martedì 1 giugno 2010

storia dell'infanzia


Bambini, chi sono questi esseri, e cosa vogliono da noi?

Non sono agenti morali, non hanno responsabilità, non hanno nessuna autonomia. Non collaborano alle faccende domestiche, però mangiano e bevono e sporcano. Costano un sacco di soldi, ma non vanno a lavorare. Non sono neanche esseri umani, sono degli animaletti da conservare e accudire con cura, proteggendoli da ogni pericolo e da ogni possibile fonte di stress, almeno fino a quando non oltrepassano la soglia della maturità (fissata in un punto indeterminato), superata la quale sono pronti per essere presi a calci in culo come tutti e privati di ogni sentimento di pietà. Ma è sempre stato così?

Lo studio seminale sulla storia dell'infanzia è stato scritto da Philippe Ariès nel 1960, Padri e figli nell'Europa medioevale e moderna. Secondo Ariès, il sentimento dell'infanzia è in realtà un fenomeno recente, che nasce all'incirca nel XVIII secolo, e che non esisteva nel Medioevo o in epoca moderna. I bambini erano concepiti come adulti in miniatura, non come esseri speciali. Anzi, prima di aver superato i primi stadi dell'infanzia non venivano considerati affatto, e spesso non ricevevano neanche un nome (tanto c'era un'altissima probabilità che morissero), e una volta raggiunto un grado minimo di autonomia venivano subito catapultati nel mondo degli adulti. Non c'era nessuna infanzia da proteggere e preservare. Nessun mondo dorato.

Le fonti di Ariès erano soprattutto di tipo iconografico e letterario (ad esempio analizzava l'evoluzione della figura del bambino Gesù, nei primi tempi disegnato come un ometto, poi con tratti via via più infantili). Il suo approccio metodologico quindi è stato molto criticato, per il fatto ad esempio che venivano trascurate le questioni squisitamente teologiche e dottrinali che contribuiscono all'evoluzione iconografica del Cristo, o quelle di mera sensibilità artistica.

È uno studio, per stessa ammissione di Ariès esplorativo, che però ha dato il via a una notevole messe di volumi sullo stesso argomento. I libri di Lloyd de Mause (1974), Edward Shorter (1975), e Lawrence Stone (1977) raggiungevano tutti conclusioni assai diverse fra loro e rispetto ad Ariès, sull'epoca in cui sarebbe iniziata la transizione e sulle cause, però avevano tutti un punto in comune: sposavano cioè la tesi "discontinuista" di Ariès, e indicavano un mutamento epocale, nel passato più o meno recente, nel modo di concepire l'infanzia e quindi nelle condizioni di vita del bambino, e nel modo in cui veniva trattato e accudito.

Si noti che le due cose (l'ideologia e la prassi) sono profondamente diverse, ma non sempre questa distinzione è stata delineata con sufficiente rigore in letteratura. Comunque nel saggio di de Mause in particolare (contenuto nel volume, da lui curato, The History of Childhood), la tesi discontinuista di Ariès diventa una vera e propria storia di magnifiche sorti e progressive. Ovvero, le cose per i bambini sono andate sempre meglio:

la storia dell'infanzie è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci. Più si va addietro nel tempo, più basso appare il grado di attenzione per il bambino, e più frequentemente tocca a costui la sorte di venire assassinato, abbandonato, picchiato, terrorizzato, e di subire violenze sessuali.

In de Mause la tesi poi è collegata a una interpretazione "psicogenetica" della storia davvero difficile da prendere sul serio, nella quale ogni generazione di genitori, introiettando entro di sé i traumi subiti nel corso dell'infanzia e superandoli, realizza un modesto miglioramento rispetto alla generazione precedente, attraverso un lento processo graduale.

Per Shorter (The Making of Modern Family), invece

le cure materne ai figli sono un'invenzione del mondo moderno. Nella società tradizionale, lo sviluppo e la felicità dei neonati inferiori ai due anni erano considerati con indifferenza dalle madri – che invece, nella società moderna, pongono sopra ogni cosa il benessere dei bambini.

Anche Stone (The Family, Sex. and Marriage in England 1550-1800) parla di un notevole distacco affettivo fra genitori e figli, della "fiera determinazione a piegare la volontà del bambino per imporgli una totale soggezione all'autorità degli anziani e dei superiori, soprattutto degli anziani", e del frequentissimo ricorso alle punizioni corporali, prima che, a partire dal 1660 circa, si verificasse una trasformazione della teoria pedagogica e delle pratiche di allevamento dei bambini.

