martedì 6 maggio 2014

a proposito di Licio Gelli

Come ormai noto Matteo Renzi ha firmato una direttiva, il 22 aprile scorso, che dispone la declassificazione degli atti, presenti nelle varie amministrazioni dello stato e in particolare dell’inteligence, riguardanti le stragi italiane, per la precisione i fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904.

Come ormai noto la decisione, salutata forse con eccessivo entusiasmo da parte di alcuni (pochi) che vi hanno visto ottimisticamente la chiave per penetrare i misteri d’Italia, ha anche suscitato polemiche da parte da chi (come Beppe Grillo) vi ha invece visto una mera manovra di propaganda che nella sostanza non sarebbe servita a niente.

In effetti è stato fatto notare, anche pedantescamente, come il segreto di stato non sia certo stato abolito da Renzi, essendo stato tolto (per cose relative a fatti di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale) dalla legge 124/2007 (governo Prodi II), e che il segreto di stato non è comunque opponibile ai magistrati che indagano sulle stragi, così che in gran parte si tratta di documenti già noti. Oltre a Grillo, anche una persona dalla quale ci si aspetta maggiore riflessione come Aldo Giannuli, ha accusato il presidente del consiglio di “vendere solo fumo”, sempre perché si tratterebbe di documenti già visti da qualcuno (molto più approfonditi i post successivi dello stesso Giannuli sul medesimo argomento).

Forse sarebbe bastato capire in cosa consiste davvero la direttiva per smorzare sia gli entusiasmi che le polemiche. Se qualcuno credeva davvero che dall’oggi all’indomani sarebbero stati resi disponibili le carte con sopra scritti i mandanti di tutte le stragi impunite della nostra storia, ok, non si tratta di questo, ed è vero che se c’era qualcosa di davvero importante probabilmente è già stato visionato da magistrati e anche da alcuni giornalisti. Ora però mettetevi nei panni di uno storico o un archivista: come vi sentireste se qualcuno dicesse che possiamo anche gettare via tutti i documenti riguardanti il tribunale speciale fascista, tanto qualcuno avrà già letto tutto quel materiale e sono stati scritti ormai un sacco di libri di storia sul fascismo? o che possiamo anche chiudere l’accesso alle biblioteche pubbliche tanto non esistono più segreti segretissimi sui regni romano-barbarici?

Perché quella è una direttiva che riguarda soprattutto storici e archivisti (e quindi interessa anche me, che in questo momento sto studiando per diventare archivista). È un atto che consente, ad esempio, di anticipare il versamento delle carte dalle amministrazioni agli Archivi di Stato prima che passino i quarant’anni previsti dalla legge, solo il primo passo per una reale trasparenza ed accessibilità. Proprio ieri mattina ero presente a un convegno tenutosi all’Archivio di Stato di Firenze riguardante la documentazione sul terrorismo in Toscana (nel corso del convegno fra l'altro è stato presentato il sito contenente la pubblicazione di tutti gli atti della commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2), dove naturalmente ho sentito parlare molto della direttiva del Presidente del Consiglio, e mi è parso che ci fosse una certa unanimità nel riconoscere l’importanza dell’atto e nell’esprimere soddisfazione.

Le osservazioni critiche in realtà non sono mancate. La presidente dell’Associazione familiari vittime della strage dei Georgofili per esempio ha insinuato come il fermarsi agli anni Ottanta, con la strage del rapido 904 e l’esclusione della strage dei Georgofili, nasconda la volontà di non scoperchiare lo scomodo argomento della trattativa stato-mafia. Critiche però consistenti soprattutto nell’ovvia constatazione che questo primo gesto deve poi essere seguito da una serie di altri provvedimenti che lo rendano davvero operativo ed utile (come non ha mancato di sottolineare lo stesso ministro Franceschini, intervenuto al convegno) cosa del resto che non riguarda solo quella tipologia di documenti ma tocca tutta la questione della gestione degli archivi nel nostro paese. Ci si potrebbe banalmente chiedere, ad esempio, se esistono gli spazi per accogliere quella documentazione, o il personale e le risorse finanziarie per gestirla, domande non banali in tempi di spending review.

Tutto questo credo sia già stato scritto, comunque. In realtà lo spunto per questo post mi viene da una certa circostanza di cui sono venuto a conoscenza proprio ieri. A Beppe Grillo è già stato fatto notare come pochi anni fa proprio lui invocava dal suo blog la rimozione del segreto di stato, proprio ciò che adesso non è più importante rimuovere ed anzi è solo propaganda. Ci si potrebbe anche chiedere, però, quale sia la sensibilità del leader 5 stelle riguardo alla cura degli archivi, o in particolare delle raccolte di documenti riguardanti la nostra storia recente. Quale sarebbe il futuro della memoria del nostro paese con un governo grillino?

L’occasione per avere una parziale risposta ci è fornita dal fatto che nel 2006 Licio Gelli ha donato il suo archivio privato all’Archivio di Stato di Pistoia. Anche in questo caso, com’è ovvio, non si creda che in quelle carte si trovino le prove del coinvolgimento di Andreotti nella strage di Ustica o altre italiche tragedie. Ci sono però documenti di notevole importanza, oltre che una ragguardevole collezioni di cimeli storici (autografi di Alessandro Manzoni, Hitler, Napoleone…). Non c’è nulla di strano, insomma, nel fatto che l’Archivio di Pistoia abbia accettato questa donazione, come non c’è nulla di strano nel fatto che alla cerimonia di presentazione dell’archivio fosse presente, oltre allo stesso Gelli, anche Linda Giuva, docente di archivistica (e incidentalmente moglie di Massimo D’Alema). Ebbene, come pensate che abbia commentato la cosa Beppe Grillo, nel 2006?

Un Gelli, ricordiamolo, già dieci anni prima sdoganato anche da Piero Pelù che era andato a visitarlo ed era da lui stato ricevuto addiritura nel 1995, come il grande archivio della rete ci consente di ricordare e tramandare.



giovedì 27 marzo 2014

il colore e il dolore



In filosofia, non avendo di solito la possibilità di compiere esperimenti con la natura come fanno gli altri scienziati, si lavora spesso per il tramite di esperimenti mentali. Un esperimento filosofico mentale non consiste solo nell'immaginare una situazione difficile da replicare fattualmente e cercare di dedurne le conseguenze, appunto, fattuali (cosa che ancora non ci farebbe uscire dall'ambito della fisica), ma consiste soprattutto nel tentativo di sottoporre a stress determinati concetti (da chiarire), immaginando situazioni nelle quali troveremmo difficile decidere come andrebbero applicati quei concetti.

Daniel Dennett ha scritto recentemente un libro, intitolato Intuition Pumps and Other Tools for Thinking, fatto tutto di esperimenti mentali famosi e meno famosi (da lui però chiamati "pompe d'intuizione"), che può anche essere considerato un'ottima introduzione alla filosofia, dato che scopo degli esperimenti mentali è anche quello di stimolare l'immaginazione e divertire, cosa che non sempre si concilia col duro lavoro speculativo. Con l'avvertenza al lettore non esperto che Dennett non è affatto un autore imparziale quando si tratta di descrivere un problema ma cerca sempre di imporre il suo punto di vista. Pregio dell'opera, d'altra parte, è anche quello di evidenziare come le "pompe d'intuizione" spesso rappresentino un grave pericolo per la chiarezza di pensiero, contribuendo a intrappolare l'immaginazione in trappole cognitive senza uscita o quelli che Wittgenstein avrebbe chiamato "crampi del linguaggio".

Dennett è famoso soprattutto come filosofo della mente, per cui non è sorprendente che buona parte del materiale da lui raccolto verta intorno al tema della "coscienza", della sua sfuggente natura, e dei "qualia". I qualia sono appunto una cosa difficile da definire senza fare ricorso agli esperimenti mentali, sono la componente fondamentale della nostra esistenza in quanto esseri senzienti, ma al tempo stesso non riusciamo esattamente a determinarne la natura, a incorniciarli in un quadro coerente e unificato col resto del nostro sapere naturalistico. Paradossalmente alcuni filosofi ne rivendicano l'importanza proprio per rendere giustizia a quelle che secondo loro sono le intuizioni dell'"uomo della strada", non adulterate dai sofismi, però trovano molto complicato spiegare all'uomo della strada quelle che dovrebbero essere le sue intuizioni, ed ecco che inventano gli esperimenti mentali più strambi nel tentativo di farsi comprendere.

