mercoledì 8 aprile 2009

io, disinformatore

"Statemi a sentire, dunque, e anche se qualcuno crederà che io prendo la cosa per ischerzo, sappiate, invece, che vi dirò la pura verità.

Vedete, cittadini, questa bella reputazione io me la son fatta per nessun altro motivo che per la sapienza. Ma quale sapienza, in effetti? Verisimilmente quella che è propria dell'uomo. Perché è questa la sola che posseggo; quelli, invece, di cui parlavo poco fa – non so che dirvi – hanno forse una sapienza superiore all'umana; certo è che io non la conosco e chi afferma il contrario mente e lo fa per calunniarmi.

Non protestate ora, ateniesi, se quello che sto per dirvi vi sembrerà presuntuoso; non sono parole mie ma di chi in tutto è degno di fede, voglio alludere al dio di Delfi, che prenderò a testimone della mia sapienza, qualunque essa sia, se di sapienza si può parlare.

Certamente lo conoscete Cherofonte; fin da ragazzo fu mio amico, sincero democratico, che condivise con voi l'esilio e con voi fece ritorno in patria. E sapete, perciò, anche il suo carattere, come ce la mettesse tutta nelle cose che faceva. Dunque, un giorno che era andato a Delfi, ebbe la faccia tosta di chiedere questo al dio (vi prego, non protestate, cittadini, per questo che vi dico), chiese, insomma, se ci fosse qualcuno più sapiente di me e la Pizia gli rispose che non c'era nessuno. Di questa risposta può farsi garante suo fratello, che è qui presente, dato che lui è morto.

Vi dico tutto questo perché desidero che voi sappiate da dove è nata la calunnia. Dunque, quando io seppi la risposta dell'oracolo, mi chiesi: «Che cosa ha voluto dire il dio? E che cosa nasconde sotto i suoi enigmi? Io, in coscienza, so bene di non essere sapiente, né tanto né poco. E allora, che cosa ha voluto dire affermando che lo sono più di tutti? Certo lui non dice menzogne, non può dirle.»

E, per molto tempo, così, non riuscii a farmi una ragione su quello che avesse voluto intendere. Finalmente mi decisi ad indagare sulla cosa in questo modo. Mi recai da uno che, in fatto di sapienza, passava per la maggiore, sicuro che, in tal modo, avrei potuto smentire l'oracolo e dimostrare la falsità del responso. «Ecco qui uno più sapiente di me, mentre tu dicevi che ero io» avrei potuto ribattere.

Interrogando quest'uomo (è inutile dirvene il nome, sappiate solo che era uno dei nostri esponenti politici), conversando con lui, ebbi questa impressione, ateniesi, che fossero gli altri a ritenerlo sapiente e, soprattutto, che lui stesso si credesse tale ma che, in realtà, non lo fosse affatto. Io, allora, tentai di dimostrargli che non era sapiente anche se credeva di esserlo, con il bel risultato che mi tirai addosso il suo rancore e quello dei presenti. Andandomene, però, pensai: «Certo sono più sapiente io di quest'uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino di più ne so di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo».

Volli, comunque, recarmi da un altro, considerato altrettanto sapiente, ma ne ebbi la stessa impressione e anche qui mi attirai il suo odio e quello di molti altri.

Nonostante questi risultati, insistetti, anche se andavo riconoscendo, con rammarico e con una certa apprensione, che mi stavo facendo dei nemici. Però dovevo venire a capo della faccenda e, soprattutto, tener nel massimo conto il responso del dio, continuando a indagare presso quelli che si ritenevano sapienti; ma, perbacco, cittadini, dato che devo dirvi la verità, ecco quello che mi succedeva: nell'indagine che svolgevo per accertare il senso dell'oracolo, quelli che erano i più celebrati, mi parevano, quasi quasi, i più sprovveduti, gli altri, invece, che non erano tenuti in alcun pregio, mi sembravano i meglio dotati.

Stando così le cose io mi chiedevo, sempre per giustificare il responso dell'oracolo, se non era meglio che rimanessi quello che ero, cioè, senza la loro sapienza ma anche senza quella loro ignoranza o, piuttosto, che avessi anch'io ambedue le cose che essi possedevano. E finii per rispondere all'oracolo e a me stesso che era meglio restare com'ero.

Ateniesi, tutte le ostilità nei miei riguardi, le più accanite e malvage, tutte le calunnie, la stessa fama di sapiente, sono nate da questa mia indagine.

Infatti tutti quelli che erano lì presenti ogni volta che io dimostravo a qualcuno la sua ignoranza, credevano che io ero un pozzo di sapienza. Ma, in realtà, ateniesi, soltanto dio è sapiente e in quel responso egli ha voluto appunto dire che la sapienza umana è ben poca cosa, anzi, nulla addirittura. Evidentemente, se il dio ha parlato di Socrate, lo ha fatto solo per servirsi del mio nome, come di un esempio, quasi per dire: «O uomini, il più sapiente di voi è chi, come Socrate, sa che la sua sapienza non conta proprio nulla».

E ancora adesso io vado in giro a cercare e a indagare se qualche concittadino o anche qualche forestiero sia sapiente, secondo il pensiero del dio e quando vedo che non lo è, solo per concordare col dio, io glielo dimostro.

Per questa mia occupazione, non ho avuto mai il tempo di far qualcosa di importante nella vita pubblica, né di curare i miei interessi privati e vivo in grande povertà, come sono tutto al servizio del dio.

Aggiungete a quanto vi ho detto il fatto che sono i giovani, soprattutto quelli delle migliori famiglie, che hanno più tempo libero, a seguirmi spontaneamente e a godersi un mondo nel vedere questi uomini presi sotto il tiro delle mie domande; molte volte essi stessi mi imitano e s'industriano a interrogare gli altri e, sapete, ne trovano anche loro di persone che credono di sapere e poi sanno poco o nulla. E, così, succede che gli interrogati non se la pigliano mica con loro ma con me e vanno a dire in giro che Socrate è un corrotto e ti guasta i giovani. E quando qualcuno gli chiede che cosa fa costui e che cosa insegna per corromperli, non sanno che dire e tacciono; ma per non far vedere il loro imbarazzo ti tiran fuori le solite sciocchezze che si usano dire contro chi ama il sapere, cioè che Socrate scruta i misteri del cielo e quelli della terra, non crede negli dei e fa apparire per buona la causa peggiore.

La verità è che essi non vogliono ammettere, con tutta quell'aria di sapientoni che si danno, di non saper nulla. E poiché sono ambiziosi, ostinati, numerosi per giunta, e tutti d'accordo nel calunniarmi, riescono anche persuasivi, riempiendovi, da un sacco di tempo, le orecchie con le loro violente accuse.

