domenica 4 settembre 2011

wild boys



Fra tutti i mammiferi, le femmine dei canidi sono quelle più facilmente soggette a quel disturbo noto come "gravidanza isterica". Fra i lupi, solo la femmina dominante ha il diritto di accoppiarsi col capo-branco, ma quando questo avviene tutte le altre femmine manifestano i sintomi della gravidanza, come il seno ingrossato e la secrezione di latte. In questo modo una qualunque femmina del branco può prendersi cura della cucciolata qualora la vera madre dovesse morire.

Occasionalmente, una lupa può sviluppare una versione particolarmente "sregolata" di tale disturbo (che nella sua modalità consueta, come abbiamo visto non può nemmeno essere considerato un disturbo ma una funzione essenziale alla sopravvivenza del branco) tale da spingerla ad adottare comportamenti anomali, come allattare e prendersi cura di piccoli di altre specie (o addirittura pezzi di legno e oggetti inanimati).

Questo fatto biologico dev'essere all'origine delle molte leggende che riguardano bambini abbandonati nei boschi e poi sopravvissuti graze all'intervento provvidenziale di una lupa, come nella storia di Romolo e Remo. È indubbio che nonostante l'improbabilità statistica di un tale evento la sua semplice possibilità logica, unita al grande numero nel corso dei secoli di abbandoni, per non parlare di pestilenze e carestie, rende più che verosimile che qualche volta si sia effettivamente verificato.

Ciononostante, lo scetticismo riguardo almeno ai dettagli che contornano la maggior parte dei resoconti legati a simili ritrovamenti è obbligatorio. Anche se è possibile che un neonato o un bambino rimandi l'attimo della propria morte grazie al soccorso di una lupa, è assolutamente da escludersi una successiva adozione da parte del branco e la sopravvivenza di lungo corso nella foresta in sua compagnia. Il destino più probabile di un bambino allatato da una lupa è quello di essere divorato, o dalla stessa lupa o dai compagni di branco, a meno che non venga prima ritrovato da qualcuno.

Anche mettendo da parte i lupi, c'è la questione della pura e semplice sopravvivenza nella foresta. Per quanto tempo un fanciullo può sopravvivere, magari addirittura in buona salute, nella foresta, e cibandosi di cosa? di erba? di foglie e radici? di terra? di insetti? di carne cruda? Il ragazzo selvaggio dell'immaginario collettivo, il piccolo Tarzan che gode di ottima salute in compagnia degli animali della foresta e cibandosi di selvaggina, è un puro parto della fantasia. I veri ragazzi selvaggi, quelli che ogni tanto vengono trovati ai margini di qualche centro abitato, sono esseri decrepiti alle soglie della sopravvivenza. E dei quali è molto difficile stimare l'effettiva durata della permanenza allo "stato di natura". Spesso hanno anche gravi problemi mentali, non si sa se pre-esistenti e magari alla base dell'abbandono, o dovuti appunto alle gravi carenze alimentari.

L'esistenza vera o presunta dei ragazzi selvaggi ha però sempre esercitato un certo fascino su pensatori, moralisti, e filosofi, che talvolta hanno creduto di vedere in loro lo strumento per penetrare il mistero delle origini dell'umanità e della sua vera natura, non ancora contaminata dalla civiltà. I ragazzi selvaggi rappresentano per alcuni finestre sul passato della nostra specie, prima che l'uomo si desse alla coltivazione e si associasse in villaggi e città, e provvedesse a circondarsi di cose superflue, come vestiti, abitazioni, e altre comodità. Spesso il ragazzo selvaggio è una delle tante incarnazioni del "buon selvaggio", che continua ancora oggi a essere una categoria del pensiero occidentale.

Jean-Jacques Rousseau nel suo Discorso sull'origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini cita alcuni casi di ragazzi selvaggi noti in letteratura: uno di questi è "il ragazzo che fu trovato nel 1344 presso Hesse, dove era stato nutrito dai lupi [notare il plurale] e che diceva presso la corte del principe Enrico che se fosse stato per lui avrebbe preferito tornare fra i lupi che restare tra gli uomini" (vedere anche qui). Viene poi citato il ragazzo trovato nel 1694 nelle foreste lituane in compagnia degli orsi, un ragazzo di Hannover che venne portato alla corte inglese (trattasi di Peter il ragazzo selvaggio, di cui parla anche il libro Né giusto né sbagliato di Paul Collins), e infine vengono citati altri due selvaggi trovati nei Pirenei nel 1719. Questi casi vengono portati da Rousseau come esempi per indagare se la postura umana "naturale", originale, è quella eretta o a quattro zampe (ma alla fine si rigetta l'ipotesi della locomozione quadrupede).

Fra gli altri casi famosi, non si può non ricordare Victor, il ragazzo selvaggio dell'Aveyron trovato nel 1797 che venne preso in cura dal dottor Jean Marc Gaspard Itard (che lasciò una importante memoria sui tentativi di educare il ragazzo), celebre per il bellissimo film di François Truffaut. Gli scritti di Itard e le sue riflessioni, che prendono atto della estrema debolezza e non adattamento dell'uomo che vive allo stato di natura, costituiscono già una critica approfondita del mito rousseauiano del buon selvaggio. L'impossibilità di comunicare con i propri simili può compromettere per sempre le capacità linguistiche di un fanciullo (con buona pace della capacità di "automiglioramento" e perfettibilità che secondo Rousseau caratterizzava l'uomo selvaggio). Osservazioni che sono state successivamente confermate, anche se nel caso di Victor compromesse dai dubbi sulle cause effettive (forse congenite) dei suoi handicap.

