venerdì 6 maggio 2011

famiglia, lavoro, e libertà


La famiglia è l'istituzione sociale più conservatrice, ma allo stesso tempo più eversiva, che esista. Questa duplice natura è dovuta al fatto che l'istituzione conserva appunto molto del "naturale", dell'istintivo e animalesco, destinato a scontrarsi inevitabilmente con le istituzioni sociali vere e proprie.

Quando qualcuno tenta di fondare da capo un nuovo ordinamento sociale deve per forza di cose combattere con l'istituzione familiare, o alla fine venire a patti con essa. Ne sa qualcosa ad esempio la chiesa cattolica, nonostante si presenti come una istituzione "in difesa della famiglia". Opinione non esattamente condivisa da Gesù Cristo in persona, che disse parole terribili come: "Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi famigliari" (Mt 10, 34-38). Famoso anche l'episodio in cui la madre coi fratelli (sì, il testo dice proprio fratelli, ma non divaghiamo) lo cercano per dissuaderlo dalla predicazione:

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre" (Mc 3, 31-35).


Insomma Gesù non sembrava avere questo gran rispetto per la sua famiglia naturale, e nemmeno per sua madre. Il che è normale, per una persona che cerca di edificare una comunità umana basata su nuovi vincoli, su una comune fede religiosa, se non addirittura sulla fratellanza universale. Amare il prossimo tuo significa che devi amare tutti nello stesso modo, e non favorire in maniera particolare tuo fratello o tuo figlio. Ragione per cui infatti i sacerdoti non si sposano: essi sono votati alla Chiesa e al Signore, non possono pascolare le anime in maniera efficiente con una famiglia a carico.

Per il comunismo vale lo stesso discorso: la proprietà essendo collettiva non può esserci trasmissione ereditaria di ricchezze da padre a figlio, i beni appartengono tutti alla comunità. Nei kibbutz israeliani si è tentato addirittura l'ardito esperimento di mettere in comune i figli stessi, ovvero di crescerli come se non avessero dei genitori, ma di farli educare a tutta la collettività. Esperimento fallito, visto che dopo qualche anno i principi del kibbutz vennero revisionati proprio per restituire una certa importanza alla famiglia naturale.

La famiglia è una forza devastante, che può avere un impatto anche profondamente negativo sulla società e sul benessere comune. Il sociologo Banfield parlava del "familismo amorale", ovvero della tendenza a privilegiare i propri più stretti familiari e trascurare l'interesse comune, come del male principale che affliggeva il mezzogiorno italiano, come di una forza che allentava e distruggeva qualsiasi altro tipo di vincolo comunitario, di coesione sociale o nazionale. Molto prima che all'Italia, o al partito, si è fedeli alla propria famiglia.

Ma se è naturalmente compito dello Stato assicurarsi che certi incarichi vengano assegnati per "meritocrazia" e le cattedre universitarie – per esempio – tramite regolare concorso, una società liberale, non oppressiva, deve anche venire a patti con la famiglia e l'istinto di conservare tutto al suo interno. Siccome è desiderio di ogni padre di famiglia assicurare un futuro prospero ai propri figli, lo Stato non può esigere tasse di successione troppo onerose e privarli così dell'eredità che gli spetta. Non può nemmeno impedire che l'azienda di famiglia passi di padre in figlio, o che fra due candidati egualmente meritevoli un datore di lavoro scelga quello che gli è imparentato. Tutto questo lo troviamo normale e anzi ci stupiremmo del contrario, la maggior parte di noi considererebbe illiberale contrastare certi fenomeni. Dovremmo aspettarci, insomma, un grado di avversione all'istituzione familiare pari alla poca considerazione per la libertà.

Il paradosso che intendevo sottolineare, però, è che esiste anche una tendenza per cui sono proprio i movimenti politici più illiberali quelli che proclamano con più forza di voler proteggere e tutelare l'istituzione familiare. La soluzione del paradosso consiste, naturalmente, nel fatto che in realtà queste persone, se da un lato sono costrette a venire a patti con la famiglia, come ha fatto la chiesa cattolica, dall'altro si assumono il compito di controllarla. "Proteggere" la famiglia, significa in realtà proteggere la società dalla famiglia, significa contrastarne la libertà.

Prendiamo ad esempio il divorzio. La possibilità di divorziare non è un qualcosa che è "contro" l'istituzione familiare: il divorzio dà semplicemente la possibilità, a chi non va più d'accordo col coniuge, di formarsi una famiglia nuova, auspicabilmente più felice della precedente. La volontà di lasciare il partner quando le cose non vanno più bene, e cercarsene uno nuovo, è un qualcosa che è insito nella natura umana, almeno quanto la volontà di favorire i figli. È un impulso, però, che la società ha qualche ragione di contrastare.

Pensiamo prima di tutto all'asimmetria di potere fra i coniugi: una volta le donne non lavoravano quasi mai e dipendevano dal marito per vivere. Dare al marito la possibilità di ripudiarle in qualsiasi momento sarebbe stato ingiusto. Ma anche adesso che non c'è più una disparità così forte nelle condizioni sociali ed economiche fra uomini e donne si ritiene comunque che il partner più debole (e in genere viene considerata tale la donna) debba essere tutelato. Il che è giusto, ma non significa certo che si debba impedire il divorzio, come pretendeva la Democrazia Cristiana negli anni Settanta: si prevede al massimo un certo risarcimento economico che ripaghi dell'investimento andato perso per colpe non proprie.

