martedì 5 marzo 2013

Dio e Pierre Dukan


Credere in Dio è razionale? La domanda in realtà è ambigua. Noi bright siamo convinti che non c'è nessun argomento razionale, almeno fra quelli noti e tradizionali (prova ontologica, prova cosmologica, argomento del progetto, eccetera) che riesca a dimostrare l'esistenza di Dio in maniera convincente. Ma questo non esclude che credere in Dio possa essere "razionale" in un altro senso, come viene evidenziato dall'argomento della scommessa di Pascal.

Pascal, attingendo alla teoria della probabilità e a quella che oggi chiameremmo teoria della decisione razionale, mostra come sia sufficiente che l'ipotesi del dio che ci punisce con i tormenti infernali nel caso in cui non crediamo in lui, mentre premia la nostra fede con la beatitudine eterna, non abbia probabilità zero per costituire un motivo valido di conversione. Nel caso, probabile, in cui sbagliassimo a credere, infatti, quel che perdiamo è poco (le gioie di una vita peccaminosa, nulla di che), ma se invece sbagliamo a non credere perdiamo tutto.

La cosa singolare è che, come del resto Pascal sapeva benissimo, questo argomento costituisce tutt'al più un "motivo" per credere, ma non una vera "ragione", nel senso che non fornisce nessuna evidenza, nessun supporto né empirico né logico, in favore dell'ipotesi dell'esistenza divina. Io posso convincermi che credere di avere i capelli rossi mi renderebbe più felice, migliorerebbe la mia esistenza, e quindi sforzarmi di credere di avere i capelli rossi, e questo potrebbe persino essere razionale da parte mia, ma questo non è un argomento a favore dell'ipotesi dei capelli rossi. È semmai una ragione per diventare irrazionali, una sorta di razionalità di secondo ordine. Pascal si rendeva talmente conto che non è sufficiente convincersi che sarebbe meglio credere in Dio per crederci davvero (uno dopotutto non può decidere di credere in qualcosa in cui non crede) che propone anche varie strategie per mettere a tacere la ragione, come ad esempio l'ipocrisia programmata, iniziare a fingere di credere, nella speranza che col tempo l'assuefazione alla finzione faccia dimenticare l'iniziale scetticismo.

C'è ovviamente un'altra difficoltà con l'argomento della scommessa di Pascal, come possiamo riconoscere meglio noi che siamo abituati a un'offerta sul mercato delle religioni estremamente più ampia di quella che era possibile ai tempi di Pascal. Ovvero il fatto che l'argomento di per sé non consente di scegliere tra nessuna delle tante fedi che promettono ricompense e punizioni ultraterrene. Nemmeno l'ipotesi che l'universo sia governato da un Grande Puffo che vuole che noi ogni plenilunio ci coloriamo il corpo di blu e corriamo nudi per le strade pena l'essere divorati eternamente dopo la morte da Gargamella può dirsi avente probabilità zero. Quindi siamo altrettanto motivati a credere nel Dio di Abramo e Isacco quanto lo siamo a credere nel Grande Puffo, con l'inconveniente che queste credenze sono non solo logicamente incompatibili fra loro (si potrebbe cercare di mettere a tacere anche il principio della coerenza, in fondo), ma che si escludono anche in un altro senso, ovvero che sbagliare fede mi porterebbe alla dannazione ("io sono un Grande Puffo geloso").

Tuttavia, una volta riconosciuta la legittimità di indagare le questioni di fede dal punto di vista della teoria della decisione razionale, ovvero di considerare il credente non come un folle invasato per definizione, ma come un agente economico razionale che massimizza il proprio interesse, non si vede perché dovremmo fermarci qui: questo tipo di indagine può offrirci molto di più e farci comprendere meglio alcuni aspetti delle religioni che conosciamo. Supponiamo che qualcuno abbia deciso che sarebbe meglio per lui credere in Dio: non ci interessa qui se tale decisione è razionale o meno, probabilmente la questione è irrisolvibile, nel senso che si tratta in fondo di valori soggettivi che trascendono l'ambito della razionalità (è razionale per me preferire lo yogurt alla banana piuttosto che quello alla fragola?). Il problema che si pone a questo individuo, adesso, è quello di scegliere il dio che più soddisfa le sue esigenze, quello di orientarsi in un'offerta di mercato estremamente vasta e variegata, un mercato dove esiste una concorrenza spietata. Può la teoria della decisione razionale aiutarci a comprendere le sue scelte? Il soggetto religioso rimane un agente economico razionale? E può una tale indagine aiutarci a comprendere anche le caratteristiche delle religioni, intente a conquistare clienti e nicchie di mercato con ogni mezzo disponibile? È quel che sostengono alcuni sociologi della religione, come Rodney Stark, ed economisti come Lawrence Iannaccone.

Possiamo paragonare una religione a una dieta: le diete promettono di far perdere chili, a condizione che si adotti un determinato comportamento, le religioni vendono invece la possibilità di vivere eternamente, sempre a determinate condizioni. Religioni e diete presentano inoltre delle notevoli somiglianze, per esempio in quanto nessuno, e nemmeno fra i cosiddetti "esperti", è davvero in grado di dimostrare una maggiore efficacia di un tipo di dieta su un altro, e nemmeno se esiste un metodo garantito per dimagrire. D'altronde questo tipo di incertezza non rende necessariamente irrazionale il comportamento di chi si mette a dieta: può essere ragionevole assumersi dei rischi, quando il potenziale beneficio è alto. Nel valutare le scelte dei consumatori quindi dovremo sospendere il giudizio su quale dieta, o quale religione, sia quella "giusta" e piuttosto cercare di scoprire le strategie in base alle quali le religioni, o le diete, cercano di conquistare credibilità presso i potenziali acquirenti.

