mercoledì 20 gennaio 2010

accetta il mistero

Il terremoto di Lisbona del 1 novembre del 1755, oltre a provocare fra i 60.000 e i 90.000 morti, scosse anche le fondamenta del pensiero occidentale. Si sostiene, addirittura, che l'impatto del terremoto di Lisbona per il pensiero del XVIII secolo è paragonabile a ciò che è stato l'Olocausto per il Novecento.

Voltaire, ad esempio, scrisse un Poema sul disastro di Lisbona, dove attaccava violentemente la filosofia razionalistica e ottimista di Leibniz, oltre che, implicitamente, le autorità ecclesiastiche e la funzione consolatoria della religione cristiana. Nella teologia cristiana l'antico problema della teodicea, ovvero della giustificazione divina (specie in rapporto all'esistenza del male), veniva spesso risolto tramite una definizione del male per negazione, ovvero come assenza del bene, e quindi come un allontanamento da Dio. Ma il terremoto di Lisbona sbatte prepotentemente in faccia agli intellettuali del XVIII secolo la dura realtà del male come presenza concreta e innegabile. Innegabile anche perché sarebbe un insulto di fronte ai morti.

“Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l' universo peggior sarebbe dunque stato ?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l'universo.
Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente.

I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse : “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!


Il terremoto, con tutta l'orribile gratuità delle morti e delle sofferenze provocate su degli innocenti, non era spiegabile come un gesto voluto dalla Provvidenza divina, a meno di non postulare un dio malvagio. Ma se Dio non può volere il male, per definizione, e il male c'è, significa che Dio è impotente di fronte ad esso, e anche questo non sembra possibile. Resta la possibilità che non ci sia nessun Dio, o quanto meno nessun senso, nessuna giustificazione di fronte al male, in quanto Dio se c'è è indifferente al nostro destino. Che è la conclusione di Voltaire.

Jean-Jacques Rousseau si sarebbe però ribellato alla concezione pessimistica voltairiana: no, il terremoto di Lisbona non poteva mettere in ombra l'operato, talvolta imperscrutabile, della Provvidenza divina, come scrisse in una lettera a Voltaire.

Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? "Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi abbiano mai fine; perché non c’è altro motivo per la tua esistenza, oltre la sofferenza e la morte". Non capisco come una simile dottrina possa risultare più consolatrice dell’ottimismo e della stessa fatalità. Confesso che per me è ancora più crudele del manicheismo. Se il problema dell’origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo.

Del resto Rousseau aveva già scritto opere in cui proclamava la perfezione della natura e imputava tutti i mali del mondo alla civiltà e al progresso, che avrebbero appunto corrotto l'originaria e innocente natura umana. E comunque, scriveva, il disastro non era imputabile proprio alla sciagurata abitudine degli esseri umani di aggregarsi in popolose città, e in palazzi di più piani? Nella sua società naturale una cosa del genere non sarebbe mai successa.

Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto. Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé. Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi? Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?

Kant, allora un giovanotto, fu anche lui affascinato dalla catastrofe, ma invece di trarne insegnamenti morali cercò di capirne le cause naturali, tanto da scrivere tre saggi sull'origine dei terremoti, formulando una teoria errata ma che viene considerata l'inizio della geologia scientifica in Germania.

Oggi siamo maggiormente abituati ai disastri naturali, ma essi ancora ci riempiono di sgomento, e ancora oggi non sappiamo rassegnarci, come Voltaire, alla realtà ineluttabile del male come presenza non giustificabile, priva di significato, e non sempre attribuibile ad una responsabilità umana (vedi anche qui).

Persino lo tsunami che si abbattè nel 2005 sulle coste dell'Asia sarebbe stato evitato, se non fossero state tagliate le foreste di mangrovie, secondo alcuni epigoni di Rousseau. Mangrovie contro tsunami, e pensare che era così facile. Il terremoto in Abruzzo era stato previsto, bastava ascoltare gli appelli di un tizio che aveva indovinato tutto, tranne il luogo e il tempo giusto. L'uragano Katrina invece è stato organizzato dai servizi segreti, come il terremoto in Cina, del resto.

E Haiti? Beh, c'è chi ha rispolverato la storia di un vecchio patto col diavolo, però il meglio in questi giorni ci è stato offerto dal Giornale di Vittorio Feltri: il disastro di Haiti è " la catastrofe dell'anticapitalismo". Tesi deboluccia, perché non è che ad Haiti vi fosse un regime comunista, come è stato fatto notare, ma interessante perché, dal punto di vista del problema della teodicea, offre un'angolazione inedita, originale. Siamo in pratica agli antipodi di Rousseau: non sono state tagliate abbastanza mangrovie.

Anzi, direi che si tratta tutto sommato di un ritorno a Leibniz, al migliore dei mondi possibili. Perché il peccato degli haitiani non è davvero quelli di non essere abbastanza capitalisti (lo sono, e hanno anche tagliato le mangrovie), ma semplicemente quello di aver perso la gara: ci avranno anche provato, ma sono poveri, e giustamente sono morti, perché in questo mondo non c'è spazio per i perdenti. È un segno della provvidenza anche questo, e a differenza di altre strategie questa almeno è veramente consolatoria. A noi ricchi queste cose non possono capitare, tranquilli, siamo in una botte di ferro.

Tra Rousseau e Leibniz (purtroppo senza la loro profondità d'analisi) il povero Voltaire è scomparso (per non parlare di Kant). Anche perché in effetti non ha nulla da offrirci. Non è in grado di darci un colpevole da sacrificare, un capro espiatorio, e non è neppure in grado di consolarci. Ci dice solo che dobbiamo coltivare il nostro giardino, e sperare per il meglio. Ma almeno non offende nessuno, e soprattutto non strumentalizza le tragedie altrui per propagandare la sua agenda politica. A volte vi è della morale, nell'assenza di fede.