lunedì 30 aprile 2012

dov'ero


Volevo solo rassicurare i miei milioni di fan e dire che non sono morto. Se da un paio di mesi almeno non scrivo più una riga sul blog è semplicemente perché ho da fare, con il che intendo dire che ho da lavorare. Capirai che novità, direte. No, non è che prima fossi nullafacente e mi occupavo solo di scrivere scemenze su un blog, è solo che questo che sto facendo comincia ad assomigliare ad un lavoro vero, sebbene ancora precario, e con lavoro vero intendo dire che mi alzo alle sette di mattina.

Quello che è successo è che mi hanno affidato una supplenza, e quindi insegno scienze umane in un liceo. Non me lo aspettavo, nel senso che l'abilitazione per insegnare l'ho presa diversi anni fa e oramai mi ero rassegnato ad essere solo un numerino in graduatoria (cosa che molto probabilmente tornerò ad essere dopo giugno). Quindi mi sono ritrovato, da un giorno a un altro, davanti a delle classi piene di ragazzini (ragazze, perlopiù, ma la lingua italiana vuole che in questi casi si usi il maschile) pendenti dalle mie labbra e ai quali avrei dovuto insegnare.

Cioè, dovete capire che è traumatico: una cosa è pontificare su un blog, magari giocando ad avere l'opinione controcorrente, e assolutamente privi di una qualsiasi responsabilità morale o deontologica. Una cosa è comunicare il proprio "sapere" a delle persone vive in carne e ossa, e pure  minorenni. Tutti i giorni, poi, nemmeno la facoltà di prendersi una pausa per documentarsi meglio su ciò che si dovrebbe insegnare (e che non è affatto detto che si sappia). Il che comporta poi che il lavoro in classe me lo porti anche a casa (senza che abbia smesso di fare il lavoro che già facevo, ma lasciamo perdere). E che prepari i compiti, e le verifiche.

Ecco, le verifiche significa le interrogazioni, ovvero io devo fare domande a degli estranei e poi dargli un voto, alto o basso a seconda se le risposte mi hanno soddisfatto oppure no. Mi sento a disagio, ho già fatto piangere delle persone. E poi sono in qualche modo artefice del loro destino, potrebbe dipendere da una mia decisione il mandarle avanti a studiare le cose che studiano oppure indirizzarle da tutta un'altra parte, e questo, voi capite, è terrorizzante.

Insomma, non sono sicuro di avere la stoffa giusta, anche se naturalmente ce la sto mettendo tutta, e già ho il sospetto di essere troppo buono e malleabile, però volevo anche dire che mi sto divertendo. Io capisco che probabilmente è uno dei mestieri più frustranti del mondo, specialmente per chi lo fa da anni e magari è stato risucchiato dalla routine. Quello che si sente dire in giro è terribile, insegnanti scoraggiati, avviliti dalla mancanza di senso della burocrazia e delle circolari ministeriali, avviliti anche da una Stato che sembra dare una sempre minore importanza all'istruzione e alla cultura, e quindi al loro ruolo sociale (con qualche triviale ricaduta anche in busta paga). Capisco che dopo un po' è difficile continuare a resistere, a lottare, e ci si arrende, e allora si va in classe un po' come si andrebbe in catena di montaggio, solo che il tuo lavoro non consiste nel tuo relazionarti con un macchinario, ma con delle persone che hanno delle esigenze, delle richieste (spesso inespresse), e allora diventa davvero brutto perdere la voglia di ascoltarle, di venire incontro alle loro richieste.

