mercoledì 4 febbraio 2015

storia di profeti ed impostori


Nell’enciclica Ascendit de mari del 1239 Gregorio IX, fra i tanti misfatti di cui accusava l’Anticristo stupor mundi imperatore del Sacro Romano Impero Federico II, inseriva anche quello secondo il quale Federico avrebbe dichiarato che i fondatori delle tre principali religioni monoteiste allora conosciute, la giudaica, la cristiana, e la musulmana, erano tutti quanti impostori che ingannarono il mondo. È l’inizio della leggenda del Trattato dei tre impostori o De tribus impostoribus, che si supponeva composto dal letterato Pier della Vigna su ordine dell’imperatore.

Un libro blasfemo, un compendio di empietà e un viatico per l’ateismo la cui idea doveva disgustare, spaventare, e allo stesso tempo fatalmente affascinare le generazioni di intellettuali dei secoli successivi, che attribuirono la composizione dell’opera ai più svariati personaggi controversi loro contemporanei  – non preoccupandosi molto, a quanto pare, dell’incoerenza per la quale un libro che si supponeva circolare dal XIII secolo veniva attribuito a Jean Bodin, Pietro Aretino, Giordano Bruno, Erasmo da Rotterdam, Pietro Pomponazzi, Tommaso Campanella, Baruch Spinoza e molti altri.

Lo storico Georges Minois nel suo saggio Il libro maledetto ci narra con passione le vicende dell’opera che a un certo punto finisce davvero per vedere la luce, anche in diverse versioni. Il libro è troppo ricercato da curiosi e da bibliofili per non costituire una ghiotta occasione per editori e stampatori senza scrupoli, che raffazzonano da diverse fonti un prodotto più o meno credibile, più o meno sacrilego: se il De tribus impostoribus non esistesse bisognerebbe inventarlo*, e quindi lo si è inventato. Non si tratta solo di romanzesche avventure bibliografiche con misteriosi anonimi autori che agiscono nell’ombra, in un gioco di inganni e finzioni che ricorda una trama di Umberto Eco – del trattato parlano tutti male, perché non se ne può parlare bene, ma parlandone male finiscono per fargli pubblicità, spesso se ne riassumono le tesi principali col pretesto di confutarle ma in modo che la confutazione appaia meno convincente del confutandum. Il libro di Minois finisce per essere, dicevo, anche una piccola storia dell’ateismo attraverso i secoli (e del resto Minois è proprio autore di una Storia dell’ateismo di maggiore ampiezza).

La sovrapposizione dei due temi, forse necessaria dato che ogni pensatore libertino o sospetto di ateismo è anche automaticamente sospettato di essere l’autore del trattato, mette se non altro in luce un aspetto interessante della storia del pensiero ateo o antireligioso, ovvero il tema dell’impostura. Ovvero per molto tempo nella storia occidentale essere ateo ha avuto un significato lievemente diverso da quello di oggi. Non tanto e non solo di negazione assoluta dell’idea di una divinità qualsiasi (in realtà anche panteisti e deisti potevano essere considerati atei), ma soprattutto negazione della reale ispirazione celeste dei fondatori delle religioni tradizionali, al punto di qualificarli come veri ingannatori di popolo, volgari prestigiatori e illusionisti, arruffatori di masse. Lo scopo dell’impostura, in quella che appare tutto sommato una sorprendente lucidità, è sempre considerato eminentemente politico, a volte visto anche in una luce positiva, come salutare imbroglio a fin di bene, per costruire una nazione e condurla vittoriosamente verso altri popoli.

È un tema ben presente ad esempio nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Machiavelli, per il quale Numa Pompilio ha il merito di aver introdotto quelle riforme religiose e quei culti necessari a “volere mantenere una civiltà”, anche se per fare ciò dovette simulare di “avere domestichezza con una Ninfa, lo quale lo consigliava di quello ch’egli avesse a consigliare al popolo”. Machiavelli continua dicendo che non vi fu mai un “ordinatore di leggi straordinarie in un popolo che non ricorresse a Dio” facendo anche l’esempio di Licurgo e Solone. Infine arriva a sfiorare lo spinoso tema cristiano, ma solo per dire che è a causa della corruzione dei ministri della chiesa romana che l’Italia si trova così a mal partito. La lamentela è apparentemente devota, in fondo Machiavelli vorrebbe gli italiani maggiormente rispettosi degli originari principi e valori cristiani, ma a ben guardare la sua è una considerazione assai cinica: Cristo è solo un mezzo che giustifica il fine, esclusivamente politico, e l’accostamento con Numa Pompilio potrebbe suggerire che anch’egli fosse un simulatore.

