martedì 17 marzo 2009

quid est veritas?

Galileo Galilei credeva fortemente nella validità del sistema copernicano, eliocentrico, ritenendolo superiore al sistema tolemaico, geocentrico. Ci credeva tanto che per superare alcune obiezioni alla teoria (obiezioni sensatissime rispetto alla conoscenza dell’epoca) dovette inventare da capo una nuova fisica, indipendente da quella aristotelica fatta propria dalla maggior parte degli uomini colti della sua epoca.

Una fisica davvero rivoluzionaria che arriva a ribaltare il senso comune riguardo ciò che deve essere spiegato e ciò che invece non richiede spiegazione. Nel sistema di Galileo, infatti, non è la persistenza del moto che ha bisogno di essere giustificata e compresa, come tenta di fare Aristotele con la sua teoria dell’impulso, ma solo le variazioni nel moto. Non si tratta semplicemente di una nuova ipotesi: la fisica galileiana cambia il concetto stesso di “evento”, fa saltare in aria le categorie ontologiche fondamentali del suo tempo.

È una fisica, anche, che si avvale sì del metodo empirico, ma col fine di scalfire e andare oltre il regno delle pure apparenze. La natura non va semplicemente osservata, nell’attesa che ci dica qualcosa: essa va interrogata, torturata, manipolata nel tentativo di estorcergli la verità. Gli strumenti di tortura impiegati sono due: gli esperimenti (“sensate esperienze”) e la matematica (“certe dimostrazioni”). Con gli esperimenti pieghiamo la volontà dell’interrogato e lo facciamo parlare, la matematica è il linguaggio che ci consente di interpretare quel che dice. Le qualità e le essenze di Aristotele devono poter essere tradotte nel linguaggio delle quantità e delle proprietà misurabili e controllabili, se non vogliamo che la natura continui a prenderci in giro.

Galileo aveva molta fiducia nel suo metodo per scoprire la verità, tanto da non ritenere la conoscenza raggiunta dall’uomo tramite questi strumenti qualitativamente diversa dalla conoscenza divina. La conoscenza di Dio e quella dell’uomo differiscono solo quantitativamente, vale a dire che Dio sa più cose di tutti noi, ma una proposizione come “2 + 2 = 4” è vera allo stesso modo per lui e per noi. Galileo quindi, pur genuinamente credente, seppe anche conferire una profonda dignità all’uomo e al suo posto nel cosmo, legata alla sua voglia e alla sua capacità di scoprire il vero.

Purtroppo queste idee di Galileo si scontrarono con quelle della Chiesa. Non la sua teoria copernicana, si badi bene, ché il motivo del contendere non era quello. Ciò in cui Galileo e la Chiesa si scontrarono fu proprio una diversa concezione della verità e della ragione. Alla Chiesa che la Terra girasse intorno al Sole o il Sole intorno alla Terra non importava poi molto, ed era prontissima ad abbracciare la nuova teoria copernicana, una volta che fosse stata trovata una inequivocabile dimostrazione (che Galileo cercò di trovare, ma oggettivamente senza successo).

La Chiesa però non poteva accettare che un semplice mortale, andando persino contro le Scritture, si arrogasse il diritto di determinare – o anche solo opinare – il Vero e il Falso, cose che appartengono solo a Dio (e naturalmente ai suoi rappresentanti sulla Terra). La scienza, agli occhi della Chiesa, non deve avere la pretesa di darci la conoscenza, ma è e deve rimanere un semplice strumento pratico. Va benissimo, allora, descrivere il moto dei pianeti “come se” girassero intorno al Sole, se in questo modo ci semplifichiamo i calcoli e ci rendiamo la vita più facile: non bisogna dire però che questa è la verità fisica delle cose, perché il sigillo della Verità non può essere dato da chiunque, e specie su materie così delicate.

Allora, le cose andarono più o meno in questo modo. Galileo, in odore di eresia, venne convocato dal cardinale Roberto Bellarmino (già esperto in proposizioni eretiche per aver partecipato in precedenza al processo contro Giordano Bruno poi conclusosi col rogo) che lo ascoltò pazientemente. Poi Bellarmino gli disse: “Caro Galileo, lei farà cosa saggia se si contenterà di parlare ex suppositione, come faceva Copernico, e non assolutamente. Perché una cosa è dire che una volta supposto il moto della Terra tutte le apparenze riguardo al moto dei pianeti e del Sole si spiegano molto più facilmente che non col postulare strane orbite epicicloidali, e in questo non c’è nulla di male, ma un’altra cosa è affermare che il Sole sia realmente al centro dell’Universo e che la Terra gli giri intorno, il che non solo è alquanto provocatorio e irritante, ma potrebbe anche recare danno alla Fede. E qvesto è qvanto”.

Bellarmino, come si può vedere dalle sue affermazioni, non era un rozzo fondamentalista ignorante, ma un intellettuale raffinatissimo, oggi venerato come santo e come Dottore della Chiesa (un circolo molto ristretto ed esclusivo). Galileo invece era in fondo un sempliciotto, e non capì molto bene il discorso di Bellarmino. Non riusciva a comprendere infatti come si potesse sostenere una cosa e il suo contrario al medesimo tempo. Però ringraziò Bellarmino e se ne andò: in fondo era stato momentaneamente scagionato dalle accuse, e poi aveva confusamente intuito che non gli si proibiva in assoluto di continuare le sue ricerche.

