venerdì 1 febbraio 2013

come salvare la vita a un filosofo


I pochi lettori che mi seguono sanno che io certe cose non le ho mai fatte, e per certe cose intendo le marchette agli amici blogger e alle conventicole della rete (mi fa sempre ridere la parola conventicole), quindi sono un po' in imbarazzo a rompere il silenzio plurimensile di questo blog per segnalare un libro scritto da un mio amico di penna.

Però, ecco, si dà il caso che mentre iniziavo a leggere questo lepido libro di filosofia, scritto come dicevo dal mio amico Francesco Rende, filosofo e psicologo romano, nonché perito grafologo, mi è giunta improvvisamente la notizia che Francesco Rende è stato fermato dai vigili e salatissimamente multato, cosa che mi ha mosso a compassione. E quindi mi sono detto che forse se pubblicizzavo il libro sul mio blog avrei dato il mio piccolo contributo a renderlo quel bestseller che certamente sarà, e quindi aiutare il mio amico a pagarsi la multa e il motorino nuovo confiscato.

La cosa curiosa è che il libro in questione dovrebbe essere una sorta di compendio di saggezza filosofica, un manuale per affrontare la vita e le sue situazioni prendendo come spunto i grandi filosofi del passato. Ora, potrebbe sembrare che l'Autore del libro, visti i suoi comportamenti sconsiderati e delinquenziali, sia la persona meno adatta per insegnare certe cose: voglio dire, prendereste lezioni di filosofia morale da Fabrizio Corona?  E la risposta è: perché no?

In fondo nessuno degli autori menzionati nel presente libro può dirsi un modello da seguire senza se e senza ma, e questo è forse uno dei principali insegnamenti che si possono trarre: mai avere un unico modello di riferimento nella vita, ma prendere da ciascuno il meglio che può offrire. L'impressione, in effetti, è quella di un certo eclettismo anche un po' dispersivo e confusionario, ma con ottimi spunti di riflessione. Di Socrate ad esempio si sostiene, in un capitolo, che è morto da stupido, e che non si dovrebbe mai portare la coerenza ai propri principi fino al punto estremo di sacrificare la vita. Nel capitolo seguente lo si loda per la sua coerenza. Quel che l'Autore vuole dirci è che ogni medaglia ha il suo rovescio.

Sempre a proposito delle disavventure dell'Autore, direi che casca a fagiolo pure il capitolo sul cirenaico e puttaniere Aristippo, laddove si sostiene che bisogna vivere il presente, e non preoccuparsi troppo del futuro. Una volta Aristippo infatti comprò una pernice per cinquanta dracme, e a chi lo rimproverava per questo chiese "tu la compreresti per un obolo? ebbene per me un obolo vale cinquanta dracme". Il nostro Autore conclude il capitolo scrivendo: "E allora andiamo al mercato a comprare una pernice. Perché un obolo della nostra vita non vale cinquanta dracme di preoccupazioni" (frase che in realtà assume un significato sinistro, col senno di poi).

Nel capitolo dal titolo "Consultate un osservatore imparziale", centrato su Smith e Hume, si sostiene che nessuno è nella migliore posizione per giudicare se stesso e i propri comportamenti, che ognuno, si potrebbe anche dire, ha un grosso conflitto di interessi riguardo alla propria persona. Ne dovrebbe seguire, logicamente, la necessità di ascoltare con attenzione i consigli e gli avvertimenti del prossimo, cosa che potrebbe evitare un sacco di inconvenienti.

Si sarà capito, insomma, che l'Autore è più epicureo che stoico, e che ad esempio non riserva un trattamento particolarmente favorevole all'etica del dovere di Kant, riassunto nella massima "rifiutate categoricamente ogni imperativo". Kant è preso anche come spunto, piuttosto, per narrare l'affascinante storia del filosofo ed esegeta kantiano, appunto, Jean-Baptiste Botul, autore de La vita sessuale di Kant. Autore al centro di un piccolo scandalo accademico per il fatto di essere stato seriamente citato da Bernard Henry-Lévy nonostante si trattasse di una burla, dell'invenzione di un giornalista satirico. Ma l'Autore sottolinea come in fondo non sia affatto importante l'esistenza concreta di Botul, quando esistono certamente le interpretazioni a lui attribuite (per il fatto stesso che gli vengono attribuite). Posizione che, tendente a scagionare Henry-Lévy e coloro che sono cascati nella burla, forse andrebbe pesata con quanto si diceva prima a proposito dell'osservatore imparziale.

In definitiva, io consiglio il libro perché è divertente, e dico davvero, nel senso che mi sono spesso sorpreso a ridacchiare mentre leggevo, ed è pieno di battute carine, e può quindi assolvere egregiamente al compito di insegnare qualcosa di utile al tempo stesso dilettando. Anche le riflessioni dell'autore del resto sono spesso non banali e dilettevoli.

Non lo consiglierei mai invece come sostituto "leggero" di un manuale di filosofia (cosa che saggiamente viene sconsigliata anche nell'introduzione). Non è un bignami di storia della filosofia e non può essere assolutamente usato in quel modo, è piuttosto un viaggio nell'affascinante testa dell'Autore condotto seguendo la traccia delle più grandi menti del passato.

Anche perché, venendo alle note dolenti, non mancano – non dico le interpretazioni sulle quali non mi trovo perfettamente d'accordo, cosa che non sarebbe assolutamente un problema – ma anche qualche "sfondone" che appunto potrebbe non far fare un figurone in un eventuale esame a uno studente (come la trattazione del paradosso zenoniano su Achille e la tartaruga). Dettagli, una volta che si è compresa la vera natura dell'opera, ma che tuttavia fanno rimpiangere una revisione maggiormente accurata da parte dell'editore.

Concludo dicendo che l'Autore ha anche due gattini da nutrire.