Dennett (la cui posizione, comunque, è che i qualia non esistono) comincia quindi la sezione sulla coscienza parlando di zombi: è concepibile che le persone che incontro per strada, o addirittura i miei più intimi amici, pur comportandosi in maniera apparentemente ed esteriormente normale siano in realtà esseri non senzienti, privi di coscienza? Parla poi della stanza cinese ideata da John Searle (ne avevamo parlato anche su questo blog, anche se più in relazione al tema dell'intelligenza che a quello della coscienza). Parla del pipistrello di Thomas Nagel: cosa si prova ad essere un pipistrello, ma soprattutto perché si prova qualcosa ad essere quello siamo? e i qualia, per dare una prima definizione, sono proprio quello che si prova ad essere qualcosa, quello che invece manca agli zombi.

Parla di Mary, la scienziata del colore di Frank Jackson: immaginiamo che Mary sia una donna che ha sempre vissuto in un ambiente rigorosamente in bianco e nero, e non abbia mai visto il colore in vita sua (inserite dettagli a vostro piacere per rendere plausibile questa circostanza). Mary per tutta la vita ha però studiato il colore, nel senso che ha letto tutto quello che c'è da leggere sul tema del colore, sulle reazioni fisiologiche e psicologiche degli esseri umani di fronte al colore, sulle proprietà fisiche degli oggetti colorati, delle onde elettromagnetiche, eccetera eccetera. Mary in sintesi è la più grande esperta mondiale in tema di colore. Un giorno, si viene invitati a immaginare, Mary viene liberata: per la prima volta in vita sua vede un oggetto di colore rosso (mi piace pensare che sia una mela, il frutto dell'albero della conoscenza). La domanda è: Mary ha imparato qualcosa di nuovo sul colore? Se diciamo di sì quel "qualcosa", ovvero quello che rimane del colore rosso una volta escluso tutto quello che di "oggettivo" conosciamo intorno al rosso, la sensazione soggettiva purificata, ebbene quello è il qualia del rosso.

Stranamente Dennett non inserisce tra le sue pompe d'intuizione un esperimento mentale ben più antico e nobile di quello di Jackson, anche se abbastanza affine: l'esperimento dello spettro del colore invertito ideato da John Locke nel Saggio sull'intelletto umano. Immaginiamo che nottetempo uno scienziato malvagio si diverta a pasticciare con i nostri centri nervosi e in particolare con i neuroni che associano determinati colori a determinati input provenienti dalla retina. Il risultato è che la mattina, svegliandoci, vediamo verde tutto quello che prima era rosso, e rosso tutto quello che prima era verde. L'esperienza sarebbe senz'altro scioccante, e ci farebbe anche fare un mucchio di errori. Per abitudine passeremmo al semaforo quando è rosso (percependolo verde) e ci faremmo del male, oltre a renderci ridicoli in una quantità di altre maniere. Piano piano, però, ci abitueremmo. Non solo cominceremmo a non avere più difficoltà col semaforo, ma a un certo punto, per comodità di linguaggio, cominceremmo a chiamare rossi gli oggetti che percepiamo come verdi, come i pomodori e le mele (perché avremmo imparato che tutto quello che per noi è verde per tutti gli altri è rosso).

La domanda è: se invece io fossi nato proprio con questo difetto, come potrebbe qualcuno accorgersene? Come faccio ad essere sicuro che non sia proprio così che stanno le cose, che tutto ciò che io percepisco come rosso per gli altri non è verde? Funzionalmente infatti non vi sarebbe alcuna differenza: io chiamerei rossi gli oggetti che per tutti sono rossi e mi comporterei di conseguenza, e nessuno, me compreso, penserebbe mai che c'è un problema nel modo in cui percepisco le cose. Il qualia, ancora una volta, è questo: è quel qualcosa di non cognitivo, di non funzionale, in una parola di assolutamente inutile e inerte, che contiene la sensazione soggettiva del rosso. L'enigma, da un punto di vista filosofico è: dato che non serve a nulla, perché esiste? e siamo proprio sicuri che esista? e d'altronde come si fa a negarne l'esistenza? noi il rosso lo percepiamo proprio così, come rosso, e farebbe certamente una differenza, per noi, se lo percepissimo come verde. O no?

Tuttavia, io credo esista un modo ancora più efficace per spiegare i qualia, neanche questo, mi pare, affrontato da Dennett, e che ha a che fare, invece che col colore, con il dolore. A mio modesto avviso la pompa d'intuizione migliore per quanto riguarda i qualia, infatti, è la semplice domanda "a che serve il dolore?". È, apparentemente, una domanda molto stupida, ma solo perché siamo talmente abituati e affezionati ai nostri schemi mentali che non ci accorgiamo come le risposte più immediate al quesito in realtà non facciano che eludere il problema. Ovvero, è chiaro che il dolore è utile perché le cose che ci fanno male quando veniamo a contatto con loro (che ci danneggiano in maniera oggettiva, come ad esempio il fuoco) tendono anche ad essere dolorose, quindi, siccome tendiamo ad evitare il dolore, tendiamo anche ad evitare le cose che ci fanno male. Giusto?

Uhm... non vi accorgete che si tratta di una spiegazione vacua, una petizione di principio, che in realtà non è stato fatto alcun passo avanti per comprendere la funzione del dolore? Perché la natura, invece di fornirci della motivazione ad evitare il dolore, non ci ha fornito della motivazione diretta ed immediata ad evitare gli stimoli dannosi tout court? Non sarebbe stato più semplice? Perché questo passaggio intermedio immotivato, oltre che crudele?

Riformulo l'argomento. Immaginiamo di dover progettare un robot semi-intelligente ed autonomo, che per svolgere le proprie funzioni deve saper fuggire i pericoli di un ambiente ostile (evitare l'acqua che ne danneggerebbe i circuiti, il fuoco, ecc.) e al tempo stesso deve essere in grado di alimentarsi, mantenersi in buono stato e riparare eventuali danneggiamenti. Lo programmeremmo, credo, in modo da fornirgli delle istruzioni, non importa quanto complesse, del tipo "se entri a contatto con l'acqua, allora allontanati e cerca un ambiente secco finché non ti sei asciugato", "se qualcosa ti percuote, tu percuotilo a sua volta", "se le tue batterie sono scariche, cerca la più vicina presa di corrente e attaccaci il cavo". Lo forniremmo anche della capacità di provare dolore? e perché mai dovremmo? in che modo questo dovrebbe rendere più efficaci le risposte del robot? non sarebbe anzi una crudeltà gratuita? come ci giustificheremmo di fronte a lui, se ce lo rinfacciasse?

Forse posso spiegarmi ancora meglio. Con un trucco puramente terminologico, io potrei chiamare "dolore" quel complesso di input percepiti dal robot, di qualunque natura essi siano, che lo spingono ad adottare certi comportamenti improvvisi di "fuga". In tal modo la risposta alla domanda "perché il robot ha ritratto il suo arto meccanico quando è entrato in contatto col fuoco?" sarebbe, con tutta evidenza, "perché stava provando dolore, ed è stato programmato in modo da evitare il dolore". Da un punto di vista funzionale, direi anche evoluzionistico, la risposta oltre che soddisfacente sarebbe sostanzialmente identica alla spiegazione del perché "noi" tendiamo a ritrarre la mano quando veniamo ustionati: siamo stati programmati così. Eppure sentiamo anche che c'è una differenza profonda. "Noi" a differenza del robot sentiamo davvero il dolore, per noi rimane qualcosa di irriducibile, oltre a quel complesso di risposte funzionalmente efficaci, e questo qualcosa è il qualia del dolore. Ma a cosa serve?

Questo dovrebbe essere un post aporetico, ovvero ha l'unico scopo di segnalare l'esistenza di un problema, e la sua natura, senza pretendere di fornire una soluzione (che naturalmente non ho). Tuttavia, un labile indizio forse può essere dato. Devo dire che i miei post a volte nascono da discussioni casuali che faccio in rete, che poi sento il bisogno di approfondire. Quando mi è capitato di menzionare le problematica dei qualia e in particolare di chiedere quale fosse la funzione del dolore, mi è stato subito risposto, come prevedibile, che il dolore fornisce una motivazione più immediata e più urgente di una semplice valutazione cognitiva di un eventuale danno, ovvero che non siamo vulcaniani freddi e razionali che pesano tutti i pro e i contro ma abbiamo bisogno delle emozioni per poter agire con maggiore velocità ed efficacia.