Mantenne comunque un profilo abbastanza basso negli anni seguenti, finché non capitò una cosa che era destinata a ricacciarlo nei guai. Venne eletto papa il fiorentino Maffeo Barberini (Urbano VIII), persona che in passato aveva già difeso Galileo in occasione di alcune polemiche, e quindi poteva essere ritenuta di atteggiamento più amichevole dei predecessori. Una conferma a questa supposizione arrivò quando Galileo dedicò al nuovo pontefice il libro Il Saggiatore, sui moti delle comete, ricevendone un aperto apprezzamento. Galileo credette finalmente di aver trovato un potente protettore quando Urbano VIII lo incoraggiò a scrivere un trattato che mettesse a confronto i due massimi sistemi del mondo (la teoria tolemaica e quella copernicana). Anche in questo caso, però, vi fu una grave incomprensione:

URBANO: Galileo, mi piacerebbe leggere un buon libro di astronomia. Perché non lo scrivi tu?
GALILEO: Sul serio, posso? Davvero davvero?
URBANO: Sì, ma mi raccomando, il libro dev’essere NPOV.
GALILEO: Dev’essere come?
URBANO: Ma dove vivi? NPOV, Neutral Point of View. Non deve contenere espressioni faziose e giudizi perentori, nemmeno quando chi li esprime è assolutamente convinto della loro verità, ma presenterà piuttosto le diverse opinioni in contrasto o la visione più condivisa ed accertabile, segnalando lealmente le ragioni dei sostenitori e quelle degli oppositori, col supporto di fonti autorevoli e dati attendibili.
GALILEO: Credo di aver capito. Scriverò il mio trattato in forma di dialogo, in modo di dare spazio a tutte le voci in capitolo.

Ma Galileo era rimasto un povero ingenuo, e proprio non riusciva a dissimulare le proprie idee. Poiché lui credeva nella teoria copernicana non riusciva a trovare argomenti altrettanto validi per quella tolemaica, anche perché forse se li avesse trovati avrebbe smesso di dubitarne. Così nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo il difensore dell’ipotesi geocentrica, l’aristotelico Simplicio, fa regolarmente la figura del cretino, mentre gli argomenti di Salviati appaiono sempre i più brillanti. Vi è un terzo personaggio, Sagredo, che dovrebbe fungere appunto da arbitro neutrale, solo che finisce sempre per dare ragione a Salviati. L’unica volta in cui Salviati è d’accordo con Simplicio, alla fine del libro, è quando questi afferma un’idea che era stata personalmente esposta a Galileo proprio dal papa, quella secondo cui Dio nella sua onnipotenza avrebbe potuto benissimo farci sembrare le cose in un modo mentre la vera spiegazione risiederebbe altrove. Urbano se ne risentì un pochetto, non si sa se perché credeva di essere stato preso in giro oppure perché non aveva piacere che Galileo spiattellasse a tutti discorsi fatti dopo un paio di bicchieri di buon vino.

Scoppiò un casino: Galileo venne accusato di aver agito in malafede e con l’inganno, e a dimostrazione di ciò venne rispolverato quel vecchio colloquio con Bellarmino, quello troppo intelligente per il provinciale Galileo che non ci aveva capito nulla. Per persuaderlo ulteriormente del suo errore gli vennero mostrati alcuni strumenti di tortura, ma non erano esperienze e dimostrazioni, erano corde e tenaglie. Insomma a Galileo non rimase altra scelta che chiedere scusa, dire di essersi sbagliato a pensare di poter esprimere un’opinione, e rimettersi alla clemenza dei suoi accusatori. Però si dice (secondo voci non confermate) che con lo sguardo rivolto in basso, mormorò sottovoce: “Eppur si muove”. Non aveva ancora capito.

Oggi pare che Galileo sia stato finalmente riabilitato: persino la Chiesa ha ammesso con Giovanni Paolo II che in effetti vi fu una "tragica reciproca incomprensione", e quindi in fondo Galileo non era cattivo, era solo un po’ ignorante. Non aveva saputo cogliere i preziosi suggerimenti di Bellarmino, che era addirittura un "Popper ante-litteram" come dice il Tg2 (peccato solo che Popper definisca la posizione di Bellarmino come un tradimento nei confronti della scienza). Ma le sue scoperte, quelle, non sono più in discussione. Infatti quest’anno si celebra il quattrocentesimo anniversario proprio delle prime scoperte celesti di Galileo. Se passate a Firenze uno di questi giorni andate a Palazzo Strozzi, dove è stata allestita una bella mostra per ricordare l’evento, intitolata a Galileo ma in realtà sulla storia dell’astronomia dall’antichità fino agli albori dell’epoca moderna (nata dall'ingenuità di Galileo). In una stanza della mostra, possiamo anche ammirare quella che dovrebbe essere considerata l’ultima risposta di Galileo, ai Dottori della Chiesa di ieri e di oggi. Qui.