mercoledì 21 ottobre 2009

martedì 20 ottobre 2009

Apelle, figlio d'Apollo

Zeusi per dimostrare ad Apelle la sua abilità, dipinse un canestro di frutta così verosimile che perfino gli uccelli venivano tratti in inganno e scendevano a beccare gli acini d’uva. Trionfo di Zeusi che si riconfermava il più grande pittore, smacco di Apelle. Ma qualche tempo dopo questi invitò l’amico a vedere la sua ultima creazione. Quando Zeusi entrò a casa di Apelle, vide il dipinto coperto da un panno e avvicinandosi stese la mano per toglierlo ma con sua grande sorpresa si accorse che il dipinto altro non era che un drappo dipinto. “ La tua pittura è certamente grande, perché ha ingannato gli animali – commentò Apelle – Ma cosa dire della mia che ingannato gli uomini?”

A Firenze, nella sede di Palazzo Strozzi, fino al 24 gennaio c'è una bella mostra dal titolo "Inganni ad arte – Meraviglie del trompe-l'oeil dall'antichità al contemporaneo". Come si evince dal titolo l'argomento della mostra è il trompe-l'oeil e più in generale la contraffazione del reale, confinante con l'inganno e l'illusionismo, in pittura (e non solo).

Si tratta di un riuscitissimo connubio fra l'interesse umanistico per l'arte e la pittura, e quello scientifico legato alla psicologia della percezione visiva. In mostra ci sono opere che hanno in comune il tentativo di convincere l'osservatore che quel che è solo "rappresentato" sulla tela abbia un'esistenza reale, concreta, tangibile. Un po' come nell'immagine che apre il post (Fuga dalla critica, di Pere Borrell del Caso, 1874) dove l'illusione è data dalla violazione dei confini della cornice (solo dipinta) oltre che dal forte contrasto luminoso fra sfondo e primo piano.

In alcuni casi, più che di artificio o inganno, si dovrebbe invece parlare di tentativo di restituire nella maniera più minuziosa e realistica possibile l'oggetto rappresentato, come in certe nature morte, o magari più a scopo didattico che artistico, come può essere il caso delle cere del Susini e dello Zumbo normalmente esposte al Museo della Specola (la collezione delle cere anatomiche della Specola è una delle cose di Firenze che si devono assolutamente vedere, ma è sconsigliata alle persone impressionabili). Il che ci fa semplicemente capire come in arte il confine preciso fra pura e semplice rappresentazione e trompe-l'oeil è ambiguo, e mai fissato una volta per tutte.

Uno spazio dell'esposizione, allestito dal famoso psicologo Richard Gregory, è dedicato a varie installazioni interattive, fra cui una vera stanza di Ames, all'interno della quale si può entrare ed essere visti mentre il proprio corpo assume le sembianze di un gigante.

Comunque, sono sempre stato affascinato dalle illusioni ottiche, ma spesso anche annoiato dal solito repertorio che tende a ripetersi, sempre uguale, in qualsiasi manuale di psicologia (linee che sembrano convergere ma sono invece parallele, etc.). Una cosa vista in questa mostra invece era per me del tutto nuova, e si tratta di un'opera del pittore inglese Patrick Hughes.

I quadri di Hughes sono un po' il rovescio del trompe-l'oeil tradizionale, in quanto lo scopo non è convincere l'osservatore che un oggetto bidimensionale abbia un'esistenza nello spazio tridimensionale, ma al contrario Hughes realizza oggetti solidi che sembrano essere mere rappresentazioni pittoriche, salvo mutare aspetto in maniera sorprendente non appena cambia il punto di osservazione.

La tecnica è ingegnosa: nelle opere di Hughes la prospettiva è rovesciata, nel senso che l'oggetto concretamente più vicino all'osservatore è quello che appare più lontano, e viceversa. L'effetto è quanto di più spiazzante, e il video può dare solo un'idea.


martedì 13 ottobre 2009

il senso di Gino il camionista per la neve

Sembra che Diderot abbia detto che, per una fortunata circostanza, l'ordine delle parole nella lingua francese rispecchia esattamente il naturale susseguirsi dei pensieri. Il "sembra" iniziale è dovuto al fatto che trovo difficile credere che Diderot, una delle persone che più ammiro nella storia, abbia davvero detto una simile sciocchezza, ma cercando l'autore di questa perla di saggezza Google mi ha restituito questo risultato. Lasciamo stare.

La citazione è interessante perché spiega bene il potere quasi magico che hanno le parole sul pensiero. Il punto è che quasi ogni bambino, a meno che non abbia la fortuna di essere perfettamente bilingue, pensa probabilmente la stessa cosa della sua lingua madre. Ognuno crede che la propria lingua sia quella "più giusta", quella dove la grammatica e lo stesso lessico sono più adatte ad esprimere il pensiero, quella dove trasformare in parole ciò che si sta pensando è meno faticoso e più "naturale".

Se ciò è perdonabile nei bambini, sono più meritevoli di una sia pur benevola presa in giro tutti quei pensatori che hanno creduto, nei secoli scorsi, di poter dimostrare la superiorità della propria lingua su tutte le altre, o addirittura che la loro fosse niente meno che la "lingua adamitica", quella parlata da tutta l'umanità prima della confusione delle lingue introdotta col disastro della torre di Babele. Al proposito, è quasi obbligatorio a questo punto narrare l'aneddoto riportato da Erodoto secondo cui

il faraone Psammetico I voleva stabilire quale fosse la lingua originaria dell'umanità. A questo scopo ordinò che due bambini fossero allevati da un pastore, proibendo che essi udissero anche una sola parola, e incaricandolo di riferirgli la prima parola pronunciata dai due bambini. Dopo due anni il pastore riferì che entrando nella loro camera, i bambini andarono da lui stendendo le mani e chiedendo bekos. Facendo una ricerca, il faraone scoprì che questa era la parola frigia per indicare il pane di farina di grano, al che gli egiziani ammisero che i frigi fossero una nazione più antica della loro (fonte: Wikipedia).


Il faraone aveva almeno ideato un metodo empirico per dirimere la questione, e va a suo onore il fatto che accettò senza battere ciglio il responso sfavorevole alla propria nazione. Comunque questi sono tempi molto meno favorevoli all'etnocentrismo, così che crescendo tutti i bambini si rendono conto che probabilmente il loro linguaggio non ha nulla di particolare rispetto agli altri; che i tedeschi ad esempio, non è che prima pensano una cosa e poi sono costretti a tradurre in tedesco ciò che pensano, al contrario di noi che facciamo molta meno fatica potendo esprimere direttamente ciò che pensiamo.

Ci si rende conto, insomma, che l'illusione infantile di cui sopra è dovuta probabilmente ad un'inversione di causa ed effetto. Non è che la lingua italiana rispecchia più fedelmente delle altre il contenuto, universale, del pensiero, ma è il modo in cui pensiamo che viene modificato e influenzato dalla lingua che si parla. Ogni lingua, si dice, ha uno "spirito" suo proprio, in grado anche di condizionare la cultura in generale. Forse Kant non avrebbe mai potuto scrivere la Critica della ragione pura, se fosse stato italofono, oppure l'avrebbe scritta in modo radicalmente diverso. Si dice anche che chi è in grado di parlare bene diverse lingue cambia personalità a seconda della lingua.

Queste, almeno entro certi limiti, sono quasi delle ovvietà. Il problema è che vi sono anche persone che forse hanno esteso un po' troppo il concetto, spingendosi fino a sostenere che il pensiero non è altro che linguaggio, oppure che si sono abbandonati a forme di relativismo concettuale estremo, dove a diverse lingue corrispondono anche contenuti mentali radicalmente diversi e incommensurabili. È un po' l'idea anche paventata da Orwell in 1984, dove l'invenzione della neo-lingua serve a tenere sotto controllo la popolazione.