Come si è visto io in realtà non ho mai postulato da nessuna parte che la migliore risposta allo stimolo dannoso dovrebbe essere calcolata, anche da un robot, in modo freddo, distaccato e razionale. Al contrario, ho supposto un meccanismo di risposta (un semplice circuito di tipo if ... then) ancora più immediato della nostra risposta al dolore, di tipo assolutamente stupido e meno complesso anche delle nostre risposte emotive. Quindi resta ancora la domanda: perché Madre Natura non ci ha fornito, nel corso dell'evoluzione, di un meccanismo altrettanto semplice e immediato, invece di passare per l'intermediario del dolore?

La risposta a questo stavolta è stata che noi siamo organismi infinitamente più complessi appunto di una macchina fornita di quel tipo di circuiti, che abbiamo molteplici esigenze e desideri contrastanti fra loro e che può risultare estremamente difficile conciliarle fra loro. Ora, tralasciando il fatto che neanche questo mi pare fornire una teodicea soddisfacente, uno straccio di spiegazione al nostro problema originario ("perché esiste il dolore?"), spero che sia abbastanza chiaro che le due argomentazioni sono in netto contrasto fra loro. Prima il dolore è stato giustificato in base alla sua natura "semplice", "immediata". Insisto su questi aggettivi perché sono le caratteristiche tradizionalmente attribuite ai qualia. In seguito, però, è stato fatto appello alla complessità della psicologia umana.

Ecco, io credo che la seconda strada sia più promettente. Forse Dennett ha ragione e i qualia non esistono, se per essi intendiamo quello che ci verrebbe naturale e intuitivo intendere, ovvero se li pensiamo come entità "semplici" e "immediate". Forse quello che chiamiamo "dolore" è in realtà un insieme estremamente complesso di valutazioni cognitive, di ricognizioni su quello sta accadendo, sulla sua importanza e sulle conseguenze per l'organismo, e sulle possibili risposte da attuare. Un insieme troppo elaborato e profondo perché noi possiamo avervi accesso in maniera trasparente, che viene quindi sintetizzato al nostro io cosciente sotto forma di "qualia".

lunedì 6 gennaio 2014

Babele


La dannazione – se tale si può considerare – della proliferazione dei linguaggi e della conseguente incomunicabilità tra i diversi popoli trova una spiegazione mitica nell'Antico Testamento (Gen 11, 1-9), nel racconto relativo alla costruzione della Torre di Babele. Conviene leggersi tutto il passo:

Or tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, mentre si spostavano verso sud, essi trovarono una pianura nel paese di Scinar, e vi si stabilirono. E si dissero l'un l'altro: «Orsù, facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». E usarono mattoni invece di pietre e bitume invece di malta. E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome, per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra». Ma l'Eterno discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. E l'Eterno disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti la medesima lingua; e questo è quanto essi hanno cominciato a fare; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Orsù, scendiamo laggiù e confondiamo la loro lingua, affinché l'uno non comprenda più il parlare dell'altro». Così l'Eterno li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, ed essi cessarono di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babele, perché l'Eterno colà confuse la lingua di tutta la terra, e di là l'Eterno li disperse sulla faccia di tutta la terra.

La confusione delle lingue sembra essere in primo luogo una punizione per qualcosa che gli uomini hanno fatto e non avrebbero dovuto fare, in secondo luogo è un ostacolo alla costruzione della torre. Analizziamo le due cose separatamente: per cosa vengono puniti i costruttori? Probabilmente il peccato che Dio intende ostacolare e punire è l'arroganza, o l'orgoglio. È l'atto di edificare qualcosa che parte dalla terra per congiungersi al cielo, quindi di diventare a sua volta creature non più terrene ma celesti. Insomma non voler più essere uomini ma sostituirsi a Dio, e questo tramite un atto di creazione del tutto umano, positivo (nel senso di "posto", cioè stabilito dall'uomo tramite una sua decisione e il suo arbitrio).

La proliferazione delle lingue quindi è insieme la punizione e anche l'espediente tecnico tramite il quale i piani degli uomini vengono ostacolati. Per agire di concerto, per edificare, occorre una lingua comune, occorre stabilire (o "porre") dei termini convenzionali grazie ai quali nominare le cose che ci servono. Quando Wittgenstein, all'inizio delle Ricerche filosofiche, parodizza la teoria agostiniana sull'acquisizione del linguaggio (ovvero la teoria dell'acquisizione del linguaggio per "blocchi da costruzione") ricorre proprio ad esempi mutuati dall'edilizia.

Immaginiamo un linguaggio per il quale valga la descrizione dataci da Agostino: Questo linguaggio deve servire alla comunicazione tra un muratore, A, e un suo aiutante, B.
A esegue una costruzione in muratura; ci sono mattoni, pilastri, lastre e travi. B deve porgere ad A le pietre da costruzione, e precisamente nell'ordine in cui A ne ha bisogno. A questo scopo i due si servono di un linguaggio consistente delle parole: "mattone", "pilastro", "lastra", "trave". A grida queste parole; - B gli porge il pezzo che ha imparato a portargli quando sente questo grido. - Considera questo come un linguaggio primitivo completo.

Immediatamente dopo Wittgenstein confuta questa teoria del linguaggio come pura convenzione, secondo me con un argomento convincente (in realtà le convenzioni richiedono un linguaggio preliminare, quindi avremmo un circolo vizioso):

Funziona questo linguaggio di comunicazione. Essenziale e diretto, molto pratico. Ma come fa il muratore B a sapere cosa fare quando sente il grido "lastra"?
È evidente che questo linguaggio funziona ma non è autosufficiente: i due muratori devono prima essersi messi d'accordo sull'uso delle parole. Solo a quel punto B saprà cosa fare. Quindi: per usare questo linguaggio i due devono conoscere altre parole, molte altre. Per comprendere l'uso delle parole i due devono sapere già parlare.

Ma quel che intendo sottolineare, per ora, è come sembri esserci un nesso molto forte tra l'idea di "comunicazione", che etimologicamente significa "mettere in comune", "condividere" (qualcosa che già esiste), e quella di costruzione, di edificazione, di creazione. Basti aggiungere che gli iniziati ai misteri, quelli che conoscono il linguaggio e la cifra segreta grazie ai quali elevarsi o addirittura sostituirsi a Dio, si chiamano massoni, cioè "muratori". Ancora, l'argot è in francese il linguaggio della malavita, più in generale è qualsiasi gergo specialistico e da iniziati: secondo un'etimologia immaginaria (che però qualcuno ha preso sul serio) può anche essere letto come art got, o art gotique, ed è allora la lingua dei costruttori delle grandi cattedrali del Medio Evo, quelle che appunto si slanciano verticalmente verso il cielo fino a toccarlo. Potrebbe essere la lingua adamitica, precedente all'impresa babelica.

Quella che vorrei proporre è una revisione del racconto biblico, in cui il fallimento dell'impresa è sì una conseguenza della proliferazione dei linguaggi, ma in cui non è necessario alcun intervento divino, perché il fallimento è insito e connaturato al tentativo stesso. Che tentativo? Quello di essere artefici del proprio destino, della propria natura, quello di ignorare l'esistenza di leggi divine (o naturali, per chi non crede in Dio come il sottoscritto) che occorre almeno conoscere e tenere presente prima di poter cominciare a costruire, a "porre" le fondamenta di un proprio edificio.

L'idea che le leggi che regolano la convivenza civile ("la città") siano in qualche modo preesistenti alla loro codificazione (e che i giuristi si limitino a scoprirle, annotarle, e a limite sistematizzarle e razionalizzarle) e non create ex novo grazie all'arbitrio del legislatore, oggi appare addirittura paradossale, immersi come siamo nella mitologia giuridica positivista e statalista secondo cui la legge è sempre emanazione – diretta o indiretta ma secondo una precisa e rigorosa gerarchia – del potere, della volontà del sovrano, che viene a sostituire perfettamente Dio e la natura.

Mitologia, occorre dirlo con forza, tutta moderna e che anzi coincide con la stessa modernità, che nasce con la Rivoluzione Francese, trionfa lungo tutto il corso dell'Ottocento, e a dire il vero entra già in crisi nel secolo scorso. Secondo questa visione il giudice è mero esecutore della volontà del legislatore, sovrano assoluto, e il giurista mero interprete della sua volontà, non un indagatore di fatti storici e/o naturali riguardanti le relazioni umane. Visione che, ovviamente, ribalta millenni di storia del diritto concepito in maniera completamente diversa.