Una prima constatazione, che può immediatamente risolvere il paradosso del Grande Puffo enunciato in precedenza, è che i consumatori cercano di valutare i benefici di un potenziale acquisto osservando il comportamento di altri consumatori. Sembra abbastanza razionale seguire una dieta che è seguita da altri milioni di persone, piuttosto che fidarsi di un perfetto sconosciuto totalmente privo di seguaci. Anche nel comprare un libro o nello scegliere un film ci facciamo indirizzare dalle classifiche di vendita: "il libro che ha venduto oltre un milione di copie", "il film che ha sbancato il botteghino". La religione è un fenomeno sociale, quasi mai privato, e il comportamento delle persone che ci circondano ci influenza profondamente.

Altrettanto importanti delle classifiche di vendita sono i testimonial, meglio se autorevoli, dove autorevole può significare famoso e popolare (Tom Cruise, Alessia Marcuzzi), oppure che ci fidiamo per conoscenza personale (il nostro barbiere, l'amico, il marito o la moglie). Ogni nuova setta, pare, comincia a diffondersi all'interno di una ristretta cerchia di conoscenti, di persone che si fidano l'una dell'altra. In omaggio al detto "non chiedere all'oste se il vino è buono" ci fidiamo ancora di più di un testimonial che vanta gli immensi benefici di una dieta, o di una religione, quando sappiamo che non ha nulla da guadagnare nel fare propaganda ("non ho ricevuto nessun compenso per questo annuncio"), o che addirittura corre dei rischi. Questo è alla base della vocazione al martirio e al sacrificio personale presente in molte religioni. Quelle terribili storie di santi bruciati, decapitati, lapidati, scuoiati, divorati dalle fiere, sono l'equivalente, in advertising, di "il film che è stato censurato in 18 paesi" o "la terribile verità sulle diete che big pharma non avrebbe voluto farvi leggere".

Ho appena scritto che la pubblicità dei sacrifici può spingere una persona ad aderire ad una religione, ma diverso è chiedersi perché una persona religiosa dovrebbe compiere dei sacrifici personali, perché dovrebbe per esempio astenersi dal mangiare del porco, o dal commettere atti impuri. Il problema è che apparentemente, e proprio dal punto di vista della massimizzazione dell'utilità, parrebbe sensato minimizzare i costi. In realtà è chiaro che nessuno seguirebbe con convinzione una dieta che dice semplicemente "fai il cazzo che ti pare", sempre per la credibilità, ma nel caso delle religioni c'è un altro aspetto da considerare, ovvero il problema dei free-riders. Se il successo di una religione, e il grado di soddisfazione dei suoi adepti, dipende dal grado di impegno profuso dagli adepti stessi, tutto questo sforzo rischia di essere vanificato una volta che a quella religione di successo aderiscono persone troppo svogliate per partecipare agli sforzi della comunità, che si vogliono fregiare del titolo di "buoni cristiani" ma si fanno vedere in chiesa solo quando c'è da riscuotere, in occasioni di matrimoni o battesimi. Una buona organizzazione religiosa allora cercherà di aumentare i costi della partecipazione per scoraggiare gli eventuali scrocconi della vita eterna, consentendo in tal modo anche una maggiore riuscita dei suoi eventi (più siamo al concerto della parrocchia e meno rimpiangeremo di non essere andati al cinema).

Il tipo di analisi sociologica della religione in termini di razionalità qui proposto, se corretto, consente di rovesciare alcune delle assunzioni più semplicistiche spesso fatte da noi bright (o almeno i meno brillanti fra noi): sembra poco verosimile, per esempio, che la religione in futuro sparisca come un retaggio dell'ignoranza dei secoli passati e venga definitivamente soppiantata dalla scienza e dalla tecnica, come vorrebbe la tesi del "disincantamento" del mondo di Max Weber. Questo per il semplice fatto che il prodotto "immortalità" troverà sempre degli acquirenti.

Una cosa che potrebbe deludere persino alcune persone religiose più propense al razionalismo, invece, è che sembra altrettanto improbabile che le religioni popolari, che hanno al centro della loro dottrina un dio personale e antropomorfo che "commercia" letteralmente con i fedeli (ascolta le preghiere, esaudisce i desideri, ma punisce gli inadempienti) sparisca in favore di un insipido deismo con protagonista un "principio cosmico" alla base dell'universo indifferente ai destini dell'uomo. Qui, appunto, i due significati di "razionale" sviscerati all'inizio del post, divergono: un dio impersonale è forse più razionale del severo signore con la barba della nostra immaginazione fanciullesca, ma non c'è nulla di razionale nell'adorare un "qualcosa" che non è in grado di darci nulla in cambio, e non può nemmeno ascoltare le nostre preghiere.

Quanto a me, devo confessare la mia irrazionalità. Sono persuaso che potrebbe convenirmi credere in Dio, però ho anch'io la mia religione, a volte molto esigente, e questa mi proibisce di credere cose false.