Secondo questo modo di vedere le cose, il mondo viene segmentato e organizzato in maniere diverse a seconda della cultura di appartenenza, e il linguaggio riflette appunto queste differenze, di modo che due diversi linguaggi potrebbero persino trovarsi ad essere non traducibili fra loro, in quanto non ci sarebbe nemmeno un'ontologia comune fra i due tipi di discorso. Sarebbe inutile, allora, tentare di tradurre in italiano la Critica della ragione pura: l'unico modo di conoscere il vero pensiero di Kant è quello di leggerlo in originale, altrimenti si può solo averne una vaga idea. Chissà perché nessuno pensa la stessa cosa delle istruzioni per regolare i canali di un televisore (che in genere sono altrettanto incomprensibili in qualsiasi lingua vengano scritte), o di una ricetta per la pappa al pomodoro: "mi è venuta davvero schifosa, ma è colpa della ricetta che era scritta in aramaico, e si sa che la pappa al pomodoro non c'entra niente con gli aramaici, chiunque essi siano".

In realtà è più comune pensare che non tutte le lingue siano intraducibili, ma solo quelle appartenenti, appunto, a culture troppo diverse dalla nostra. Tedeschi e italiani in fondo sono europei, e hanno una storia in gran parte comune, fatta di reciproci contatti e influenze. Ma i popoli sperduti dell'Amazzonia forse hanno davvero sviluppato un modo di pensare radicalmente diverso, e incommensurabile. Molti antropologi/linguisti lo credono, e infatti sono proprio due antropologi (della scuola di Franz Boas, che fu anche il maestro di Margaret Mead) a dare il nome alla ipotesi di Sapir-Whorf. Nelle parole di Benjamin Whorf:
Noi dissezioniamo la natura lungo linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che isoliamo dal mondo dei fenomeni non le troviamo lì in quanto esse guardano dritto in faccia ogni osservatore; al contrario, il mondo viene presentato in un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalle nostre menti; vale a dire, in gran parte dai sistemi linguistici presenti nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo vi attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che si mantiene in tutta la nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua... tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell'universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati.


Qual è l'evidenza empirica per questa tesi? L'evidenza potrebbe essere fornita, ad esempio, da una lingua che abbiamo effettivamente difficoltà a tradurre, magari riuscendo solo con grande sforzo e complicate perifrasi a renderne, in maniera piuttosto vaga, il senso. Whorf che studiava le lingue dei nativi americani infatti ci fornisce alcune traduzioni di enunciati indigeni piuttosto bizzarre: i Nootka per dire qualcosa come "egli invita gente a cena" usano una costruzione simile a "egli, o qualcuno, è in cerca di mangiatori di cibo cucinato". Per dire invece "la barca è ormeggiata sulla riva della spiaggia" dicono "esso è sulla spiaggia puntualmente come un evento di moto di canoa". Come è diversa la mente di un nativo americano!

Questi esempi sono citati nel libro di Steven Pinker, L'istinto del linguaggio (il quale però parla erroneamente degli Apache invece che dei Nootka), dove viene fatta una critica piuttosto devastante alle idee di Whorf. Il problema, dice Pinker, è che davvero non sembra esserci motivo per complicarsi la vita in questo modo: è ovvio che più letterale sarà il tipo di traduzione che facciamo, più alieno ci sembrerà il modo di esprimersi dell'indigeno, soprattutto se ha una grammatica molto diversa dalla nostra. Ma questo è solo un artefatto del nostro modo impacciato di tradurre, che produrrebbe effetti simili con qualsiasi altra lingua (anche il tedesco): quello che l'indigeno sta dicendo, comunque la mettiamo, è semplicemente che la barca è ormeggiata a riva.

Pinker, che è un abile polemista ma non troppo onesto, non dice che in realtà lo scopo di Whorf era mostrare come la lingua Nootka facesse spesso a meno di sostantivi, sostituendovi dei verbi o delle azioni, e che questo forse potrebbe avere degli effetti sul pensiero, ad esempio potrebbe aiutare a pensare appunto in termini di "processi" piuttosto che di cose statiche. La lingua è uno strumento, e in quanto tale potrebbe anche, a mio avviso, facilitare alcuni processi, così come lo sviluppo del simbolismo matematico può aiutare i progressi in fisica e quindi l'ideazione di certe teorie (se ne è parlato nei commenti di due post fa). Questa versione dell'ipotesi è più plausibile dell'intraducibilità, se è questo che Whorf voleva sostenere, ma il mio problema qui non è tanto quello che pensava realmente Whorf, ma il modo in cui il suo pensiero è stato spesso popolarizzato.

Il punto è che l'esempio rende evidente un grosso problema della teoria dell'intraducibilità: se davvero un'espressione non è traducibile, noi come facciamo a sapere cosa dice, e quindi che è intraducibile? Si tratta, come è evidente, di una teoria inverificabile. Si potrebbe dire lo stesso per onestà, della tesi contraria (tutte le lingue sono intertraducibili), ma il fatto da prendere in considerazione è che noi non sappiamo dare un vero contenuto all'idea che alcuni tipi di pensiero verbale non siano esprimibili nella nostra lingua. Se qualcuno sta dicendo qualcosa, allora deve essere teoricamente possibile per me capire cosa sta dicendo, altrimenti è quasi una contraddizione in termini, come una sfera quadrata.

Lo stesso tipo di considerazioni possiamo farlo per una bufala diffusissima che è servita a dare corpo, nella cultura popolare, alle idee sulla relatività linguistica. Quella secondo cui gli eschimesi hanno 10, o 100, o 1000 (le fonti non si mettono d'accordo) parole diverse per indicare la neve, cosa che dimostrerebbe come la loro organizzazione mentale, che ruota ovviamente intorno al concetto di neve, data la sua importanza nel loro ambiente, sia radicalmente diversa. Una delle apparizioni più recenti della bufala mi pare sia nel film Il senso di Smilla per la neve (e nel romanzo da cui è tratto).

Che si tratta di una bufala è ormai noto da diversi anni, ed una delle prime smentite, se non la prima smentita ufficiale, si trova ad esempio in questo articolo di Laura Martin, che ne traccia anche una storia delle origini (c'entra, ancora una volta, Franz Boas) e del suo successivo sviluppo. La storia è falsa perché gli eschimesi non hanno così tante parole per la neve (non più dell'inglese, se usiamo un buon dizionario dei sinonimi e contrari), e anche perché non tiene conto del fatto che la lingua Inuit è una lingua agglutinante e con forte tendenze polisintetiche, che vuol dire che ciascuna parola è formato da un morfema radicale al quale si possono aggiungere altri morfemi suffissi, con la formazione di "parole-frase" spesso lunghe e complesse. Non vale contare tutti i composti formati dalla radice, così come non varrebbe contare "manina" come una parola diversa da "mano" ("pensate un po', gli italiani, che gesticolano sempre, hanno tante parole diverse per dire 'mano', a seconda delle dimensioni della mano").

Ma ci sarebbe anche un modo più semplice per smentirla: basta infatti chiedersi "che significa realmente?" (è un trucco che spesso funziona, con le bufale). Che cos'è una parola? Che cosa conta come "parola diversa" per esprimere lo stesso concetto? In che modo avviene il conteggio? Immagino che le parole conteggiate non possano avere esattamente lo stesso e identico significato, altrimenti non si capirebbe la necessità di usare più di una parola. Si tratta quindi, di concetti diversi che ruotano intorno ad un unico concetto centrale (la neve). Ma quanto possono essere diversi, per poter contare?

