martedì 13 ottobre 2009

il senso di Gino il camionista per la neve

Sembra che Diderot abbia detto che, per una fortunata circostanza, l'ordine delle parole nella lingua francese rispecchia esattamente il naturale susseguirsi dei pensieri. Il "sembra" iniziale è dovuto al fatto che trovo difficile credere che Diderot, una delle persone che più ammiro nella storia, abbia davvero detto una simile sciocchezza, ma cercando l'autore di questa perla di saggezza Google mi ha restituito questo risultato. Lasciamo stare.

La citazione è interessante perché spiega bene il potere quasi magico che hanno le parole sul pensiero. Il punto è che quasi ogni bambino, a meno che non abbia la fortuna di essere perfettamente bilingue, pensa probabilmente la stessa cosa della sua lingua madre. Ognuno crede che la propria lingua sia quella "più giusta", quella dove la grammatica e lo stesso lessico sono più adatte ad esprimere il pensiero, quella dove trasformare in parole ciò che si sta pensando è meno faticoso e più "naturale".

Se ciò è perdonabile nei bambini, sono più meritevoli di una sia pur benevola presa in giro tutti quei pensatori che hanno creduto, nei secoli scorsi, di poter dimostrare la superiorità della propria lingua su tutte le altre, o addirittura che la loro fosse niente meno che la "lingua adamitica", quella parlata da tutta l'umanità prima della confusione delle lingue introdotta col disastro della torre di Babele. Al proposito, è quasi obbligatorio a questo punto narrare l'aneddoto riportato da Erodoto secondo cui

il faraone Psammetico I voleva stabilire quale fosse la lingua originaria dell'umanità. A questo scopo ordinò che due bambini fossero allevati da un pastore, proibendo che essi udissero anche una sola parola, e incaricandolo di riferirgli la prima parola pronunciata dai due bambini. Dopo due anni il pastore riferì che entrando nella loro camera, i bambini andarono da lui stendendo le mani e chiedendo bekos. Facendo una ricerca, il faraone scoprì che questa era la parola frigia per indicare il pane di farina di grano, al che gli egiziani ammisero che i frigi fossero una nazione più antica della loro (fonte: Wikipedia).


Il faraone aveva almeno ideato un metodo empirico per dirimere la questione, e va a suo onore il fatto che accettò senza battere ciglio il responso sfavorevole alla propria nazione. Comunque questi sono tempi molto meno favorevoli all'etnocentrismo, così che crescendo tutti i bambini si rendono conto che probabilmente il loro linguaggio non ha nulla di particolare rispetto agli altri; che i tedeschi ad esempio, non è che prima pensano una cosa e poi sono costretti a tradurre in tedesco ciò che pensano, al contrario di noi che facciamo molta meno fatica potendo esprimere direttamente ciò che pensiamo.

Ci si rende conto, insomma, che l'illusione infantile di cui sopra è dovuta probabilmente ad un'inversione di causa ed effetto. Non è che la lingua italiana rispecchia più fedelmente delle altre il contenuto, universale, del pensiero, ma è il modo in cui pensiamo che viene modificato e influenzato dalla lingua che si parla. Ogni lingua, si dice, ha uno "spirito" suo proprio, in grado anche di condizionare la cultura in generale. Forse Kant non avrebbe mai potuto scrivere la Critica della ragione pura, se fosse stato italofono, oppure l'avrebbe scritta in modo radicalmente diverso. Si dice anche che chi è in grado di parlare bene diverse lingue cambia personalità a seconda della lingua.

Queste, almeno entro certi limiti, sono quasi delle ovvietà. Il problema è che vi sono anche persone che forse hanno esteso un po' troppo il concetto, spingendosi fino a sostenere che il pensiero non è altro che linguaggio, oppure che si sono abbandonati a forme di relativismo concettuale estremo, dove a diverse lingue corrispondono anche contenuti mentali radicalmente diversi e incommensurabili. È un po' l'idea anche paventata da Orwell in 1984, dove l'invenzione della neo-lingua serve a tenere sotto controllo la popolazione.