Se mi condannerete a morte, poiché sono quel che vi ho detto, voi non danneggerete me più che voi stessi. Nessun danno possono, infatti, arrecarmi né Meleto, né Anito. Non lo possono perché non credo che un malvagio possa fare del male a un uomo buono. Potrebbero uccidermi, forse mandarmi in esilio, privarmi dei diritti civili; per loro e per altri queste, forse, sono grandi disgrazie; ma io non la penso così. Per me è assai peggior male far quello che stan facendo costoro: uccidere un uomo ingiustamente. Non è quindi me che difendo ora, come qualcuno potrebbe credere, ma voi, cittadini, perché condannandomi, non vi rendiate colpevoli verso un dono di dio. Se voi mi ucciderete, infatti, non tanto facilmente troverete un altro simile a me, che il volere di un dio ha inviato nella vostra città (perdonatemi il paragone forse ridicolo) come un moscone sopra un cavallo alto e di buona razza ma alquanto pigro per la sua stessa mole e bisognoso di essere sempre stimolato.

Un simile compito dio sembra avermi affidato nella nostra città per cui io, senza sosta, vi sono da presso, per stimolarvi, per esortarvi, per rimproverarvi, ad uno ad uno, ogni giorno. Un altro come me, ateniesi, non lo troverete facilmente. Ecco perché se mi darete ascolto, voi mi risparmierete".

Tratto da qui. In risposta a questo (ok, fatte le debite proporzioni).
Aggiornamento: la pagina linkata sopra non c'è più; una diversa versione dell'Apologia è qui.

sabato 4 aprile 2009

Carletto

Io sono di quelli che non vincono mai niente. Non ho mai fatto 13 al Totocalcio, non ho mai fatto 6 al Superenalotto (né 5, né 4, né 3), non ho mai vinto la Lotteria di Capodanno, non sono mai riuscito a partecipare a "Chi vuol essere milionario". Non ho mai vinto a tombola, non ho mai vinto nemmeno a Risiko. Al massimo da bambino ho vinto un boero.

Grande quindi è stata la mia sorpresa quando mi ha telefonato una certa ditta di surgelati chiedendomi se mi ricordavo di aver spedito un sms con il codice del prodotto, qualche mese fa.

Avevo vinto, e oggi il premio è arrivato a casa mia.

mercoledì 1 aprile 2009

Barack Obama e i pesci-fragola

A distanza di 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, qual è l’eredità più importante che ci ha lasciato la teoria di Darwin, da un punto di vista, oltre che strettamente scientifico, culturale e filosofico? È una domanda che in questi mesi di celebrazioni darwiniane è rimbalzata varie volte sugli inserti culturali dei giornali.

Sicuramente l’evoluzionismo ha ridimensionato il ruolo dell’uomo all’interno della natura, mostrando la stretta parentela fra gli uomini e le scimmie. Ma una persona veramente orgogliosa della propria razionalità e superiorità intellettuale non ha in fondo un gran bisogno di sentirsi dire che è stata creata da Dio a sua immagine e somiglianza per sentirsi speciale.

Analogamente, una persona sinceramente credente non lascerà che la sua fede traballi in conseguenza di una teoria scientifica, quindi anche sostenere che l’evoluzionismo ha dato un colpo mortale alla religione lascia il tempo che trova: solo una spiritualità alquanto rozza può affidarsi interamente alla verità letterale di un testo scritto da uomini vissuti migliaia di anni fa.

Io ritengo, con Daniel Dennett (L’idea pericolosa di Darwin), che il più importante lascito di Darwin alla contemporaneità stia nella sconfitta del pensiero essenzialista. È qualcosa che può sfuggire a chi si è nutrito di una certa vulgata darwiniana, secondo la quale ogni differenza fra specie animali, o persino fra gli uomini, è riconducibile ad una precisa matrice biologica e genetica. Ognuno di noi è quello che è per colpa o per merito dei suoi geni: i criminali hanno il gene della criminalità, gli omosessuali quello dell’omosessualità, gli alcolisti quello dell’alcolismo e così via.

Naturalmente i geni hanno molto a che fare con quello che siamo, ma in realtà Darwin ci ha messi soprattutto nella condizione di apprezzare la fondamentale unità degli esseri viventi e le relazioni esistenti fra loro, più che le differenze. Un evoluzionista non tenta di classificare le varie specie in base a misteriose essenze o caratteristiche nascoste nel DNA (quello è casomai compito del biologo molecolare) ma ne traccia la storia evolutiva e va in cerca di quegli eventi nel passato che hanno prodotto una separazione fra due o più specie. Gli evoluzionisti sono interessati alla storia, non alle forme cristallizzate nel tempo.

Si può vedere chiaramente la differenza fra un approccio essenzialista e quello darwiniano nel trattamento della nozione di “specie”. Qualcosa di esteriormente simile all’albero della vita darwiniano era già stato prodotto un secolo prima di Darwin dal naturalista Carlo Linneo che aveva tentato (con discreto successo) una classificazione sistematica di tutti gli esseri viventi proprio secondo il principio gerarchico della struttura ad albero. Le specie occupano la posizione delle foglie, mentre i rami più grossi indicano i raggruppamenti fra specie secondo affinità via via più generiche. Ad esempio la specie Homo sapiens appartiene al genere Homo, che appartiene alla famiglia degli ominidi, che appartiene all’ordine dei primati, che appartiene alla classe dei mammiferi, etc.

Già in questo schema esistono delle evidenti (a posteriori) implicazioni evolutive, dato che la differenziazione fra le specie può essere letta come un progressivo allontanarsi da un progenitore comune. Ma ciò che rende diversa una specie da ogni altra, nella visione della natura pre-darwiniana, è una qualche caratteristica fisica che appartiene solo a quella specie e che la differenzia dalle altre della stessa famiglia. L’impostazione di Linneo è riconducibile ad Aristotele: aristotelicamente parlando l’uomo, ad esempio, è un bipede, come le galline, ma a differenza delle galline è privo di piume, così che l’uomo può essere definito come “bipede implume”. Oppure, e ancora meglio secondo Aristotele, come “animale razionale”. La razionalità è l’essenza dell’uomo, ciò che lo rende uomo.