Non vi è dubbio che la cultura di una determinata società possa avere un profondo effetto sulle pratiche di allevamento, tuttavia è fondato pure il sospetto che questi storici le assegnino un'importanza troppo grande, considerato il ruolo essenziale dell'allevamento dal punto di vista della conservazione della specie. Sembrerebbe quasi, infatti, che solo attraverso la civiltà moderna e i moderni principi pedagogici l'uomo abbia imparato a trattare con una certa umanità i membri più piccoli della sua specie, mentre prima non si capisce neanche come i bambini potessero sopravvivere. E sono sempre sospette, le storie di progresso della nostra civiltà, anche per l'implicito giudizio negativo sulle altre culture, rimaste in uno stadio più arretrato. A meno che non si voglia dire che certi peccati sono propri solo dell'Occidente, mentre per qualche miracolo tutti gli altri popoli hanno subito scoperto, per magia, il modo corretto di allevare i bimbi (non mi stupirebbe, che si voglia dire questo: ho letto anche di peggio).

Linda Pollock col libro Forgotten Children, del 1983, provvide a fornire una critica articolata delle teorie precedenti, rifacendosi appunto a fonti, oltre che storiche, sociobiologiche, antropologiche, e allo studio dei primati. La conclusione, piuttosto scontata dal punto di vista del buon senso, è che non si rileva "nessun cambiamento nella quantità di dolore materno o paterno nel corso dei secoli e nessuna conferma alla tesi che i genitori, prima del XVIII secolo, fossero indifferenti alla morte della loro giovane prole".

Il dibattito è poi proseguito, fino ad oggi, con posizioni in genere più mediate rispetto al discontinuismo di Ariès e la sua negazione da parte della Pollock. Certo è che tesi come quelle di de Mause attualmente sono in netta minoranza. Il punto è: perché la gente crede a cose del genere, così in contrasto con la ragionevolezza? Perché ama raccontarsi incredibili storie dell'orrore a proposito della propria civiltà, e del proprio recente passato? O del presente, se è per questo. Perché, ad esempio, c'è gente che, oltre alle storie di pedofilia vera (che esiste), ama inventare storie sui pericoli corsi dall'infanzia e racconti popolati da potentissime sette di orchi satanici che organizzano traffici internazionali di bambini da seviziare? o di messaggi subliminali propinati ai nostri figli per propagandare in maniera subdola sesso e violenza? può sembrare un paragone azzardato, quello fra gli storici alla de Mause, e i complottisti della pedofilia (alla Max Frassi), ma secondo me c'è un collegamento.

Lloyd de Mause, raccontando la sua storia di progresso, vuole farci sentire più buoni, esaltando la cattiveria degli altri, in questo caso dei nostri antenati. Il male viene esorcizzato relegandolo nel passato. Nel caso dei professionisti dell'antipedofilia, il male è esorcizzato allontanandolo dalle famiglie (nelle quali avvengono la stragrande maggioranza dei casi di pedofilia) e relegandolo nelle oscure e alte sfere dei potenti e cattivi, totalmente al di fuori del nostro controllo e della nostra esistenza normale (fenomeno psicologico questo che spiega buona parte del complottismo).

In entrambi i casi i bambini sono visti come soggetti totalmente passivi e inerti, e proprio per questo come creature angeliche. Per de Mause la scoperta dell'infanzia, come qualcosa di autonomo e separato dal mondo dei grandi, coincide con un grande avanzamento della civiltà. Oggi, a differenza del passato, siamo in grado di riconoscere i bambini come creature sante, da proteggere dal nostro mondo corrotto e pieno di brutture. I bambini, per i professionisti dell'antipedofilia, possono avere un solo ruolo nello schema dell'universo: quello delle vittime. Sono incapaci di mentire, per loro costituzione, quindi qualsiasi cosa dicano è verità rivelata. Il prezzo da pagare è la loro passività, l'incapacità di essere agenti dotati di un'iniziativa e di poter influire in modo anche parzialmente autonomo sulla propria vita.

L'ironia è che questa è proprio la tesi opposta a quella di Ariès, che riprendeva un concetto elaborato qualche decennio prima da Norbert Elias ne Il processo di civilizzazione (1939). Pur all'interno della tesi discontinuista, infatti, Ariès intendeva deplorare come un fatto negativo la crescente distanza fra il mondo degli adulti e quello dei bambini. Conseguenza proprio del "processo di civilizzazione", e del controllo degli istinti ad esso collegato. Controllo degli istinti che tende appunto a far sì che gli adulti si distinguano dai bambini, ovvero che imparino le buone maniere e a comportarsi bene in società.

Quella di Ariès ed Elias era quindi una concezione romantica del passato medievale, nel quale i bambini venivano assorbiti in maniera del tutto naurale nella società adulta. Visione che aveva le sue pecche, ma che mirava a criticare la moralizzazione della società moderna, l'isolamento della famiglia all'interno di essa, la creazione di "quarantene" necessarie, come l'istituzione scolastica, prima che il bambino fosse ritenuto pronto ad integrarsi nel mondo adulto. L'imposizione dell'ordine e della disciplina, e la nascita del concetto di "infanzia fragile", in cui la protezione del bambino va di pari passo con la "correzione" e l'educazione di esso.

Insomma, proprio le stesse idee del Moige.