domenica 1 marzo 2009

Paperino contro Marx


"Finché la sua figura sorridente passeggerà innocentemente per le strade del nostro paese, finché Paperino sarà potere e rappresentazione collettiva, l'imperialismo e la borghesia potranno dormire sonni tranquilli".

C'è un libro che mi piacerebbe venisse ripubblicato da Feltrinelli, ma purtroppo ritengo la cosa piuttosto improbabile, dal momento che non riesco a immaginare niente di più inattuale. Tale inattualità d'altronde è proprio il motivo del suo fascino. Il libro è Come leggere Paperino di Ariel Dorfman e Armand Mattelart.

I due autori, cileni, scrissero il libro nella breve stagione in cui Allende era al potere, prima del colpo di stato organizzato da Pinochet, e in un momento in cui il Cile sembrava avviarsi a diventare un paese socialista. In quella stagione gli intellettuali marxisti si interrogavano sulla perniciosa influenza culturale dell'imperialismo americano sui paesi poveri, e i fumetti di Disney erano il bersaglio perfetto in questa prospettiva. Le splendide tavole di Carl Barks diventano, sotto l'analisi di Dorfman e Mattelart, i veicoli dell'ideologia borghese al servizio dell'imperialismo americano. Può sembrare l'apoteosi del ridicolo, ma il bello invece è che le argomentazioni dei due autori sono tutt'altro che sciocche, e anzi piuttosto acute (anche tenendo presente la natura pionieristica del loro studio).

Il mondo dei paperi è un mondo dove i rapporti economici che regolano il nostro universo continuano a esistere ma vengono regolarmente occultati e mistificati. È un mondo, ad esempio, dove esiste la ricchezza, dove esistono i beni materiali, ma non esiste nessuno che produca tale ricchezza, e dove la classe dei lavoratori è scomparsa, tranne forse che per il settore terziario. È un mondo dove si vende e si compra, in continuazione e con ritmo forsennato, ma dove nessuno produce.


Qual è, dunque l'origine della meravigliosa ricchezza di Paperone? Semplice, il denaro di cui è pieno il deposito di Paperone era in origine oro (oppure qualche manufatto antico), e l'oro viene trovato sottoterra, in genere grazie a una mappa del tesoro fortuitamente capitata nelle mani di uno dei protagonisti. È l'oro degli Inca, degli Aztechi, o qualche altro antico popolo dimenticato dalla storia, il cui legame col presente si è dissolto. È una condizione necessaria, perché non deve porsi il problema riguardo la legittima proprietà del tesoro: il tesoro è una sorta di prodotto naturale della terra, ed è del primo che lo trova, colui che è stato baciato dalla Grazia e dalla Provvidenza. Una volta arrivato nel deposito di Paperone, però, anche questo residuo attaccamento al passato deve sparire, e il tesoro viene immediatamente convertito in moneta, in "liquidità". Non vediamo tracce di manufatti, nel deposito, che possano disturbare il corso delle allegre nuotate di Zio Paperone. L'oro di Paperone è puro, innocente, neutro.

I proletari, in Disneylandia, vengono trasformati in "buoni selvaggi". Sono coloro che calpestano le terre a cui viene sottratto l'oro, ma non dobbiamo immaginarceli come i discendenti degli originali possessori-produttori. Sono, anch'essi, una sorta di prodotto naturale, popoli che vivono nella beata condizione dell'infanzia innocente. Sono creature alle quali non si può far del male sottraendogli il tesoro, perché non ne conoscono il valore, l'utilità. I paperi sono buoni, e non si permetterebbero mai di rubare qualcosa (anche se la tentazione c'è). Loro non rubano, al massimo scambiano: qualche perlina di vetro, o un orologio rotto, per una cassa piena di gioielli.