Affermare la naturalità del diritto, in opposizione alla sua "positività", non significa affermare la sua eternità ed immutabilità (come poteva essere presso i primi giusnaturalisti), non significa nemmeno dire che esso sia anteriore all'esistenza dell'uomo, ma significa affermare che invece di essere "posto" con atto arbitrario e volontaristico, esso "emerge" appunto naturalmente dalla vicenda delle relazioni umane e storiche, dall'incontro fra esseri umani e i loro tentativi di convivenza, e dalla loro natura biologica e sociale.

Ma allora qual è la punizione per chi non riconosce la supremazia del diritto naturale (o divino, per chi crede)? Più che la proliferazione dei linguaggi, fatto anch'esso naturale, direi la loro incomunicabilità reciproca e il chiudersi nella loro autoreferenzialità. Quando la legge è pura e semplice emanazione della volontà sovrana non ha bisogno di niente che sia al di fuori di se stessa. La ricerca scientifica partecipata ne viene esclusa, non c'è una verità oggettiva da scoprire insieme con uno sforzo comune, c'è solo bisogno, al massimo, di imporre la propria decisione con la forza. Il risultato finale, paradossalmente, è proprio lo "stato di natura" come teorizzato da Hobbes, la guerra di tutti contro tutti, che rende impossibile edificare un qualcosa di durevole.

Quando Ivan Karamazov afferma che "se Dio non esiste allora tutto è possibile", intende proprio dire che all'uomo è consentito di affermare la sua volontà senza limiti di sorta e stabilirsi come legislatore assoluto. Ma il racconto della Genesi ci insegna qualcosa di profondamente diverso: ci dice che se Dio non esiste allora niente è possibile. O che se anche Dio non esistesse non saremmo comunque autorizzati a sostituirci a lui.


venerdì 27 dicembre 2013

orologi

Mi tocca interrompere il silenzio di questo blog solo per una, spero, rapida segnalazione antibufala (e naturalmente per sfogarmi un pochetto).

Qualche tempo fa è uscito un articolo sul Corriere Fiorentino nel quale si attribuisce al sindaco di Firenze Matteo Renzi (neo-segretario del PD) l'intenzione di aggiungere una lancetta all'orologio che si trova piazzato proprio sulla sede del Comune fiorentino, ovvero sulla torre arnolfiana di Palazzo Vecchio. Questo a quanto pare perché molti turisti rischiano di essere ingannati dalla mancanza della lancetta dei minuti (o più probabilmente scambiano il contrappeso dell'unica lancetta per una lancetta più corta). Rilievo, per chi conosce l'orologio e lo vede quasi tutti i giorni come il sottoscritto, indubbiamente esatto: non che i turisti, presumibilmente tutti muniti di orologi da polso e cellulari rischino di perdere chissà quante coincidenze, ma insomma si potrebbe comprendere il desiderio di non sfoggiare proprio nel cuore politico della città amministrata un orologio che sembra segnare l'ora errata.



In realtà, e a scanso di equivoci, io non credo che sarebbe una buona idea: l'orologio è sempre stato così e ci sono affezionato, e, certo, ha anche un valore storico che sarebbe opportuno preservare. Detto questo, però, quanto è grande questo valore storico-artistico? Al Corriere devono aver pensato che tutto sommato non fosse abbastanza importante, perché per dare rilievo alla notizia lo hanno ingigantito e attaccano subito il pezzo con: "la prima sortita del sindaco è un’altra lite con la storia. Vuole aggiungere la lancetta dei minuti all’orologio trecentesco della Torre d’Arnolfo". Se però si legge l'articolo fino in fondo scopriamo che l'orologio non è affatto trecentesco (come del resto dovrebbe essere evidente), perché quello che c'era venne sostituito dall'attuale nel 1667 (l'errore è ripetuto anche nella didascalia a corredo dell'articolo).

Ancora meno comprensibile, però, è la scelta dell'articolista di confondere le acque e aggiungere alle notizie storiche sull'orologio della torre di Arnolfo (ci viene detto ad esempio che oggi viene alimentato ad elettricità, ovvero che non sarebbe certo il primo intervento ad essere effettuato sul suo meccanismo), notizie intorno a un altro orologio, che non pare avere nessun ruolo in questo storia: quello che si trova sulla parete interna della facciata del Duomo fiorentino, la cui particolarità è di avere anch'esso una sola lancetta, ma soprattutto di avere un quadrante con ventiquattro ore e di scorrere in senso antiorario. Trattasi, incidentalmente, anche di un affresco dipinto da nientepodimeno che da Paolo Uccello, quindi sì, occorrerebbe una certa misura di follia per pensare di cambiarlo adeguandolo alle esigenze moderne (qui c'è una spiegazione di come vada interpretato, l'ultima ora non coincide con la nostra mezzanotte ma col tramonto).



Tutto questo non sarebbe molto importante, e meritevole di finire nel dimenticatoio insieme ai tanti articoli confusi e scritti un po' male che escono quotidianamente, se non avesse avuto una certa eco grazie all'opera di un blogger che mi dicono piuttosto stimato, il quale ha rilanciato la notizia, diffondendola ulteriormente nella rete, facendo però un po' di pasticci. Il post di Malvino in realtà è soprattutto una sequela di insulti rivolti a Renzi, devo dire dai toni piuttosto sgradevoli ("nome da bottegaio, faccia da cazzo..."). Esiste la libertà d'espressione (per quanto forse non estesa fino a coprire l'ingiuria, ma va beh), e se un blogger ritiene di dover catturare l'attenzione in questo modo a me va benissimo, per carità. Solo che quando l'unica annotazione di merito, che dovrebbe giustificare tanto livore da parte di chi si sente portatore di cotanta cultura, è una notizia completamente sbagliata, la sgradevolezza può trasformarsi in occasione di divertimento e direi anche di derisione nei confronti del denigratore.

Come si poteva prevedere infatti Malvino confonde le notizie relative ai due orologi, e crede che l'orologio arnolfiano abbia il quadrante dipinto da Paolo Uccello con le ventiquattro ore. Il post è stato modificato (vedremo poi come), quindi mi vedo costretto a una citazione dal post originario (che però è stato copiato altrove, ad esempio qui).

Non saprei, può darsi, però io le persone, nel pubblico e nel privato, le giudico per quello che mi danno da vedere. E per uno che in mancanza di altro in curriculum non smette di scassarci la minchia con la sua esperienza di sindaco di Firenze, a me basta la faccenda dell’orologio trecentesco della Torre d’Arnolfo di Palazzo Vecchio, per il quale Renzi non trova pace, perché ha un quadrante indicante le 24 ore ed è a lancetta unica che, a suo parere, inganna i turisti sull’ora esatta o, peggio, potrebbe dar da credere che l’amministrazione guidata da cotanto sindaco non lo regoli a puntino (e speriamo non s’accorga che il David di Michelangelo ha le gambe un po’ più corte di quanto ci aspetterebbe considerando la lunghezza delle braccia sulle curve auxologiche).
Non che sia mancato chi gli abbia fatto presente che quel tipo di orologio è caratteristico del XVI in cui fu creato dalle mani di Niccolò di Bernardo, e che ad aggiungere una lancetta si dovrebbe sostituire il quadrante, che è di Paolo Uccello, o la meccanica, che è di Giorgio Lederle, un geniale artigiano del XVII secolo.

Se fosse vero, ci sarebbe in effetti da mettersi le mani nei capelli, ma bastava leggere con attenzione l'articolo del Corriere o, in alternativa, guardare la foto che corredava l'articolo per rendersi conto che quello è un quadrante normalissimo (e non particolarmente bello) con dodici ore. Fatto sta che Malvino, dopo molti giorni e dopo essere stato copiato varie volte, si rende conto dell'abbaglio (forse perché gliel'ho detto io, in un commento al suo post non pubblicato). Solo che dall'alto della grande cultura e intelligenza con la quale può permettersi giudizi così sprezzanti, continua a non capire assolutamente nulla. Ecco infatti come viene modificato il post:

Non saprei, può darsi, però io le persone, nel pubblico e nel privato, le giudico per quello che mi danno da vedere. E per uno che in mancanza di altro in curriculum non smette di scassarci la minchia con la sua esperienza di sindaco di Firenze, a me basta la faccenda dell’orologio trecentesco del Duomo, per il quale Renzi non trova pace, perché ha un quadrante indicante le 24 ore ed è a lancetta unica che, a suo parere, inganna i turisti sull’ora esatta o, peggio, potrebbe dar da credere che l’amministrazione guidata da cotanto sindaco non lo regoli a puntino (e speriamo non s’accorga che il David di Michelangelo ha le gambe un po’ più corte di quanto ci aspetterebbe considerando la lunghezza delle braccia sulle curve auxologiche).
Non che sia mancato chi gli abbia fatto presente che quel tipo di orologio è caratteristico del XV in cui fu creato dalle mani di Angelo Niccolai, e che ad aggiungere una lancetta si dovrebbe sostituire il quadrante, che è di Paolo Uccello, o la meccanica, che è di Giuseppe Bargiacchi.

