sabato 21 febbraio 2009

da Bettelheim a Povia

All’età di 9 anni Richard vide il suo fratello Stephen, di anni 6, morire per una caduta dalle scale nel corso di un gioco a nascondino finito male. Stephen era a casa per un breve periodo di vacanza, perché la sua residenza abituale era un istituto per bambini psicotici, gestito da un famoso luminare della psico-pedagogia. La memoria del tragico incidente domestico venne fondamentalmente rimossa dalle cronache familiari fino a quando, anni dopo, un Richard ormai adulto non decise di andare a trovare il famoso luminare per avere informazioni su quel fratellino precocemente scomparso.

Si sentì dire inspiegabilmente che la morte del fratello era stata senz’altro un suicidio, e che la colpa ricadeva interamente sui genitori di Stephen (“voi lo avete ucciso”), colpevoli di averlo voluto reintrodurre nell’ambiente “tossico” familiare nonostante il parere contrario del luminare. La cattiva di turno era specialmente la madre, una strega colpevole di aver rifiutato il figlio alla nascita, mentre il padre veniva descritto con disprezzo come un “ebreo” debole e sempliciotto.

Il luminare si chiamava Bruno Bettelheim, le cui opere pieni di amorevoli consigli ai genitori (Un genitore quasi perfetto) vengono ancora vendute a pacchi nelle librerie e regalate ai fortunati neo-padri o neo-madri. Richard invece è Richard Pollak, autore di una voluminosa biografia di Bettelheim (The Creation of Doctor B.) che ne fa a pezzi il mito, denunciandolo come un impostore, un bugiardo patologico, e soprattutto come un crudele seviziatore dei bambini posti sotto la sua tutela.

La biografia di Pollak è ovviamente animata da un certo rancore personale, ma le sue accuse confermano analoghe denunce che vennero fuori dopo la morte di Bettelheim per suicidio nel 1986, e soprattutto pare che sia ben documentata (non sono riuscito a procurarmi una copia del libro). Ma anche se non sapessimo niente della sua condotta personale, la memoria di Bettelheim dovrebbe comunque essere consegnata all’infamia puramente in virtù della sua opera scritta. Egli infatti è anche stato il principale promotore della teoria dell’autismo infantile come malattia psicologica legata allo stress ambientale, e nello specifico causata dal comportamento dei genitori.

Immaginate di avere un figlio autistico, un bambino con il quale non solo non riuscite ad avere una normale comunicazione verbale, ma non riuscite neanche a stabilire un contatto oculare. Già non dev’essere facile. Immaginate poi di capitare in una libreria, di prendere in mano un libro dal titolo La fortezza vuota, e vedervi paragonati in quelle pagine a guardie naziste in un campo di concentramento, oppure descritte come “madri-frigorifero”, capaci di dare solo sostentamento alimentare alla vostra creatura, e nient’altro. Non è molto simpatico.

Oggi la teoria psicogenetica dell’autismo è caduta totalmente in disgrazia, e sebbene tale malattia sia ancora avvolta nel mistero si pensa principalmente a cause di tipo organico (ma qualcuno ha individuato un nuovo capro espiatorio nei vaccini). Però non è ancora diventato fuori moda incolpare i genitori, o l’ambiente familiare in genere, di qualsiasi insuccesso personale o difetto caratteriale riscontrato nelle persone adulte. Secondo Povia “Luca era gay” per colpa di una madre troppo gelosa e un padre assente (ma per fortuna “adesso sta con lei”). Hillary Clinton invece giustificò le scappatelle del marito sostenendo che aveva avuto un’infanzia difficile, fornendo uno splendido alibi a chiunque sia rimasto orfano in tenera età.