Possiamo immaginare ad esempio che ci sia una parola per la neve fresca, appena caduta, e una per quella che è depositata al suolo da più giorni. Bene, tenetevi forte, perché anche noi abbiamo due parole diverse per esprimere i due concetti: "neve-fresca-appena-caduta", e "neve-depositata-al-suolo-da-più-giorni". Qualcuno potrebbe dire che non vale, perché non sono vere parole, resta però il fatto che il nostro vocabolario è perfettamente adeguato ad esprimere i due concetti, alla bisogna. Nel caso in cui dovessimo servircene davvero spesso, potremmo sempre trovare delle abbreviazioni, ma per ora non ne abbiamo bisogno. Nessuno di noi quindi, nemmeno Gino il camionista, dovrebbe avere alcun problema a conversare con un eschimese e comprendere benissimo quel che dice, con l'aiuto di un interprete (non whorfiano, altrimenti siamo fregati).

Ma soprattutto, come fa notare ancora Pinker, cosa ci sarebbe di strano? Quella che per me è "una barca", per un esperto di navigazione avrà un nome più specifico a seconda della sua forma, quella che per me è solo una mela per un contadino potrebbe essere una "golden star" o una "renetta" o chissà cos'altro. E normale che gli esperti di qualsiasi settore abbiano un vocabolario più ampio del resto dell'umanità per descrivere le cose di cui sono esperti, ma questo non preclude le possibilità di comunicazione fra loro e le altre persone.

C'è un'unica possibile, eccezione, che non riguarda le differenze culturali, ma le differenze di genere: come è noto tutti gli uomini vedono solo 16 colori, come le impostazioni base di Windows. "Pesca" è un frutto, non un colore. "Malva" non ho la più pallida idea di cosa sia. Ecco, questo è uno dei tanti motivi per cui a volte mi riesce davvero difficile comprendere cosa diavolo stia dicendo un esponente dell'altro sesso.

sabato 3 ottobre 2009

la scimmia parlante

Se Alan Turing ha elevato il linguaggio, la capacità di conversare e produrre enunciati dotati di senso, a criterio per stabilire quando una qualsiasi macchina possa davvero essere considerata "pensante", è perché il linguaggio è effettivamente una delle abilità più sorprendenti e uniche degli esseri umani. In realtà uno dei difetti del test di Turing è che è persino troppo esclusivo. Sarebbe già un grande risultato, per l'IA, costruire un robot con l'intelligenza di un cane, ma una macchina del genere non potrebbe mai superare il test.

Già Cartesio, del resto, aveva negato un'anima agli animali non umani, proprio sulla base del fatto che essi non parlano. Secondo Cartesio non c'è niente che un animale faccia che non possa essere riprodotto anche da uno stupido meccanismo privo di qualsiasi intelligenza. Gli animali non sono altro che macchine complesse, i cui movimenti possono essere equiparati a un sistema di leve e pulegge, che agiscono in un determinato modo a determinati stimoli. L'apparente intelligenza del loro comportamento è solo un segno della bravura del progettista, il Creatore.

Gli uomini, in quanto animali, cioè in quanto esseri corporei, non si distinguono affatto dalle altre creature. Essi però sono anche dotati di un principio incorporeo, di una sostanza immateriale che si chiama "anima", e che miracolosamente riesce anche ad avere un effetto sui corpi materiali. E la migliore prova empirica dell'esistenza di questa "sostanza pensante", per Cartesio, è proprio il comportamento verbale (separatamente dalle argomentazioni a priori, quali il cogito ergo sum).

Il comportamento verbale umano infatti esibisce quelle caratteristiche di creatività che sembrerebbero inspiegabili, da un punto di vista rigidamente materialista. Esso ad esempio consente, a partire da un vocabolario finito, di generare un'infinità potenziale di nuovi enunciati, corrispondenti ai "pensieri" nella testa di chi parla, e riferentesi a qualsiasi possibile situazione reale o immaginaria. Il linguaggio è un coltellino svizzero, che si presta a molteplici usi: con esso è possibile non solo comunicare situazioni di fatto o impartire ordini ("mi stai pestando un piede, levalo"), ma è possibile mentire o ingannare il prossimo ("guarda dietro di te, una scimmia a tre teste!"), inventare storie per il semplice piacere di farlo ("c'era una volta..."), scrivere poesie ("il verde melograno, a cui tendevi la pargoletta mano"), esprimere i propri sentimenti, insultare il prossimo, fare promesse o minacce, discorsi celebrativi, eccetera eccetera.

È questa la caratteristica del linguaggio che lo distingue dalla semplice comunicazione, che esiste anche nelle forme di vita più infime. Anche le api, per esempio, hanno un sistema di comunicazione piuttosto elaborato che gli permette di comunicare alle compagne la posizione e la distanza, relativemente all'alveare, di una fonte di polline. Stupefacente, non c'è dubbio, ma ancora niente rispetto alle capacità esibite dagli umani.

Le tesi dualiste di Cartesio sulla rigida separazione fra anima e corpo sono oggi quasi universalmente rifiutate, ma è opinione diffusa tra i filosofi contemporanei, ancora, che il linguaggio non sia semplicemente "espressione" del proprio pensiero, ma che in una certa misura esso "costituisca" la stessa essenza del pensiero elaborato, o almeno lo condizioni pesantemente. La formulazione vaga di questo principio è dovuta al fatto che non esiste accordo sul suo significato preciso: si va dalle tesi estremiste secondo cui il contenuto dei pensieri di una data persona è limitato dal suo vocabolario e rispecchia la sua grammatica (tesi di Sapir-Whorf), a quella innocua e banalmente vera secondo cui non sarebbe possibile formulare certi pensieri senza l'ausilio del linguaggio (es. "oggi è martedì").

Se una qualche versione intermedia di questo principio è corretta (come credo), significa che è molto rischioso e azzardato formulare ipotesi di tipo antropomorfo riguardo al contenuto mentale degli animali non umani, anche di quelli più intelligenti e dalle capacità cognitive più elaborate. Dobbiamo resistere all'idea per la quale gli animali "pensano" nello stesso senso in cui noi "pensiamo", o che abbiano il nostro stesso tipo di "intelligenza". Wittgenstein diceva che se un leone potesse parlare noi non lo capiremmo, ma forse è più corretto dire che se un leone potesse parlare non sarebbe più un leone, perché sarebbe un nostro simile. Il linguaggio umano è un unicum in natura, che rende l'uomo una cosa speciale fra tutte le altre creature.

Non necessariamente migliore, più nobile, o più in alto nella scala evolutiva: in fin dei conti anche altri animali esibiscono caratteristiche uniche e speciali, come potrebbe essere il caso dell'elefante e la sua proboscide. Il linguaggio (e il pensiero razionale) non è una caratteristica interessante perché ci pone al vertice del creato o ci dà il diritto di fare quello che vogliamo degli altri animali non intelligenti (anche se ci dà un grande potere). È interessante per noi uomini perché siamo uomini, e ci interessa quel che ci riguarda in modo speciale.

Ora, il fatto che questo suoni ancora troppo antropocentrico è probabilmente all'origine dei tentativi che sono stati effettuati nei decenni passati per rovesciare questo particolare primato dell'uomo sulle altre specie. Certe motivazioni ideologiche sono persino condivisibili, se servono a rovesciare l'illusione che l'uomo sia padrone del mondo e al centro dell'Universo, creato a immagine e somiglianza di Qualcosa e non in continuità con la natura. Ma sempre di ideologia si tratta, e non dovrebbe inquinare la ricerca scientifica. È quanto è successo, invece, con le celebri ricerche sulle scimmie e il linguaggio dei segni.

Le scimmie sono i nostri parenti più prossimi, quindi è giusto cercare lì le origini delle nostre peculiari capacità. E in effetti animali come gorilla e scimpanzé esibiscono della abilità comunicative non comuni. La loro esistenza è fondata in gran parte sullo scambio di segnali, che possono essere fondamentali per la sopravvivenza a breve termine ("attenzione, un serpente!"), ma anche svolgere un ruolo importante per quanto riguarda la coesione del gruppo e lo scambio di informazioni al suo interno.