Con tanto di nota dove non si manca di prendere ancora in giro Renzi:

Nella prima stesura di questo post ho fatto un po’ di confusione tra questo orologio e quello che invece è sulla Torre d’Arnolfo di Palazzo Vecchio, che invece ha un quadrante indicante le 12 ore e ha la lancetta dei minuti: mi ha tratto in inganno la foto che corredava l’articolo sull’edizione locale del Corriere della Sera, ma adesso non vorrei che Matteo Renzi pensasse che per evitare sviste analoghe alla mia sia necessario pitturare le lancette con vernice fosforescente.

Insomma, stavolta e contro ogni logica Luigi Castaldi, in arte Malvino, si è davvero convinto che Renzi voglia deturpare l'affresco di Paolo Uccello che si trova nel Duomo (certo, e magari aggiungere i baffi al ritratto di Federico da Montefeltro). Affresco comunque non trecentesco. Ora qualcuno potrebbe dire, ok, ma non potevi limitarti a dirglielo invece di farci un post sul blog? Beh, ma io l'ho fatto, ecco con quali risultati:


Sì, mi rendo conto, non è un comportamento molto saggio e distaccato da parte mia usare il blog per simili ripicche (anche se, pensandoci bene, la maggior parte dei blogger non fa altro che questo), però ecco, questo è davvero tuttora convinto di aver ragione, e a me un po' dispiace. Le persone a volte dovrebbero essere protette dalla loro idiozia.

Aggiornamento: alla fine il post è stato corretto ed eliminati i commenti riportati sopra. Scuse non pervenute, ma l'importante è che la verità trionfi.

giovedì 17 ottobre 2013

la lista di Alianello

L'altro ieri – 15 ottobre 2013 – probabilmente sull'onda dell'indignazione scatenata dagli eventi e notizie che hanno seguito la morte di Erich Priebke, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato una modifica dell'articolo 414 del codice penale (istigazione a delinquere) introducendo il reato di negazionismo ("la stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità"). La modifica sembrava aver avuto un plauso vasto e trasversale, rivelato dalla soddisfazione espressa da Napolitano ("è un merito del nostro Parlamento") e da Schifani, che così avrebbe affermato: "da oggi in poi sarà impossibile negare l’evidenza di una tragedia che ha segnato drammaticamente il secolo scorso", quasi come se l'emendamento istituisse non una fattispecie di reato, ma nuove prove e documentazioni a sostegno della veridicità di un evento storico. Quanto a me, mi è già capitato di esprimere in passato una viva contrarietà a simili iniziative, ma questo non è molto importante.

Ieri poi l'emendamento avrebbe dovuto essere stato approvato in sede deliberante in tempi record, cosa che trovo piuttosto singolare per un provvedimento di natura delicatissima sul quale il sospetto di incostituzionalità (per la violazione della libertà di pensiero e di espressione) è almeno lecito, ma la votazione è stata rimandata grazie all'intervento di quattro senatori M5S e un socialista. La cosa ha suscitato una certa delusione e rabbia nei confronti dei soliti bastian contrari pentastellati. Per la senatrice Finocchiaro il M5S "si oppone a tutto, anche a ciò che può servire al Paese: alle riforme di ogni tipo, come ai provvedimenti economici. E ora anche a una norma destinata a rendere giustizia alla memoria della deportazione degli ebrei e dell'Olocausto". Per Schifani invece "l'approvazione in sede deliberante avrebbe assunto oggi, in occasione del settantesimo anniversario del rastrellamento del Ghetto, un valore simbolico straordinario. Dispiace che anche un disegno di legge di così grande civiltà, diventi strumento di un'incomprensibile lotta politica".

Ieri, 16 ottobre, ricorreva in effetti il settantesimo anniversario di un tragico evento: la deportazione degli ebrei romani, che furono rastrellati in numero di 1024 (fra cui 200 bambini) dai tedeschi delle SS per essere trasportati in vagoni piombati ad Auschwitz da dove non avrebbero mai più fatto ritorno (tranne 16 eccezioni, fra cui una sola donna). Al proposito, proprio in questi giorni su Radio Tre all'interno della trasmissione Ad alta voce Moni Ovadia sta leggendo il libro di Giacomo Debenedetti 16 ottobre 1943, un libro e un ascolto consigliatissimi. Il racconto – sono poche pagine – di Debenedetti è di straordinaria bellezza e tanto più commovente se si pensa che è scritto praticamente a ridosso degli avvenimenti (nel novembre del '44, in una Roma ormai liberata mentre il settentrione era ancora occupato). Del destino degli ebrei deportati ovviamente nessuno sapeva nulla, ma risulta chiaro dalle pagine di Debenedetti che nessuno dei rimasti si faceva illusioni riguardo alla speranza di rivederli. Già si parla di camere a gas, forse si ignorava, ancora, l'estensione dello sterminio, ma era cosa ormai nota. Leggere quelle pagine rappresenta un antidoto all'ignoranza e al negazionismo mille volte superiore a qualsiasi disegno di legge.

Nell'edizione Einaudi del libro (in precedenza Editori Riuniti), oltre alla cronaca del 16 ottobre c'è comunque un altro articolo, sempre di Debenedetti e scritto nel settembre del '44, dal titolo Otto ebrei. Potrebbe essere descritto come un singolare gedankenexperiment di filosofia morale, se non parlasse appunto di un episodio realmente accaduto. Vi si narra infatti di un commissario di Pubblica Sicurezza che testimoniando davanti all'Alta Corte di Giustizia per la punizione dei reati fascisti (ricordo che siamo all'indomani della liberazione della città) attua una brillante strategia per accattivarsi le simpatie dei giudici antifascisti. Narra dunque l'Alianello (questo il nome del commissario) che – incaricato di cancellare dieci nomi "eccedenti" dalla prima lista per le Fosse Ardeatine – pensò bene di cancellare, oltre a due nomi a caso, quelli di otto ebrei. Debenedetti rimprovera in sostanza ad Alianello questa ingenuità, di credere di aver diritto alla simpatia dei giudici per aver privilegiato dei nomi di ebrei in quella lista. Solo che, afferma Debenedetti, si tratta di una "riparazione" che nessuno ha chiesto, e che in realtà non fa che replicare, anche se con segno diverso, la stessa odiosa discriminazione operata dagli aguzzini.

Sinceramente trovo un po' ingenerose le critiche di Debenedetti al povero Alianello (credo che da un punto di vista umano e psicologico l'impulso di riparare a un'ingiustizia commessa tramite la concessione di un privilegio sia più che comprensibile) ma è chiaro che per Debenedetti si tratta solo di un pretesto per fare un discorso ben più generale. Quello che è in gioco è il ritorno alla "normalità" dopo la tempesta nazista e antisemita, normalità che deve passare attraverso il riconoscimento dello status di semplici e niente affatto speciali (in senso sia positivo che negativo) esseri umani o cittadini, agli ebrei. Le sue parole sono molto forti, quasi scandalose. La cosa migliore che posso fare è copiarle, ricordando però, in questi tempi in cui si parla tanto di "emergenza antisemita" e sembra tanto urgente approvare nuove leggi, che sono state scritte – da un superstite – quando la guerra ancora infuriava, e lo sterminio non apparteneva alla Storia, ma era anzi in via di attuazione.

Pace ai nostri morti. Ma i vivi, che non capirono e non capiscono il perché della persecuzione, è giusto che si allarmino oggi di un'indulgenza altrettanto regalata. Questo di chiudere tutti e due gli occhi, di creare eccezioni a vantaggio degli ebrei, non è un modo di riparare dei torti. Riparazione sarebbe rimettere gli ebrei in mezzo alla vita degli altri, nel circolo delle sorti umane, e non già appartarneli, sia pure per motivi benigni. Questa è una antipersecuzione: dunque, fatta della medesima sostanza psicologica e morale che materiava la persecuzione. Se prima negli ebrei si puniva l'ebreo, oggi al vedere la situazione, non già corretta, ma semplicemente capovolta con sì perfetta simmetria di antitesi, può nascere il dubbio che negli ebrei si perdoni l'ebreo. E il perdono richiama l'idea di una colpa, di un trascorso.


