture giovanili e alternative. In Italia ebbe una larga diffusione negli anni '90 l'edizione di Stampa Alternativa nelle celebre collana "Millelire" (oggi invece è nella collana "Eretica"). Nella quarta di coperta di questa edizione è scritto che "dietro l'apparente leggerezza e bonarietà, Papalagi è un trattato etnologico esilarante e atroce sulla perversione e i falsi miti della tribù dei bianchi", e come tale sembra venga interpretato anche dalla stragrande maggioranza di chi lo legge. Alcune opinioni raccolte in rete, che testimoniano il successo dell'opera:

E' sempre bello e particolare capire come ci si vede da un punto di vista esterno che è completamente diverso dall'oggetto delle considerazioni. Questo capo samoano era un grande e, seppur 100 anni fa, non si può non dire che ci vedeva proprio bene e portava anche gli occhiali dell'ironia, oltre che della preoccupazione. Apparte qualche piccola cosa ho trovato tutto condivisibile e tremendamente reale. La cosa più figa secondo me sono i paragoni tra gli aspetti della vita dell'uomo bianco e quelli del samoano. le similitudini tra le cose che noi reputiamo megagalattiche e aspetti normalissimi della natura ci fanno capire quanto siamo cialtroni e buffoni di corte.
http://noteventhedogs.splinder.com/post/17770955/papalagi

Questo libriccino minuscolo, pubblicato una quindicina d'anni fa dalle "Edizioni Millelire", è stata una delle pietre miliari della mia presa di coscienza ambientalista. Papalagi è un po' un "unicum", una sorta di "saggio antropologico" a rovescio in cui il re di un cosiddetto "popolo primitivo" descrive alla sua gente l'occidente industrializzato dell'inizio del ventesimo secolo. [...] Cosa vide e narrò, dunque, Tuiavii di Tiavea dell'Europa? Dal suo punto di vista, difficilmente contestabile alla luce del puro buonsenso, egli sperimentò un mondo completamente folle, incomprensibile ed autodistruttivo.
http://mammiferobipede.splinder.com/post/16491581

Leggendo questo libretto, scritto originariamente solo per mettere in guardia gli abitanti delle Samoa dall'uomo bianco, sembra proprio di trovarsi davanti ad uno di quei trattati etnologici degli esploratori dell tardo '800: è con una scientificità ed una neutralità inaspettate che Tuiavii descrive le nostre abitudini, dal suo punto di vista, più bizzarre, che viste con i suoi occhi e descritte con le sue parole suonano veramente grottesche, quando non addirittura comiche.
http://www.bookcrossing-italy.com/BCforum/viewtopic.php?t=5972

Il testo viene anche usato in alcune scuole all'interno di percorsi didattici come "spunto per discutere sulla soggettività di ogni punto di vista" poiché "i ragazzi difficilmente si riconoscono nella descrizione altra della nostra cultura".

Cosa c'è di strano in tutto questo? Che si non si tratta affatto di una "descrizione altra della nostra cultura" e a ben guardare non si tratta neppure di una descrizione della nostra civiltà tout cort, in quanto il libro è, ancora una volta, una finzione letteraria (se non si vuole chiamarla un'impostura vera e propria). Si pretende che Erich Scheurmann, il curatore dell'opera, abbia semplicemente trascritto i discorsi di Tuiavii, mentre ne è chiaramente l'autore. Si noti che io non ho alcuna prova di quanto sostengo (sebbene alcune ricerche in rete mi confortino nella mia opinione): semplicemente, trovo ridicolo anche solo pensare che le cose non stiano così. Tanto per fare un esempio, davvero un capo polinesiano potrebbe essere così stupido, una volta recatosi in Europa, da non rendersi conto dell'utilità dei vestiti e delle scarpe? E davvero siamo disposti a credere che i samoani sono tutti immuni dall'egoismo e dall'avidità? Non prendiamoci in giro.

Il libro in realtà ci dice assai poco su di noi (e in questo si differenzia anche dall'opera di Montesquieu) perché non è quello il suo scopo: Papalagi in realtà ci dice molte cose sul come uno studioso tedesco d'inizio secolo che soggiornò per un anno a Samoa (all'epoca una colonia tedesca) voleva vedere "i selvaggi". Tuiavii ricalca in tutto e per tutto lo stereotipo del "buon selvaggio" privo di difetti: vive in armonia con la natura, è generoso e altruista, non capisce il valore del denaro e dei beni materiali, è sincero, ingenuo e innocente, fisicamente prestante (non fiaccato dalla civiltà) e sprezzante delle comodità. In altre parole non è un essere umano.
Il mito del buon selvagio non è però che il rovescio della medaglia, forse più benevolo ma in fondo altrettanto squalificante, del mito del "selvaggio feroce"; è l'innocuo zio Tom contrapposto allo spauracchio dell'Uomo Nero.

Considerare in questo modo i samoani, del resto, potrebbe avere i suoi vantaggi dal punto di vista di un colonialista (e futuro scrittore di testi di propaganda nazista): se quelli si trovano nella felice condizione dell'infanzia innocente, noi non possiamo che invidiarli, ma al tempo stesso occorrerà che qualcuno si assuma l'ingrato compito di prendersi cura di loro, dato che evidentemente non ne sono capaci. Questo è il significato che possiamo trarre dal libro una volta che ne riconosciamo la natura finzionale e lo spogliamo del suo contenuto letterale, e questo è anche quel che un po' mi fa arrabbiare: non è uno sguardo da un punto di vista inedito e originale sul nostro mondo; è uno sguardo anche troppo consueto sulle culture diverse dalla nostra.

È degno di nota che Montesqueiu, all'inizio del '700, dimostrò una sottigliezza e una profondità ben maggiori di Scheurmann e dei nostri lettori fricchettoni: il suo Usbek, tanto critico nei confronti della società francese, è ben lungi dall'essere una persona candida e innocente, ed è sua volta preso in giro per non riuscire a scorgere la crudeltà del suo stesso, dispotico, regno.