La classificazione però non può essere arbitraria: non è l’enciclopedia cinese di cui parla Borges, e secondo la quale gli animali si dividono in:

a) appartenenti all’Imperatore,
b) imbalsamati,
c) ammaestrati,
d) lattonzoli,
e) sirene,
f) favolosi,
g) cani randagi,
h) inclusi in questa classificazione,
i) che s’agitano come pazzi,
l) innumerevoli,
m) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello,
n) eccetera,
o) che hanno rotto il vaso,
p) che da lontano sembrano mosche

e la prova che non si tratta di una classificazione arbitraria sta nel fatto che le varie specie non sono interfeconde. Puoi accoppiare un cavallo con una cavalla, facendo nascere un altro cavallo, ma non puoi accoppiare un ippopotamo con una giraffa. Madre Natura ha fatto sì che l’ordine che regna nel Creato non venga troppo scombussolato mantenendo delle nette barriere fra specie diverse.

Sembrerebbe quasi che prima la natura permetta l’evoluzione di specie diverse, e poi crei, al fine di proteggerle, delle barriere fra loro che non gli consentano di riprodursi. Ovviamente le cose non stanno così. Oggi una specie è considerata tale per il solo fatto di essere riproduttivamente isolata dalle altre. Anzi, l’isolamento riproduttivo (determinato ad esempio da barriere geografiche) è uno dei meccanismi attraverso i quali le diverse specie hanno origine. Il che significa che due organismi appartengono a due diverse specie non per una qualche loro essenza che le contraddistingue, ma semplicemente per un accidente storico.

Prendiamo le varie razze di cani: non credo che un pechinese si sia mai riprodotto con un alano, ma pur nella loro grande differenza morfologica, il pechinese e l’alano sono considerati entrambi appartenenti alla specie dei cani perché può esservi scambio di materiale genetico fra le due razze, tramite le razze intermedie (non sono geneticamente isolati). Ma se tutte le razze intermedie sparissero il pechinese e l’alano diverrebbero, solo per questo, due specie differenti, senza che nulla sia cambiato in loro.

Il legame che c’è fra il pechinese e l’alano non è affatto diverso da quello che c’è fra l’uomo e lo scimpanzè. Ciò che ci separa davvero dai nostri cugini primati non è quel 2% di Dna che si dice essere diverso nel patrimonio genetico degli scimpanzè e degli uomini, ma semplicemente la mancanza di individui, discendenti dal medesimo progenitore, che facciano da “ponte” fra noi e loro: si sono estinte le specie intermedie. In realtà non è nemmeno detto che uomini e scimpanzè non possano essere interfecondi, dato che nessuno, a quanto mi risulta, ha mai provato a generare un ibrido (ma è molto improbabile che un simile ibrido possa essere fertile). Inoltre gli uomini non sono tutti interfecondi: esistono coppie di persone che per svariati motivi non riescono a generare figli sani.

Tutto ciò, se si ha avuto la pazienza di seguirlo, dovrebbe far capire per quale motivo il razzismo oggi non ha molto senso da un punto di vista scientifico. Non è perché gli uomini siano tutti uguali (ché le differenze fra loro sono abbastanza evidenti) e neanche perché non possano esistere generalizzazioni valide: forse i neri hanno davvero il ritmo nel sangue, gli ebrei sono abili negli affari, e gli italiani cantano sempre. Forse. Ma il razzismo classico è una teoria essenzialista, fondamentalmente pre-darwiniana: assume infatti che esistano delle rigide barriere fra gli appartenenti di due diverse “razze”, e tali che una “mescolanza” fra le diverse razze costituisca una violazione dell’ordine naturale delle cose.

Queste barriere in natura non esistono, a meno che non le si voglia artificialmente creare, proprio come le varie razze canine sono artefatti del tutto umani. Non esistono gruppi umani che nel corso dei secoli si siano riprodotti esclusivamente al loro interno (benché alcuni gruppi siano un po’ più elitari di altri). L’uomo è un animale commerciale, possiede l’istinto di scambiare merci con i propri vicini (secondo alcune ipotesi l’uomo di Neandertal si sarebbe estinto proprio perché gli mancava questa capacità), e là dove esiste lo scambio di merci, possiamo stare sicuri che esiste anche lo scambio di geni (che può essere comunque favorito anche da contatti meno amichevoli, come la guerra e il saccheggio).

I geni viaggiano, di modo che è davvero difficile individuare al loro interno una qualche “essenza” caratteristica di una qualche popolazione. Si possono fare al massimo dei ragionamenti di tipo statistico: alcuni geni sono maggiormente frequenti in alcune regioni, e meno frequenti in altre, ma in generale si può ben dire che tutti i geni sono presenti ovunque, e ovunque ci sono gli stessi geni. Questo argomento contro la razza è stato battezzato come “fallacia di Lewontin” (dal nome del famoso genetista impegnato nella lotta al determinismo biologico), in quanto appunto trascura i pattern di frequenze geniche che grosso modo sembrano corrispondere alle divisioni tra le razze tradizionali. Può essere, il che significa solo che con qualche sforzo possiamo dare un senso compiuto alla nozione di “razza”, ma senza che questa nozione possa essere di grande utilità e conforto per il tipico razzista, che vede in genere le razze come entità esattamente delineate (come “essenze”), e non come vaghe astrazioni statistiche.

Per un razzista genuino, infatti, non sembrano esistere mezze misure. Per un sostenitore della “supremazia bianca” l’incrocio fra un bianco e un nero non genera un individuo che è al 50% bianco e al 50% nero, ma semplicemente un altro nero, un portatore dell’essenza della “negritudine”, per quanto diluita possa essere. I nazisti spedivano tali “ambiguità” nei campi di sterminio, non preoccupandosi molto del fatto che così facendo avrebbero distrutto anche quel 50% di sangue ariano al quale sembravano attribuire un certo valore.

Ma esiste un’altra categoria di persone vittima del pensiero essenzialista, e si tratta degli attivisti anti-Ogm. I nemici delle biotecnologie, normalmente di sinistra, sembrano avere la stessa fissazione per la “purezza genetica” e la stessa paura per il superamento delle barriere che contraddistingue i razzisti di destra. Sostengono che, sebbene la variazione genetica esiste anche in natura, la creazione di Ogm è qualcosa di molto più pericoloso perché abbatte le barriere tra specie (ad esempio introducendo il gene di un pesce in una fragola) “createsi nel corso dell’evoluzione”. Puro non-senso: come abbiamo visto, l’evoluzione non crea barriere riproduttive tra le specie, ma semmai le barriere riproduttive creano le specie.

La mistica anti-Ogm è profondamente essenzialistica: mescolare un pesce con un frutto significa, dal punto di vista dello scienziato, semplicemente inserire un gene che codifica per una proteina; dal punto di vista dell’anti-Ogm significa cambiare la “natura intrinseca della fragola”, inquinando la sua essenza con l’essenza del pesce, e cambiando così le regole imposteci da non-si-sa-bene-chi. Il frutto ottenuto avrà l’apparenza esteriore di una fragola, il sapore di una fragola (magari anche più buono), praticamente tutto di una fragola, ma non sarà una fragola (un po’ come l’ostia consacrata non è più un’ostia, nonostante ne conservi tutte le apparenze, ma carne del nostro Salvatore), ed è anzi qualcosa da cui è meglio tenersi lontani onde evitare il collasso dell’Universo.