[…] Ma chi, come gli ebrei, ha sete di libertà, una di quelle seti che tappezzano il palato: chi ha capito come la libertà sia letteralmente una questione di vita o di morte, è pronto a riconoscere che tra tutte le libertà che compengono la Libertà, è compresa anche la libertà di essere antisemiti. Un antisemitismo di uomini liberi, un antisemitismo (se non c'è contraddizione) liberale, contro cui sia dato di opporre validi argomenti e pertinenti confutazioni, apparirebbe perfino tonico, ravvivante, rigeneratore agli ebrei che escono ora dall'antichità dell'immobilità e del silenzio. Discutere finalmente all'aperto, misurarsi, farsi le proprie ragioni, uomini fra gli uomini, uomini di fronte agli uomini, non parrebbe nemmeno vero a loro, che fino a ieri erano costretti a nascondersi, a ringhiottirsi reazioni e risposte, a cambiarsi i connotati, diffidati persino di pronunciare il loro nome, cioè in parole povere di dirsi figli del loro padre.

 

domenica 6 ottobre 2013

contro il cibo

Quindi non sono più vegetariano. Un po' per motivi di salute (penso che una dieta carnivora sia più equilibrata e semplice da seguire), un po' per curiosità scientifica (ne ho parlato nei post precedenti), un po' perché non ci credo più molto. Forse ho ancora qualche scrupolo antispecista, e un po' di inquietudine nei confronti della realtà dei grandi allevamenti industriali, ma mi sono infine rassegnato al fatto che mangiare carne, o comunque sfruttare gli animali non umani per i nostri fini sia una cosa "naturale" – con tutte la cautele che si devono usare con questo termine –, ovvero una realtà inevitabile che si colloca al di là del bene e del male (questo non significa che si debba smettere di pensarci e di responsabilizzarci). Insomma il discorso è piuttosto complesso ma se qualcuno volesse rimettere in discussione il suo vegetarianesimo potrebbe cominciare da questo libro di Lierre Keith (che però ha argomentazioni peculiari che meriterebbero un discorso a parte).

I miei anni di vegetarianesimo – anni attraversati da varie incertezze e traballamenti – che precedono la mia conversione dietologica comunque non li rinnegherò mai perché credo che mi abbiano consentito di accumulare qualche punto di esperienza nel campo dell'antropologia applicata all'alimentazione, lo studio dell'atteggiamento fondamentale dell'animale uomo nei confronti del cibo. In definitiva ho scoperto una cosa: nel ventunesimo secolo siamo molto tolleranti nei confronti dei costumi altrui, possiamo sopportare chi parla in modo diverso o addirittura provare simpatia per lui, per chi ha il colore della pelle diverso dal nostro, per chi si veste in maniera diversa, per chi prega un altro Dio, per chi ha orientamenti sessuali alternativi, ma proviamo sempre un ineliminabile fastidio per chi mangia in maniera diversa da noi.

Si entra qui nel campo dei tabù alimentari: c'è stato un tempo in cui credevo, con Marvin Harris, che i tabù alimentari fossero solo dettati da convenienze di tipo economico-igienista, quindi da fattori in ultima analisi emotivamente neutri. Il tabù del maiale presso le popolazioni semitiche è molto sentito, certamente, e il disgusto è genuino, ma sotto sotto, per Harris, agisce la semplice inopportunità di allevare suini in determinati climi, o per gli indiani la non convenienza di usare la vacca come fonte di cibo rispetto ad altri usi. Tutto questo è valido, e credo faccia bene Harris a rifiutare le vacue spiegazioni culturaliste ("fanno così perché è la loro cultura"), però non spiega esattamente per quale motivo la gente, anche all'interno di una stessa cultura che condivide grosso modo gli stessi tabù alimentari, vive come un'offesa personale il fatto che altri non abbiano le stesse abitudini in fatto di cibo. Per esempio chi mangia l'aglio disprezza quelli che non lo mangiano, e viceversa.

Molti vegetariani certamente provano fastidio nei confronti dei non vegetariani, ma questo fastidio è abbastanza spiegabile dalla considerazione che i vegetariani ritengono la loro alimentazione più etica, o anzi meglio dal loro amore per i poveri animali vittime delle necessità culinarie altrui. Questo a sua volta potrebbe forse spiegare il fastidio che i non vegetariani provano per i vegetariani, che sono  considerati come una setta illiberale che cerca di convertire l'umanità intera al loro stile di vita. In realtà – lasciatemi dare un giudizio super partes – le sette sono almeno due: vi assicuro, amici carnivori, che non vi comportate affatto in maniera meno intollerante, e forse siete anche peggio perché muovete dalla consapevolezza di essere maggioranza (mentre la maggior parte dei vegetariani è più timida proprio perché teme una reazione da cui sa che uscirebbe sconfitta). Per ogni vegetariano che vorrebbe abolire l'uso della carne mettendo fuori legge le macellerie c'è un non vegetariano che pensa che occorrerebbe portare via i figli dai genitori vegan. Vi ammantate di parole come etica e responsabilità, ma la verità è che non vi sopportate a vicenda perché mangiate in modo diverso.

Questo vale anche per chi cerca di nascondere il fastidio per gli altri in parole d'ordine come "salute pubblica". Chi predica sventure e terrorizza il prossimo nel dipingere a tinte fosche l'inferno che aspetta chi si nutre di carni rosse, grassi saturi, e bibite zuccherate; chi si riempie la bocca della parola "biologico" e si fa il segno della croce davanti a conservanti e pesticidi; chi vorrebbe mettere le bombe alla Monsanto perché produce Ogm che fanno suicidare i contadini poveri, o chi ritiene legittimo spaccare la vetrina di un fast food poco prima di recarsi al ristorante di lusso a versarsi del barolo. Ma vale anche per chi, cibandosi come desidera legittimamente cibarsi, non resiste al dileggio nei confronti di chi non lo accompagna; chi "compatisce" i vegetariani e i salutisti, ma non si limita a compatirli interiormente, ma deve ruttargli in faccia la sua pietà; chi concepisce il mangiare zozzo come una manifestazione di virilità da esibire a tutti come certi si aprono l'impermeabile ai giardinetti, e condisce ogni boccone con le sue battutine salaci sugli altri, i diversi.

Probabilmente, e sono consapevole di non dire nulla di originale, il cibo è considerato un rito non solitario, collettivo, che riguarda l'intera comunità e che quindi non fa parte della sfera rigorosamente privata e individuale come il sesso. Quello che uno di noi mangia è allora un atto che ci riguarda tutti, e il non adeguarsi alle norme collettive è visto come un gesto che spezza i vincoli della comunità e la mette in pericolo. E d'altra parte, chi non vuole adeguarsi non si accontenta di nascondersi nella sua cameretta ma pretende che sia l'intera comunità a seguirlo, e si metterà a predicare il suo nuovo verbo (esattamente come ho fatto anch'io, del resto).

I detti popolari ci vengono in aiuto: "chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia", "chi mangia solo si strozza", "far finire tutto a tarallucci e vino" quando si fa la pace (ma se a me non piacessero i tarallucci o fossi astemio si continua la guerra?), e "spezzare il pane" come simbolo di fratellanza, di unione. Quello dello spezzare il pane è in particolare un gesto di speciale significato per i cristiani, in quanto simbolo della comunità dei fedeli unita nel corpo di Cristo. Torna qui, un parallelo che mi è già capitato di svolgere un paio di volte: quello fra una dieta e una religione, e i dietologi come nuovi leader spirituali. Ciò spiega facilmente perché ogni religione è dotata di specifici tabù alimentari (al di là del rinforzo dato dalle ragioni puramente materiali harrisiane) destinati da un lato a rinforzare i vincoli sociali all'interno della comunità di fedeli, dall'altra a identificare facilmente i nemici, quelli esterni e i dissidenti interni.

Il punto però è che mentre le religioni tendono alla secolarizzazione, e anche alla privatizzazione del sentimento religioso (come faccenda privata intercorrente fra il fedele e Dio), è rimasta tutta la forza del tabù alimentare sganciato ormai dal suo fondamento religioso, come fatto simil-religioso a sé stante. Abbiamo laicizzato lo Stato, ma non la tavola. Così quando il signor Barilla afferma che non vuole coppie dello stesso sesso a tavola nelle sue pubblicità scoppia il finimondo proprio perché il diritto a pubblicizzare i propri prodotti come meglio si desidera viene considerato meno importante della inclusione dei gay nella grande Chiesa dello spaghetto (non volante) che ci identifica anche in quanto italiani, inclusione messa a repentaglio dalle sventurate parole di Barilla. Forse sarebbe il momento di una rivoluzione culturale anche in questo senso.