Ecco, mi sembra ancora presto per tirare delle somme dalla mia esperienza, e non è che voglia fare del mio blog l'ennesimo blog sulla scuola e sull'insegnamento (se dovessi, potrei intitolarlo "il prof col tatuaggio", visto che è una delle cose che sembrano aver colpito maggiormente i ragazzi, e in effetti c'è qualcosa di lievemente perturbante nell'avere un ruolo di potere, pagato dallo Stato, esibendo una A anarchica sull'avambraccio). Ce ne sono di ottimi, un paio dei quali segnalati sul mio blogroll. Tutto quello che posso dire, in tutta semplicità, è che mi diverto. Perché quando hai spiegato una cosa per un'ora, a volte anche due, e quella cosa non è neppure semplice, e allora ti sei dannato per riuscire a fare in modo che ti seguano, spesso facendo anche errori ma provandoci di continuo, e perché trovino persino interessante quel che dici, e quando insomma hai la vaga sensazione di esserci riuscito (la certezza mai), allora sei abbastanza contento.

9 commenti:

  1. Sì, scrivi cose giuste, perfette, che condivido. Il problema (come tu sai, lo hai scritto... scusa se lo sottolineo) è continuare a pensare (e provare) le stesse cose anche dopo 20 anni. Io, ti assicuro, ci provo. Ma è ogni anno più difficile, ti assicuro anche questo.
    In bocca al lupo, mi piacerebbe averti, adesso, come collega.

    RispondiElimina
  2. Tutto quello che dici, è ciò che rende questo lavoro definitivo, da temporaneo che possa sembrare quando si è giovani supplenti. Un miscuglio di ansie, successi e insuccessi ne fa una sfida interessante.

    RispondiElimina
  3. Ti leggo, e riconosco quello che provai dieci anni fa, quando entrai per la prima volta in classe e mi trovai sbattute in faccia tutte quelle cose lì che tu ricordi...
    A me ne sono passati ancora pochi, ma ti posso dire che sono quelle stesse cose che penso ora, e la mia fatica più grande è evitare che loro colonizzino troppa parte del mio affamato immaginario.

    RispondiElimina
  4. Poverino :-)

    Ma quindi insegni alle magistrali che non si chiamano più magistrali?

    RispondiElimina
  5. emmeline pankhurst3 maggio 2012 17:58

    Anche a me hai fatto ricordare come mi sentivo la prima volta che ho messo piede in una classe, per la mia prima supplenza. Le cose cambiano un po' dopo, devo dire, il fascino della novità sparisce, per te ma soprattutto per loro, i ragazzi (l'ho sperimentato quando ho ritrovato la stessa classe l'anno dopo, per il mio primo anno di ruolo).
    Però anche in mezzo alle frustrazioni e ai fallimenti che prima o poi arrivano stare in mezzo ai ragazzi è divertente. e ti sorprende sempre. Specialmente quando li ritrovi a distanza di anni per caso, magari per la strada, e inchiodano il motorino per salutarti: o magari li incontri, come è capitato a me, a una lettura di poesia, e ti dicono che sono lì perché hanno imparato ad amare quell'autore anni prima grazie a te: e tu di certo a quei tempi non l'avresti mai detto.

    RispondiElimina
  6. Stranamente i (pochi) libertari che conosco finisco sempre a fare gli statali :-)

    RispondiElimina
  7. Tanto per sfuggire alla noia di una mattinata da passare sui libri ho googlato "Ilario Putnam", giusto per vedere se qualcuno nel mondo mi avesse preceduto nell'"intuizione" (come del resto avevo a suo tempo fatto con italianizzazioni un po' fai-da-te del tipo "Tommaso Obeso", "Davide Umano" o "Renatino Delle Carte") e senza volerlo ho scoperto due fantastici blog: il tuo e quello di Leibniz Reloaded.
    Inutile dire che, da semplice universitario sfaticato, di quello che avete scritto avrò capito poco più della metà, ma è stata una mattinata davvero ben spesa.
    Un saluto! ;)
    Matteo

    RispondiElimina
  8. come fai a farne piangere un paio ed essere troppo buono contemporaneamente?
    se le lezioni sono come i tuoi post 'ste ragazze son davvero fortunate.

    RispondiElimina