domenica 10 ottobre 2010

se la verità fosse femmina

Che il rapporto fra i filosofi e le donne sia sempre stato problematico è stato sancito, fra gli altri, da Nietzsche con un celebre aforisma contenuto all'inizio di Al di là del bene e del male: "Posto che la verità sia una donna, e perché no? Non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? […]. Certo è che essa non si è lasciata sedurre".
Il povero Nietzsche aveva forse i suoi motivi per esprimersi in tal modo: sappiamo che non fu molto fortunato con le donne. Aveva la brutta abitudine di innamorarsi di quelle degli altri, che è sempre un'ottima ricetta per l'infelicità. Come Lou Salomé, o come Cosima Wagner. Certi biografi sostengono che la sua rottura con Wagner fu dovuta non tanto a motivi filosofico-teoretici, o all'antisemitismo del musicista, come vogliono alcuni, ma a ragioni strettamente personali e anzi di natura piuttosto intima. Wagner rivelò infatti al dottore di Nietzsche di essere preoccupato per l'eccessiva tendenza all'onanismo del suo amico filosofo, abitudine sicuramente favorita dalla presenza di Cosima. Pettegolezzi che Nietzsche non apprezzò particolarmente. Il fato, carogna, volle poi che non solo fosse poco pratico nel sedurre le donne, ma piuttosto sfigato anche in quelle occasioni in cui le frequentava a pagamento, dato che le drammatiche circostanze della sua morte possono essere, in ultima analisi, ricondotte a questo (no, non è stata la vertigine del pensiero nichilista a renderlo folle, è stata più probabilmente la sifilide).
La sua personale infelicità lo rese comunque acuto nell'osservazione delle altrui miserie, come quella di Socrate, esempio paradigmatico del rapporto conflittuale fra il pensiero filosofico tradizionale, maschile, astratto, logo e fallocentrico, e l'altrui sesso. Il filosofo greco, perso nelle sue speculazioni, viene continuamente molestato dalla moglie Santippe, donna stupida, ignorante, ma soprattutto concreta e quindi insopportabile, ragion per cui non stupisce che Socrate, una volta compiuti i doveri coniugali legati alla mera riproduzione, preferisca la illuminata compagnia degli efebi, e si intrattenga con questi in profondi discorsi sulla natura del bene e del male. La nascita stessa della filosofia greca sarebbe quindi dovuta al brutto carattere delle donne, un riconoscimento non so quanto lusinghiero. Certo è che piacerebbe conoscere pure la versione di Santippe.
L'espressione "amore platonico", con la quale si designa appunto il particolare tipo di rapporto che Socrate e i suoi seguaci intrattenevano nei confronti non solo delle donne ma dell'eros in generale, è comunque una delle più fraintese di tutti i tempi. Oggi intendiamo con "amore platonico" un vincolo di grande amicizia e affetto reciproco che però non trova sfogo nel sesso, ma con grande sacrificio viene sublimato in altri modi (qualcosa di simile a quello che faceva Nietzsche, dopotutto), mentre in un certo senso si tratta dell'esatto contrario. L'amore platonico non è un amore senza sesso (ci può essere), ma un amore che non è affatto un amore, perché non comprende il sacrificio, il donarsi all'altro, il vero attaccamento a una persona diversa da sé, ma è un amore dove l'altro è visto solo come uno strumento per la propria elevazione spirituale. L'amore platonico è precisamente quello dove non esiste la passione e il travolgimento dei sensi, perché l'altro è solo un mezzo in vista di un fine personale.