Molte persone razionali che credono nella scienza hanno paura delle possibili implicazioni politiche della teoria darwiniana, e sostengono per prudenza un principio di separazione netta fra scienza e politica: la scienza è amorale, e non si possono mai trarre conclusioni di tipo politico o etico da una qualsiasi scoperta scientifica. Io non la penso proprio così, e ritengo che invece si possano trarre utili lezioni dal darwinismo. Purché lo si capisca.

lunedì 23 marzo 2009

milionari e poveracci

Cos’avranno in comune l’abitante di una bidonville africana e un banchiere di Wall Street messo in difficoltà dalla crisi economica?

Secondo l’economista peruviano Hernando de Soto (da non confondere con l’omonimo conquistatore), entrambi soffrono di mancato accesso al credito dovuto alla non trasparenza dei loro titoli di proprietà. La differenza, enorme, fra i due, è che mentre la difficoltà del banchiere è di recente data e (si spera) transitoria, quella del povero africano data di secoli, ed è cronica.

Nel libro Il mistero del capitale de Soto aveva dato una sua spiegazione, piuttosto convincente, alla vecchia questione sul perché i paesi dell’Occidente sembrano avere avuto un maggiore successo di altri nella via alla ricchezza e alla prosperità. Parte della soluzione, ed è ovvio, sta nel sistema capitalistico e di libero mercato. Questo però non spiega perché molti paesi del terzo mondo ed ex comunisti che hanno adottato in tutta fretta le riforme economiche di stampo liberista consigliate dalle istituzioni finanziarie dell’Occidente non abbiano conosciuto l’immediato boom economico che molti si aspettavano, spesso andando incontro invece a tremendi contraccolpi.

L’idea di de Soto è che in questi paesi le riforme economiche non sono state adeguatamente coperte da riforme legali in grado far emergere il settore economico extra-legale, permettendo l’accesso a titoli di proprietà standardizzati, trasparenti, e fungibili. Il fatto è che spesso i poveri non sono poi così poveri quanto crediamo: l’ammontare del valore dei beni immobiliari detenuti dagli abitanti di alcune periferie fatiscenti del terzo mondo, se sommato, è enorme. Il problema è questi valori non possono essere trasformati in capitale, non hanno una rappresentazione simbolica standardizzata che permetta di farli viaggiare, di venire divisi o raggruppati, oppure essere usati come garanzia di credito, per il semplice fatto che non sono detenuti legalmente, o almeno non in una forma che possa essere riconosciuta da tutti.

Questa è la differenza fra il semplice “possesso” fisico di un dato bene e la proprietà legalmente tutelata, registrata in una forma astratta in un certo modo svincolata dall’oggetto materiale. La proprietà è ciò che permette l’esistenza del capitale vero e proprio, e quindi l’accesso al credito e l’esistenza di banche e istituzioni finanziarie funzionanti ed efficienti. Ciò che tiene lontano troppe persone dalla proprietà legale è, in una parola, la burocrazia. Ad esempio, secondo quanto scritto nel libro, a Manila per formalizzare un possesso urbano informale ci vogliono 168 passaggi burocratici e un tempo che va dai 13 ai 25 anni. Invece a Lima per aprire un laboratorio di abbigliamento occorre fare pratiche per 289 giorni e spendere 1231 dollari, trentanove volte il salario minimo mensile. I costi per uscire dall’illegalità e accedere ai vantaggi della legalità sono quindi troppo onerosi, e finiscono per privilegiare pochissimi individui tenendo alla larga la stragrande maggioranza delle persone che pure avrebbero le potenzialità per arricchire il paese.

Esistono quindi possessi, e anche imprese, destinati a rimanere capitale morto perché condannati a rimanere nell’illegalità. In mancanza di un sistema legale che formalizzi i possedimenti delle persone, detenuti extra-legalmente, i poveri si arrangiano ricorrendo a consuetudini e sistemi informali talvolta anche efficaci per risolvere le loro controversie, che però non sono integrati né col sistema legale internazionale né con altri sistemi informali concorrenti. Il compito, non semplice, delle riforme politiche e giuridiche nei paesi del terzo mondo sarebbe quindi quello di portare a galla questo capitale morto riuscendo a integrare tutti questi sistemi informali di tutela della proprietà, senza fare violenza all’esistente, un un’unica forma accettata da tutti, accessibile e funzionante.

Riforme economiche e giuridiche “calate dall’alto” delle massime istituzioni finanziarie non possono fare molto per risolvere la situazione, né gli aiuti umanitari offerti dai paesi avanzati possono essere considerati più che un palliativo. È ovvio che i paesi del terzo mondo soffrono per una molteplicità di carenze, ad esempio di infrastrutture. Costruire ponti, dighe, sistemi di irrigazione, reti fognarie, ferrovie e strade aiuta, ma non risolve finché non si trova il modo di far circolare il capitale morto detenuto più o meno legittimamente dalle persone che si desidera aiutare.

Il segreto dell’Occidente è proprio quello di aver costruito, nel corso dei secoli e in maniera quasi inconsapevole, un sistema legale di tutela della proprietà che è la vera linfa del capitalismo. Il problema è che, proprio perché mai esplicitamente teorizzata, l’importanza di un sistema formale e standardizzato di titoli di proprietà dove ogni nostro avere è registrato e al quale si possa accedere con facilità non è stata giustamente apprezzata, e proprio questo potrebbe essere alla base dell’attuale crisi finanziaria, secondo un recente articolo di De Soto pubblicato da Newsweek (qui l’intervista).

È successo infatti che in epoca recente accanto ai tradizionali e consolidati strumenti finanziari, che si basano tutti su titoli di proprietà trasparenti e le cui registrazioni sono facilmente rintracciabili, si sono moltiplicati in maniera selvaggia nuovi strumenti che rendono la contabilità sempre più difficile, per non dire impossibile. Sono i famosi “derivati”, titoli il cui valore dipende da altri beni o attività sottostanti e che possono essere impacchettati, frazionati, rivenduti e comprati un numero indefinito di volte, e poi diventare la base di nuovi titoli "derivati" da essi, fino a perdere qualsiasi legame visibile con l’originaria attività sottostante.