Alcuni ricercatori però, a partire dagli anni Settanta, piuttosto che studiare e analizzare la comunicazione scimmiesca nel suo ambiente naturale (cosa che sarebbe stata molto interessante) hanno invece cercato di insegnare alle loro scimmie da laboratorio proprio il linguaggio umano. Per capirci, sarebbe un po' come prendere un piccione e dire "siccome vogliamo capire come fa a volare, proviamo a fargli pilotare un aereo di linea". E queste ricerche sono diventate famosissime, finendo ad esempio nel bel romanzo Congo, di Micheal Chrichton, la cui protagonista è proprio un gorilla parlante, Amy, ispirata però da casi realmente esistenti e altrettanto famosi, come gli scimpanzé Washoe e Nim Chimpsky (il cui nome vorrebbe essere un omaggio o una presa in giro di Noam Chomsky), e il gorilla Koko (forse l'unico gorilla femmina al mondo ad essere stata accusata di molestie sessuali sulle ricercatrici).

Uno dei primissimi tentativi di insegnare il linguaggio alle scimmie fu effettuato dai coniugi Kellogg, i quali a partire dal 1968 decisero di allevare uno scimpanzé, Gua, e di crescerlo in compagnia del loro vero neonato, Donald, esattamente come se fossero fratelli. L'idea alla base dell'esperimento era che crescendo nello stesso ambiente e ricevendo lo stesso tipo di trattamento i due avrebbero forse acquisito insieme le stesse capacità, aiutandosi l'un l'altro. Inizialmente Gua si dimostrò più sveglio dello stesso Donald: all'età di 16 mesi era in grado di comprendere 100 parole (o comandi verbali), più di quanti fosse capace di comprenderne Donald, ma non andò oltre. In seguito l'esperimento venne interrotto perché ci si accorse che Gua aveva una cattiva influenza su Donald: praticamente non era lo scimpanzé che apprendeva dall'umano, ma l'umano che stava diventando uno scimpanzé (natura - cultura = 1-0).

Washoe, un altro scimpanzé, venne allevato a partire dal 1967 dai coniugi Gardner i quali, avendo constatato l'impossibilità per le scimmie di acquisire il linguaggio verbale a causa di limiti fisiologici, decisero di insegnargli l'ASL, la lingua americana dei segni. Essi, seguendo la scuola comportamentista allora in auge, ricorsero alla tecnica del "condizionamento operante", ovvero cercarono di incoraggiare l'uso dei segni con adeguate ricompense. Ad esempio Washoe aveva capito che poteva ottenere maggiori quantità di una cosa desiderata se avesse usato il segno corrispondente a "more", "di più", e aveva afferrato il concetto estendendolo anche a situazioni diverse da quella in cui si era verificato l'apprendimento originario (in pratica, una volta imparato a chiedere più banane, si allargò fino a chiedere più noccioline). Washoe avrebbe imparato in questo modo qualcosa come 250 segni, ma secondo i resoconti più favorevoli ne avrebbe imparati alcuni anche senza condizionamento, ma per semplice imitazione, o addirittura ne avrebbe ideati di nuovi combinando i precedenti segni.

Nello stesso periodo, un altro scimpanzé, Nim Chimpsky, veniva educato al linguaggio dei segni da un altro gruppo di ricercatori, facenti capo a Herbert Terrace. L'esperimento era stato progettato esplicitamente allo scopo di smentire le tesi di Noam Chomsky secondo cui solo gli umani hanno un linguaggio vero e proprio. I risultati però furono molto più deludenti di quelli ottenuti da Washoe. Anche se Nim Chimpsky aveva imparato 125 segni (molti di meno secondo altre valutazioni), Terrace ne trasse l'impressione che il suo non potesse affatto essere descritto come un vero linguaggio, dotato di una vera sintassi generativa in senso chomskiano. Tutto quel che Nim poteva fare era, appunto, imitare certi segni nel contesto appropriato, mentre per il linguaggio si richiede qualcosa di più, e cioè l'uso delle regole grammaticali per generare nuove frasi e nuovi significati a partire dal vocabolario di base.

I supporter di Washoe osservarono che Nim era stato allevato in condizioni diverse da quelle della loro scimmia: in gabbia e in ambiente asettico, mentre Washoe veniva trattata in modo simile a un essere umano. Terrace, invece, osservando i filmati relativi a Washoe, ne concluse che il suo progetto era fallito esattamente nella stessa maniera in cui era fallito quello di Washoe: nemmeno lei aveva appreso l'uso del linguaggio in un senso vicino a quello umano. Scoppiò allora la grande controversia, mai del tutto sopita, fra difensori e oppositori del linguaggio scimmiesco, nel corso della quale Terrace venne persino accusato di voler sabotare il lavoro degli altri ricercatori.

Sebbene sia evidente che gran parte del disaccordo nasca da incomprensioni reciproche e dalla difficoltà di stabilire che cosa si intenda esattamente per "linguaggio", sembra assai probabile che la maggior parte dei resoconti più entusiastici siano viziati da uno scarso controllo sulla metodologia e da un certo auto-inganno compiacente con i risultati che si desidera ottenere (volendo escludere la frode vera e propria dalle ipotesi alternative). Avendo a che fare con gli animali, il rischio dell'antropomorfizzazione, ovvero di proiettare su di loro pensieri e comportamenti umani che in realtà non gli appartengono, è sempre fortissimo. Su coloro che insegnavano il linguaggio a Washoe, potrebbe aver agito quella che è una delle più vecchie e semplici illusioni: l'effetto "bravo Hans".

Hans era un cavallo che sapeva contare e fare le addizioni e altre operazioni, e che per questa sua capacità si esibiva nei circhi all'inizio del secolo scorso (nel 1904 finì anche sulle pagine del New York Times). Durante le esibizioni, una persona del pubblico lanciava la sua sfida, ad esempio "5+3", e allora Hans batteva con lo zoccolo per terra otto volte di seguito, poi si fermava, con meraviglia dei presenti. In realtà venne poi dimostrato che Hans non faceva che reagire al linguaggio corporeo del suo istruttore, il quale era persino inconsapevole di comunicargli involontariamente, con un quasi impercettibile movimento, il momento giusto in cui doveva fermarsi. Hans non sapeva fare le somme, ma avrebbe potuto essere una buona macchina della verità.

Che qualcosa di simile sia avvenuto con le scimmie e con il linguaggio dei segni è stato confermato quando ai progetti di addestramento cominciarono a partecipare anche ricercatori sordi, che avevano appreso il linguaggio dei segni come prima lingua. È da notare che fino a non troppo tempo fa anche relativamente al linguaggio dei segni vi era l'equivoco (a volte alimentato dagli stessi sordi) di non considerarlo un vero e proprio linguaggio affine a quello verbale, ma qualcosa di più simile a una pantomima, a un gioco dei mimi più elaborato e complesso. Questo alimentava l'illusione, negli stessi sordi, che quella dei segni fosse una forma di comunicazione più "naturale" e vicina alle cose stesse, invece che basata sulla convenzione e la grammatica come quella tradizionale. In realtà è stato dimostrato che l'ASL e affini sono lingue a tutti gli effetti in senso chomskiano, e delle quali sono pure state pubblicate le grammatiche relative.

Eppure questa confusione doveva essere operante in coloro che studiavano Washoe, i quali volevano confondere qualsiasi segno o gesto usato dalla scimmia in un enunciato corretto dell'ASL. Gli studiosi sordi, però, erano in grado di riconoscere molti meno segni rispetto agli altri ricercatori. Il linguaggio dei sordi non è insomma un semplice gesticolare – così come parlare non significa solo emettere suoni più o meno articolati – e se può essere confuso come tale dai profani, ciò non avviene certo con chi lo usa dalla nascita. In altre parole, nel mentre per un normale osservatore Washoe stava facendo il segno che significa "mangiare", per un sordo si stava solo portando la mano alla bocca. Se per un normale osservatore Washoe stava facendo il segno che significa "grattarsi", per un sordo si stava solo grattando.

Quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito. In questo caso, però, è avvenuto che la scimmia mostrava il dito e lo stolto guardava la Luna.

giovedì 24 settembre 2009

storia del cannibalismo


"L'uomo è misura di tutte le cose", disse Protagora, il filosofo greco inventore del relativismo culturale, intendendo che valori come "bello", "buono", "giusto" non possono essere considerati come assoluti ed eterni, ma dipendono dalle preferenze individuali (ciò che piace a me potrebbe fare schifo a te) oppure dal contesto sociale e antropologico nel quale vengono calati.

Nell'opera Le antilogie (Ragionamenti contraddittori) a lui attribuita, uno dei primi esempi che vengono fatti per illustrare le diversità di costumi dei vari popoli e quindi la relatività dei valori, è quello del cannibalismo.

Presso i Macedoni si ritiene bello che le fanciulle prima di sposarsi amino e si congiungano con un uomo, e dopo le nozze, brutto; presso i Greci, è brutta l'una e l'altra cosa. Gli Sciti ritengono bello che uno, dopo aver ammazzato un uomo e averne scuoiata la testa, ne porti in giro la chioma posta dinanzi al cavallo, e dopo averne indorato il cranio, con esso beva e faccia libagioni agli dei; invece, presso i Greci neppure si vorrebbe entrare nella casa di uno che avesse compiuto tali cose. I Massageti squartano i genitori e se li mangiano, perché pensano che l'esser sepolti nei propri figli sia la più bella sepoltura; invece se qualcuno lo facesse in Grecia, cacciato in bando morirebbe con infamia, come autore di cose turpi e terribili. I Persiani reputano bello che anche gli uomini si adornino come donne, e si congiungano con la figlia, con la madre, con la sorella; per i Greci son cose turpi e contro legge. Presso i Lidi, che le fanciulle si sposino dopo essersi prostituite per denaro, sembra bello, presso i Greci, nessuno le vorrebbe sposare. Anche gli Egizi non s'accordan con noi su ciò che è bello; qui è ritenuto bello che sian le donne a tessere e filar la lana; lì invece gli uomini, e che le donne facciano quel che qui fanno gli uomini. Impastare l'argilla con le mani, e la farina coi piedi, lì è bello, ma per noi è tutto il contrario.


L'usanza del cannibalismo, uno dei più forti e sentiti tabù della nostra cultura, è spesso stata utilizzata e citata come paradigma della diversità culturale, ma anche come principale terreno di scontro nei dibattiti fra etnocentristi e relativisti.

La parola "cannibale" deriva da "canibal" (probabilmente una storpiatura di "cariba", ovvero abitante della regione dei Caraibi), popolazione che venne nominata a Colombo dagli indigeni americani con cui stabilì i primi contatti, e che egli volle credere fossero i sudditi del Gran Khan. Shakespeare avrebbe ulteriormente storpiato il termine per dare il nome al suo personaggio Calibano, nella Tempesta (colui che ha imparato l'uso del linguaggio, ma solo per lanciare maledizioni). In realtà la parola dovrebbe significare qualcosa come "gente coraggiosa".

Questa popolazione comunque era ritenuta dedita all'usanza del cannibalismo, o almeno così venne detto a Cristoforo Colombo dagli indigeni spaventati. In realtà lo stesso Colombo accolse la notizia con un certo scetticismo, nonostante la sua credulità in molte altre faccende (sirene, isole abitate da sole donne, o da uomini con la testa di cane), ma la notizia che il Nuovo Mondo era abitato da popolazioni cannibali non tardò ad arrivare in Europa.

Le notizie però non si limitavano ai soli Caraibi: gli Aztechi praticavano sacrifici umani e il cannibalismo di massa, mentre una famosissima testimonianza oculare relativa al cannibalismo arriva nella metà del Cinquecento da Hans Staden, un soldato tedesco che in Brasile venne catturato dai Tupinamba, e che fu l'unico dei suoi compagni a sfuggire alla orribile sorte di essere squartato e mangiato.

Ciò non poteva non influire sulla percezione europea dei nativi americani e sul dibattito riguardo al trattamento più o meno umano da riservare loro. Cannibalismo e sacrifici umani erano appunto le accuse più pesanti rivolte agli indiani per giustificarne la schiavitù, nella famosa disputa di Valladolid sui loro diritti svoltasi nel 1555 fra il domenicano Bartolomeo de Las Casas (a favore degli indiani) e Juan Ginés de Sepulveda (contro). Nella sua difesa degli indiani, a giustificazione del cannibalismo Las Casas ricorse ad argomenti non troppo convincenti ("sono cose che capitano anche da noi, in condizioni di estremo bisogno"), non disponendo appunto in modo consapevole e maturo dell'arma ideologica fornita dal relativismo (riuscì comunque a vincere la disputa).

Fu Montaigne a evidenziare per primo (dopo Protagora) il tema della molteplicità delle culture, e il loro essere giudicabili solo a partire dai parametri di riferimento forniti dalla stessa cultura in esame, nel suo celebre saggio Sui cannibali. Barbari e civilizzati sono etichette che possono facilmente scambiarsi di ruolo, a seconda dei punti di vista:


Ora mi sembra che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto mi hanno riferito, se non che ognuno chiama barbaro quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo.

Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo, che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere o dilaniare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto.


Quando l'antropologia culturale diviene una scienza matura, tuttavia, queste argomentazioni non vengono più percepite come sufficienti. Il cannibalismo, il cibarsi della carne del proprio simile, è ritenuta cosa troppo orribile e repellente perché ci si limiti a constatare la diversità dei costumi dei vari popoli. Il cannibalismo, per essere accettato, deve anche essere razionalizzato, compreso. Esso deve apparirci in una prospettiva, per così dire, più positiva. Altrimenti i razzisti e gli imperialisti potrebbero sempre usarlo come scusa per colonizzare gli altri popoli.

Nascono così le interpretazioni "simboliche" dell'antropofagia, spesso di matrice strutturalista. Solo gli ignoranti accecati dall'etnocentrismo possono davvero credere che una persona possa scegliere di cibarsi di carne umana semplicemente perché concepisce il prossimo suo come "nutrimento", e non come una persona. Al contrario, cibarsi del prossimo significa rispettarlo, rendergli onore. Ci si nutre del corpo del nemico ucciso, perché si vuole assimilarne le doti di coraggio e di forza. E il tutto avviene sempre in un contesto molto connotato dal punto di vista simbolico e rituale.

C'è chiaramente una certa tensione, in queste interpretazioni: da un lato non si accetta di bollare il prossimo come "cattivo" solo perché diverso da noi. Dall'altro si inventano giustificazioni di questa diversità, in modo che essa ci appaia in una luce più favorevole. È questa la fase "politically correct" , o buonista, della letteratura antropologica relativa al cannibalismo.

Politicamente scorrettissima, quindi, apparve l'opera di Marvin Harris, antropologo di formazione marxista, al suo apparire. In Cannibali e re, e poi in Buono da mangiare, Harris si fa gioco delle interpretazioni simbolico-strutturali del cannibalismo, giudicate come vacue, e afferma con crudezza che le motivazioni di questa pratica vanno semplicemente cercate nel bisogno di proteine animali.

Secondo Harris il cannibalismo è un'usanza normale nelle società guerriere di tipo pre-statale: cibarsi del nemico ucciso è solo un modo per ammortizzare le spese di una campagna di guerra condotta lontano da casa e senza che si disponga di una adeguata scorta di viveri. È solo con la nascita dello Stato che tale usanza diviene un tabù, e per motivi prettamente economici. Il nemico, da semplice ostacolo da eliminare, diventa potenziale suddito e pagatore di tributi al re. Ucciderlo per mangiarlo diventa uno spreco di preziose risorse, esattamente come cibarsi di un cavallo per un soldato, o di una vacca per un indiano.