L’idea che il comportamento dei genitori abbia un’influenza decisiva sullo sviluppo della personalità di ciascuno di noi, e che crescere in una cosiddetta famiglia “disfunzionale” possa avere effetti permanenti e potenzialmente distruttivi, è alla base di qualsiasi testo o manuale di puericultura, sebbene l’evidenza empirica a ben guardare sia piuttosto scarsa. Judith Rich Harris è la studiosa americana che per prima ha avuto il coraggio di sfidare apertamente il “dogma dell’allevamento”, col libro The Nurture Assumption (è pubblicato in Italia da Mondadori, ma il titolo italiano è ingannevole).

A prima vista sembra una tesi del tutto irragionevole: tutti noi abbiamo sentito di persone abusate da piccole che poi tendono in età adulta a replicare il comportamento violento nei confronti dei propri figli. Chi ha sofferto per una certa instabilità familiare tenderà a sua volta a creare legami sentimentali piuttosto precari. Se avete dei genitori illetterati che non ci pensano nemmeno a portarvi al museo, a comprarvi dei buoni libri, e darvi degli adeguati stimoli culturali, crescerete a vostra volta ignoranti e senza interesse per la cultura. E inoltre, chi ha entrambi i genitori alti e biondi, difficilmente diventerà basso e scuro…

Vale a dire che gli psicologi che si sono occupati della questione hanno quasi sempre trascurato, per loro deformazione professionale, le influenze puramente genetiche sul comportamento. Non c’è bisogno di essere dei terribili riduzionisti per arrivare a tale conclusione: il punto è che qualsiasi ricerca sugli effetti delle cure parentali che trascuri di considerare la variabile dell’eredità genetica non può dimostrare niente. Tali variabili vanno filtrate, prima di saltare a delle conclusioni.

La genetica comportamentale è in grado di effettuare un simile filtraggio, confrontando le “differenze” nella personalità fra gemelli omozigoti o semplici fratelli (o persone non imparentate), cresciuti nella stessa famiglia, oppure separati alla nascita e cresciuti in famiglie diverse. Ebbene, le ricerche di genetica comportamentale stabiliscono che i geni sono responsabili del 50% delle variazioni nei risultati dei test sulla personalità, mentre il restante 50% è da attribuire all’ambiente.

Vuol dire che due gemelli identici tendono ad essere più simili fra di loro che due gemelli eterozigoti, e due fratelli tendono ad essere più simili che due persone non imparentate, e questo sia che siano cresciuti nello stesso ambiente oppure no (in molti avranno sentito la storiella dei due gemelli separati alla nascita che per combinazione fanno lo stesso mestiere, hanno lo stesso tipo di cane, si vestono nello stesso modo, amano le stesse pietanze, ecc.). Ma se i geni sono responsabili solo al 50% delle variazioni nella personalità allora il restante 50% è tutto merito (o colpa) dei genitori, giusto? Sbagliato.

Quel 50% attribuito all’ambiente è semplicemente quel che resta fuori una volta misurato il fattore genetico, il che non significa che siamo in grado di stabilire una causa precisa per quelle variazioni nel comportamento che non sono spiegate dai geni. In particolare, risulta che essere allevati dagli stessi genitori non spiega un bel niente. Due fratelli cresciuti in famiglie diverse saranno diversi fra loro, ma non più diversi di due fratelli cresciuti normalmente nella stessa famiglia, mentre due fratelli adottivi (ovvero non imparentati) cresciuti nella stessa famiglia saranno altrettanto diversi che due persone qualsiasi cresciute in famiglie diverse (anche qui, però, bisogna stare attenti a filtrare le variabili del censo e della cultura di appartenenza). Qualunque cosa sia che rende le persone quello che sono, non sembra essere l’educazione familiare. Fine del dogma dell'allevamento.

In conclusione, Povia si sbaglia: se Luca era gay, probabilmente ci è nato, oppure qualcosa ce lo ha fatto diventare, ma questo qualcosa non è la sua mamma. Comunque stiano le cose, poi, sono cazzi suoi (ma se io fossi in "lei" sarei un po' preoccupato).