Ora, io non so se esiste un rimedio, e quale potrebbe essere. Mi piacerebbe che la gente condividesse meno fotografie di pasti su Instagram o Facebook, in quanto appunto momenti intimi e personalissimi, oppure che tali foto fossero almeno confinate in spazi appositi come i filmini pornografici, in modo che non feriscano la sensibilità di nessun innocente; mi piacerebbe anche che la televisione pubblica destinasse meno spazio a trasmissione di orrenda propaganda culinaria (a proposito, ricordate il caso Bigazzi? tanto rumore per la ricetta del gatto? era un'improbabile faccenda animalista o una questione religiosa?), ma ovviamente non me la sentirei di imporlo per via legale. Forse basterebbe solo un po' di educazione in più.

martedì 24 settembre 2013

la termodinamica e i carboidrati

Da qualche settimana mi sono messo a dieta. Non c'è nulla di straordinario né di particolarmente interessante in questo, ma come tutte le persone a dieta ammetto che in questi giorni mi è difficile pensare a molto altro. Ma nel mio caso in realtà l'interesse che provo non è tanto rivolto al cibo e agli effetti sul mio corpo, quanto alla verifica di certe ipotesi. Sono abbastanza fortunato da godere di buona salute e non avere un problema di obesità, quindi non mi sono mai preoccupato molto di quello che mangio (piuttosto, sono o anzi ero vegetariano per motivi squisitamente etici).

C'è però la questione intellettuale di cui mi sono già occupato nel post precedente a questo, un interesse in un dibattito scientifico alimentato da recenti letture. Quali sono le cause dell'obesità (e di altre malattie?). E quali sono le diete più efficaci per perdere peso? Essendomi fatto un'idea, ho così  deciso di metterla alla prova personalmente (pur essendo consapevole che in realtà il valore dell'esperimento scientifico condotto su un singolo soggetto per di più biased è abbastanza scarso). Oltre a una questione di mera curiosità, a dire il vero, c'è una questione anche, volendo, morale, ovvero di riparazione di ingiustizie protrattesi per decenni.

Sembra che la preoccupazione principale di quelli che si occupano del problema dell'obesità, a quanto pare in costante e drammatico aumento nei paesi sviluppati, sia quello di trovare un colpevole, prima di trovare una soluzione. Dopo che i malati di Aids hanno vinto la loro battaglia per non essere considerati da tutti dei peccatori meritatamente puniti per il loro comportamento sregolato l'obesità è ancora vista come un marchio d'infamia, uno stato che non può conoscere scusanti di sorta. Eccezione concessa, forse, solo agli infanti, ma solo per spostare la colpa senza nessun tipo di sforzo intellettuale al più facile bersaglio (da sempre e per qualsiasi cosa riguardi i bambini), ovvero i genitori, colpevoli di maltrattamento e meritevoli di gogna, come suggerito da questo articolo (un esempio fra tanti) o dal seguente poster demotivazionale.
Infatti i genitori dei bambini grassi sono di solito grassi a loro volta, in quanto ghiottoni, ed è chiaro che il loro desiderio è quello di riscattarsi da una vita di prese in giro rifacendosi crudelmente sulla prole, alla quale viene imposta fin dalla nascita una dieta a base di trippa infilata a forza nel cavo orale. L'idea che i genitori, normalmente, provino amore per i loro figli e desiderino il loro bene non sfiora i nostri censori. Figuriamoci se possono essere sfiorati dalla genetica, dal fatto che i bambini tendono ad assomigliare ai loro genitori anche in maniera del tutto indipendente dagli espedienti che questi adoperano per renderli simili. Tanto che il figlio di genitori obesi adottato alla nascita, udite udite, avrà praticamente le stesse probabilità di diventare obeso che se fosse cresciuto nella sua famiglia naturale (facendo i debiti aggiustamenti per reddito, nazionalità, ecc.), come dimostrano anche gli studi effettuati sui gemelli.

Il peso corporeo, in ogni caso, è universalmente visto come una diretta conseguenza di un fattore comportamentale semplicissimo che si riassume ancora una volta nella più crudele delle massime che derivano dalla cosiddetta saggezza popolare: se vuoi dimagrire "magna di meno". Una condanna moralistica travestita da ovvietà, perfida quanto il suggerire a una persona depressa di sorridere di più. La folk science prosegue, nella sua demolizione di qualsiasi tentativo di giustificazione del grassone che giura di non mangiare affatto quelle porzioni da elefante che lo si accusa di ingurgitare, con l'altra picconata inferta anche ai valori dell'umanità e della civiltà: "ad Auschwitz nessuno era grasso", quasi come se il problema non fosse quello di dimagrire restando in buona salute e senza dover sopportare le torture fisiche e morali di un detenuto in un campo di sterminio, cosa difficilmente raggiungibile con un mero sforzo di volontà.

Dalla colpa individuale i moralisti passeranno poi a mettere sotto accusa l'intero sistema dei valori su cui si basa l'Occidente, l'avidità, il consumismo, il liberismo economico, il laissez-faire, mali dei quali l'epidemia di obesità è un simbolo oltre che un contrappasso evidente. Nel famoso film di Morgan Spurlock di qualche anno fa, Super Size Me, il colpevole diventa appunto la catena di fast food McDonald, responsabile del crimine di vendere cibo, e implicitamente tutta l'industria alimentare se non l'intero sistema capitalista, che ci forza a consumare sempre di più, violando e non rispettando il nostro prezioso ecosistema naturale, simboleggiato nel film dalla fidanzata-fata turchina chef vegetariana che alla fine salva il protagonista-pupazzo nelle mani delle multinazionali con una dieta veg in armonia con la Natura.

Il problema di un film del genere, e dell'esperimento che ne è al centro, è che può servire a indignare, a mobilitare le coscienze, ma non si sa esattamente contro che cosa. Non serve infatti a stabilire con precisione quali potrebbero essere le cause del peggioramento di salute che Morgan Spurlock avrebbe sperimentato, non serve quindi a trovare rimedi che siano altri dal manifestare contro la McDonald simbolo della iniquità del mondo moderno, e forse organizzare azioni legali che renderanno ricchi certi avvocati e associazioni ma non renderanno meno grassi gli americani. In questo caso, la responsabilità, bisogna ammetterlo, è spostata dall'individuo, assolto in quanto stupido, alla società, ma il contenuto moralistico tuttavia rimane immutato. Su questi temi segnalo il brillante documentario-replica di Tom Naughton Fat Head.

Le conclusioni e gli indirizzi della odierna scienza alimentare si sono formati in un periodo storico che è coinciso in effetti con l'esplosione dell'economia del benessere diffuso, della prosperità. Questo e il fatto che esiste un'intera classe di malattie certamente definibili come "malattie della civiltà", nel senso che sono ignote o rarissime presso i popoli che sono appunto rimasti tagliati fuori dalla storia, ha generato una reazione di rifiuto culturale (si pensi alle comunità hippy) che non poteva non influenzare anche la ricerca scientifica, e suggerire come la soluzione dovesse passare almeno in parte attraverso il ritorno a forme di esistenza più "naturali", invito anche sensato sul piano strettamente medico-sanitario (vi è sicuramente qualcosa, nel nostro modo di vita, che ci danneggia) ma rischiosamente intrecciato appunto ad atteggiamenti moralistici che non aiutano a fare chiarezza. E il principale accusato – mai veramente messo in discussione se non da dietologi come Atkins sistematicamente criminalizzati come irresponsabili a caccia di facili guadagni – divenne così l'eccesso di calorie, secondariamente l'eccessivo consumo di grassi e di carne rossa.

Cerchiamo allora di capire qualcosa di più e di meglio. La folk science, la setta del "magna di meno", con l'approvazione purtroppo di buona parte dei dietologi, invocherà come sostegno alla sua tesi il più citato e abusato dei principi scientifici (citato spesso ad esempio dai complottisti dell'11 settembre quando pretendono di dimostrare che le torri gemelle mica potevano cadere come sono cadute, senza barbatrucchi): il principio di conservazione dell'energia, trasformando una macchina complessa quale il corpo umano in un mero recipiente di calorie, il cui peso dipende senza altre complicazioni da quanto entra e quanto esce. Sei sei grasso vuol dire che mangi troppo oppure che non fai abbastanza esercizio fisico, cioè sei un goloso incontinente oppure un pigro, nessuna alternativa o giustificazione.