Harris ha difficoltà solo a spiegare il cannibalismo degli Aztechi nel suo modello, dato che si trattava di una società statale estremamente avanzata e complessa, ma se la cava mostrando che l'ecosistema mesoamericano forniva uno scarso apporto di proteine animali, e anche che la mancanza di animali domestici di grossa taglia da usare come bestie da soma rendeva meno praticabile un'economia basata sul lavoro degli schiavi, rendendoli più appetibili come cibo (comunque riservato all'elite).

La reazione "buonista" a questa interpretazione oltraggiosa è piuttosto radicale: così William Arens nel libro Il mito del cannibale, arriva addirittura a negare la stessa esistenza del fenomeno, almeno come pratica comune e accettata culturalmente dai membri di una data società. Tutte le storie relative al cannibalismo, afferma Arens, sono state inventate dai colonialisti cattivi come pretesto per soggiogare e sfruttare gli altri popoli. Certo, è piuttosto facile dimostrare una tesi del genere, una volta che si è deciso di liquidare tutte le testimonianze, anche quelle dirette come quella di Staden, come menzognere o non attendibili (come curiosità, le tesi di Arens erano citate spesso nei film italiani degli anni '70 del sotto-genere "cannibale", dove però gli antropologi che difendevano tale posizione "progressista" finivano regolarmente mangiati).

Arens comunque riesce a persuadere del fatto che, se non proprio inesistente, il cannibalismo è fenomeno comunque esagerato nella sua estensione e anzi piuttosto raro. Molte delle testimonianze sono in effetti di seconda mano, e potrebbero anche essere il frutto di equivoci culturali: se dovessimo dare retta a tutte le fonti che parlano di cannibalismo dovremmo infatti accettare l'idea che erano cannibali i primi cristiani dell'antichità, come ventilato dai loro oppositori, per non parlare dell'accusa del sangue che viene periodicamente rivolta agli ebrei dai cospirazionisti antisemiti. O ai comunisti (dove l'origine della diceria risale alla grande carestia russa del 1921-23).

Una delle prove ritenute più sicure dell'esistenza del cannibalismo fino a tempi recenti, ci fa anche capire come mai, tutto sommato, questa usanza sia così rara. Riguarda le scoperte mediche di Carleton Gajdusek in Nuova Guinea, il quale identificò la prima malattia causata da lenti-virus (quelli che oggi sono stati più correttamente identificati come prioni), vincendo un Nobel per questo. Gajdusek pensava che l'origine della malattia (il kuru) fosse da cercarsi nel consumo della carne dei defunti, dissotterrati e mangiati.

In realtà anche le prove di Gajdusek sono state contestate (gli si oppone il fatto che il contagio sarebbe potuto avvenire con modalità diverse) nonostante lui affermasse di aver persino assistito a banchetti cannibali. Però le sue ricerche dimostrano che mangiare i parenti defunti è abitudine in effetti poco igienica per almeno due motivi: la prima è strettamente sanitaria (il cervello di una persona morta, e forse anziana e malata, potrebbe contenere prioni nocivi). La seconda è più sociale: non è molto sostenibile un sistema dove consanguinei e congiunti sono anche considerati fonte di nutrimento. Ogni morte diviene sospetta, e le accuse di stregoneria dilagano. Eppure, proprio il fatto che la stregoneria è cosa che viene presa molto sul serio in praticamente tutte le società più "primitive", dovrebbe far sospettare che qualcosa di concreto ci sia.

Questo però non vale per il cannibalismo guerriero secondo il modello di Harris, che probabilmente era il più diffuso nelle società pre-statali. Ma la political correctness di Arens ha comunque mietuto le sue vittime, dato che oggi è diventato difficile trovare testi sulla storia di qualche popolazione che menzionino questo aspetto sgradevole del loro passato. I Maori? erano vegetariani, non vi preoccupate quando digrignano i denti, è un gesto d'affetto. I Samoani nella descrizione di Margaret Mead costituiscono lo stereotipo stesso del "buon selvaggio", eppure c'è chi ha collegato l'attuale incidenza di obesità e la vera e propria dipendenza di molti Samoani dalla carne in scatola (la Spam che dà il nome alle mail spazzatura) all'antica usanza di mangiare carne umana. E anche riguardo agli Aztechi, se si fa spesso menzione dei sacrifici umani, si è molto più prudenti nel parlare di cannibalismo, perché i loro attuali discendenti potrebbero offendersi.

Una delle prove più attendibili riguarda il ritrovamento di resti umani e ossa, in un sito archeologico collegato alle presenza degli indiani Anazasi in America del Nord circa 800 anni fa, dove tali reperti mostrano segni inequivocabili di cottura e di masticazione da parte di altri esseri umani (o meglio mostravano, visto che sono stati seppelliti di nuovo). Ma i discendenti degli Anazasi, altro popolo per cui gli adepti della new age vanno in sollucchero, non l'hanno presa bene. Ma se è vero che, nella dottrina del relativismo culturale, ogni usanza è giudicabile solo secondo gli stessi parametri della cultura di appartenenza, che c'è da vergognarsi?

sabato 12 settembre 2009

stanze cinesi

Questo post nasce in margine ai commenti a un post di Paolo Attivissimo. Da prendersi come il mio omaggio ad Alan Turing

Nel suo celebre articolo Computer Machinery and Intelligence Turing propose di sostituire alla domanda, formulata in modo vago, "può una macchina pensare?", un'altra domanda, basata su più precisi criteri comportamentali (forse non abbastanza precisi, come vedremo), ovvero: può una macchina superare il tipo di test che sto per proporre? e il test consisteva nel dialogare a distanza con un essere umano in modo che costui non sospettasse di stare interagendo con una macchina.

Per come è formulata la questione, vi è un equivoco frequente riguardo il test di Turing, ed è quello di scambiarlo per una sorta di "definizione" dell'intelligenza, piuttosto che un semplice criterio. Turing infatti sapeva benissimo che l'intelligenza di una persona non si riduce alle sue capacità verbali o anche al suo comportamento manifesto, ma attraverso il suo gioco della simulazione intendeva elaborare un test tale che, superato il quale, non avrebbe lasciato dubbi sulle effettive capacità cognitive della macchina.

Turing aveva in mente, infatti, delle vere conversazioni, e non quelle parodie di conversazione che sono diventate popolari grazie ai primi programmi di intelligenza artificiale, come ELIZA, che un tempo venivano pubblicizzati come "programmi che avevano battuto il test di Turing". In realtà ELIZA, che simula uno psicoterapeuta rogeriano, non fa che rielaborare le stesse frasi dei "pazienti" girandole in forma di domanda:

P: oggi mi sento triste
E: perché ti senti triste?
P: mio padre mi odia
E: parlami di tuo padre
P: da piccolo mi picchiava
E: il fatto che da piccolo ti picchiava è importante?

Il fatto che alcune persone, forse suggestionabili, abbiano scambiato ELIZA per un vero psicoterapeuta, e addirittura si siano sentite "comprese", in realtà dovrebbe far riflettere sui limiti della psicoterapia, piuttosto che su quelli dell'IA. In una variante di ELIZA ancora più ridicola, il programma PARRY simulava un paziente paranoico convinto di essere perseguitato dalla mafia. Osservando che PARRY riusciva a infilare la mafia in qualsiasi discorso stesse facendo alcuni psicoterapeuti, non sapendo che si trattava di un programma, lo scambiarono per un vero soggetto con sintomi paranoici.

Il trucco qui diventa evidente: non si sta simulando il comportamento di una persona "normale", "razionale", ma si sta simulando appunto l'assenza di razionalità, che è cosa molto più facile. Seguendo la stessa linea, si potrebbe dire che il mio pupazzo Carletto è perfettamente in grado di superare il test di Turing simulando il comportamento di un catatonico.