Secondo questo modo di vedere le cose, il mondo viene segmentato e organizzato in maniere diverse a seconda della cultura di appartenenza, e il linguaggio riflette appunto queste differenze, di modo che due diversi linguaggi potrebbero persino trovarsi ad essere non traducibili fra loro, in quanto non ci sarebbe nemmeno un'ontologia comune fra i due tipi di discorso. Sarebbe inutile, allora, tentare di tradurre in italiano la Critica della ragione pura: l'unico modo di conoscere il vero pensiero di Kant è quello di leggerlo in originale, altrimenti si può solo averne una vaga idea. Chissà perché nessuno pensa la stessa cosa delle istruzioni per regolare i canali di un televisore (che in genere sono altrettanto incomprensibili in qualsiasi lingua vengano scritte), o di una ricetta per la pappa al pomodoro: "mi è venuta davvero schifosa, ma è colpa della ricetta che era scritta in aramaico, e si sa che la pappa al pomodoro non c'entra niente con gli aramaici, chiunque essi siano".

In realtà è più comune pensare che non tutte le lingue siano intraducibili, ma solo quelle appartenenti, appunto, a culture troppo diverse dalla nostra. Tedeschi e italiani in fondo sono europei, e hanno una storia in gran parte comune, fatta di reciproci contatti e influenze. Ma i popoli sperduti dell'Amazzonia forse hanno davvero sviluppato un modo di pensare radicalmente diverso, e incommensurabile. Molti antropologi/linguisti lo credono, e infatti sono proprio due antropologi (della scuola di Franz Boas, che fu anche il maestro di Margaret Mead) a dare il nome alla ipotesi di Sapir-Whorf. Nelle parole di Benjamin Whorf:
Noi dissezioniamo la natura lungo linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che isoliamo dal mondo dei fenomeni non le troviamo lì in quanto esse guardano dritto in faccia ogni osservatore; al contrario, il mondo viene presentato in un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalle nostre menti; vale a dire, in gran parte dai sistemi linguistici presenti nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo vi attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che si mantiene in tutta la nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua... tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell'universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati.


Qual è l'evidenza empirica per questa tesi? L'evidenza potrebbe essere fornita, ad esempio, da una lingua che abbiamo effettivamente difficoltà a tradurre, magari riuscendo solo con grande sforzo e complicate perifrasi a renderne, in maniera piuttosto vaga, il senso. Whorf che studiava le lingue dei nativi americani infatti ci fornisce alcune traduzioni di enunciati indigeni piuttosto bizzarre: i Nootka per dire qualcosa come "egli invita gente a cena" usano una costruzione simile a "egli, o qualcuno, è in cerca di mangiatori di cibo cucinato". Per dire invece "la barca è ormeggiata sulla riva della spiaggia" dicono "esso è sulla spiaggia puntualmente come un evento di moto di canoa". Come è diversa la mente di un nativo americano!

Questi esempi sono citati nel libro di Steven Pinker, L'istinto del linguaggio (il quale però parla erroneamente degli Apache invece che dei Nootka), dove viene fatta una critica piuttosto devastante alle idee di Whorf. Il problema, dice Pinker, è che davvero non sembra esserci motivo per complicarsi la vita in questo modo: è ovvio che più letterale sarà il tipo di traduzione che facciamo, più alieno ci sembrerà il modo di esprimersi dell'indigeno, soprattutto se ha una grammatica molto diversa dalla nostra. Ma questo è solo un artefatto del nostro modo impacciato di tradurre, che produrrebbe effetti simili con qualsiasi altra lingua (anche il tedesco): quello che l'indigeno sta dicendo, comunque la mettiamo, è semplicemente che la barca è ormeggiata a riva.

Pinker, che è un abile polemista ma non troppo onesto, non dice che in realtà lo scopo di Whorf era mostrare come la lingua Nootka facesse spesso a meno di sostantivi, sostituendovi dei verbi o delle azioni, e che questo forse potrebbe avere degli effetti sul pensiero, ad esempio potrebbe aiutare a pensare appunto in termini di "processi" piuttosto che di cose statiche. La lingua è uno strumento, e in quanto tale potrebbe anche, a mio avviso, facilitare alcuni processi, così come lo sviluppo del simbolismo matematico può aiutare i progressi in fisica e quindi l'ideazione di certe teorie (se ne è parlato nei commenti di due post fa). Questa versione dell'ipotesi è più plausibile dell'intraducibilità, se è questo che Whorf voleva sostenere, ma il mio problema qui non è tanto quello che pensava realmente Whorf, ma il modo in cui il suo pensiero è stato spesso popolarizzato.

Il punto è che l'esempio rende evidente un grosso problema della teoria dell'intraducibilità: se davvero un'espressione non è traducibile, noi come facciamo a sapere cosa dice, e quindi che è intraducibile? Si tratta, come è evidente, di una teoria inverificabile. Si potrebbe dire lo stesso per onestà, della tesi contraria (tutte le lingue sono intertraducibili), ma il fatto da prendere in considerazione è che noi non sappiamo dare un vero contenuto all'idea che alcuni tipi di pensiero verbale non siano esprimibili nella nostra lingua. Se qualcuno sta dicendo qualcosa, allora deve essere teoricamente possibile per me capire cosa sta dicendo, altrimenti è quasi una contraddizione in termini, come una sfera quadrata.

