lunedì 30 maggio 2011

amiche formiche (by cozla)


Il post odierno è stato scritto su commissione da un'illustre filosofa del diritto di origini partenopee, Cozla, che ringrazio sentitamente

Ho mangiato una mela. Ho aperto il bidone e gettato le bucce nell’umido mentre dei ragazzini giocano a pallone. Stasera devo gettarlo: è domenica. Nel mentre, ricordo che da piccola giocavo con le formiche. Una frase che svela il suo vero carattere appena ci si rende conto che “con” non indica solo la compagnia, ma anche il mezzo. E diciamolo pure che questa cosa può ingenerare confusione. Eppure, questo approccio alla natura – tentativo di nobilitare il mio precoce sadismo – mi ha permesso di imparare tante cose. Soprattutto quelle di cui non mi rendevo conto di imparare. Quindi, sì, erano decisamente un mezzo. Ma anche una compagnia. Una compagnia del mezzo. Un mezzo sublimato dalla presenza contestuale. Che poi, compagnia e presenza contestuale pure sono concetti diversi, diciamo pure questo.

Chi trova un amico trova un tesoro. Un motto che ha avuto sempre molto successo, almeno finché sono durate le singole amicizie a cui è stato riferito. Trovare un tesoro. Un tesoro. Che già se ti fermi un attimo ti rendi conto che il concetto di tesoro implica quello di possesso, sennò è solo un ritrovamento fine a se stesso. Roba che se non sei un pallido boyscout dovrebbe risultarti finanche incomprensibile. E se non lo sei ti fa venire i brividi, tanta è la potenza ipocrita della sovrapposizione implicita.

Eppure, anche se fuggivi dal catechismo o, ragazzo fortunato, non ti ci portavano proprio, questa frase ti suona comunque familiare. Puoi farmi notare che un effetto simile te lo provoca “il cane è il miglior amico dell’uomo”, e che questa è una negazione dell’assunto precedente, giacché non c’è nessun cane che tu possa rivendere per ottenere le utilità economiche che ti fornirebbe un tesoro. Ma non lo farai, perché dovresti ammettere che hai associato il concetto di tesoro ad una chiave prosaica e materialistica. E questo ti fa sentire in colpa. (Vedi? Ci sono riusciti. Anche se eri a nuoto).

Mi piacerebbe trovare qualcuno che ragionasse, per amore dell’assurdo, progredendo con “e se anche potesse portarlo a casa, l’amico tesoro/ il cane tesoro, non potrebbe certo reimpiegarlo per comprare un nuovo iphone, o un’automobile, una barca. A meno che non lo vendesse al mercato degli organi, ma la manifattura verrebbe a impegnarlo eccessivamente. Tant’è che la gente abbandona i cani invece di cercare di inserirli in una strategia di marketing”. Ma, evidentemente, sarebbe troppo.

Tuttavia, senza voler scomodare il piccolo etico che è in te, possiamo dire che ‘tesoro’ si riferisca a qualcosa di sproporzionato rispetto all’aspettativa (misera) di vita (in quanto umana, in quanto mortale). Con ciò dando valore (spesso sublimato) alla scoperta. Il trovare. Il tesoro.

Lo stupore. Il farsi percorrere dal brivido che “d’ora in poi qualcosa cambierà”. Il nuotare nel proprio fabbisogno pensando che, da quel momento, le tue necessità saranno soddisfatte per sempre. E non solo. Che i tuoi sforzi sono stati premiati. La tua costanza nel camminare con lentezza, la tua pervicacia nell’inserirti in spazi angusti, che spesso ti sono preclusi e interdetti, è tutta in quel premio che ti circonda: il tesoro.

E questo è quello che credo pensino le formiche che percorrono le bucce di mela che ho gettato nell’umido. Ignare. Amiche formiche.