Anche per Hobbes i fondatori di religioni sono al tempo stesso legislatori, ma in maniera ambigua distingue due tipi di tali personaggi: quelli che simulano di avere ricevuto un’ispirazione divina e creano una religione secondo il proprio capriccio, e quelli che invece eseguono effettivamente la volontà di Dio. Numa Pompilio e Maometto appartengono al primo tipo, Mosè e Gesù ovviamente al secondo. La cosa divertente è che spesso i pensatori atei prendono a prestito dai –  o talvolta prestano ai – loro nemici gli stessi argomenti dei quali questi ultimi si servono per combattere le religioni avversarie. Per un ebreo Gesù sarà un falso profeta, come Maometto, un cristiano avrà maggior rispetto per Mosè che però è pur sempre un ebreo, ma considererà Maometto il più ignobile fra tutti gli impostori (quando non emergono seminascosti sentimenti di ammirazione o addirittura invidia per sue le capacità di condottiero), mentre almeno l’islam si dimostra in questo molto più tollerante, includendo sia Mosè che Gesù fra i veri profeti.

Al di là della volontà denigratoria rispetto ai fondatori di religioni e verso i loro seguaci emerge insomma un discorso interpretativo tutt’altro che banale, precursore della critica marxiana alla religione come sovrastruttura al servizio del potere e oppio dei popoli. Ma non solo, attraverso l’indagine demistificatoria intorno alle vite dei profeti viene anticipato anche il discorso storiografico moderno, che cerca di separare il Cristo come personaggio storico, da indagare con gli strumenti dell’analisi scientifica, da quello della fede, comunque posto su un piano separato di legittimità. È proprio Spinoza, il più autorevole fra gli “autori” del Trattato, che può effettivamente essere considerato il padre della moderna esegesi biblica, che si svolge per il tramite del confronto fra le varianti del testo, i suoi errori lacune ed omissioni, l’analisi della lingua in cui è scritta, la ricerca delle motivazioni degli autori e l’indagine sul loro ambiente socio-culturale, e sul pubblico cui si rivolgevano. Tutte cose che sicuramente facevano scandalo al tempo di Spinoza ma che per fortuna oggi sono tranquillamente accettate anche dai più intransigenti cristiani.

Anzi, se il Trattato dei tre impostori non si fa molti scrupoli nell’usare gli stessi argomenti dei cristiani contro Maometto, è da notare che è negli stessi ambienti dai quali esce il Trattato che invece cominciano ad emergere voci dissidenti di apprezzamento nei confronti dell’islam e del suo fondatore, giudizi che nascono proprio da una maggiore conoscenza e comprensione dell’Oriente. Ci riferiamo ad esempio alla straordinaria figura del conte di Boulainvilliers (1658-1722), aristo-libertario, primo traduttore francese di Spinoza, che nella sua Vita di Maometto attingendo alla descrizione sociologica e antropologica mette a confronto cristianesimo e islam, giungendo a considerare quest’ultimo un sistema di credenze e un culto tutto sommato più razionale, e criticando la leggenda nera cristiana intorno al suo fondatore. Leggenda che invece sarà ripresa, con cieco furore, da Voltaire proprio in risposta a Boulainvilliers, nel dramma Maometto o del fanatismo. Un Voltaire, questo, oggi particolarmente apprezzato da personaggi certo non vicini all’ideologia illuminista come Magdi Allam (che forse non coglie appieno il messaggio di Voltaire, allora diretto contro Maometto anche in quanto – allora – bersaglio meno rischioso).

Sembra che gli eredi attuali degli “spiriti forti” del XVII-XVIII secolo siano passati attraverso un processo che ne ha filtrato alcune caratteristiche, lasciando solo la parte dell’invettiva antireligiosa**, in una posa anticonformistica ed eroica non proprio e non sempre convincente, almeno oggi che nessuna autorità ha il potere di condurti al rogo per eresia, e i rischi semmai vengono dai margini della società, dalla periferia verso il cuore dell’impero, in cui unica religione di stato è l’assenza (non visibilità) di religione, la laicità. Ma è un peccato, dicevo, che la rivendicazione, sacrosanta, della propria indipendenza di pensiero non sia sempre accompagnata da quello stesso sforzo razionale di comprensione e di critica che animava i coraggiosi atei ed anticristi dei secoli passati, da Federico II a Spinoza passando per Giordano Bruno.



*L’adagio voltairiano “se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo” curiosamente è proprio formulato in una Epistola all’autore del Libro dei tre impostori, opera in cui il celebre filosofo illuminista si cimenta nell’impresa di confutare il Trattato.

** Può essere considerato sintomatico che in seno all’ateismo militante la tesi più in voga riguardo a Gesù Cristo non sia più quella dell’impostura ma quella dell’inesistenza storica (una tesi che pochi storici prendono sul serio), quasi a non voler fare i conti con la sua figura a nessun titolo.