L'esempio di conversazione che Turing stesso riporta nel suo articolo, piuttosto, dovrebbe chiarire le idee su cosa è veramente richiesto per superare il test: si tratta di un ipotetico esame di letteratura, il cui scopo, normalmente, è proprio quello di verificare che il candidato non abbia assimilato nozioni in modo "meccanico", "a pappagallo".

D: Nella prima riga del sonetto: "ti paragono a un giorno d'estate", "un giorno di primavera" non andrebbe altrettanto bene?
R: Rovinerebbe la metrica
D: E un "giorno d'inverno"? ci starebbe
R: Sì, ma nessuno vuole essere paragonato a un giorno d'inverno
D: Lei non direbbe che il signor Pickwick le ricorda il Natale?
R: In un certo senso.
D: Ma il Natale è un giorno d'inverno, e credo che Pickwick apprezzerebbe il paragone.
R: Lei non dice sul serio. Con "un giorno d'inverno", si intende una tipica giornata invernale, non un giorno particolare come il Natale.

Forse sono troppo ottimista riguardo ai pregiudizi della gente, ma io sono in effetti convinto che se i computer potessero davvero conversare in questa maniera, pochissime persone avrebbero dubbi riguardo alla loro capacità di comprensione, anche delle poesie di Shakespeare.

Dunque ci sono due questioni da affrontare: la prima è se un computer potrà mai superare il test di Turing (ma davvero, non con i trucchi in stile ELIZA). La mia personale opinione è che sia teoricamente possibile (negare questo significherebbe concepire l'essere umano in maniera diversa da una macchina, ovvero porlo al di fuori della natura, opinione naturalmente legittima ma un po' demodé), ma che siamo ancora molto molto lontani dall'obiettivo (per farsene un'idea basta conversare con l'ultimo software vincitore del Loebner Prize).

Fra gli argomenti contrari, ovvero che vorrebbero dimostrare l'impossibilità per una qualsiasi macchina di Turing (ricordiamo che una macchina di Turing universale è in grado di simulare qualsiasi altra macchina) di riprodurre le abilità cognitive del cervello umano, vi è una linea di pensiero che va da John Lucas per arrivare al fisico Roger Penrose, e che fa un uso abbastanza disinvolto dei teoremi limitativi della matematica (il teorema di incompletezza di Gödel, e lo stesso teorema di Turing riguardo all'esistenza di problemi non decidibili).

Io del teorema di Gödel parlerò il meno possibile, perché è un argomento sul quale è facilissimo dire sciocchezze (e ho il privilegio di avere lettori che se ne accorgerebbero subito). Basti dire che Gödel ha dimostrato, con un teorema la cui dimostrazione è uno dei più alti risultati (anche estetici) mai raggiunti dall'umanità, che in ogni sistema formale sufficientemente ricco vi sono proposizioni vere ma non dimostrabili (all'interno del sistema). Il ragionamento di Penrose, nel libro La mente nuova dell'imperatore, è più o meno questo, stringendo: dal momento che vi sono proposizioni che noi possiamo riconoscere come vere ma una macchina non può, allora la mente umana è più potente di una qualsiasi macchina. Si consideri per analogia il seguente argomento: dal momento che voi non siete in grado di guardarvi negli occhi (se non con uno specchio) ma io posso guardarvi negli occhi, allora ho delle capacità che voi non avrete mai.

In effetti l'opinione dei logici riguardo all'uso di Penrose del teorema di Gödel è abbastanza chiara (indipendentemente dai grandi meriti di Penrose come scienziato e anche come divulgatore). Per Odifreddi "In realtà tale argomento, banalmente scorretto, potrebbe essere un buon test per verificare, in sede di esame, la comprensione di uno studente del Teorema di Gödel e della sua dimostrazione. Il problema non è qui che Penrose non passerebbe il test, quanto piuttosto il fatto che egli finisca col traviare lettori sprovveduti in matematica, benché altrimenti avveduti".

Markus Hutter è ancora più tagliente: "L'argomentazione di Penrose, che di fatto ricalca quella di John Lucas e la estende in due volumi, è una delle più interessanti obiezioni al programma della 'IA forte', e tutti dovrebbero leggerla e comprenderla. Ma naturalmente è errata, come ogni altra obiezione alla IA presentata ad oggi". RIP.

La seconda questione è se sia davvero lecito considerare intelligente un programma che superi (con tutti i crismi) il test di Turing. Chi sostiene il contrario si mette in una posizione abbastanza delicata, da un punto di vista metafisico. Se esibire un comportamento intelligente non basta ad essere definiti degli esseri pensanti, allora c'è anche il rischio che nessuno di noi (a parte me, ovviamente) sia davvero un essere pensante. Io so chi sono, per introspezione, ma nessuno può garantirmi che gli altri non siano altro che stupidi automi privi di pensiero e di coscienza.

Comunque John Searle l'ha fatto: nell'articolo Minds, Brains, and Programs, con una delle argomentazioni più balzane della storia della filosofia, ha preteso di dimostrare che non basta superare il test di Turing per essere considerati esseri pensanti. Tale argomento è noto come "l'esperimento mentale della stanza cinese".

Si immagini, dice Searle, di essere rinchiusi in una stanza piena di libri, dove l'unico contatto col mondo esterno è una feritoia. Ogni tanto qualcuno da fuori inserisce un foglio nella feritoia, pieno di strani simboli. Il compito dell'uomo rinchiuso in questa stanza è quello di prendere il foglio e consultare i suoi libri, che sono pieni di istruzioni per trasformare questi simboli in altri simboli, scriverli su un nuovo foglio, e poi infilarlo nella feritoia per trasmetterlo al di fuori (es. "se è presente il simbolo x, sostituirlo con i simboli y e z").

Si dà il caso che quei simboli strani siano ideogrammi cinesi, e che ciò che l'uomo nella stanza sta facendo, senza esserne consapevole, è dialogare in cinese col mondo esterno (magari proprio sul sonetto di Shakespeare). Se l'uomo, pur rispondendo in corretto cinese, non è in grado di comprenderlo (perché agisce come mero automa ed esecutore di istruzioni), allora neanche una qualsiasi macchina di Turing (che anch'essa esegue solo istruzioni) può essere considerata in grado di capire quel che fa. Searle pretende di aver dimostrato, così, che "la sintassi non può mai generare la semantica".

Io lascio al lettore il compito di individuare le varie falle presenti in quest'argomentazione (esiste un'ampia letteratura su questo esperimento mentale, proprio perché è talmente difettoso che ognuno vi individua un errore diverso, e questo del resto ne ha fatto la fortuna). C'è una cosa però su cui Searle ha evidentemente ragione. In effetti la sintassi, da sola, non può generare la semantica, ovvero non è la semplice correttezza formale a far sì che con la frase "il libro è sul tavolo" ci si riferisca proprio a un libro sul tavolo.

La semantica però non è nemmeno garantita da un misterioso "potere causale" del cervello umano (come pensa Searle, e che Roger Penrose crede addirittura di individuare nella fisica quantistica). Essa è semplicemente garantita dall'interazione col mondo esterno. Un programma inerte in effetti non potrà mai essere definito "intelligente", se non in potenza. Pensare, essere intelligenti, significa risolvere problemi, significa fare qualcosa, significa essere influenzati in maniera causale dal mondo, ed influenzarlo in maniera causale.

E se vi è davvero un aspetto che i teorici dell'IA hanno spesso sottovalutato, è questo. Difficile che un software possa superare il test di Turing, nelle attuali circostanze, perché in genere i software testati non sono che assembramenti di byte privi di apprendimento e la cui unica interazione col mondo avviene tramite le domande dei giudici. Essi non hanno a che fare, nella loro esistenza, con libri e tavoli, e quindi non possiamo aspettarci che siano davvero in grado di comprendere una frase come "il libro è sul tavolo". Sic et simpliciter.

sabato 5 settembre 2009

la luna è quadrata



Il video mostra come costruire, con riga e compasso, un quadrato di area approssimativamente uguale a quella di un cerchio di raggio dato. Naturalmente non si tratta di una vera quadratura del cerchio perché, come sanno anche le capre, questo problema è stato dimostrato impossibile da risolvere da Ferdinand von Lindemann nel 1882, così come impossibile risulta trisecare un angolo o duplicare un cubo (sempre limitandoci agli strumenti di riga e compasso, altrimenti si può fare).

