sabato 17 gennaio 2009

il buon selvaggio 3

Margaret Mead, ambiziosa e giovanissima antropologa, aveva un chiaro obiettivo quando nel 1924 (pochi anni dopo Erich Scheurmann) sbarcò a Samoa per studiare i costumi degli adolescenti polinesiani, e questo obiettivo era quello di non deludere il suo autorevole maestro, Franz Boas, portandogli i dati di cui aveva bisogno per sostenere le sue teorie anti-evoluzionistiche sulla natura umana, e il determinismo culturale. Secondo Boas la cultura si collocava “al di sopra” della biologia, ne era indipendente, e quindi ogni ipotesi di universalità culturale proveniente da una medesima e comune matrice biologica era destituita di fondamento.

Sostanzialmente, ci sono ancora oggi due tipi di antropologi: ci sono quelli che cercano di comprendere l’eterogeneità dei costumi e delle usanze sparse in giro per il mondo, comparandole, cercando di spiegarle e ricondurle ad unità, e quelli che si oppongono a qualsiasi tentativo di sistematizzazione, sostenendo al contrario che compito dell’antropologia è proprio quello di estraniarci dalla nostra cultura, osservando la relatività di usanze date per naturali e che invece sono frutto della semplice consuetudine.

I primi, scoprendo che presso alcuni popoli vige il tabù di mangiare il maiale, altrove considerato una prelibatezza, si chiedono quali sono le condizioni materiali che ne hanno reso svantaggioso il consumo, e magari osservano che in effetti non è una splendida idea allevare maiali, animali che hanno bisogno di stare al fresco, in un clima desertico. Gli altri parlano di rappresentazioni simboliche alternative dell’universo animale, laddove il maiale rappresenterebbe una violazione dell’ordine cosmico perché ha lo zoccolo fesso ma non rumina.

Chiamiamoli “universalisti” e “relativisti”. I primi fanno ipotesi sulla natura umana, ad esempio congetturando che presso ogni latitudine i vari popoli tenderanno a evitare cibi che potrebbero costituire un rischio per la salute, oppure il cui consumo ha dei costi troppo alti rispetto agli usi alternativi. I secondi sono invece alla continua ricerca di eccezioni e deviazioni dalla presunta “natura umana”.

Se ad esempio nella nostra società si tendesse a dare per scontato un certo tipo di divisione del lavoro fra maschi e femmine, laddove i maschi si procurano il cibo andando a caccia o in catena di montaggio, mentre le femmine cucinano il cibo e puliscono la casa, allora gli antropologi relativisti si metterebbero alla ricerca frenetica di una società, in qualche sperduto angolo di mondo non ancora corrotto dall’Occidente, dove non c’è questa distinzione tra i sessi, oppure dove la divisione del lavoro avviene in senso contrario.

Può esserci, naturalmente, anche un’agenda politica dietro questi diversi atteggiamenti: l’universalista potrebbe voler giustificare e conservare tramite l’appello alla natura caratteristiche e norme sociali che invece potrebbero essere contingenti. Il relativista al contrario può voler portare evidenze a favore di riforme sociali che sembrano improbabili tramite l’esempio di popolazioni che le hanno adottate da tempo immemorabile.

Da un punto di vista scientifico, popperiano, non c’è nulla di male nel voler cercare evidenze che falsifichino un’ipotesi: il problema, in antropologia, è quando questo sano atteggiamento si traduce invece in una sorta di “sospensione dell’incredulità” per tutto ciò che riguarda le strane usanze o sistemi di pensiero di altri popoli, e dove cioè a non essere più sottoposta a verifica è proprio l’idea che non esistano limiti alla eterogeneità culturale fra i vari popoli.

Certi studi assomigliano in effetti a quei resoconti medioevali di viaggi immaginari in cui venivano descritti i fantasmagorici “mondi alla rovescia”. Ecco allora che si parla di popoli presso i quali non esisterebbe il concetto di “tempo” quale noi lo conosciamo (gli Hopi per Benjamin Whorff), o di popoli la cui cultura rende impossibile il concetto di “numero” (i Piraha dell’Amazzonia per Everett), o di popoli che sono riusciti a rendere concreta l’utopia di un’anarchia perfetta e ordinata (i Nuer per Evans-Pritchard). Ci sono anche esempi di pacifiche società matriarcali, ma siccome non sono molto numerose certi antropologi ci assicurano che una volta tutte le società del Vecchio Continente lo erano, prima di essere rimpiazzate dal patriarcato violento e aggressivo. Mancano ancora all’appello popoli che camminano sulle mani, ma ci sono buone speranze.

Margaret Mead, invece, voleva scoprire se i disturbi tipici dell’adolescenza sono dovuti alla natura stessa dell’adolescenza (spiegazione riduzionistica) oppure alla civilizzazione. La scoperta di una civiltà priva di un’adolescenza concepita come inevitabile e dolorosa fase di ribellione e crisi esistenziale avrebbe quindi fornito il controesempio cercato al determinismo biologico. Da Wikipedia:

La ricerca più celebre ed importante di M. Mead fu L’adolescenza in Samoa, nella quale sosteneva che le difficoltà personali incontrate dalle adolescenti occidentali (americane in particolare), non sono universali e necessarie, ma contingenti e generate prevalentemente dalle costrizioni e dalle imposizioni che gli elementi più tradizionalisti e moralistici della cultura americana impongono. Le adolescenti samoane, al contrario, sarebbero lasciate libere di giungere alla maturità fisica, identitaria, sessuale, sociale, senza condizionamenti eccessivi, e non soffrirebbero delle crisi e delle difficoltà incontrate dalle occidentali.
Queste tesi ebbero grandissima risonanza negli Stati Uniti, e furono duramente contestate da parte dell'opinione pubblica di orientamento conservatore. […] D’altra parte Mead rimase fino agli anni sessanta un personaggio pubblico notissimo e fervente paladina dei valori progressisti, anti-autoritari e anti-discriminatori.