Non c’è nulla di male nello strumento in sé: il problema è la maniera assolutamente deregolamentata con cui questi strumenti sono stati creati, che hanno appunto creato una situazione di anarchia e confusione simile alla molteplicità dei sistemi informali di tutela della proprietà vigenti in quei paesi poveri dove la legge non fornisce un’alternativa praticabile, e nella quale a un certo punto non si è più capito chi aveva che cosa. Una relativamente piccola fluttuazione del mercato immobiliare ha allora determinato una sfiducia e una crisi del credito generalizzata e globale: nessuno sa a quanto ammontano e dove stanno i titoli tossici, chi li detiene, e chi invece è solvibile.

Il confronto fra i modi in cui i governi stanno cercando di uscire dalla crisi, e il modo tradizionale con cui i paesi avanzati tentano di dare una mano al terzo mondo, rafforza ulteriormente l’analogia. Quello che tutti si propongono di fare al momento, infatti, è ridare fiducia ai mercati investendo enormi somme statali e pompando liquidità nel sistema bancario. Questo può aiutare, ma forse non risolve, e non fa che rimandare il problema. Quello che occorre sono regole condivise che permettano di tenere traccia in maniera chiara di ogni titolo di proprietà detenuto dagli agenti economici e del suo effettivo valore. Senza un tale sistema rischiamo di avere un capitalismo senza capitale, fatto solo di carta straccia cui nessuno attribuisce più un valore, affiancato da capitale morto che non sapremmo come far rendere, proprio come accade in una bidonville africana.

Sulla crisi economica sono stati versati fiumi d’inchiostro: ho voluto segnalare questo contributo perché mi è parso inquadrare la situazione in una prospettiva particolarmente interessante, per l’analogia in un certo modo inaspettata fra le difficoltà affrontate oggi dai paesi più ricchi del mondo e quelle dei paesi da sempre più poveri. La globalizzazione ha davvero avvicinato fra loro tutti i popoli del pianeta, ma forse in un modo che nessuno aveva previsto.

martedì 17 marzo 2009

quid est veritas?

Galileo Galilei credeva fortemente nella validità del sistema copernicano, eliocentrico, ritenendolo superiore al sistema tolemaico, geocentrico. Ci credeva tanto che per superare alcune obiezioni alla teoria (obiezioni sensatissime rispetto alla conoscenza dell’epoca) dovette inventare da capo una nuova fisica, indipendente da quella aristotelica fatta propria dalla maggior parte degli uomini colti della sua epoca.

Una fisica davvero rivoluzionaria che arriva a ribaltare il senso comune riguardo ciò che deve essere spiegato e ciò che invece non richiede spiegazione. Nel sistema di Galileo, infatti, non è la persistenza del moto che ha bisogno di essere giustificata e compresa, come tenta di fare Aristotele con la sua teoria dell’impulso, ma solo le variazioni nel moto. Non si tratta semplicemente di una nuova ipotesi: la fisica galileiana cambia il concetto stesso di “evento”, fa saltare in aria le categorie ontologiche fondamentali del suo tempo.

È una fisica, anche, che si avvale sì del metodo empirico, ma col fine di scalfire e andare oltre il regno delle pure apparenze. La natura non va semplicemente osservata, nell’attesa che ci dica qualcosa: essa va interrogata, torturata, manipolata nel tentativo di estorcergli la verità. Gli strumenti di tortura impiegati sono due: gli esperimenti (“sensate esperienze”) e la matematica (“certe dimostrazioni”). Con gli esperimenti pieghiamo la volontà dell’interrogato e lo facciamo parlare, la matematica è il linguaggio che ci consente di interpretare quel che dice. Le qualità e le essenze di Aristotele devono poter essere tradotte nel linguaggio delle quantità e delle proprietà misurabili e controllabili, se non vogliamo che la natura continui a prenderci in giro.

Galileo aveva molta fiducia nel suo metodo per scoprire la verità, tanto da non ritenere la conoscenza raggiunta dall’uomo tramite questi strumenti qualitativamente diversa dalla conoscenza divina. La conoscenza di Dio e quella dell’uomo differiscono solo quantitativamente, vale a dire che Dio sa più cose di tutti noi, ma una proposizione come “2 + 2 = 4” è vera allo stesso modo per lui e per noi. Galileo quindi, pur genuinamente credente, seppe anche conferire una profonda dignità all’uomo e al suo posto nel cosmo, legata alla sua voglia e alla sua capacità di scoprire il vero.

Purtroppo queste idee di Galileo si scontrarono con quelle della Chiesa. Non la sua teoria copernicana, si badi bene, ché il motivo del contendere non era quello. Ciò in cui Galileo e la Chiesa si scontrarono fu proprio una diversa concezione della verità e della ragione. Alla Chiesa che la Terra girasse intorno al Sole o il Sole intorno alla Terra non importava poi molto, ed era prontissima ad abbracciare la nuova teoria copernicana, una volta che fosse stata trovata una inequivocabile dimostrazione (che Galileo cercò di trovare, ma oggettivamente senza successo).

La Chiesa però non poteva accettare che un semplice mortale, andando persino contro le Scritture, si arrogasse il diritto di determinare – o anche solo opinare – il Vero e il Falso, cose che appartengono solo a Dio (e naturalmente ai suoi rappresentanti sulla Terra). La scienza, agli occhi della Chiesa, non deve avere la pretesa di darci la conoscenza, ma è e deve rimanere un semplice strumento pratico. Va benissimo, allora, descrivere il moto dei pianeti “come se” girassero intorno al Sole, se in questo modo ci semplifichiamo i calcoli e ci rendiamo la vita più facile: non bisogna dire però che questa è la verità fisica delle cose, perché il sigillo della Verità non può essere dato da chiunque, e specie su materie così delicate.

Allora, le cose andarono più o meno in questo modo. Galileo, in odore di eresia, venne convocato dal cardinale Roberto Bellarmino (già esperto in proposizioni eretiche per aver partecipato in precedenza al processo contro Giordano Bruno poi conclusosi col rogo) che lo ascoltò pazientemente. Poi Bellarmino gli disse: “Caro Galileo, lei farà cosa saggia se si contenterà di parlare ex suppositione, come faceva Copernico, e non assolutamente. Perché una cosa è dire che una volta supposto il moto della Terra tutte le apparenze riguardo al moto dei pianeti e del Sole si spiegano molto più facilmente che non col postulare strane orbite epicicloidali, e in questo non c’è nulla di male, ma un’altra cosa è affermare che il Sole sia realmente al centro dell’Universo e che la Terra gli giri intorno, il che non solo è alquanto provocatorio e irritante, ma potrebbe anche recare danno alla Fede. E qvesto è qvanto”.