Ma il filosofo ama talvolta presentarsi anche nelle vesti del seduttore, tentando forse di smentire lo stereotipo nicciano, in realtà senza riuscirci. L'affabulatore, l'abile giocoliere delle parole, colui che tenta di circuire la verità così come circuisce le donne per portarsele a letto e poi scaricarle, che ogni giorno apre il giornale e si inventa una battaglia di civiltà in cui lanciarsi e alla quale dare prestigio con la propria intelligenza, e non importa quale causa perché tanto le parole e gli argomenti verranno (in fondo è per questo che viene pagato un filosofo), ben rappresenta certi vizi della nostra epoca. Quella dell'immagine, dove non conta la sostanza, ma l'apparire, dove l'estetica è la disciplina più influente e seguita, ben prima della teoretica e della morale, dove l'atteggiarsi è tutto, e la camicia bianca sbottonata vale più di mille concetti. La tristezza di tutto questo, di questa insostenibile leggerezza, questa finta disinvoltura, fa appunto rimpiangere la serietà di un Socrate, che almeno nutriva un disprezzo genuino per le cose mondane.
"Un filosofo sposato è un personaggio da commedia", sostiene dunque ancora Nietzsche. Di tutti i personaggi della storia della filosofia, a me ne viene in mente solo uno che abbia avuto un rapporto, pare, felice e gratificante con le donne. Si tratta di Paul Feyerabend, il filosofo del relativismo, autore di Contro il metodo, famoso anche per essere stato citato da Ratzinger a proposito di Galileo Galilei (l'astuzia della ragione: il più grande avversario del relativismo che cita proprio Feyerabend). Nella sua autobiografia, scritta pochi mesi prima della morte, e proprio durante la malattia che lo ha ucciso, Feyerabend racconta fra le altre cose di come abbia partecipato come ufficiale nazista alla seconda guerra mondiale, riportandone una ferita alla gamba che gli avrebbe reso impossibile, per il resto della sua vita, camminare senza l'uso di un bastone. Un'altra cosa gli era impossibile a causa della ferita, e cioè proprio una normale attività sessuale, ma questo non gli impedì mai di innamorarsi e di essere amato.
L'essenza del pensiero filosofico di Feyerabend, in estrema sintesi, era "tutto va bene". Intendendo che non esistono ricette per scoprire la verità, che nessun filosofo potrà mai arrogarsi la pretesa di dire a uno scienziato, o a qualsiasi persona comune se è per questo, come dovrebbe pensare. Si definiva un "anarchico della conoscenza". Io, a dire il vero, non ho mai avuto grosse simpatie per il pensiero relativista, ma si potrebbe opinare, in primo luogo, che Feyerabend fosse davvero un relativista (dubitava della stessa nozione di verità, o dei percorsi tradizionalmente battuti per cercare di raggiungerla?), e in secondo luogo che facesse sul serio. Aveva un atteggiamento scanzonato nei confronti di tutto, e in primo luogo nei confronti di se stesso. Sinceramente autoironico, proprio come Socrate, più di Socrate, era perfettamente consapevole di recitare un personaggio, di essere un troll che si divertiva a violare ogni tabù. Difendeva l'astrologia, difendeva il voodoo, difese anche la Chiesa e Bellarmino contro Galileo (consapevole di dare scandalo). Lo fece non perché convinto che Galileo avesse torto o l'astrologia avesse davvero una qualche validità, ma perché temeva che la Scienza prendesse il posto della Religione, come unico e privilegiato sistema di riferimento.
Un atteggiamento pragmatico, non assolutista, quindi, che alla fine non può che risolversi in una maggiore saggezza pratica, nel rapporto col mondo e soprattutto con gli altri. Feyerabend è uno dei pochi filosofi che stanno simpatici a mia moglie, forse perché nella sua autobiografia, e soprattutto negli ultimi capitoli, non parla altro che di sua moglie (una giovane studentessa italiana con la quale si era trasferito da Berkeley a Roma), con entusiasmo quasi infantile. Una persona cattiva potrebbe persino dire che si era un po' rincoglionito. E le sue ultime parole parlano di amore nei confronti dell'umanità, un'umanità che si intuisce fatta di persone in carne e ossa, e non assunta come valore astratto.
E poi per una foto, quella che mostra il "filosofo al lavoro" (quello che io dovrei fare un po' più spesso, forse).