A colpire l’immaginario collettivo (e forse certe morbose curiosità), fino a rendere la Mead una sorta di guru del movimento hippy, fu soprattutto la descrizione della libertà sessuale goduta dalle adolescenti polinesiane, lasciate libere prima del matrimonio di esplorare ogni territorio della sessualità. Da notare come Wikipedia italiana, famosa per la sua precisione e attendibilità, si limiti a citare genericamente “contestazioni” da parte dell’opinione pubblica conservatrice. Questi bigotti americani…

La questione è però molto più seria, come si può constatare guardando alla voce dell’enciclopedia inglese. Il fatto è che praticamente niente di quanto la Mead racconta nel suo libro è vero, come molti altri osservatori giunti a Samoa ebbero modo di constatare, e come Derek Freeman ebbe per primo il coraggio di denunciare pubblicamente nel 1983, col libro The Making and Unmaking of an Anthropological Myth, seguito nel 1999 da The Fateful Hoaxing of Margaret Mead.

Oltre a mostrare l’inadeguatezza metodologica del lavoro sul campo della Mead (pochi mesi passati sull’isola, scarsa conoscenza della lingua, e scarso livello di “immersione” nella società locale), nel secondo libro Freeman (intervistando fra l’altro le vecchie informatrici della Mead) raccolse l’evidenza che la giovane Mead era stata letteralmente presa in giro dalle sue amiche. Più o meno le cose devono essere andate così:

- Ciao, sono un’antropologa, vorrei sapere in che modo voi ragazze vi trastullate con l’altro sesso prima di sposarvi -
- Prego? -
- Mi chiedevo se per caso subite lo stesso tipo di condizionamento culturale che nella mia società impedisce alle giovani come me di godersi la vita -
- Oh no, noi lo facciamo quando capita, con chi capita, e dove capita -
- Che bello. E nessuno vi dice niente? -
- Anzi. I nostri genitori ci danno un sacco di consigli, non si lamentano mai se facciamo tardi, e qualche volta ci lasciano anche la capanna libera per portarci i ragazzi -
- Davvero? E con i ragazzi fate anche ### ? -
- Certo. Ogni volta che possiamo -
- E magari anche ### -
- Sì, e poi facciamo pure ### e poi ### -
- Piano, piano, come si scrive quella parola? -

I samoani non sono affatto la personificazione del “buon selvaggio” di rousseauiana memoria, e la società samoana non è (e non era) disinvolta, sessualmente libera, egualitaria, e permissiva come la dipinge Margaret Mead. Si tratta invece di una società altamente competitiva, puritana, autoritaria, diseguale, e punitiva, e in cui ad esempio allo status di “vergine” è conferita, come in altre culture tradizionali a noi più familiari, un’altissima importanza simbolica.

Ma qui non si parla dei samoani: l’oggetto del post è invece la tribù degli antropologi. Perché sebbene nel corso del tempo le scoperte di Freeman abbiano finito per essere condivise (le opinioni divergendo piuttosto sulla buona o cattiva fede di Margaret Mead), l’uscita del suo libro nel 1983 (pochi anni dopo la morte della Mead) provocò un enorme scandalo in seno alla tribù. L’attacco a un mostro sacro della antropologia culturale, nonché icona della sinistra radicale, non poteva passare impunito. Soprattutto, quella era l’epoca in cui nulla poteva essere concesso allo spauracchio culturale del momento: la sociobiologia, che minacciava l’autonomia disciplinare della scienza antropologica.

L’American Anthopological Association convocò quell’anno una sessione speciale per discutere del libro, alla quale Freeman non venne invitato: nell’occasione, venne votata una mozione in cui l’opera veniva dichiarata “scritta male, non scientifica, irresponsabile e ingannevole”. È così, in effetti, che la scienza nel corso dei secoli ha segnato i suoi maggiori trionfi e risolto le sue controversie: tramite la votazione a maggioranza per alzata di mano.

Ma sia la Mead che Freeman oggi non ci sono più, ne è passata di acqua sotto i ponti, e come dicevo le idee di Derek Freeman non suscitano tanto scandalo come allora. Rimane sempre, però, la divisione cui accennavo all’inizio, fra due diverse idee di concepire il lavoro antropologico. Per qualcuno l’antropologia oltre che una scienza è anche e soprattutto uno strumento di natura politica: osservare i costumi degli altri popoli serve a prendere le distanze dalla nostra civiltà e a criticarla meglio. Per altri, il fine ultimo dell’antropologo è la conoscenza scientifica della natura umana, unica ma declinata in varie forme a seconda del contesto ecologico.

Ci si aspetterebbe che nel tempo le due fazioni abbiano imparato a rispettarsi reciprocamente e che nel ventunesimo secolo una lotta come quello intercorsa fra i critici della Mead e i suoi difensori non raggiungerebbe più tali livelli di astio. In fondo non è più tempo di caccia alle streghe, e il politicamente corretto può andar bene per le conversazioni da salotto, non certo in seno alla scienza. O no?

Peccato infatti che proprio il ventunesimo secolo, per gli antropologi, sia cominciato con un episodio di psicosi al cui confronto anche Rignano Flaminio sparisce, ovvero lo "scandalo El Dorado". Troppo lungo da raccontare, ma se a qualcuno interessa, può cominciare da qui.