L'altra trasformazione del proletariato è proprio nella figura del ladro. Il destino del ladro, del Bassotto, è inscritto nei suoi geni, o nel suo aspetto, goffo, mal rasato, mal vestito. A lui non capita mai di trovare una mappa del tesoro cui possa legittimamente aspirare perché il suo destino, la sua funzione, è proprio quella di sancire la legittimità della proprietà altrui, tentando di sottrargliela. Ogni altra possibilità di rivendicazione, o di conflitto d'interessi, è inconcepibile nell'universo Disney: o l'oro ti appartiene perché l'hai trovato (senza che tu debba porti il problema della sua origine e provenienza), o non ti interessa ("buon selvaggio"), oppure vuoi rubarlo a qualcuno.


Ma la riproduzione delle merci non è l'unica cosa che venga mistificata: analogo destino tocca alla riproduzione sessuale, essendo Paperopoli una città di zii e nipoti, dalla quale sono banditi figli e genitori, e dove l'eterno fidanzamento non è mai coronato dal matrimonio conclusivo. Le relazioni di potere non sono basate sul sangue, ma sono arbitrarie, e basate su una specie di contratto. Abbiamo cioè un rovesciamento della realtà dove la produzione delle merci appare come legata al ritmo della natura, mentre i rapporti di parentela appaiono invece come convenzionali e stipulati su base volontaria. Paperino non ha nessun obbligo nei confronti di Paperone, e Paperone non ha nessun obbligo verso Paperino, l'unica coercizione essendo rappresentata talvolta dalla minaccia di diseredarlo (ineffettiva, dato che i personaggi di Disney non nascono e non muoiono mai, e quindi Paperino non avrà mai la sua eredità). Rapporti che ricalcano i legami dell'impero americano con i paesi sottosviluppati alle sue dipendenze: lo "zio" Sam e i suoi nipotini.

Se i proletari appaiono nelle vesti infantili del buon selvaggio, i personaggi infantili (Qui, Quo, Qua) prendono invece il posto degli adulti: saggi, maturi, e assuefatti alla disciplina militare delle Giovani Marmotte. Rappresentano la coscienza, il super-io dell'ideologia colonialista, che ha bisogno di rammentarsi della propria superiorità morale rispetto ai Bassotti (visto che il comportamento a volte può risultare quasi indistinguibile). Sono loro, spesso, a rammentare ai personaggi principali i loro doveri morali.


La donna (Paperina) è invece condannata a un ruolo subalterno, passivo: impossibilitata a riprodursi, a portare a termine il fidanzamento, è costretta ad un eterno flirt, ad una eterna richiesta di favori in cambio di una promessa mai mantenuta. Alternativamente, le è aperta la carriera della strega (Amelia), in un dualismo ben noto alla società pre-emancipazione femminile. In ogni caso le donne sono escluse dall'avventura vera e propria, dalla ricerca del tesoro: la creazione e la messa in circolazione del capitale rimane una prerogativa maschile, e le donne possono solo aspettare la ricompensa per le loro civetterie.


Queste sono solo alcune delle suggestioni che provengono dall'opera di Dorfman (il quale è poi diventato famoso come autore del dramma La morte e la fanciulla, da cui è stato tratto il film di Polanski) e Mattelart. Da allora sono stati pubblicati altri studi sociologici sull'universo Disney, sicuramente più sottili, meno pervasi da furore manicheistico, e anche più filologicamente corretti (occorre tener presente che Dorfman e Mattelart avevano accesso solo alle traduzioni dei fumetti). Ma nessuno a parer mio raggiunge l'immediatezza e l'efficacia di questo piccolo studio, il quale deve essere letto con particolare spirito critico, ma può anche servire a risvegliare quello stesso spirito critico nei confronti di ciò che ci appare più innocente.

Il mondo dei valori espresso in quel libro è oggi desueto (il capitalismo come male da combattere in ogni sua forma ed espressione) ma c'è qualcosa del marxismo che rimane secondo me attuale, ed è la sua capacità di svelare i messaggi nascosti di un testo, di andare oltre l'apparenza della favola, e scoprire il mondo reale e concreto di cui le favole si nutrono: una capacità che la psicanalisi invece non ha, sostituendo le creature dell'immaginazione con parti immaginifici ancora più fantastici e mostruosi.