Bellarmino, come si può vedere dalle sue affermazioni, non era un rozzo fondamentalista ignorante, ma un intellettuale raffinatissimo, oggi venerato come santo e come Dottore della Chiesa (un circolo molto ristretto ed esclusivo). Galileo invece era in fondo un sempliciotto, e non capì molto bene il discorso di Bellarmino. Non riusciva a comprendere infatti come si potesse sostenere una cosa e il suo contrario al medesimo tempo. Però ringraziò Bellarmino e se ne andò: in fondo era stato momentaneamente scagionato dalle accuse, e poi aveva confusamente intuito che non gli si proibiva in assoluto di continuare le sue ricerche.

Mantenne comunque un profilo abbastanza basso negli anni seguenti, finché non capitò una cosa che era destinata a ricacciarlo nei guai. Venne eletto papa il fiorentino Maffeo Barberini (Urbano VIII), persona che in passato aveva già difeso Galileo in occasione di alcune polemiche, e quindi poteva essere ritenuta di atteggiamento più amichevole dei predecessori. Una conferma a questa supposizione arrivò quando Galileo dedicò al nuovo pontefice il libro Il Saggiatore, sui moti delle comete, ricevendone un aperto apprezzamento. Galileo credette finalmente di aver trovato un potente protettore quando Urbano VIII lo incoraggiò a scrivere un trattato che mettesse a confronto i due massimi sistemi del mondo (la teoria tolemaica e quella copernicana). Anche in questo caso, però, vi fu una grave incomprensione:

URBANO: Galileo, mi piacerebbe leggere un buon libro di astronomia. Perché non lo scrivi tu?
GALILEO: Sul serio, posso? Davvero davvero?
URBANO: Sì, ma mi raccomando, il libro dev’essere NPOV.
GALILEO: Dev’essere come?
URBANO: Ma dove vivi? NPOV, Neutral Point of View. Non deve contenere espressioni faziose e giudizi perentori, nemmeno quando chi li esprime è assolutamente convinto della loro verità, ma presenterà piuttosto le diverse opinioni in contrasto o la visione più condivisa ed accertabile, segnalando lealmente le ragioni dei sostenitori e quelle degli oppositori, col supporto di fonti autorevoli e dati attendibili.
GALILEO: Credo di aver capito. Scriverò il mio trattato in forma di dialogo, in modo di dare spazio a tutte le voci in capitolo.

Ma Galileo era rimasto un povero ingenuo, e proprio non riusciva a dissimulare le proprie idee. Poiché lui credeva nella teoria copernicana non riusciva a trovare argomenti altrettanto validi per quella tolemaica, anche perché forse se li avesse trovati avrebbe smesso di dubitarne. Così nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo il difensore dell’ipotesi geocentrica, l’aristotelico Simplicio, fa regolarmente la figura del cretino, mentre gli argomenti di Salviati appaiono sempre i più brillanti. Vi è un terzo personaggio, Sagredo, che dovrebbe fungere appunto da arbitro neutrale, solo che finisce sempre per dare ragione a Salviati. L’unica volta in cui Salviati è d’accordo con Simplicio, alla fine del libro, è quando questi afferma un’idea che era stata personalmente esposta a Galileo proprio dal papa, quella secondo cui Dio nella sua onnipotenza avrebbe potuto benissimo farci sembrare le cose in un modo mentre la vera spiegazione risiederebbe altrove. Urbano se ne risentì un pochetto, non si sa se perché credeva di essere stato preso in giro oppure perché non aveva piacere che Galileo spiattellasse a tutti discorsi fatti dopo un paio di bicchieri di buon vino.

Scoppiò un casino: Galileo venne accusato di aver agito in malafede e con l’inganno, e a dimostrazione di ciò venne rispolverato quel vecchio colloquio con Bellarmino, quello troppo intelligente per il provinciale Galileo che non ci aveva capito nulla. Per persuaderlo ulteriormente del suo errore gli vennero mostrati alcuni strumenti di tortura, ma non erano esperienze e dimostrazioni, erano corde e tenaglie. Insomma a Galileo non rimase altra scelta che chiedere scusa, dire di essersi sbagliato a pensare di poter esprimere un’opinione, e rimettersi alla clemenza dei suoi accusatori. Però si dice (secondo voci non confermate) che con lo sguardo rivolto in basso, mormorò sottovoce: “Eppur si muove”. Non aveva ancora capito.

Oggi pare che Galileo sia stato finalmente riabilitato: persino la Chiesa ha ammesso con Giovanni Paolo II che in effetti vi fu una "tragica reciproca incomprensione", e quindi in fondo Galileo non era cattivo, era solo un po’ ignorante. Non aveva saputo cogliere i preziosi suggerimenti di Bellarmino, che era addirittura un "Popper ante-litteram" come dice il Tg2 (peccato solo che Popper definisca la posizione di Bellarmino come un tradimento nei confronti della scienza). Ma le sue scoperte, quelle, non sono più in discussione. Infatti quest’anno si celebra il quattrocentesimo anniversario proprio delle prime scoperte celesti di Galileo. Se passate a Firenze uno di questi giorni andate a Palazzo Strozzi, dove è stata allestita una bella mostra per ricordare l’evento, intitolata a Galileo ma in realtà sulla storia dell’astronomia dall’antichità fino agli albori dell’epoca moderna (nata dall'ingenuità di Galileo). In una stanza della mostra, possiamo anche ammirare quella che dovrebbe essere considerata l’ultima risposta di Galileo, ai Dottori della Chiesa di ieri e di oggi. Qui.

giovedì 12 marzo 2009

rimescolamenti

Quello che mi fa arrabbiare, quando vedo gente in rete che si mette a delirare intorno a truffe immaginarie come quella del “signoraggio”, è che le stesse persone spesso non si accorgono di cose ben più evidenti che stanno proprio sotto il loro naso, ma alle quali non sono interessate semplicemente perché non c’è nessun misterioso complotto da scoprire. Ad esempio, non sento mai dire che la pressione fiscale nel nostro paese potrebbe essere ridotta di una buona ventina di punti, senza far star peggio nessuno, e anzi facendo star meglio tutti. Basterebbe eliminare il fiscal churning.

Il fiscal churning (rimescolamento fiscale) è la misura in cui le stesse persone vengono tassate e sovvenzionate nello stesso tempo. In pratica è quel che succede quando il governo preleva due euro a Tizio per darli a Caio, e contemporaneamente preleva due euro a Caio per darli a Tizio. Non è una mia invenzione: parrà strano, ma questo è quel che avviene ogni anno quando viene varata una nuova legge finanziaria.