Pi (il rapporto fra circonferenza e diametro di un cerchio) è un numero trascendente, ovvero non costruibile. Non è definibile né come rapporto fra numeri interi (nel qual caso sarebbe un numero razionale), né come radice di un'equazione (nel qual caso sarebbe un numero algebrico). È definibile solo come limite di una serie infinita di somme (in vari modi), il che ne preclude appunto la costruibilità con riga e compasso.

La storia, però, è piena di personaggi bizzarri che hanno preteso di aver trovato la "quadratura del cerchio" (espressione che è divenuta proverbiale per indicare una soluzione perfetta a un problema apparentemente insolubile). Uno dei più famosi, ad esempio, è Thomas Hobbes (1588-1679), l'autore del Leviatano, uno dei padri della concezione moderna dello Stato, e teorico del "contratto sociale" secondo cui gli uomini escono dallo stato di natura e dall'eterna guerra dell'uomo contro l'uomo solo rinunciando alle loro libertà e affidando la sovranità ad un unico soggetto. Ma Hobbes oltre che occuparsi di filosofia politica era anche un matematico dilettante.

Le idee filosofiche di Hobbes erano improntate a un materialismo estremo, che non lasciava spazio alcuno per entità "ideali" e astratte. Proprio questa sua visione avrebbe da un lato decretato il successo e l'originalità della sua teoria politica, dove la costruzione dello Stato trova legittimazione non in un'entita divina e sovra-umana, ma nelle materialissime e terrestri pulsioni umane, e dal desiderio degli uomini di proteggersi dai loro simili. Dall'altro lato, lo avrebbe spinto a rendersi ridicolo di fronte alla comunità scientifica, nel corso di una furiosa polemica col contemporaneo John Wallis, durata oltre vent'anni.

Pare infatti che gli errori di Hobbes derivassero proprio dal fatto di non essere in grado di riconoscere le linee e i punti geometrici come entità astratte, prive di une dimensione fisica e concretamente misurabile. L'idea di un ente matematico "non costruibile" fisicamente, e intuibile solo sul piano dell'intelletto, era inaccettabile per Hobbes, che vedeva in questa concezione anche un pericolo per la sua idea dello Stato (anch'esso, appunto, definibile come una costruzione interamente umana).

John Wallis, che aveva gioco facile nello scovare gli errori di Hobbes, era d'altronde motivato pure lui dall'avversione per il sistema filosofico hobbesiano, il che lo spinse a criticarlo con asprezza che alcuni giudicano eccessiva. Proprio il fatto che la posta in gioco non era semplicemente un problema geometrico, spinse invece Hobbes a intestardirsi oltre misura. Così, una volta ammesso che la sua prima dimostrazione (contenuta nel De corpore) era sbagliata, invece di riconoscere semplicemente che tale problema era di natura forse troppo complicata, ma che questo non inficiava necessariamente il suo approccio materialista, continuò a produrre nuove dimostrazioni, tutte rigorosamente sballate. Lo strazio e la polemica con Wallis si interruppero solo con la morte di Hobbes.

Ma Hobbes ha avuto moltissimi epigoni, che continuano a quadrare il cerchio anche ai nostri giorni. Epigoni meno noti, e i cui errori sono, a dirla tutta, meno interessanti da investigare e comprendere: per la maggior parte si tratta di semplici lunatici, che ovviamente devono liquidare tutta la matematica e la geometria del passato come frutto di errori e del dogmatismo accademico, il quale impedisce anche l'accettazione della loro ovvia ed elementare scoperta. È lo stesso genere di persona che invade i forum su Internet sostenendo che la gravità di Newton è una bufala colossale (non so se avete presente il tipo).

"Lunatici" si rivela, per coincidenza, il termine giusto, visto che l'ultimo ad inserirsi nella folta schiera dei "quadratisti", l'autore del video mostrato, è Jarrah White, uno dei più famosi lunacomplottisti, cioè quelle persone che sostengono che lo sbarco della Luna fu tutta una messinscena cinematografica. In realtà Jarrah non fa che citare uno dei padri storici del lunacomplottismo, ovvero Ralph René (passato a miglior vita nel 2008, ma il cui sito è ancora attivo). Il quale René, a sua volta, si rifaceva all'opuscolo scritto da un certo Dan W. Gaddy nel 1988 (On the Exact Measurement and Quadrature of the Circle). Vale la pena notare come René affermi, tra le altre cose, anche che la teoria della gravitazione newtoniana è sbagliata perché secondo i suoi calcoli la Luna dovrebbe cadere sul Sole almeno una volta al mese.

La cosa straordinaria, e che il video in effetti non mostra appieno, è il fatto che secondo Gaddy e René il quadrato ottenuto con quel metodo non è un'approssimazione dell'area del cerchio, ma è una perfetta quadratura. Il che però significa che l'area del cerchio di raggio unitario è davvero uguale alla radice di due più la radice di tre. Il che sarebbe sconvolgente, perché vorrebbe dire che il valore di pi è diverso da quello che finora tutti hanno creduto. Leggere per credere:

For almost 3,000 years mathematicians have proved, time and time again, that by using only a straight edge and compass, a square with the area of that circle couldn't be created. 12 years ago Dan W. Gaddy did just that and in doing so, found that PI does not equal 3.1415926 but instead it equals 3.146264. The 12 page pamphlet ($14.00) shows Gaddy's method.


Purtroppo non ci è possibile scoprire attraverso quali passaggi Gaddy ha trovato questo valore, se non pagando 14 dollari, che è il prezzo dell'opuscolo di Gaddy in vendita sul sito di René. Un modo, lo dico con sincera ammirazione, davvero geniale per spillare soldi ai gonzi (14 dollari per sole 12 pagine, ma contenenti la scoperta del secolo... forse ne vale la pena).

Jarrah White è entrato in questa antica e illustre contesa solo di recente, in seguito alle pressioni fatte su di lui da un debunker, un tipo che si fa chiamare FractalDimension su Youtube. Come documentato in questo video, FractalDimension ha chiesto a Jarrah White quale dei due valori ritenesse corretto. La risposta di Jarrah è stupefacente:

I'm open to both values until one of them can be proven correct. I don't istantly dismiss an alternative theory simply because everyone else jumps on a bandwagon. Instead i test the theory to uncover wich is correct. I plan to experimentig to find out wich value of pi holds true.


Il classico concentrato di arroganza complottista dove chi parla mostra tutta la sua ignoranza abissale nel contempo vantandosi della sua pretesa indipendenza di pensiero. Dunque, Jarrah White ha deciso di "sperimentare" in proprio per scoprire quale dei due valori è quello corretto (una scelta lessicale che già dimostra come non sappia nemmeno di cosa sta parlando, come se la matematica fosse una scienza empirica). L'annuncio è di quelli che causano delle alte aspettative. Chissà cosa avrebbe tirato fuori Jarrah....

Beh, alla fine, e circa un mese fa, il risultato delle elucubrazioni (anzi, sperimentazioni) di Jarrah è stato il video che abbiamo visto. Un po' poco, visto che c'è la costruzione del quadrato ma manca appunto un qualsiasi accenno di dimostrazione del fatto che le due aree sono uguali. Nel frattempo, la sonda americana LRO ha fotografato i siti dell'allunaggio, fornendo finalmente la prova definitiva che i lunacomplottisti chiedevano da tempo. Bisogna dire che questi ultimi hanno trovato un bel modo per recuperare un po' della loro credibilità distrutta.

Ah, tranquilli: le foto della sonda sono false. Parola di quadratista.