Lo stesso tipo di considerazioni possiamo farlo per una bufala diffusissima che è servita a dare corpo, nella cultura popolare, alle idee sulla relatività linguistica. Quella secondo cui gli eschimesi hanno 10, o 100, o 1000 (le fonti non si mettono d'accordo) parole diverse per indicare la neve, cosa che dimostrerebbe come la loro organizzazione mentale, che ruota ovviamente intorno al concetto di neve, data la sua importanza nel loro ambiente, sia radicalmente diversa. Una delle apparizioni più recenti della bufala mi pare sia nel film Il senso di Smilla per la neve (e nel romanzo da cui è tratto).

Che si tratta di una bufala è ormai noto da diversi anni, ed una delle prime smentite, se non la prima smentita ufficiale, si trova ad esempio in questo articolo di Laura Martin, che ne traccia anche una storia delle origini (c'entra, ancora una volta, Franz Boas) e del suo successivo sviluppo. La storia è falsa perché gli eschimesi non hanno così tante parole per la neve (non più dell'inglese, se usiamo un buon dizionario dei sinonimi e contrari), e anche perché non tiene conto del fatto che la lingua Inuit è una lingua agglutinante e con forte tendenze polisintetiche, che vuol dire che ciascuna parola è formato da un morfema radicale al quale si possono aggiungere altri morfemi suffissi, con la formazione di "parole-frase" spesso lunghe e complesse. Non vale contare tutti i composti formati dalla radice, così come non varrebbe contare "manina" come una parola diversa da "mano" ("pensate un po', gli italiani, che gesticolano sempre, hanno tante parole diverse per dire 'mano', a seconda delle dimensioni della mano").

Ma ci sarebbe anche un modo più semplice per smentirla: basta infatti chiedersi "che significa realmente?" (è un trucco che spesso funziona, con le bufale). Che cos'è una parola? Che cosa conta come "parola diversa" per esprimere lo stesso concetto? In che modo avviene il conteggio? Immagino che le parole conteggiate non possano avere esattamente lo stesso e identico significato, altrimenti non si capirebbe la necessità di usare più di una parola. Si tratta quindi, di concetti diversi che ruotano intorno ad un unico concetto centrale (la neve). Ma quanto possono essere diversi, per poter contare?

Possiamo immaginare ad esempio che ci sia una parola per la neve fresca, appena caduta, e una per quella che è depositata al suolo da più giorni. Bene, tenetevi forte, perché anche noi abbiamo due parole diverse per esprimere i due concetti: "neve-fresca-appena-caduta", e "neve-depositata-al-suolo-da-più-giorni". Qualcuno potrebbe dire che non vale, perché non sono vere parole, resta però il fatto che il nostro vocabolario è perfettamente adeguato ad esprimere i due concetti, alla bisogna. Nel caso in cui dovessimo servircene davvero spesso, potremmo sempre trovare delle abbreviazioni, ma per ora non ne abbiamo bisogno. Nessuno di noi quindi, nemmeno Gino il camionista, dovrebbe avere alcun problema a conversare con un eschimese e comprendere benissimo quel che dice, con l'aiuto di un interprete (non whorfiano, altrimenti siamo fregati).

Ma soprattutto, come fa notare ancora Pinker, cosa ci sarebbe di strano? Quella che per me è "una barca", per un esperto di navigazione avrà un nome più specifico a seconda della sua forma, quella che per me è solo una mela per un contadino potrebbe essere una "golden star" o una "renetta" o chissà cos'altro. E normale che gli esperti di qualsiasi settore abbiano un vocabolario più ampio del resto dell'umanità per descrivere le cose di cui sono esperti, ma questo non preclude le possibilità di comunicazione fra loro e le altre persone.

C'è un'unica possibile, eccezione, che non riguarda le differenze culturali, ma le differenze di genere: come è noto tutti gli uomini vedono solo 16 colori, come le impostazioni base di Windows. "Pesca" è un frutto, non un colore. "Malva" non ho la più pallida idea di cosa sia. Ecco, questo è uno dei tanti motivi per cui a volte mi riesce davvero difficile comprendere cosa diavolo stia dicendo un esponente dell'altro sesso.