Per dare un’idea dell’estensione del fenomeno, il livello di risorse economiche spostate in questo modo nel nostro paese, nel 1993, era dell’ordine del 22,7% del PIL. Considerando che l’intera spesa pubblica annuale ammonta al 55-60% del PIL, questo significa che la spesa pubblica potrebbe essere ridotta a poco più del 30% del PIL semplicemente eliminando il fiscal churning (cioè togliendo alle stesse famiglie sia le tasse che i sussidi) (Fonte). Questo non farebbe stare peggio nessuno, e anzi farebbe stare meglio tutti, a causa dei considerevoli costi amministrativi attualmente affrontati dal fisco, senza contare l’evasione fiscale e la distorsione del sistema economico dovute all’alto livello di tassazione. Per quale motivo, allora, un governo agisce in maniera così irrazionale? Questa domanda è forse troppo intelligente per sperare di ottenere una risposta dai nostri politici, per cui proverò a rispondere io.

Si fa così per questioni di “trasparenza”, nel senso che le politiche fiscali NON devono essere trasparenti. Tutti gli elettori devono credere di essere in qualche modo beneficiati dalla politica fiscale, e a tutti deve essere data una qualche misera soddisfazione: sì, caro padre di famiglia, ti abbiamo aumentato le tasse, ma non lamentarti, perché abbiamo pensato anche a te ed è già pronto un aumento degli assegni familiari per coloro che stanno nella tua situazione.

Questa stessa mancanza di trasparenza rende possibile anche fenomeni che altrimenti sarebbero difficili da spiegare, all’interno di un sistema democratico dove in teoria conta il parere della maggioranza dei cittadini, e non di qualche lobby minoritaria. Ci dovremmo aspettare ad esempio che nel corso della “redistribuzione del reddito”, la maggior parte delle risorse venga spostata da una minoranza privilegiata, e non produttiva, verso una maggioranza di bisognosi, mentre spesso avviene il contrario.

Ad esempio, che cosa succederebbe se la compagnia aerea di bandiera di un certo paese fosse sull’orlo del fallimento, e con un passivo spaventoso, ma il governo si rifiutasse di cederla ad una solida compagnia estera che si offrisse di rilevarla con tutti i debiti, per darla invece ad una improvvisata cordata di industriali autoctoni una volta scaricati i debiti sui contribuenti? Quale governo potrebbe conservare un minimo di credibilità dopo un simile smaccato esempio di favoritismo che danneggia la stragrande maggioranza dei cittadini? La risposta è facile: qualunque governo abbastanza abile e sfacciato da mascherare l’intervento dipingendolo come un gesto di patriottismo industriale.

Non che sia difficile, per un cittadino normodotato, capire cosa stia succedendo, ma occorre tener presente che pure il tenersi informati ha un certo prezzo, e riuscire a sollevare ondate di indignazione popolare ha un prezzo ancora maggiore. Chi perde, perde relativamente poco (anche se la cifra diventa consistente una volta sommati tutti i contributi) mentre chi vince ne trae enormi vantaggi, tanto da rendere conveniente per lui fare campagne d’informazione a suo favore e investire in opere di persuasione sugli organi di governo e di stampa.

Ma forse si tratta di un esempio troppo facile e demagogico: in fondo l’operazione Alitalia un certo rumore lo ha suscitato, e anzi vi è stato un periodo in cui non si parlava d’altro. Ma perché, allora, nessuno parla mai della Politica Agricola Comune? All’interno della Comunità Europea solo un cittadino su quattro abita nelle campagne, solo uno su venti lavora nel settore agricolo, ed ancora minore è il contributo dato dall’agricoltura all’economia europea. Eppure il 40% del bilancio comunitario è destinato alla PAC, ovvero 55 miliardi di euro l’anno (0,5% del PIL dell’UE). La PAC costa a ciascuno di noi 2 euro la settimana, cioè più di 100 euro l’anno (Fonte). Per quale nobile scopo?

Alle sue origini, 50 anni fa, l’accento era posto sulla necessità di produrre cibo sufficiente per un’Europa che usciva da un decennio di carestie dovute alla guerra. I sussidi alla produzione su vasta scala e l’acquisto delle eccedenze nell’interesse della sicurezza alimentare appartengono ormai al passato. L’attuale politica dell’UE è incentrata sull’obiettivo di far sì che i produttori di alimenti di ogni genere (cereali, carne, frutta e verdura o vino) siano in grado di competere in modo autonomo sui mercati dell’UE e su quelli mondiali (Fonte).


Traduco: se inizialmente l’obiettivo era quello di far fronte a una scarsità dell’offerta di fronte alla domanda, oggi lo scopo che ci si prefigge è l’esatto contrario: data la vastità dell’offerta a livello mondiale, noi paghiamo gli agricoltori non per produrre di più, ma anzi per produrre di meno garantendogli al medesimo tempo un decente tenore di vita e tenendo i prezzi più alti rispetto a quelli di mercato. I consumatori ringraziano, i contadini del terzo mondo esclusi dalla concorrenza pure. La cosa naturalmente viene mascherata con le parole d’ordine della sicurezza alimentare e della protezione dell’ambiente, ma il bello è che se fossimo davvero interessati all’ambiente, dovremmo agire esattamente in senso contrario. Dovremmo tassare chi si ostina a vivere in campagna, e favorire l’urbanizzazione.

Per un amante della natura è certamente più romantico vivere in un casolare situato a chilometri di distanza da qualsiasi avamposto della civiltà, solo che, dovendosi spostare, l’amante della natura userà un fuoristrada e consumerà molta più benzina di qualsiasi altro cittadino. Bisognerà allacciarlo alla rete elettrica, al gas e all’acqua, bisognerà portargli Internet e il telefono in casa, e inoltre è prevedibile che consumi molto di più in riscaldamento. Le metropoli saranno più brutte (per alcuni) ma sono, da molti punti di vista, dei paradisi ecologici.

Le città, inoltre, non sono semplici agglomerati di case e persone: sono degli agglomerati di idee. Ciò che spinge la maggior parte delle persone a concentrarsi in così poco spazio è, fra le altre cose, il fatto di poter incontrare altre persone e sfruttare le maggiori opportunità offerte da questi incontri. Trasferirsi in una città, quindi, non arreca vantaggio solo a colui che si trasferisce, ma produce una esternalità positiva. È un po’ come il telefono: non serve quasi a niente finché ci sono solo due o tre apparecchi in giro, ma ogni nuovo apparecchio installato aumenta esponenzialmente l’utilità dell’invenzione. Nelle parole di Colin Ward (pensatore anarchico):

La città è una proprietà comune dei suoi abitanti. È, in senso economico, un bene pubblico […] il valore astronomico assegnato al centro della città emerge solamente dal fatto che è al centro delle attività di milioni di persone. Loro, non i proprietari, hanno creato questi valori, che evidentemente appartengono ai cittadini.