Oppure Kaspar Hauser, apparso in una piazza di Norimberga nel 1828, anche se atipico nella casistica dei ragazzi selvaggi, in quanto a dire il vero non si è mai supposto essere vissuto nella foresta per anni o addirittura in compagnia dei lupi (anche prendendo per buona la sua storia senza supporre che fosse un semplice impostore). Ma che cionostante venne addiritura identificato, nella tradizione teosofica, come "l'individualità che avrebbe dovuto impedire la decadenza dello spirito del tempo" e che se non fosse stato ucciso (secondo alcuni per una trama dei Gesuiti) ci avrebbe salvato dai campi di sterminio nazisti. E sul cui conto, anche, esiste un bel film di Werner Herzog.

Nel nostro secolo, fece scalpore il ritrovamento di Amala e Kamala, due bimbe indiane (8 anni e 18 mesi) trovate dal reverendo Singh nel 1920 dentro la tana di un branco di lupi fra cui una femmina che arrivò a proteggerle, insieme alla sua cucciolata, al costo della sua vita. "Forse per le lunghe braccia e per il modo di alzare le ginocchia da terra, correvano velocissime, come fossero scoiattoli. Anche i loro sensi erano animaleschi. La loro vista era acutissima e i loro occhi sembravano risplendere nell’oscurità come quelli dei lupi. L’olfatto non era da meno: il più piccolo odore di carne, anche di un animale morto, le faceva accorrere subito. Non furono mai viste cacciare, tuttavia un giorno Kamala, alla vista della signora Singh, scappò con delle penne di uccello che le spuntavano tra i denti". Fallito ogni tentativo di rieducarle, da parte del reverendo che le aveva in cura presso il suo orfanotrofio, Amala morì dopo pochi mesi ("Kamala, che non aveva mai mostrato emozioni, annusò la compagna e pianse due lacrime"), Kamala una decina di anni più tardi.

Per venire a una vicenda più recente, nel 1997 Misha Defonseca pubblicò il bestseller Sopravvivere con i lupi (da cui venne poi tratto un film), storia che combina una tipica narrazione in prima persona dell'Olocausto e delle persecuzioni antisemite insieme appunto a un'improbabile avventura nei boschi in compagnia dei lupi. Storia che attirò l'attenzione dello studioso (un eclettico chirurgo) Serge Aroles, che denunciò la frode, poi confessata come tale (la si può assimilare a Frammenti di Wilkomirski, altro celebre fake olocaustico). Aroles aveva in precedenza pubblicato un ampio studio dedicato al debunking di molti casi, famosi e meno famosi, di "ragazzi selvaggi". Fra i casi studiati da Aroles, e denunciati come falsi, ci sono appunto il ragazzo selvaggio dell'Aveyron e le due bambine-lupo indiane, Amala e Kamala.

Victor era con tutta probabilità un ragazzo le cui cicatrici (descritte da Itard) non erano affatto il frutto di morsi o graffi di animali selvatici, ma l'effetto di più prosaici maltrattamenti dovuti a una mano umana (questo a dire il vero è accennato pure nel film, a proposito di una vasta ferita alla gola). Molti dei segni di Victor erano difatti delle bruciature, difficili da procurarsi in una foresta. Se confrontato con uno dei rarissimi casi autentici di "ragazzo selvaggio", ovvero Maria-Angélique, bambina amerindia di eccezionale intelligenza che riuscì a vivere per dieci anni nelle foreste francesi (Aroles ha dedicato una intera monografia al suo caso), Victor non presenta nessun segno di adattamento alla "vita selvaggia", risultando drammaticamente inadatto alla sopravvivenza. Quello che sappiamo di lui è che quando venne catturato gravitava intorno alle fattorie rubando verdure, poco che dimostri una lunga permanenza nella foresta. Più probabile il più recente abbandono di un fanciullo già disabile (molti studiosi odierni riconoscono in lui i sintomi dell'autismo, diagnosi comunque non facile).

Ben più grottesca e tragica la storia delle bambine indiane, non solo per la scarsa credibilità a priori della vicenda come viene tradizionalmente narrata, ma per l'orrore reale che si cela dietro la fantasia, una storia di maltrattamenti, umiliazioni e crudeltà inflitte dal presunto "benefattore", ovvero il reverendo Singh. Un ciarlatano smentito, oltre che dai documenti d'archivio, dalle mille contraddizioni contenute nei suoi stessi scritti, che rivelano una frode disgustosa. Le bambine secondo alcune testimonianze venivano picchiate per costringerle ad esibirsi nella camminata a quattro zampe. Le foto più famose che le rappresentano (e che si possono facilmente trovare sul web) sarebbero dei falsi scattati anni dopo la loro morte (quindi altre orfanelle costrette ad assumere pose umilianti, come il mangiare da una ciotola per terra). Secondo Aroles le bambine, lungi dall'avere sviluppato delle caratteristiche "lupesche" in seguito alla vita in compagnia di questi animali, erano affette da un grave disturbo neurologico (sindrome di Rett), cinicamente sfruttato dal reverendo per farsi pubblicità.

La stragrande maggioranza dei bambini-lupo o ragazzi selvaggi apparsi nella storia, insomma, per quanto possano a prima vista sembrare affascinanti, ha ben poco da dirci sull'annosa questione natura-società e sulle caratteristiche della specie umana nel suo habitat naturale pre-civiltà. Da questo punto di vista il loro studio è un completo fallimento, soprattutto per i ricercatori della originaria innocenza, visto che quando dimostrano qualcosa dimostrano appunto l'essenziale dipendenza dell'uomo dagli altri membri della sua specie per sviluppare delle normali facoltà mentali e per la sopravvivenza. Queste storie hanno però da dirci qualcosa sul nostro immaginario, sulla nostra capacità di ingannarci e di credere, e a volte anche sulla nostra capacità di ingannare e fare del male.