Soffermiamoci su quest'ultimo punto, essendo innegabile la sua apparente forza. In realtà, che le persone grasse mangino troppo rispetto a quanto consumano, o che brucino troppo poco rispetto a quanto mangiano, è una tautologia, e in effetti una diretta implicazione del principio di conservazione dell'energia. Proprio perché affermazione tautologica, però, non è informativa. Non sappiamo cos'è questo troppo. Non importa che ci domandiamo quanto effettivamente mangia (o sta bruciando) una persona grassa, se si tratta di due calorie al giorno oppure 10.000, è chiaro che sarà sempre troppo, dal momento che è grasso: l'aumento di peso non è causato da uno sbilancio energetico, è uno sbilancio energetico. Quello che trascuriamo di chiederci, quando pronunciamo tautologie con l'aria di avere fatto grandi scoperte, è appunto quali potrebbero essere le cause di questo sbilancio. Non sappiamo qual è la direzione causale, qual è la causa e qual è l'effetto, e nemmeno se le due variabili, quella delle calorie in entrata e quella delle calorie in uscita, siano indipendenti come l'argomento "magna di meno" tenderebbe ad assumere.

Potrebbe darsi benissimo che uno mangi tanto proprio perché grasso e non viceversa: espressa in maniera più precisa, può darsi che l'organismo non riesca a trasferire abbastanza rapidamente le risorse energetiche dalle riserve contenute nei tessuti adiposi alle cellule, laddove c'è bisogno per il loro funzionamento, e per questo richieda ancora maggiori risorse sotto forma di alimentazione, risorse in più che andranno per la maggior parte a depositarsi, ancora una volta, nei tessuti adiposi  – invece di essere usate come combustibile – per un difetto dell'organismo. Se a una persona con questo difetto chiediamo di mangiare meno le sue cellule saranno ancora ancora più bisognose di energia, cosa che determinerà necessariamente un calo compensativo dell'attività fisica. Se a questa persona chiediamo di fare esercizio fisico il mancato apporto energetico a livello cellulare determinerà un attacco di fame acuta.

Una persona priva di questo difetto metabolico, se mangiasse più del necessario, compenserebbe in maniera naturale bruciando le calorie in eccesso, e se viceversa conducesse una vita troppo sedentaria compenserebbe mangiando di meno (non provando gli stimoli dell'appetito). Ora, la regolazione del metabolismo per mantenere costante il proprio peso è una delle prime cose che hanno imparato gli esseri viventi, un trucco che riesce benissimo persino agli organismi unicellulari, nel nostro caso probabilmente settata in maniera profonda nell'hardware del nostro sistema nervoso. Ha senso ipotizzare che possa essere guidata dalla nostra volontà razionale, dal nostro comportamento volontario? E che un difetto metabolico nel rapporto tra calorie in entrata e calorie in uscita possa essere corretto grazie al controllo cosciente di ciò che mangiamo e di quanto ci muoviamo? Che possiamo fregare il nostro corpo così facilmente? Come diceva Pascal "il corpo ha le sue ragioni, che la ragione non conosce" e mai detto si è dimostrato più vero se pensiamo alle ragioni dei dietologi ortodossi.

Non c'è quindi nessuna violazione del principio della conservazione dell'energia (anzi, si è fatto uso di esso), nell'ipotizzare che esista un difetto, probabilmente ormonale, responsabile dell'eccessivo aumento di peso (e forse anche dell'eccessiva magrezza come nell'anoressia) e dell'obesità, e non un difetto psicologico e comportamentale. Si può naturalmente anche ipotizzare quali siano le cause ambientali che favoriscono l'emergere di questo difetto in una grande fetta di cittadini (è impossibile che siano puramente genetiche visto l'andamento epidemiologico). Senza farla troppo lunga e senza trasformare questo post in una troppo noiosa dissertazione, è da circa 150 anni che ogni tanto riemerge, per poi come dicevamo essere ricacciata nell'oblio, la teoria di una dieta ricca di carboidrati e zuccheri (specialmente se raffinati) come particolarmente cicciogenica, mentre una dieta povera o addirittura priva di carboidrati servirebbe a perdere peso. Il primo a proporla, e sperimentarla con successo su di sé, fu un certo William Banting nel 1867 (curiosamente questo Banting è lontano parente di Frederick Banting, premio Nobel per la scoperta dell'insulina, ormone ritenuto dai lowcarbonari il principale responsabile dell'aumento di peso). In tempi più vicini a noi ci sono stati la dieta Atkins, il metodo Montignac, la Zona, e la più recente dieta Dukan (che però, a mio avviso sconsideratamente, elimina anche i grassi). Ed è questa ipotesi che mi accingo a testare tramite una dieta rigorosamente lowcarb, ma altrimenti ricca in calorie e in grassi (saturi o insaturi non mi importa).

Un cambiamento di paradigma scientifico, purtroppo, non sempre è accompagnato in maniera istantanea da un corrispondente cambiamento di mentalità. Ne è la prova per esempio un libriccino di Guia Soncini, Come salvarsi il girovita, che non è esattamente un libro di dietetica, ma più un trattatello sulla mania (giustamente paragonata a una sorta di fervore religioso) per le diete e per la ricerca della linea perduta. Ora, la Soncini non è una scrittrice di scienza ma piuttosto una fustigatrice di costumi (spesso anche acuta), per cui è giusto che ci faccia la morale, ma ci si aspetterebbe almeno un po' di coerenza. Invece riesce a scrivere più volte nel corso del libro quella frase che odio ("magna di meno") accompagnata dalla considerazione che i grassi, come i tossici, "mentono sempre", praticamente nella stessa pagina in cui ha appena celebrato Karl Lagerfeld per aver perso 42 chili in 13 mesi evitando i carboidrati. Riesce a dire "ricordate quando contavamo le calorie? che ingenuità" e poco dopo disserta sul fatto che le "magre naturali" sono tali perché a loro non piace mangiare.

Ma il principio alla base del motto "magna di meno" è che "una caloria è una caloria", ovvero non esiste nessuna differenza, ai fini dell'aumento di peso, fra una caloria di carboidrato e una caloria di grasso o proteine. Non conta quello che mangiate, conta solo quanto mangiate. Ed è un principio evidentemente opposto all'ipotesi del carboidrato, secondo cui le calorie non contano, ma conta cosa l'organismo decide di farne, il che dipende anche da che tipo di calorie sono (sostanzialmente: gli zuccheri nel sangue aumentano il livello di insulina, la quale inibisce la mobilitazione dei grassi che rimangono lì a ingrossarci la pancia o il sedere). Se c'è una morale sulla quale potrei invece essere d'accordo con l'autrice è che in effetti non si ottengono risultati senza sacrifici, come alcuni libri di diete troppo entusiasticamente promettono. Ma insomma, nessuno può essere così pazzo da sostenere davvero che fare a meno del pane, della pasta, della vera pizza napoletana, non costituisca un grosso sacrificio. Siamo seri, siamo italiani.

P.S. come sta andando il mio esperimento: in tre settimane di dieta rigida ho perso almeno quattro chili, passando da 80 a 76 e rientrando nel peso forma (qualche cosa devo averlo perso nei mesi precedenti perché ricordavo una misura della bilancia anche più severa). Sto cercando di tenere alto il numero di calorie giornaliere facendo colazioni abbondanti "all'inglese", ma ammetto che non è facile perché una degli effetti di una dieta lowcarb è proprio la perdita dell'appetito, che limita la quantità di cibo ingerito a pasto. Questo è naturalmente è uno dei punti a suo favore (le diete solo ipocaloriche ottengono prevedibilmente l'effetto opposto) ma rende più problematico smontare la tesi "una caloria è una caloria" (resterebbe comunque vero che la buona volontà non basta, non essendo la fame un impulso facilmente controllabile).

P.P.S. la mia principale fonte d'informazioni è questo libro di Gary Taubes, che sta avendo un notevole impatto e ha resuscitato l'interesse per le diete lowcarb anche da parte delle autorità scientifiche. Annotazione: Taubes è un ottimo esempio di quello che è o dovrebbe essere un giornalista scientifico. Non è uno scienziato, non ha idee originali da proporre e non fa ricerche scientifiche in proprio, ma espone i risultati che già esistono e che attendono solo di essere conosciuti. Un lavoro che fa un gran bene anche alla scienza, quando ben eseguito.