Occorrerebbe quindi aiutare chi decide di trasferirsi in centro, contribuendo alla creazione di questo valore comune. Naturalmente, la politica dei piani regolatori va in senso esattamente contrario: tende a limitare la costruzione di nuovi alloggi in zone ad alta densità abitativa, favorendo i proprietari di immobili e penalizzando gli inquilini, facilitando le speculazioni, e aumentando vertiginosamente il prezzo degli affitti.

Questi sono i complotti veri. Non sono segreti, e infatti per saperne qualcosa basta andare a leggere qualche libro o rivista di economia. Non troverete accenni al fiscal churning o alla PAC, invece, sui vari siti dedicati alla contro-informazione: quelli che consigliano di curare il cancro col bicarbonato perché le terapie ufficiali sono una truffa sanitaria, che parlano di aerei che rilasciano scie chimiche allo scopo di sterminare i nove decimi dell’umanità, quelli per cui i terremoti e gli uragani sono telecomandati dagli americani, e quelli per cui i telefonini cuociono le uova.

Ma non è un complotto per danneggiare la democrazia. Anche per questo esiste una spiegazione del tutto razionale: informarsi e documentarsi costa. Persino lo scrivere questo modesto post mi è costato qualcosina. Riempirsi la testa di stronzate invece non costa nulla. Almeno, a breve termine. E i nostri politici lo sanno, per questo non mi preoccuperei troppo della libertà di parola su Internet. A chi conviene eliminare Beppe Grillo, finché continuerà a occuparsi delle bio-palle?

sabato 7 marzo 2009

ha mai visto un comunista bere acqua?

Un classico, ma oggi è un giorno un po' speciale.



RIPPER: Mandrake.
MANDRAKE: Generale.
RIPPER: Ha mai visto un comunista bere un bicchier d’acqua?
MANDRAKE: Beh… No, veramente non l’ho mai visto.
RIPPER: Vodka, ecco quello che bevono. Mai acqua.
MANDRAKE: Sì, adesso che ci penso mi pare proprio che bevono vodka.
RIPPER: Per nessuna ragione un comunista berrà mai acqua… e sanno bene quello che fanno.
MANDRAKE: Oh… Ah, e già… Però non vedo dove vuole arrivare, generale.
RIPPER: All’acqua. Ecco dove voglio arrivare. Mandrake, l’acqua è la base di tutta la vita. Sette decimi della superficie terrestre è acqua. Ma lo sa che anche lei per il 70% è acqua?
MANDRAKE: Caspita!
RIPPER: E come tutti gli esseri umani, io e lei abbiamo bisogno di acqua pura per rimpiazzare i nostri fluidi più preziosi.
MANDRAKE: Già.
RIPPER: Incomincia a capire?
MANDRAKE: Eh, eh, eh, eh… Sì. Eh, eh, eh, eh, eh.
RIPPER: Mandrake…
MANDRAKE: Eh, eh, eh, eh.
RIPPER: Mandrake, Lei non s’è mai domandato perché io bevo solo acqua piovana, o distillata? E solo alcool medicinale?
MANDRAKE: Beh, l’ho notato, veramente. L’ho notato, generale.
RIPPER: Lei sa cos’è la fluorocontaminazione? Fluorocontaminazione dell’acqua?
MANDRAKE: Eh… e sì, sì, ne ho sentito parlare, sì. Sì.
RIPPER: Ma lo sa che cos’è?
MANDRAKE: No, no, non credo di saperlo.
RIPPER: Quindi non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni. Siamo in due a giocare a questo gioco! Questo sì che si chiama sparare! Mandrake, venga!
MANDRAKE: M’ha chiamato, generale?
RIPPER: Venga qui e mi tenga la cinghia.
MANDRAKE: Ah… Già, ma… ma… ma io… non ho… non ho una gran pratica, per così dire, di mitragliatrici. Anche durante la guerra sapevo solo spingere il bottone.
RIPPER: Mandrake, in nome di Sua Maestà e del vostro Parlamento, venga qui e mi tenga la cinghia!
MANDRAKE: Generale, io vorrei tanto venire, mi creda, ma il guaio è che sto già tenendo la cinghia. Quella della gamba. Sì.
RIPPER: La gamba?
MANDRAKE: E sì, la gamba. Lei non lo sa, ma io ho una gamba di legno e disgraziatamente me l’hanno colpita.
RIPPER: Mandrake, venga che arrivano le giubbe rosse. Presto!

RIPPER: Mi stia vicino, Mandrake. Forza, Mandrake, dai con la cinghia!
MANDRAKE: Generale, non sarebbe meglio metterci in un angolino della stanza un tantinello più tranquillo?
RIPPER: No, no, no, no, va benissimo qui.
MANDRAKE: Ah, ah…
RIPPER: Mandrake…
MANDRAKE: Eh, eh…
RIPPER: Lo sa che oltre a contaminare l’acqua stanno studiando anche il modo di contaminare il sale, la farina, i succhi di frutta, oltre allo zucchero, al latte… Ai gelati! I gelati, Mandrake! Quelli per i bambini.
MANDRAKE: Porca l’oca!
RIPPER: E lo sa quando hanno incominciato?
MANDRAKE: Eh… No, non lo so, generale.
RIPPER: Nel 1946.
MANDRAKE: Ah…
RIPPER: Nel 946, Mandrake… Lo vede come combina con il complotto comunista che ha seguito la guerra? È ovvio, non le pare? Una sostanza estranea viene introdotta nei nostri preziosi fluidi vitali senza che l’individuo se ne accorga o che vi si possa opporre. Ecco come lavora, questa gente senza scrupoli.
MANDRAKE: Generale, senta, mi dica, dica un po’: quand’è che lei ha cominciato a dare i nume… A dare segni… Insomma, a pensarla così?
RIPPER: Eh, beh, sa… Io ho incominciato ad avere i primi sospetti durante l’atto fisico dell’amore.
MANDRAKE: Eh?
RIPPER: Sì, sì. Insomma, come una sensazione di stanchezza, come un vuoto dentro di me. Fortunatamente io interpretai questi sintomi nel modo più esatto. Perdita di essenze. Ma le assicuro che non mi succede più, Mandrake. Le donne capiscono qual è il mio potere e cercano la linfa vitale. Io non evito le donne, Mandrake.
MANDRAKE: No?
RIPPER: Però nego loro la linfa vitale.
MANDRAKE: Eh, eh, eh, già, già, naturale.


Comandante Straker, mi dica un po': quand'è che lei ha cominciato a pensarla così? E anche lei nega la linfa vitale?