Se il problema fosse solo quello di tutelare le donne, allo stesso tempo lasciando agli uomini la facoltà di cercarsi compagne alternative, magari più giovani, basterebbe forse lasciare aperta la possibilità della poligamia. Nonostante qualcuno ritenga che le società poligame rappresentino l'espressione di un insopportabile privilegio maschile un po' di riflessione dovrebbe far capire che un mercato dei matrimoni meno rigido in realtà è conveniente anche e soprattutto per le donne. Piuttosto che sposarsi con l'ultimo scarto rimasto, infatti, molte preferirebbero essere la seconda, terza, o ventesima moglie di Bill Gates.

Proprio l'ultimo esempio, però, fa capire quanto una certa rilassatezza dei costumi e una concezione non assolutistica dell'istituzione matrimoniale e del vincolo della fedeltà (e quindi anche l'abitudine dei miliardari di riempirsi di amanti) rappresentino un pericolo per la società tutta. Quando un uomo solo, grazie alle sue ampie risorse economiche, può permettersi di conquistare e mantenere una decina di mogli (o amanti) diverse, vuol dire che ci sono altri nove uomini che rimangono senza, e questa è davvero una bomba sociale. Vuol dire instabilità, tensioni, criminalità, stupri, alimentare il mercato della prostituzione, malessere, eccetera. Ecco perché esiste l'istituto del matrimonio monogamo e lo stigma sulla promiscuità.

Queste, insomma, sarebbero tutte ottime ragioni per tornare indietro rispetto al pericoloso cammino intrapreso dalla civiltà occidentale sulla scia di un maggiore rispetto per le libertà individuali contrapposte al benessere comune. Solo che in realtà è difficile tornare indietro e forse nessuno lo vuole davvero. Ormai la libertà individuale, almeno nel campo delle scelte sessuali, è considerata un valore intoccabile. Nessuno può imporre a qualcun altro di sposarsi, o di non divorziare, nessuno può interferire sulla scelta del partner, o impedire a qualcuno di farsi tutti gli amanti che vuole, e nessuno può decidere per conto di una donna se procreare o meno. Queste sono tutte limitazioni che hanno un "costo" per la collettività, ma è un costo che paghiamo più che volentieri. Tutti noi, con l'eccezione di qualche bacchettone e moralista residuo di epoche passate.

Se usciamo dal campo della sessualità (che è considerata la sfera intima e privata per eccellenza) vediamo però che altrove tutto questo rispetto per la libertà individuale non c'è. Si considera intollerabile interferire nella scelta da parte di un marito di cambiare moglie (o viceversa) ma è invece considerato assolutamente doveroso interferire nelle scelte degli imprenditori privati su come regolare i rapporti di lavoro con i dipendenti. Anche le scelte più banali devono assolutamente passare attraverso il consenso di un organismo preposto alla salvaguardia dell'interesse collettivo chiamato "sindacato". Ne è un esempio la recente polemica fra il sindaco Renzi e la segretaria della Cgil Camusso, sull'opportunità di tenere aperti i negozi il primo maggio. Una "provocazione" e un attacco sconsiderato ai valori della Repubblica, secondo molti, una semplice opportunità in più secondo altri.

Si noti che gli argomenti contro la libertà dell'imprenditore non sono poi troppo dissimili da quelli contro la libertà del coniuge di disporre come vuole del proprio corpo: ci sarebbe una disparità troppo grande fra datore di lavoro e dipendente per poter permettere l'esercizio di questa libertà. Ed è vero: in effetti i rapporti di potere sono tali per cui una persona può chiedere (in cambio di denaro, per carità) a un'altra persona di fare cose che la seconda persona non ha nessuna voglia di fare ma che è obbligato a fare lo stesso se desidera quel denaro che poi gli servirà per mangiare e vestirsi. Il che però è esattamente una definizione di "lavoro dipendente". Altrimenti il datore di lavoro potrà licenziarlo, esattamente come un uomo o una donna possono scaricare la moglie o il marito con cui non vanno più d'accordo.

Certo non è piacevole. Implica prima di tutto che una persona, solo esercitando la propria libertà (di disporre del proprio denaro come vuole, così come può disporre del proprio corpo) può danneggiarne un'altra. Eppure è una cosa che accettiamo tranquillamente nel campo delle scelte intime. Una donna che decide di abortire sta senz'altro procurando un danno al potenziale padre del bambino che magari aveva un forte desiderio di paternità (per non parlare del danno al feto che è controverso). Eppure (quasi) nessuno penserebbe di rivedere per questo la legge sull'aborto. E implica anche un potenziale danno per la collettività, ovviamente. Potrebbe implicare tensioni sociali, scioperi, lotta di classe eccetera.

Sono in realtà persuaso che una maggiore libertà porti alla fine un beneficio, almeno nel lungo periodo, per tutta quanta la collettività (sì, credo nel potere della mano invisibile), ma non è questo il punto. Il punto è che il progresso in materia di libertà individuali potrebbe comportare dei sacrifici che oggi ci appaiono intollerabili, ma forse un giorno accetteremo pacificamente come normali, così come consideriamo normale il diritto a fare le proprie scelte sessuali senza interferenze esterne. Ce ne è voluto di tempo per conquistare quelle libertà, confido che prima o poi arriveremo anche a queste ulteriori e necessarie conquiste di civiltà.